Gaio Valerio Catullo

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Gaio Valerio Catullo

Gaio Valerio Catullo (87 a.C. – 54 a.C.), poeta latino.

Carmi[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

Cui dono lepidum novum libellum
arida modo pumice expolitum?
Corneli, tibi; namque tu solebas
meas esse aliquid putare nugas,
Iam tum cum ausus es unus Italorum
omne aevum tribus explicare chartis,
Doctis, Iuppiter, et laboriosis!
Quare habe tibi quidquid hoc libelli
Qualecumque, quod, o patrona virgo,
Plus uno maneat perenne saeclo. (I, La dedica del libretto)

Mario Rapisardi[modifica]

A chi mai dedico questo libretto
di cianciafruscole giocondo e schietto,
che uscendo in pubblico, ben ben polito
dall'arsa pomice mostra il vestito?
te, Cornelio, ch'uso dir sei,
c'han qualche grazia gli scherzi miei;
e che fra gl'itali scrittori osasti
di tutti i secoli spiegare i fasti
con ardir unico, solo in tre carte:
che giudizio, per dio, che arte!
Qual ch'esso siasi dunque tu accetta
questo libercolo che a te si spetta,
e tu fa', vergine patrona e diva,
che più d'un secolo perenne ei viva. (I)

Mario Marzi[modifica]

Il poeta romano Catullo legge ai suoi amici (S. Bakalovich, 1885)

A chi dono il lindo nuovo libretto
ben levigato dall'arida pomice?
Cornelio, a te, ché tu eri solito
dar qualche peso alle mie inezie,
fin da quando solo fra gli Itali osasti
trattare ogni epoca in tre volumi,
opera dotta, per Giove, e laboriosa.
Perciò àbattiti il libretto, quanto
e qual si sia. Possa, vergine signora,
per più di un secolo restare vivo.

Enzo Mandruzzato[modifica]

A chi offrirò il libretto nuovo e fino
che la pomice asciutta ha levigato?
Cornelio, a te. Dicevi (d'abitudine),
di queste leggerezze, «mica male»,
mentre già osavi, unico in Italia,
tratteggiare su poche pergamene
(informate per Giove, e anche sudate)
l'intero tempo dell'umanità.
Abbi il mio libro, che è quello che è,
così com'è (o Vergine Signora[1],
viva anni, più della vita d'un uomo).

Citazioni[modifica]

  • Vivamus, mea Lesbia, atque amemus. (V, Orgia di baci, v. 1)
    • Godiamo, o Lesbia, mia Lesbia, amiamo. (V, v. 1)
    • Viviamo, mia Lesbia, e amiamoci. (1992, p. 9)
    • Viviamo, mia Lesbia, e amiamo.[fonte 1]
  • Soles occidere et redire possunt: | nobis, cum semel occidit brevis lux, | nox est perpetua una dormienda. (V, Orgia di baci, vv. 4-6)
    • Tramontar possono gli astri e redire: | noi, quando il tenue raggio dileguasi, | dobbiam perpetua notte dormire. (V, vv. 4-6)
    • I soli possono cadere e tornare; | per noi, quando la breve luce cade, | c'è il sonno di una notte senza fine. (1992, p. 9)
  • Da mi basia mille, deinde centum, | dein mille altera, dein secunda centum, | deinde usque altera mille, deinde centum, | dein, cum milia multa fecerimus, |conturbabimus illa, ne sciamus, | aut ne quis malus inuidere possit, | cum tantum sciat esse basiorum. (V, Orgia di baci, vv. 7-14)
    • Baciami, baciami, vuo' che mi baci; | a cento scocchino, a mille piovano | qui su quest'avida bocca i tuoi baci. | E poi che il numero sfugge a noi stessi. (V, vv. 7-10)
    • Dammi mille baci, e dopo cento, | poi altri mille, poi ancora cento, | poi di fila altri mille, e dopo cento. | Poi, giunti a farne le migliori migliaia, | le confonderemo, per non saperle. (1992, p. 9)
    • Baciami mille volte e ancora cento | poi nuovamente mille e ancora cento | e dopo ancora mille e dopo cento, | e poi confonderemo le migliaia | tutte insieme per non saperle mai, | perché nessun maligno porti male | sapendo quanti sono i nostri baci. (2007, vv. 7-13)
  • Miser Catulle, desinas ineptire, | et quod uides perisse perditum ducas. (VIII, Catullo, resisti, vv. 1-2)
    • Lascia, o Catullo — triste, i sogni di prima, | e quanto hai visto — perir, perduto estima. (VIII, vv. 1-2)
    • Povero Catullo, basta vaneggiare, | e ciò che è perso, consideralo perso. (1992, p. 11)
  • Pedicabo ego vos et irrumabo, | Aureli pathice et cinaede Furi, | qui me ex uersiculis meis putastis, | quod sunt molliculi, parum pudicum. | Nam castum esse decet pium poetam | ipsum, uersiculos nihil necesse es. (XVI, Versi licenziosi, vita pura, vv. 1-6)
    • Or sì, che v’empio forziere e cassa, | finocchio Aurelio, Furio bardassa, | che troppo morbido mi giudicaste | dalle mie pagine non troppo caste. | dee pura e candida l'anima aversi: | posson non essere pudichi i versi. (XVI, vv. 1-6)
    • Io ve lo ficcherò in culo e in bocca, | Aurelio finocchio e Furio bardassa, | che pei miei versi un po' licenziosi | mi avete creduto poco pudico. | Il pio poeta dev'essere casto, | non c'è bisogno che lo siano i versi. (1992, p. 25)
    • Io a voi lo metto in culo e in bocca | Aurelio frocio e Furio pederasta | voi che avete dedotto dai miei versi | niente austeri che sono niente casto. | Il sacro vate deve essere onesto, | senza obbligo che i versi anche lo siano. (2007)
    • Conviene al poeta ch'egli stesso sia casto e pio, ma non occorre che tali siano i suoi versi. (XVI, 5-6[fonte 2])
  • Paene insularum, Sirmio, insularumque Ocelle. (XXXI, A Sirmione, vv. 1-2)
    • O Sirmione — o vago occhio di quante | isole e terre. (XXXI, vv. 1-2)
    • Sirmione, gemma delle penisole | e delle isole . (1992, p. 41)
  • Poetae tenero, meo sodali | velim Caecilio, papyre, dicas | Veronam veniat, Novi relinquens | Comi moenia Lariumque litus. | Nam quasdam volo cogitationes | amici accipiat sui meique. (XXXV, Invito a Cecilio, vv. 1-7)
    • Io vo' che al tenero poeta, al mio | Cecilio, o lettera, tu dica, ch'io | bramo ch'ei lascisi dietro le spalle | Como e del Lario l'amena valle, e che, i propositi d'una persona | amica a intendere, venga a Verona. | Chè se l'antifona capisce, allora | sono certissimo, la via divora. (XXXV, vv. 1-7)
    • Al dolce poeta e mio compagno | Cecilio, vorrei, papiro, dicessi | di venire a Verona, abbandonando | le mura di Como e le sponde | del Lario, perché voglio ascolti certe | fantasie di un suo amico e mio. | Perciò divorerà la via, se ha senno. (1992, p. 47)
  • [...] renidet ille. Quidquid est, ubicumque est, | quodcumque agit, renidet: hunc habet morbum, | neque elegantem, ut arbitror, neque urbanum. (XXXIX, Il sorriso di Egnazio, vv. 6-8)
    • [...] ei ghigna. Ad ogni evento, | checchè egli faccia, — ovunque vada, ei ghigna. | È questo il suo — debole, e affè, non troppo | bello ed urbano. (XXXIX, vv. 5-8)
    • [...] lui sorride. In ogni occasione e luogo, | qualunque cosa faccia, sorride: una mania, | penso, non conforme al buon gusto né civile. (1992, p. 53)
  • [...] risu inepto res ineptior nulla est. (XXXIX, Il sorriso di Egnazio, v. 16)
    • [...] chè nulla è sciocco — a par d'un sciocco riso. (XXXIX, v. 16)
    • [...] nulla è più sciocco di un sorriso sciocco. (1992, p. 53)
  • Caeli, Lesbia nostra, Lesbia illa, | illa Lesbia, quam Catullus unam | plus quam se atque suos amauit omnes, | nunc in quadriviis et angiportis | glubit magnanimi Remi nepotes. (LVIII, Degradazione)
    • La Lesbia, o Celio, la Lesbia, sai, | quella che unica, più di me stesso, | più dei miei proprj parenti amai, | la nostra Lesbia, sì proprio quella, | pe' chiassi e i vicoli di Roma adesso | di Remo gl'incliti nepoti spella. (LVIII)
    • Celio, la nostra Lesbia, quella, | quella Lesbia, che, sola, Catullo | amò più di sè più di tutti i suoi, | ora per i quadrivi e gli angiporti, | spella i nipoti dell'inclito Remo. (1992, p. 71)
  • Peliaco quondam prognatae uertice pinus | dicuntur liquidas Neptuni nasse per undas | phasidos ad fluctus et fines Aeeteos, | cum lecti iuuenes, Argiuae robora pubis, | auratam optantes Colchis auertere pellem | ausi sunt uada salsa cita decurrere puppi, | caerula uerrentes abiegnis aequora palmis. (LXIV, Nozze di Peleo e Teti, v. 1-8)
    • Nati sul pelio giogo eran quei pini, | che primi (se di fede il grido è degno) | del Fasi ai flutti ed agli eètei fini | il nettunio varcâr liquido regno, | Quando, l'aureo a rapir vello a' Colchini | il fior de' prodi argivi, in agil legno, | osò, lungi scorrendo i gorghi amari, | sferzar con lignei remi i glauchi mari. (LXIV; vv. 1-8)
    • Un tempo pini generati in vetta al Pelio | nuotarono, si dice, sulle limpide onde di Nettuno | verso la corrente del Fasi e il paese di Eèta, | quando giovani scelti, fiore della gioventù argiva, | desiderosi di sottrarre ai Colchi il vello d'oro | osarono varcare le acque salse su veloce poppa, | spazzando le azzurre distese con pale d'abete. (1992, p. 103)
  • [...] mulier cupido quod dicit amanti, | in vento et rapida scribere oportet aqua. (LXX, vv. 3-4)
    • Ma promesse di donna e giuramenti | scrivi in rapido fiume e affida ai venti. (LXX; vv. 3-4)
    • Ciò che una donna dice all'amante pieno di desiderio bisognerebbe scriverlo nel vento e nell'acqua corrente.[fonte 3]
  • Dilexit tum te non tantum ut uulgus amicam, | sed pater ut gnatos diligit et generos. | Nunc te cognoui: quare etsi impensius uror, | multo mi tamen es uilior et leuior. | Qui potis est? inquis. Quod amantem iniuria talis | cogit amare magis, sed bene velle minus. (LXXII, Ora ti conosco, vv. 3-8)
    • E allor t'amai, non come il volgo suole | l'amica, ma qual padre ama la prole. | Or ti conobbi, o Lesbia; e se ancor ardo, | pur son meno di te lieve e codardo. | Come mai? Chiedi. Ahi, se la stima muore, | le stesse infedeltà crescon l'amore! (LXXII; vv. 3-8)
    • Allora ti ebbi cara non solo come il volgo l'amante, | ma come il padre ha cari i figli e i generi. | Ora ti conosco; perciò anche se brucio più forte | per me tuttavia hai meno valore e peso. | Com'è possibile? Chiedi. Perché, se ami, un torto così | ti fa amare di più ma voler bene meno. (1992, p. 153)
  • Gellius audierat patruum obiurgare solere, | si quis delicias diceret aut faceret. | Hoc ne ipsi accideret, patrui perdepsuit ipsam | uxorem et patruum reddidit Harpocratem. | Quod voluit fecit: nam, quamvis irrumet ipsum | nunc patruum, verbum non faciet patruus. (LXXIV, Lo zio reso muto)
    • Gellio udì, che lo zio solea far chiasso, | s'ei dicesse o facesse un che di grasso. | A schivar questo, ei dello zio si prese | la moglie, e così Arpocrate lo rese. | L'intento ottenne; ed or convien che taccia | lo zio, quand'anche in bocca ei gliela faccia. (LXXIV)
    • Gellio aveva sentito che lo zio soleva indignarsi | se qualcuno parlava d'amore o lo faceva. | Per premunirsi ben bene, impastò lo moglie | dello zio e rese lo zio un vero Arpòcrate. | Ha ottenuto l'intento, ora lo infilasse in bocca | anche allo zio, lo zio non farà motto. (1992, p. 153)
    • Su chi erotiche cose dice o fa | lo zio di Gellio tuonava e rituonava. | Gellio sfuggì a ogni censura: | inculando la moglie dello zio | fece di lui la statua del Silenzio. | Inculasse anche lo zio | lo zio non fiaterebbe.[fonte 4]
  • Huc est mens deducta tua mea, Lesbia, culpa, | atque ita se officio perdidit ipsa suo, | ut iam nec bene uelle queat tibi, si optuma fias, | nec desistere amare, omnia si facias. (LXXV, Non c'è via d'uscita)
    • Ora il mio cor per te ridotto è a tale, | ed ogni ufficio suo così perdè, | che a stimarti, anche fida, ahi più non vale, | e a spregiarti, anche rea, forte non è. (LXXXVII[2])
    • A tale l'animo è giunto per tua colpa, mia Lesbia, | e così s'è rovinato per serbare la fede, | che non può più volerti bene, se diventassi un modello, | né cessare di amarti se facessi di tutto. (1992, p. 155)
  • Difficile est longum subito deponere amorem. (LXXVI, La preghiera estrema v. 13)
    • Ahi, ma un antico amor mai non avviene | sveller dal seno in un istante. (LXXVI, vv. 16-17)
    • È difficile deporre di colpo un antico amore. (1992, p. 155)
    • È difficile deporre d'improvviso un amore lungo.[fonte 5]
Catullo da Lesbia (L. Alma-Tameda, 1865)
  • Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. | Nescio, sed fieri sentio et excrucior. (LXXXV, Odio e amo)
    • Odio ed amo. Com'è? chiedi. Nol so: | so ch'odio ed amo, e gran tormento n'ho. (LXXXV)
    • Odio e amo. Come posso farlo, forse mi chiedi. | Non so, ma sento che accade, ed è la mia croce. (1992, p. 161)
    • Odio e amo. Forse chiedi perché lo faccia. | Non lo so, ma sento e mi tormento.[fonte 6]
    • Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia. | Non lo so, ma sento che ciò accade, e mi tortura.[fonte 7]
    • Io odio e amo. "Come fai?" mi chiedi. | Non lo so. Ma lo sento, e sono in croce.[fonte 8]
    • Odio e amo. | Come sia non so dire. | Ma tu mi vedi qui crocifisso | Al mio odio e al mio amore.[fonte 9]
    • Io odio e amo; forse chiederai | come questo può essere. Non so, | ma sento che è così: sento e ne soffro.[fonte 10]
    • Odio e amo. Perché mai, tu mi chiedi. | Non so. Ma sento che è così, ed è un tormento.[fonte 11]
    • Odio e amo. Forse mi chiedi come io faccia. | Non so ma sento che questo mi accade: qui è la mia croce.[fonte 12]
    • Io odio e amo. Ma come, dirai. Non lo so, | sento che avviene e che è la mia tortura.[fonte 13]
    • Odio e amo. Tu non mi chiedere. | Come non so, ma sento questa pena.[fonte 14]
    • I' t'odio e tt'amo, e saccio amaro 'o ddoce. | pe' cchesto stongo ccà, 'nchiuvato 'ncroce.[fonte 15]
    • L'odio e l'adoro. Perché ciò faccia, se forse mi chiedi, | io, nol so: ben so tutta la pena che n'ho.[fonte 16]
    • Odio e amo. Perché io faccia così, forse t'interessa sapere. | Non lo so. Ma sento che così è, e sono in croce.[fonte 17]
    • Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; | non so, ma è proprio così, e mi tormento.[fonte 18]
    • Odio e amo. Me ne chiedi la ragione? | Non so, così accade e mi tormento.[fonte 19]
    • Odio e amo. Mi chiedi come si può. | Lo sa il mio cuore crocifisso. Io non lo so.[fonte 20]
    • Odio e amo. Perché questo io faccia forse domandi. | Non so; lo sento e mi torturo l'anima.[fonte 21]
  • Nil nimium studeo, Caesar, tibi velle placere, | nec scire utrum sis albus an ater homo. (XCIII)
    • D'andarti ai versi, o Cesare, non ho punto pensiero, | nè mi preme conoscere, se tu sii bianco o nero. (XCIII)
    • Andarti a genio, Cesare, non è la mia passione, | né di sapere se sei «bianco o nero». (2007)
  • In te, si in quemquam, dici pote, putide Victi, | id quod uerbosis dicitur et fatuis: | ista cum lingua, si usus veniat tibi, possis | culos et crepidas lingere carpatinas. | Si nos omnino uis omnes perdere, Victi, | Hiscas: omnino quod cupis efficies. (XCVIII)
    • Quanto suol dirsi a un grullo maldicente, | dir si può contro a te, Vezio fetente: | con una lingua tal puoi dei villani | ripulire le scarpe e i deretani. | O Vezio, vuoi finirmi in un momento? | Apri la bocca, ed otterrai l'intento. (XCVIII)
    • Quando fu detto mai di parolai e stronzi | si può dire di te, vezzoso Vezzio, | che questa lingua tua se ti conviene | lecca culi e scarpacce rusticane. | Se tu ci vuoi distruggere in un colpo | schiudi la bocca, Vezzio, è irresistibile. (2007)
  • Si quicquam cupido optantique obtigit umquam | insperanti, hoc est gratum animo proprie. | Quare hoc est gratum nobis quoque, carius auro | quod te restituis, Lesbia, mi cupido. | Restituis cupido atque insperanti, ipsa refers te | nobis. O lucem candidiore nota! (CVII, vv. 1-7)
    • Se ad uom che molto agogna e nulla spera | giunge gradito un improvviso bene, | più grato a me d'ogni ricchezza vera | il tuo ritorno, amata Lesbia, viene. | Io senza speme viveva in desio, | e tu ritorni, o Lesbia, all'amor mio; | al cupido mio cor tu fai ritorno; | oh più d'ogn'altro fortunato giorno! (CVII, vv. 1-8)
    • Il sogno, il desiderio, contro ogni speranza appagato, | è la gioia dell'anima più vera. | Così anche a me tu dai una gioia più cara dell'oro, | tornando, Lesbia, quando più ti bramavo, | e ti bramavo senza sperare, e tu vieni da te, | per me. Giorno di privilegio questo. (2007)

Explicit[modifica]

Originale[modifica]

Saepe tibi studioso animo venante requirens
carmina uti possem mittere Battiadae,
qui te lenirem nobis, neu conarere
tela infesta mittere in usque caput,
hunc video mihi nunc frustra sumptum esse laborem,
Gelli, nec nostras hic valuisse preces.
contra nos tela ista tua evitabimus amictu
at fixus nostris tu dabis supplicium. (CXVI)

Mario Rapisardi[modifica]

Spesso con diligente animo i versi
del Battiade per te, Gellio, braccai,
e con tal dono rammollirti, e avversi
meno i tuoi strali al capo mio sperai.
che l'opera sprecai, m'accorgo adesso:
vane le preci, e ognor tu sei lo stesso.
Io paro i dardi tuoi, Gellio feroce,
col manto; i miei t'inchioderanno in croce. (CXVI)

Enzo Mandruzzato[modifica]

Molte volte ho cercato, con l'animo del cacciatore,
di dedicarti versi del Battìade
di cui sei specialista, per intenerirti e smettessi
di saettarmi, nemico tenacissimo,
ma vedo adesso, Gellio, che è tutta fatica sprecata.
Da questa parte, ogni preghiera è inutile.
Ma alle tue saette mi basta il mantello. Le ferma.
Il tuo no. Te lo pianto e me la paghi.

Note[modifica]

  1. Forse una delle Muse. (nota del curatore)
  2. In questa versione gli ultimi quattro versi del carme 87 corrispondono al carme 75.

Fonti[modifica]

  1. Citato in Paola Mastellaro, Il libro delle citazioni latine e greche, Mondadori, Milano, 2012, p. 22. ISBN 978-88-04-47133-2.
  2. Citato in Giuseppe Fumagalli, Chi l'ha detto?, Hoepli, 1921, p. 599.
  3. Citato in Paola Mastellaro, Il libro delle citazioni latine e greche, Mondadori, Milano, 2012, p. 24. ISBN 978-88-04-47133-2.
  4. Gaio Valerio Catullo, Le poesie, Einaudi, Torino, 1969, p. 238.
  5. Citato in Paola Mastellaro, Il libro delle citazioni latine e greche, Mondadori, Milano, 2012, p. 26. ISBN 978-88-04-47133-2.
  6. Citato in Guido Almansi, Il filosofo portatile, TEA, 1991.
  7. Traduzione di Luca Canali.
  8. Traduzione di Franco Caviglia.
  9. Citato in Nicola Flocchini, Piera Guidotti Bacci, Il libro degli autori. Antologia di scrittori latini, Bompiani, Milano, 1989.
  10. Traduzione di Enzio Cetrangolo.
  11. Traduzione di Gioachino Chiarini.
  12. Catullo, Poesie, a cura di Francesco Della Corte, Mondadori, Milano, 2007.
  13. Citato in Enzo Mandruzzato, Catullo: Canti, Rizzoli, Milano, 2007.
  14. Citato in Italo Mariotti, Da Saffo a Ovidio, Manni Editori, 2001.
  15. Traduzione di Amedeo Messina.
  16. Citato in Giovanni Pascoli, Odio e amore, in Traduzioni e riduzioni, a cura di Maria Pascoli, Zanichelli, Bologna, 1913.
  17. Traduzione di Giovanni Battista Pighi.
  18. Citato in Salvatore Quasimodo, Catullo: Canti, Mondadori, Milano, 1988.
  19. Citato in Mario Ramous, Gaio Valerio Catullo: Le Poesie, Garzanti, Milano, 1989.
  20. Citato in Tiziano Rizzo, Catullo: Le poesie – Carmina, Newton Compton Editori, Roma, 1992.
  21. Traduzione di Guido Vitali.

Bibliografia[modifica]

  • Gaio Valerio Catullo, Carmina. Testo latino a fronte, a cura di Mario Marzi, Edizioni Studio Tesi, 1992. ISBN 8876923535
  • Gaio Valerio Catullo, I Canti, introduzione e note di Alfonso Traina, traduzione di Enzo Mandruzzato, BUR, 2007.
  • Gaio Valerio Catullo, Le poesie di Catullo, tradotte da Mario Rapisardi, Luigi Pierro, Napoli, 1889.

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