William Beckford

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William Thomas Beckford

William Thomas Beckford (1760 – 1844), scrittore, critico d'arte e uomo politico inglese.

  • Temo che non sarò mai buono a nulla in questo mondo, se non per comporre arie, erigere torri, progettare giardini, far collezione di mobili in stile giapponese, e scrivere resoconti di viaggi in Cina o alla Luna. (dalla lettera a Lady Hamilton a Napoli del 1781; citato in Malcolm Skey, postfazione a Vathek, 1989, p. 125)
  • [Sulla festa nella magione Fonthill Splendens, Wiltshire, del Natale 1781, mezzo secolo dopo] Eravamo tutti giovani, e belli... La vasta sala egiziana pareva tagliata nella roccia viva: da ambo i lati vi era una fuga di stanze e un corridoio apparentemente senza fine; in mezzo, una scala interminabile che sembrava profonda quanto il pozzo centrale di una piramide... Ancora oggi, nonostante la lunga, triste distanza che mi separa da quei giorni e notti di raffinatezze squisite, mi sento ancora come riscaldato dalla strana luce negromantica che Loutherbourg aveva saputo gettare su ciò che sembrava un regno fatato, o meglio un Tempio dei Dèmoni scavato sotto la Terra, riservato ai più tremendi misteri. (citato in Malcolm Skey, postfazione a Vathek, 1989, p. 126)
  • Vi ricorderete che Vathek era stato viziato da Carathis, e quindi farà quel che vorrà, anche se ciò dovesse portarlo all'Inferno. Cosí sto ampliando le mie foreste, riempendole di fucili nascosti e altre trappole mortali capaci di spezzare le gambe con la stessa rapida precisione con cui uno smoccolatoio di Pinchbeck spegne una candela. Col tempo, quando le mie colline saranno nere di abeti, mi ritirerò al centro del tetro cerchio per vivere come un ragno in mezzo alla sua tela. E lí farò erigere la mia torre... (citato in Malcolm Skey, postfazione a Vathek, 1989, p. 128)

Vathek[modifica]

Incipit[modifica]

Vathek, nono califfo della stirpe degli Abbasidí, era figlio di Motassem e nipote di Haroun al Raschid. Dalla precoce ascesa al trono e dai talenti di cui disponeva per farlo piú splendido, i suoi sudditi erano indotti a credere che il suo regno sarebbe stato lungo e felice. La sua figura era gradevole e maestosa: solo quando montava in furia uno dei suoi occhi diventava cosí terribile che nessuno avrebbe osato sostenerne lo sguardo, e lo sventurato su cui quell'occhio si posava cadeva istantaneamente riverso e talvolta spirava. Per paura tuttavia di spopolare i suoi territori e di rendere desolato il palazzo, solo raramente egli dava sfogo a tale furore.
Essendo molto proclive alle femmine e ai piaceri della tavola, Vathek cercava con la sua affabilità di procurarsi piacevoli compagnie; e in questo tanto meglio riusciva in quanto la sua generosità era senza limiti e la sua indulgenza senza restrizioni: egli non pensava infatti come il califfo Omar Ben Abdalaziz che fosse necessario fare un inferno di questo mondo per godere il paradiso nell'altro.

Citazioni[modifica]

  • E del resto è giusto che gli uomini, i quali così spesso di arrogano come merito proprio un bene di cui non sono che strumenti, si attribuiscano assurdità che non è stato in loro potere evitare. (p. 22)
  • La principessa era lontana dal farsi scrupoli; era anzi malvagia quanto può esserlo una donna, il che non è poco, giacché il gentil sesso tiene a una qualche superiorità in ogni competizione. (p. 30)

Explicit[modifica]

In questo delirio, dimenticando tutti i suoi disegni ambiziosi, la sua sete per quella conoscenza che dovrebbe essere sempre nascosta ai mortali, ella rovesciò le offerte dei genî; e, maledetta l'ora in cui era stata generata e il grembo che l'aveva data alla luce, si lanciò lontano in un rapido vortice che la rese invisibile, e continuò a roteare senza tregua.
Quasi allo stesso istante, la stessa voce annunciò al califfo, a Nouronihar, ai quattro principi e alla principessa, il pauroso e irrevocabile decreto. I loro cuori immediatamente presero fuoco ed essi, d'un tratto, persero il piú prezioso dono del cielo: la SPERANZA. Quegli infelici esseri si ritrassero con sguardi della piú furiosa pazzia. Vathek scorse negli occhi di Nouronihar null'altro che rabbia e vendetta, né ella poteva discernere nei suoi se non avversione e disperazione. I due principi che si amavano e che fino a quel momento avevano conservato il loro affetto, si allontanarono stringendo i denti con reciproco ed immutabile odio. Kalilah e sua sorella gesticolavano insultandosi l'un l'altro; ognuno mostrava il proprio orrore per l'altro, tra le piú terribili convulsioni e urli che non potevano venire soffocati. Ad uno ad uno si perdettero nella folla maledicente dove si erra in un'eternità di angosce.
Cosí fu, e questo deve essere il castigo di sfrenate passioni e di crudeli azioni. Questo sarà il castigo di ogni cieca curiosità che voglia violare i confini imposti dalla saggezza del Creatore all'umana conoscenza; e tale è la terribile delusione che segue alle sfrenate ambizioni di chi, mirando a scoperte concesse solo agli esseri soprannaturali, non si accorge per il suo infatuato orgoglio che la condizione dell'uomo sulla terra è di essere umile e ignorante.
Cosí il califfo Vathek, che per amore di un empio fasto e di una proibita potenza si era macchiato di mille delitti, divenne preda di affanni senza fine e di rimorsi senza riposo; mentre l'umile, il disprezzato Goulchenrouz, passò l'intera sua vita nella tranquillità indisturbata e nella felicità pura della fanciullezza.

Citazioni su William Beckford[modifica]

  • Mi sono recato ieri sera al salotto di Lady Lucan per vedere il giovane Beckford, il quale sembra possedere tutti i talenti piú straordinari. È un musicista perfetto; ma la sua voce, finta o vera che sia, è quella di un eunuco. Parla diverse lingue con una facilità fuori del comune; eppure ha un comportamento cosí mercuriale che temo che finisca aux petites maisons. Il suo volto e la sua persona sono piacevoli. Io sono arrivato sul tardi, quando egli si era già stancato con ogni sorta di pantomime e di imitazioni. (George Selwyn)
  • Certo; ma vi è in Vathek un in-piú, una luce particolare, un'atmosfera nera nonostante l'umorismo (anch'esso immancabilmente nero): un odore acre che significa qualcosa di terribile, di personale. Si tratterà dunque di un roman à clef? Indubbiamente, come vedremo. Anche se ha tutte le carte in regola per essere definito «racconto orientale» — Beckford, da dilettante ricco e intelligente, era diventato in poco tempo un esperto di cose arabe — e alcuni elementi indiscutibilmente gotici, come l'autentico terrore della lenta sarabanda finale in quello che Borges chiama «il primo Inferno realmente atroce della letteratura», l'interesse principale di Vathek, oggi, sta piuttosto nel suo essere l'allegoria di una vita maledetta, scritta in anticipo sui tempi: la prima vera autobiografia del romanticismo, un secolo prima di Dorian Gray o di A rebours. (da Malcolm Skey, postfazione a Vathek, 1989, p. 124)

Bibliografia[modifica]

  • William Beckford, Vathek (1782), traduzione di Giaime Pintor, Einaudi, 1989.

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