Edward Bunker

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Edward Bunker (1933 – 2005), scrittore, sceneggiatore e attore statunitense.

l'Unità, a cura di Stefano Pistolini, 6 giugno 2002
  • Quando si parla di scrittori, la memoria è tutto.
  • Io parlo di un mondo fatto di feste sulla spiaggia, notti folli e favolose bionde. Oggi vedo soprattutto gang assetate di sangue e ghetti pieni di dolore. L'America era più innocente: non avevamo conosciuto il Watergate, non sapevamo che fine avrebbe fatto Kennedy, le droghe non avevano cambiato faccia alla criminalità.
  • Per anni non ho fatto che rubare. Avessi avuto soldi, non sarei diventato un criminale. Ma probabilmente non sarei neppure diventato uno scrittore.
  • Oggi la prigione americana è un luogo orwelliano, dove la dimensione di umanità è azzerata. I carceri di massima sicurezza sono governati dalla tecnologia e sono del tutto estranei a quei programmi di recupero dei detenuti in vigore, almeno formalmente, negli anni Cinquanta. E le condanne sono severissime: se sei povero, puoi farti dieci anni per aver rubato un paio di jeans.
  • Se provi a dare un pugno a qualcuno, puoi scommettere che come minimo t'arriva una coltellata. Adesso i giovani vanno in giro armati e non si battono, a meno che non vogliano ammazzarsi a vicenda. Fossi un ragazzino oggi starei attento prima d'attaccare briga con qualcuno. A vent'anni ero un criminale, ma non giravo armato. Oggi, se esco di casa a Los Angeles e devo traversare un quartiere malfamato, mi porto la pistola.
  • Io non ho avuto una gioventù. La mia è la storia di una grande solitudine. Sono sempre stato solo e ho sempre dovuto pensare a sopravvivere nel mondo. E a 15 anni mi sono ritrovato in carcere in mezzo ai peggiori assassini.
  • Io offro le mie migliori performance in situazioni caotiche. Alcune persone crollano: io funziono meglio.

Animal Factory[modifica]

Incipit[modifica]

Quando i prigionieri, quasi cinquecento, vennero ammassati nel parcheggio, fuori dai cancelli della prigione, l'alba cominciva a tingere di un giallo pallido il basso profilo della città. Ad attenderli c'era una schiera di autobus bianchi e neri con i finestrini sbarrati e una pesante inferriata che separava il posto dell'autista dai sedili posteriori. L'aria era impregnata del fumo pungente del diesel e dell'odore di spazzatura marcia. La marmaglia dei prigionieri, più di metà neri o chicanos, era incolonnata per due, sei per catena, e ciascun gruppo riempiva un autobus: sembravano dei millepiedi umani. Dappertutto c'erano vicesceriffi in uniforme stirata alla perfezione. A ogni autobus erano stati assegnati tre vice, mentre gli altri stavano a guardare con le grosse .357 Magnum Python che penzolavano dalle mani. Alcuni poi accarezzavano dei fucili a canne mozze.

Citazioni[modifica]

  • [...] il mestiere degli avvocati è di vendere speranza. Niente più che aria fritta. (pag 10)
  • Fece domande, ascoltò storie. La prigione era qualcosa di più di un luogo murato; era un mondo alieno di valori distorti, governato da un codice di violenza. Alcune storie ne contraddicevano altre; il punto di vista dipendeva dalle esperienze di chi raccontava. (pag. 15)
  • Ufficialmente la segregazione era finita dieci anni prima; il regolamento diceva che adesso i detenuti potevano sedersi in una qualsiasi delle tre file, ma nessuno attraversava le linee divisorie razziali. Il razzismo era un'ossessione di massa che infettava chiunque, e si vedeva una guerra razziale continua. (pag. 25)
  • Era una follia. Duecento uomini occupavano le celle terrazzate, ciascuna delle quali era identica allo scompartimento di un alveare. Ogni uomo stava peggio di una bestia allo zoo, aveva meno spazio, eppure tutti non facevano altro che odiare e insultare altre persone reiette come loro. (pag. 109)
  • Tutto quello che un uomo ha in prigione è la reputazione con i compagni. (pag. 130)
  • Tutti invecchiano e muoiono, senza che poi importi più nulla, ma era spaventoso essere vecchio e affrontare la morte privo dei ricordi di una vita vissuta. (pag. 199)
  • La prigione è una fabbrica che trasforma gli uomini in animali. Le probabilità che uno esca peggiore di quando c'è entrato sono altissime. (pag. 205) [autodifesa di Ron Decker]
  • La questione non è se la prigione può aiutare, né se la sua condanna possa servire da deterrente per qualcun altro. Il punto fondamentale è quello di proteggere la società. Chiunque riesca a uccidere una persona a sangue freddo, e lei ha quasi ammesso di essere in grado di farlo, non è adatto a vivere nella società. Io so che la società sarà protetta per almeno cinque anni. Dopodiché, se la commissione per la libertà vigilata lo vorra, potrà uscire. (pag. 206) [risposta del giudice a Ron Decker]

Come una bestia feroce[modifica]

  • Sebbene il mio corpo fosse esausto, la mente si rifiutava di rinunciare al turbine di pensieri. Più di ogni altra cosa mi concentrai sulla sensazione di essere vivo, sul soffio dell'aria condizionata che mi scivolava sul petto nudo, sul sapore e l'odore del mio sigaro, sulle pulsazioni del mio polso, sul dolore dei miei muscoli stanchi, sull'infinito lavorio del mio stomaco. A un certo punto, desiderando di provare il contatto con un altro essere vivente, accarezzai la spalla di Allison. La vita era preziosa. La vita era tutto ciò che contava. Ma se non la vivevi come volevi, ecco che all'improvviso non importava nulla.
  • A essere sinceri, il fatto che avessi ucciso qualcuno non era una sorpresa. Molte volte, nel corso della mia vita, avevo deciso di uccidere, rifiutandomi di pensare al significato del mio gesto o alle sue conseguenze. In un'occasione o due avevo cercato di farlo in un'esplosione di rabbia, ma o non avevo trovato armi disponibili o la vittima era riuscita a cavarsela. L'idea di uccidere non mi aveva mai provocato crisi di coscienza. Il mio sistema di valori veniva dalla jungla del riformatorio e della prigione. Non avevo mai udito nessuno denunciare l'omicidio dal punto di vista morale. Qualcuno giudicava la violenza una cosa poco furba o stupida, però mai sbagliata o malvagia.
  • Sarei sceso in guerra contro la società, o forse mi sarei soltato limitato a riprendere le ostilità. Non provavo più alcun timore. Mi dichiarai libero da ogni regola, eccetto quelle che io stesso avessi voluto accettare. E anche quelle le avrei mutate a mio piacere. Avrei afferratto tutto ciò che avrei desiderato. Avrei ripreso ad essere quello che ero, ma con più determinazione. Un criminale.

Film[modifica]

Bibliografia[modifica]

  • Edward Bunker, Animal Factory (1977), traduzione di Fabio Zucchella, Einaudi, 2004. ISBN 880616807X

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]