William Shakespeare

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William Shakespeare

Indice

William Shakespeare (1564 – 1616), drammaturgo e poeta inglese.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Amleto, Antonio e Cleopatra, Giulio Cesare, Enrico V e Romeo e Giulietta.

Citazioni di William Shakespeare[modifica]

  • Addio, bella crudeltà. (da La Dodicesima Notte)
  • Chi muore senza portar nella tomba una pedata, dono di un amico? (Apemanto: da Timone d'Atene, atto I, scena II; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • E la verginità, la vostra buona vecchia verginità, somiglia tanto a quelle pere vizze di Francia, brutte fuori e dentro acide. (Parolles: da Tutto è bene quel che finisce bene, atto I, scena I; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Eretico sarà chi accenda il rogo, non già colei che vi brucerà dentro! (da Il racconto d'inverno)
  • Gli uomini chiudono la propria porta contro il sole che tramonta. (Apemanto: da Timone d'Atene, atto I, scena II)
  • I clamori avvelenati di una donna gelosa sono più micidiali dei denti di un cane idrofobo. (Madre Badessa: da La commedia degli errori, in Opere complete, traduzione di Gabriele Baldini, Rizzoli, 1963)
  • L'afflizione potrebbe anche sorridere un giorno; fino allora, mio dolore, stattene in un cantuccio zitto e buono. (da Pene d'amore perdute, traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • La bellezza da sola persuade | Gli occhi degli uomini senza aver bisogno d'avvocati. (da Lucrezia violata, I)
  • La follia, mio signore, come il sole se ne va passeggiando per il mondo, e non c'è luogo dove non risplenda. (Feste:, da La dodicesima notte, atto III, scena I; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Nascondi ciò che sono | E aiutami a trovare la maschera più adatta | Alle mie intenzioni.[1] (Viola: da La Dodicesima Notte, atto I, scena II; traduzione e cura di Agostino Lombardo, Feltrinelli, 2004)
  • Giulia: Perché di Proteo solo non giudichi il valore?
    Lucietta: Dirò allora: fra tutti io lo stimo il migliore.
    Giulia: La ragione?
    Lucietta: Soltanto una ragione da donna: credo così perché credo così.
    Giulia: E a lui dovrei concedere il mio affetto?
    Lucietta: Sì, pensando di averlo ben collocato.
    Giulia: A lui meno che a tutti voce del cuore mi chiama.
    Lucietta: Pur credo che fra tutti sia quei che più vi ama.
    Giulia: Il suo scarso parlare dimostra scarso amore.
    Lucietta: Nel fuoco più compresso cova più intenso ardore.
    Giulia: Non ama chi d'amore al proprio ben non parla.
    Lucietta: Oh! ama assai di meno chi con tutti ne ciarla.
    (da I due gentiluomini di Verona, atto I, scena II)
  • Piacere e vendetta sono più sordi delle bisce alla voce di una decisione giusta. (da Troilo e Cressida)
  • Se ho fatto una sola cosa buona nella mia vita, me ne pento dal profondo del mio cuore. (da Tito Andronico, atto V, scena III)
  • Se soltanto avessi servito il mio Dio con metà dello zelo con cui ho servito il mio re, egli non mi avrebbe abbandonato nella mia vecchiaia, nudo, ai miei nemici. (Wolsey: da Re Enrico VIII, atto III, scena II)

Cimbelino[modifica]

Incipit[modifica]

Aldo Camerino[modifica]

Britannia. Il giardino del palazzo di Cimbelino.
Entrano due gentiluomini.

I gentiluomo: Non incontrerete nessuno che non sia accigliato. Le nostre passioni non sono più ubbidienti ai cieli che i nostri cortigiani all'aspetto del re.
II gentiluomo: Ma per qual ragione?
I gentiluomo: Sua figlia, e l'erede del suo regno, quella che egli destinava all'unico figlio di sua moglie – una vedova che ha sposato da poco – si è data a un povero ma degno gentiluomo. Lo ha sposato: suo marito è bandito, lei imprigionata, tutto nelle apparenze è tristezza; ma il re, lo credo ferito nel profondo del cuore.
II gentiluomo: Soltanto il re?

Goffredo Raponi[modifica]

In Britannia, il palazzo di Cimbelino.
Entrano DUE GENTILUOMINI

Primo gentil. – Qui non c'è caso che s'incontri un cane che non ti guardi con la faccia scura. Non obbediscono al voler celeste le nostre naturali inclinazioni, più di quanto agli umori del sovrano fan mostra d'accordare il loro aspetto i nostri cortigiani.
Secondo gent. – Che succede?
Primo gent. – Succede che sua figlia, erede del suo regno, destinata da lui ad andar sposa all'unico figliolo di sua moglie – una vedova da lui risposata recentemente – ha preferito a quello un gentiluomo povero ma degno, e l'ha sposato. Quello ora è bandito e lei reclusa; e un'aria di mestizia è scesa per la corte tutt'intorno; se pur io pensi che lo stesso re n'abbia profondamente risentito.
Secondo gent. – E nessuno oltre il re?

Citazioni[modifica]

  • La Fortuna sa far entrar in porto anche le navi senza timoniere. (Pisanio; atto IV, scena III; traduzione di Goffredo Raponi)
  • O prigionia, sii molto benvenuta! Tu sei forse per me la giusta via alla liberazione; grazie a te, sto meglio io di un malato di gotta che preferisce languir nel dolore piuttosto che cercar la guarigione ricorrendo a quel medico infallibile, la Morte; che sarebbe ora per me l'unica chiave che potrebbe sciogliermi da questi ceppi entro i quali anche tu, o mia coscienza sei impastoiata più dei miei piedi e delle mie caviglie. (Postumo; atto V, scena IV; traduzione di Goffredo Raponi)
  • Dormendo non si sente il mal di denti. (Primo carceriere; atto V, scena IV; traduzione di Goffredo Raponi)

Come vi piace[modifica]

Incipit[modifica]

Antonio Calenda e Antonio Nediani[modifica]

Un giardino nella casa di Oliviero.
Entrano Orlando e Adamo.

Orlando: Per quanto ricordo, Adamo, ecco quel che accadde: per testamento mio padre destinò a me un migliaio scarso di corone e, me lo dici tu stesso, incaricò, benedicendolo, mio fratello di allevarmi nel migliore dei modi. E così ebbe inizio la mia infelicità. Costui mantiene mio fratello Giacomo agli studi, e dei suoi progressi si dicono cose magnifiche; invece mantiene me, in casa, come un poveraccio, anzi, per dirla schietta, neanche mi mantiene, mi ci tiene segregato. Un tale trattamento, per un gentiluomo della mia nascita, differisce forse dal trattamento d'un bue nella stalla? I suoi cavalli sono curati, poiché oltre ad essere ben nutriti, vengono addestrati al maneggio da istruttori assoldati a caro prezzo; ma io, suo fratello, in questa situazione non ci guadagno altro che di crescere, e di sentirmi obbligato verso di lui quanto i suoi animali nel letame. A parte questo niente che mi dà in abbondanza, pare comportarsi in modo da privarmi di quel poco che la natura mi ha dato: mi fa mangiare coi servi, mi priva dei diritti di fratello, tenta in ogni modo di avvilire, con tale educazione, la mia nobiltà. Questo è quanto mi intristisce, Adamo, e lo spirito di mio padre, che io sento in me, comincia a ribellarsi contro questa schiavitù. Non voglio più sopportare queste cose, anche se non so ancora quale sia il modo per evitarle.
[William Shakespeare, Come vi piace, traduzione di Antonio Calenda e Antonio Nediani, Newton Compton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Verziere nella casa di Oliviero
Entrano ORLANDO e ADAMO

Orlando – Sicché, se non ricordo male, Adamo, tutta l'eredità di nostro padre per me, in sostanza, si riduce a questo: un migliaio di misere corone e, in cambio della sua benedizione al mio fratello maggiore, l'impegno di costui, come tu ora mi dici, di provvedere ad allevarmi bene. E qui cominciano le mie disgrazie. Lui mantiene agli studi, fuori casa, l'altro fratello, Giacomo, e non si parla che del gran profitto ch'egli ne trae; mentre io son qui ad essere allevato dentro casa come un bifolco, e, a dirla proprio tutta, tirato su senza un'educazione; ché non si può chiamare educazione questa mia, che non è diversa in nulla dal governo dei buoi in una stalla. I suoi cavalli son tenuti meglio, perché, in aggiunta ad ottimo foraggio, sono addestrati da buoni scudieri ben pagati, laddove io, suo fratello, non ho da lui che il minimo che basti alla mia pura e semplice crescenza; talché le bestie ch'egli ha nelle stalle si può dire gli siano debitrici di quanto possa dir d'essergli io, né più né meno. Oltre a questo bel nulla ch'ei mi largisce con sì larga mano, mi viene deprivando a poco a poco dello stesso mio stato di natura: mi fa sedere a tavola coi servi, m'impedisce, con l'una o l'altra scusa, d'occupare il mio posto di fratello e s'ingegna di far tutto il possibile, per quanto è in suo potere, di annullare le radici della mia nobiltà negandomi ogni buona educazione. E questo, Adamo, è quel che più m'affligge; al punto ch'io mi sento rivoltare dentro di me lo spirito paterno contro un così umiliante trattamento. Ma ormai sono deciso a dire: basta! Basta di sopportare tutto questo, se pur non ho ben chiaro ancora in mente a qual saggio rimedio far ricorso.
[William Shakespeare, Come vi piaccia, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • Che peccato che ai matti non sia permesso di parlare saggio di ciò che i saggi fanno pazzamente! (Pietraccia: atto I, scena II)
  • La bellezza tenta i ladri più dell'oro. (Rosalinda: atto I, scena III)
  • Tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori: essi hanno le loro uscite e le loro entrate; e una stessa persona, nella sua vita, rappresenta diverse parti... (Iacopo: atto II, scena VII)
  • Non sai che sono donna? Quando penso, devo parlare.
Ti dimentichi forse che son donna? Devo dir quel che penso. (Rosalinda: atto III, scena I, traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Al mondo gli uomini son sempre morti e se li son mangiati sempre i vermi, ma nessuno di loro per amore. (Rosalinda: atto IV, scena I; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
Gli uomini sono morti in ogni tempo, e i vermi se li sono mangiati, ma non per amore.
  • [Amare] È esser tutto fantasia, passione, e tutto desiderio, adorazione, esser dovere, rispetto, umiltà, esser pazienza ed impazienza insieme, castità, sofferenza, obbedienza. (Silvio: atto V, scena II)

Coriolano[modifica]

Incipit[modifica]

I traduzione[modifica]

Roma, una via. Entra un gruppo di cittadini rivoltosi con picche, clave e altre armi
Primo cittadino: Prima di proseguire, ascoltate le mie parole.
Tutti: Parla, parla!
Primo cittadino: Siete tutti decisi a morire ammazzati piuttosto che morire di fame?
Tutti: Decisi, decisi.
Primo cittadino: Prima di tutto, voi capite che Caio Marcio è il principale nemico del popolo.
Tutti: Lo sappiamo, lo sappiamo.
Primo cittadino: Uccidiamolo e avremo grano al nostro prezzo. Sentenza decisa?
Tutti: Non se ne parli più: ai fatti. Via, andiamo.

Franco Fochi[modifica]

Una via di Roma.
Entra un gruppo di popolani in rivolta, con randelli, clave e altre armi simili.

I popolano: Prima che andiamo avanti ancora, sentite.
Gli altri: Parla.
I popolano: Siete tutti decisi a morire piuttosto che patir la fame?
Gli altri: Decisi! sì! tutti!
I popolano: E voi sapete, anzitutto, che il primo nemico del popolo è Caio Marzio.
Gli altri: Lo sappiamo, sì!
I popolano: Uccidiamolo, e avremo il grano al prezzo giusto. È un verdetto?
Gli altri: Non se ne parli più! Come già fatto! Via!
[William Shakespeare, Coriolano, traduzione di Franco Fochi, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Roma, una strada
Entra un gruppo di POPOLANI in rivolta, con mazze, randelli e altri ordigni

Primo cittadino – (Agli altri) Prima d'andare avanti, m'ascoltate!
Tutti – Parla, parla.
Primo citt. – Decisi allora: morti, piuttosto che affamati!
Tutti – Decisi sì! – Decisi!
Primo citt. – Primo: ciascuno sa che Caio Marcio è il principale nemico del popolo.
Tutti – È Caio Marcio! Lo sappiamo tutti.
Primo citt. – Uccidiamolo, allora, e avremo il grano al prezzo nostro! Chiaro?
Tutti – Chiaro. Basta parole. Andiamo ai fatti!
[William Shakespeare, Coriolano, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • Preferirei dover rimettermi a curare le mie ferite piuttosto che sentir raccontare come le ho ricevute. (Coriolano: Atto II, Scena II, p. 241)
  • Preferirei farmi grattare la testa al sole quando fosse suonato l'allarme, che stare qui pigramente a sentir magnificare come prodigi i miei nonnulla. (Coriolano: Atto II, Scena II, p. 241)
  • Piuttosto che fare il buffone a questo modo, vadano l'alta carica e l'onore a chi ci si adatta. (Coriolano: Atto II, Scena III, p. 248)
  • Ah, per me, dico, datemi la guerra! È meglio cento volte della pace, come il giorno è migliore della notte; la guerra è cosa viva, movimento, è vispa, ha voce, è piena di sorprese. La pace è apoplessia, è letargia: spenta, sorda, insensibile, assonnata, e fa mettere al mondo più bastardi che non uccida uomini la guerra. (servo: atto IV, scena V)
  • Oh, mia diletta, questo lungo bacio, lungo come l'esilio, un bacio dolce come la mia vendetta! (Coriolano: atto V, scena III; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
O, un bacio, lungo come il mio esilio, dolce come la mia vendetta!

Citazioni sull'opera[modifica]

  • Il Coriolano non ha avuto fortuna sulla scena, forse anche per il fatto che le passioni che danno vita al dramma non emergono dal quotidiano, o comunque non sono universalmente estensibili, ma sono piuttosto connesse alla particolare condizione di uomo politico del protagonista. La sorte del dramma fu talmente infelice che neppure i rifacimenti secenteschi ebbero successo. (Antonio Di Meo)
  • Più fortunato fu il dramma sulle scene italiane, dove recitarono la parte di Coriolano attori famosi come il Rossi, il Salvini, il Tumiati e il Carraro. (Antonio Di Meo)
  • Secondo alcuni critici, il Coriolano più che una tragedia ha le caratteristiche del dramma storico. (Antonio Di Meo)
  • Perfino i critici favorevoli hanno trovato, in realtà, il Coriolano una tragedia fredda e piuttosto stanca, in cui la figura dell'eroe appare rigida e a volte grottesca, mentre addirittura inconsistente e incomprensibile può sembrare il comportamento del suo antagonista Aufidio. (Antonio Di Meo)
  • Critici come Derek Traversi hanno fatto notare che l'opera è in fondo più articolata e ricca di sensibilità di quanto non appaia ad una lettura che trascuri il gioco dell'ironia e i significati impliciti nei punti di vista che l'autore esprime tutto attraverso lo stile. (Antonio Di Meo)

Enrico IV[modifica]

Incipit[modifica]

I traduzione[modifica]

Una stanza nel palazzo
Enrico: Battuti dale tempeste, stanchi come siamo, e pallidi ancora di terrore, lasciam che la pace ci sorrida un istante, per avventarci poscia a nuove contese sopra sponde lontane. Questa terra non beverà più il sangue de' figli suoi: la guerra non strazierà più colla sua spada questo suolo fecondo; non più vi schiaccierà i suoi fiori sotto il piede di ferro dei nemici cavalli.

Maria Antonietta Andreoni D'Ovidio[modifica]

Londra. Il palazzo reale.
In scena Re Enrico e sir Gualtiero Blunt nell'atto di muovere incontro al Westmoreland e ad altri.

Enrico: Squassati come noi siamo da ansia tormentosa, smunti pei molti affanni, troviamo tuttavia breve tempo onde dar tregua alla pace atterrita sì ch'ella anelando sosti a dirci, con rotta affannosa voce, di nuove zuffe cui s'avrà a dare inizio su lidi tanto da noi remoti. Non più le riarse cavità di questo nostro suolo intingeranno avide le labbra nel sangue de' propri figli; non più la guerra distruttrice solcherà questi campi per scavarne trincee, né calerà sui teneri fiori percotendoli e calpestandoli con i ferrati zoccoli degli ostili corsieri.
[William Shakespeare, Enrico IV, traduzione di Maria Antonietta Andreoni D'Ovidio, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Londra, il palazzo reale
Entrano Re Enrico, Giovanni di Lancaster, il conte di Westmoreland e altri nobili tra i quali sir Walter Blunt

Enrico – Scossi ancor come siamo e spalliditi dai recenti affanni, non concediamo tuttavia respiro a questa nostra spaurita pace e, con voce pur rotta dall'affanno, ritorniamo a parlar dell'altra guerra da portare su più lontani lidi. Più non sarà che l'assetata bocca di questa terra abbia lorde le labbra del sangue dei suoi figli; né che la guerra scanali i suoi campi con valli e con trincee; le sue campagne, i suoi teneri fiori più non saranno calpestati e uccisi da passi ostili di ferrati zoccoli.
[William Shakespeare, Enrico IV, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • È fino al sepolcro di Cristo che noi andremo a guidare un bellicoso esercito d'Inglesi... (Enrico: Atto I, Scena I, p. 156)
  • L'Inglese è nato per cacciar l'infedele dalle sante pianure, che toccarono quei piedi divini, che per nostra salute furono, son già quattordici secoli, confitti in croce. (Enrico; Atto I, Scena I, p. 155-156)
  • Non sarà mai detto ch'io mi sia dannato per l'amore d'alcun figlio di re cristiano. (Falstaff: Atto I, Scena II, p. 160)
  • Il sangue e il coraggio s'infiammano di più a risvegliar un leone, cha a dar la caccia a un timido daino. (Hotspur: Atto I, Scena III, p. 167)
  • L'idea di un gran fatto varca sempre i limiti della moderanza. (Northumberland: Atto I, Scena III, p. 167)
  • Quando la celia è tanto spinta, e massimamente a piedi, io la detesto. (Falstaff: Atto II, Scena II, p. 174)
  • Non v'è che frode in uno scellerato; ma un codardo è peggio cento volte di un bicchier di vino adulterato; uno scellerato codardo. (Falstaff: Atto II, Scena IV, p. 182)
  • Capisco i tuoi baci e tu i miei (Mortimer: atto III, scena I) traduttore? traduttore?
  • Signore, Signore, quanto siamo soggetti noi vecchi a questo vizio del mentire.
Dio, Dio, come noi uomini, da vecchi, siamo soggetti al vizio di mentire! (Falstaff: atto III, scena II, traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Signori, il tempo della vita è breve. | Ma quand'anche la vita, | cavalcando la sfera del quadrante, | giungesse al suo traguardo dopo un'ora, | anche quel breve corso | sarebbe esageratamente lungo, | se trascorso in un'esistenza vile. | Se vivremo, vivremo per calcare | i nostri piedi sui corpi di re; | se morremo, morire sarà bello | trascinando alla morte anche dei principi. | Assicurate le vostre coscienze: | l'armi son belle e giuste | se giusto è il fine per cui son brandite. (Hotspur: Atto V, scena II; Raponi)
  • C'è un'incapacità nell'uomo, innata, a separar l'età dall'avarizia, più che non a tenere separata la carne giovane dalla lussuria; ma l'una è castigata dalla gotta, l'altra dalla sifilide; ma i mali che sono già per lui codesti due mi dispensano dall'indirizzargli anche tutte le mie maledizioni... (Falstaff; Parte II, Atto I, Scena II; traduzione di Goffredo Raponi, p. 232)

Citazioni sull'opera[modifica]

  • Falstaff è il carattere più comico che abbia creato la fertile immaginazione di Shakespeare. Egli introdusse quel personaggio in tre de' suoi drammi, e lo presentò sotto aspetti sempre nuovi, senza mai esaurirne l'effetto. (Wilhelm August von Schlegel)
  • Falstaff è un tristo, ma il più gradito e più lepido uomo che sia mai vissuto. (Wilhelm August von Schlegel)
  • Il contrasto di due giovani eroi, il principe Enrico e Percy, detto Hotspur, sparge gran splendore sulle scene della prima parte dell'Enrico IV. Tutte le amabili e seducenti qualità son date, a dir il vero, al principe di Galles; egli mescola alle triste brigate, senza poterne mai far parte, e tutto ciò che è ignobile gli si appressa senza lederlo. Le sue più folli stravaganze non sembrano che celie del suo spirito attivo, ritenuto suo malgrado nell'ozio. (Wilhelm August von Schlegel)
  • Nella seconda parte dell'Enrico IV, Shakespeare impiega maggior arte a fine di supplire alla mancanza di materia, quanto ch'egli non vuole mai adornare arbitrariamente l'istoria più di quello che riecheggia la forma drammatica. (Wilhelm August von Schlegel)

Enrico VI[modifica]

Incipit[modifica]

Maria Antonietta Andreoni D'Ovidio[modifica]

L'Abbazia di Westminster. Corteo funebre.
Entra il feretro di re Enrico V con al seguito il duca di Bedford, reggente di Francia; il duca di Gloucester, protettore; il duca di Exeter; il conte di Warwick; il vescovo di Winchester; il duca di Somerset; araldi e altri.

Bedford: Siano parati a lutto i cieli ed il giorno ceda alla notte! Voi, comete, che presagite i mutamenti dei giorni e degli Stati, scotete in cielo le vostre trecce di splendente cristallo; fustigate con esse le maligne stelle ribelli che hanno permesso la morte di Enrico! Re Enrico quinto, troppo illustre per vivere a lungo! Mai l'Inghilterra aveva perduto un monarca di più grande valore.
Gloucester: Mai, prima di lui, l'Inghilterra ebbe un vero e proprio sovrano. Egli era valoroso e ben degno di comandare; brandita, la sua spada accecava gli uomini co' suoi lampi; le di lui braccia si estendevano più ampie che non le ali d'un drago; e gli occhi scintillanti, colmi di fuoco pieno d'ira, abbagliavano e respingevano i nemici con maggior forza che non quella del sole meridiano che battesse in tutto il suo ardore sui loro visi... Che più dovrei io dire? i [sic] di lui atti sono al di là di qualsiasi parola; egli mai non alzò la mano se non per conquistare.
Exeter: Noi lo piangiamo ora nerovestiti; perché mai non facciamo lutto, invece, nel sangue? Enrico è morto e più non rivivrà.
[William Shakespeare, Enrico VI, traduzione di Maria Antonietta Andreoni D'Ovidio, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

L'Abbazia di Westminster.
Marcia funebre – Entra il feretro di Re Enrico V ed è steso sul catafalco. Seguono la salma il DUCA DI BEDFORD, il DUCA DI GLOUCESTER, il DUCA DI EXETER, il CONTE DI WARWICK, il VESCOVO DI WINCHESTER
.
Bedford – Si ammantino di nero a lutto i cieli, ceda il giorno alla notte! Comete che annunciate sulla terra mutamenti dell'ère e degli Stati, le vostre lunghe trecce di cristallo brandite per il cielo a fustigare quelle cattive e ribellanti stelle ch'hanno assentito alla morte d'Enrico! Enrico Quinto Re, troppo famoso per vivere a lungo! Mai re più degno perdé l'Inghilterra!
Gloucester – Mai ebbe un re Inghilterra prima di lui; egli era valoroso, nato per il comando; la sua spada, quando dalle sue mani era brandita abbarbagliava tutti coi suoi lampi; le sue braccia s'aprivano più larghe dell'ali di un dragone; i suoi occhi nell'ira sfavillanti abbacinavano e respingevano i nemici con assai maggior forza della spera d'un sole meridiano ardente, che sbattesse loro in faccia. Che potrei dire ancora?... Le sue gesta superan le parole: mai la mano egli alzò, se non fu per conquistare.
Exeter – Noi lo piangiamo in nero: e perché non in gramaglie di sangue?[2] Enrico è morto e più non rivivrà.
[William Shakespeare, Enrico VI, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • La gloria è simile a un cerchio nell'acqua che va sempre allargandosi, sin quando per il suo stesso ingrandirsi si risolve nel nulla. (Giovanna: atto I, scena II, traduzione di Goffredo Raponi)
La gloria è simile a un cerchio nell'acqua che non smette mai di allargarsi, fino a che, a causa del suo stesso ingrandirsi, non si disperde in un nulla.
  • Non vi è corazza più forte di un cuore incontaminato! Tre volte armato è chi difende il giusto; e inerme, sebbene coperto di ferro, è colui la cui coscienza è corrotta dall'ingiustizia. (atto III, scena II)
  • Per prima cosa, ammazziamo tutti gli avvocati.
Intanto, come primissima cosa, ammazzeremo tutti gli avvocati. (Dick: parte II, atto IV, scena II, traduzione di Goffredo Raponi)
  • Ma dimmi: non hai mai sentito dire | che ciò che fu acquistato con la frode | è sempre destinato a triste fine? | E qual felicità recò a suo figlio | quel padre che per ammassar ricchezze | si guadagnò l'inferno? | L'eredità ch'io lascerò a mio figlio | sarà quella delle mie buone azioni; | ed io vorrei che queste, e solo queste, | avesse a me lasciato il padre mio. | Ché tutto il resto si può sol serbare | ad un tal prezzo d'angosciose cure, | mille volte più alto del piacere/che si possa provar nel possederlo. (terza parte, traduzione di Goffredo Raponi)
  • E dunque, poi che m'ha voluto il cielo | così brutto e deforme, sia l'inferno | a foggiarmi in sua proporzione l'anima. | Posso dire di non aver fratelli, | perché a nessun fratello rassomiglio; | e la parola "amore" | che i barbagrigia chiamano divina, | può albergare nelle creature umane | che s'assomigliano tutte tra loro, | ma non in me. Io son solo me stesso. (terza parte, traduzione di Goffredo Raponi)
  • Che amore può ispirare | un essere così? Mostruoso errore, | coltivar nella mente un tal pensiero! | Perciò poiché nient'altro questo mondo | può offrirmi, come unico piacere, | che dominare, reggere, angariare | chi è meglio dotato da natura, | io farò del sognare una corona | tutto il mio paradiso sulla terra, | e stimerò un inferno questo mondo | finché non brillerà sulla mia testa, | retta da questo mio tronco deforme, | l'oro di una corona. (terza parte, traduzione di Goffredo Raponi)

Il mercante di Venezia[modifica]

Incipit[modifica]

Carlo Rusconi[modifica]

Venezia. Una strada. (Entrano Antonio, Salarino, e Solanio)
Antonio: In verità, non so perché sono così triste. Mi duole e dite che ciò duole anche a voi; ma io in qual guisa sia pigliato questo affanno, come l'abbia trovato, in che consista, da che sia originato, non so ancora comprendere. Sono reso tanto malconcio mia imbelle tristezza che stento a riconoscermi.
Salarino: La vostr'anima egue le gitazioni dell'oceano; essa va dietro ai vostri bei vascelli che, colla loro superba alberatura, vogando sopra i flutti, sembrano i sovrani, o i primi cittadini del mare, e signoreggiano sulla flla dei minuti navigli, che offrono loro un umile omaggio passando sospinti dalle loro ali di lino.
[Carlo Rusconi, Orsa Maggiore editrice, 1990]

Paola Ojetti[modifica]

A Venezia, in strada.
Entrano Antonio, Salarino e Salanio.

Antonio: Non so davvero perché sono tanto triste. E questa tristezza mi stanca, e voi stessi dite d'esserne stanchi. Ma ho ancora da sapere dove l'ho presa, dove me la son trovata, come me la son guadagnata, di che diavolo è fatta, da dove è spuntata. Ed essa mi stordisce così che stento a riconoscere me stesso.
Salarino: La vostra mente è agitata perché segue sul mare le vostre navi dalle immense vele, le vostre navi che come signori e ricchi borghesi dei flutti in sfarzoso corteo guardano dall'alto i vascelletti dei piccoli trafficanti che fanno continue riverenze sotto il volo di quelle grandi ali.
[William Shakespeare, Il mercante di Venezia, traduzione di di Paola Ojetti, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Venezia, una calle.
Entrano ANTONIO, SALERIO e SOLANIO

Antonio – La ragione per cui son così triste, in verità, non so nemmeno dirla; mi sento come oppresso internamente, ed anche voi mi dite che lo siete; ma da dove mi venga quest'umore, dov'io l'abbia trovato, come ci sia caduto, di che è fatto, da che nasce, lo devo ancora apprendere; m'intorpidisce a tal punto lo spirito che stento a riconoscere me stesso.
Salerio – È che tu col pensiero navighi avanti e indietro per l'oceano, là dove le tue belle ragusine[3] con le loro imponenti velature a somiglianza di grandi signori e impettiti borghesi sopra i flutti, o di carri d'un gran corteo marino,[4] riguardano dall'alto con sufficienza i più modesti barchi che fanno loro riverente ossequio nel vederle sfilare velocissime sull'ali delle ben tessute vele.
[William Shakespeare, Il mercante di Venezia, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • Il diavolo non si fa scrupolo, pei suoi disegni, di citar le Scritture. (Antonio: atto I, scena III; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
Il diavolo sa ben citare la Sacra Scrittura per i suoi scopi.
  • Io considero il mondo per quello che è: un palcoscenico dove ognuno deve recitare la sua parte. (Antonio: atto I, scena I)
  • Se fare fosse facile quanto sapere ciò che va fatto, le cappelle sarebbero chiese e le catapecchie dei poveri palazzi principeschi. (Porzia: atto I, scena II)
  • Ma amore è cieco, e gli amanti non vedono le amabili follie cui s'abbandonano. (Gessica: atto II, scena V; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
Ma l'amore è cieco e gli amanti non possono vedere le graziose follie ch'essi commettono.
  • Non ha occhi un ebreo? Non ha mani, organi, statura, sensi, affetti, passioni? Non si nutre anche lui di cibo? Non sente anche lui le ferite? Non è soggetto anche lui ai malanni e sanato dalle medicine, scaldato e gelato anche lui dall'estate e dall'inverno come un cristiano? Se ci pungete non diamo sangue, noi? Se ci fate il solletico, non ridiamo? Se ci avvelenate non moriamo? (Shylock: atto III, scena I)
  • Oh, fortunati strazi quando chi mi tortura mi insegna le risposte per liberarmi! (Bassanio: atto III, scena II; traduzione di Carlo Rusconi, p. 92)
  • Aspetta un momento, c'è qualcos'altro. Questo contratto non ti accorda neanche una goccia di sangue. Le precise parole sono: "Una libbra di carne". Prendi dunque la tua penale, prendi la tua libbra di carne, ma se, nel tagliarla, versi una goccia di sangue cristiano, le tue terre e i tuoi averi sono, per le leggi di Venezia, confiscati dallo Stato di Venezia. (Porzia: atto IV, scena I)
  • Il carattere della compassione è di non essere costretta; essa scende come una dolce pioggia dal cielo ed è due volte benedetta; benedice colui che la concede e quegli su cui si spande; è la più gran potenza dei maggiori potenti e si addice al monarca regnante meglio della sua corona. (Porzia: atto IV, scena I; traduzione di Carlo Rusconi, p. 102)
  • Nulla v'è di così insensibile, brutale o scatenato dalla rabbia che la musica, finché se ne prolunghi l'eco, non trasformi nella sua stessa natura. Colui che non può contare su alcuna musica dentro di sé, e non si lascia intenerire dall'armonia concorde di suoni dolcemente modulati, è pronto al tradimento, agli inganni e alla rapina: i moti dell'animo suo sono oscuri come la notte, e i suoi affetti tenebrosi come l'Erebo. Nessuno fidi mai in un uomo simile. (Lorenzo: atto V, scena I)
  • Possiamo chiudere con il passato, ma il passato non chiude con noi.
  • Come arrivano lontano i raggi di quella piccola candela: così splende una buona azione in un mondo malvagio. (Porzia: atto V, scena I)
Come sparge lontano il suo chiarore quel picciol lume! Non diversamente risplende in mezzo ad un malvagio mondo un atto di bontà. (Porzia: atto V, scena I; traduzione di Goffredo Raponi)

Il re Giovanni[modifica]

Incipit[modifica]

I traduzione[modifica]

Northampton. – La sala de Consiglio nel palazzo regio
Giovanni: Ora, signor di Chatillon, parlate: che chiede da noi la Francia?
Chatillon: Quel sire vi saluta, e dice per bocca mia alla Maestà, alla simulata Maestà d'Inghilterra...
Elinora: Strano principio... Maestà simulata!
Giovanni: Silenzio, buona madre; ascoltiam l'ambasciatore.
Chatillon: Filippo di Francia, disposando la causa e i giusti diritti del figlio di Gefredo, tuo fratello estinto, Arturo Plantageneto, reclama in nome della legge questa bella isola e il suo territorio, l'Irlanda, il Poitiers, l'Anjou, la Touraine e il Maine, e vuole che tu deponga la spada con cui t'afforzi in un ingiusto potere, e la rimetta fra le mani del giovane Arturo, tuo nipote, e tuo vero e legittimo sovrano.

Tommaso Pisanti[modifica]

La sala del trono nel palazzo di Re Giovanni.
Entrano Re Giovanni, la regina Eleonora, Pembroke, Essex, Salisbury e altri del seguito; e, con essi, Chatillon, ambasciatore del re di Francia.

Re Giovanni: Ora ditemi, Chatillon, che vuole da noi questo Francia?
Chatillon: Il re di Francia invia il suo saluto e così parla, per voce mia, alla maestà – una maestà raccattata – del re d'Inghilterra.
Eleonora: Uno strano esordio: «maestà raccattata»!
Re Giovanni: Non parlate, madre; ascoltiamo l'ambasceria.
Chatillon: Filippo re di Francia, in nome, leale e giusto, di Arturo Plantageneto, figlio del tuo defunto fratello Goffredo, reclama con piena legittimità questa bella isola e le sue dipendenze, Irlanda, Poitou, Angiò, Turenna e Maine, invitandoti a deporre la spada con la quale le governi avendoli tu usurpati, questi vari possessi, e a restituirla nelle mani del giovane Arturo, tuo nipote e loro legittimo sovrano.
[William Shakespeare, Re Giovanni, traduzione di Tommaso Pisanti, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Southampton, sala nel palazzo di Re Giovanni
Entrano RE GIOVANNI, la REGINA ELEONORA, PEMBROKE, ESSEX, SALISBURY e CHATILLON

Re Giovanni – Allora, Chatillon, dite, che vuole Francia[5] da noi?
Chatillon – Così il re di Francia, dopo avervi mandato il suo saluto, parla per il mio mezzo alla maestà – maestà d'accatto – del re d'Inghilterra.
Eleonora – "Maestà d'accatto"... Stravagante esordio!
Giovanni – Silenzio, madre, udiamo l'imbasciata.
Chatillon – Filippo re di Francia, nel legittimo nome e nel diritto del figlio del fratello tuo Goffredo,[6] defunto, Arturo dei Plantageneti, accampa la giustissima pretesa al possesso di quest'isola bella e dei dominii d'Irlanda, Poitou, Angiò, Turenna e Maine;[7] e t'invita a deporre quella spada che quelle terre tiene in suo dominio da usurpatrice, e rassegnarla in pace nelle mani del tuo nipote Arturo, loro legittimo signore e re.
[William Shakespeare, Re Giovanni, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • Buon amico, non hai ancora ragione di dirlo, ma l'avrai, e, per quanto il tempo scorra lentamente, verrà il momento che ti farò del bene. Avrei una cosa da dirti, ma lasciamo andare: v'è il sole in cielo e il giorno nel suo splendore, accompagnato dal piaceri del mondo, è troppo gioioso e pieno di spassi per darmi ascolto: se la campana di mezzanotte con lingua di ferro e bocca di bronzo sonasse all'orecchio intorpidito della tenebra notturna, se questo luogo dove siamo fosse un cimitero e ti fossero stati fatti mille torti, o se il triste spirito della malinconia avesse ridotto e reso spesso il tuo sangue, che altrimenti corre frizzando su e giù per le vene, e insedia quello sciocco che è il riso negli occhi degli uomini e ne gonfia le guance in vana allegria, passione che cozza coi miei propositi, o se tu potessi vedermi senza occhi, udirmi senza orecchi e rispondermi senza la lingua, usando la mente soltanto, senza occhi, orecchi e nocivo suon di parole; ebbene, allora a dispetto del giorno che vigila con gli occhi spalancati, ti riverserei i miei pensieri nel petto. Ma ah! Non lo farò! Eppure ti amo assai, e in verità credo che tu pure ami me. (Giovanni: atto III, scena III)
  • Ah! Quante volte ci eccita al delitto la sola vista dei mezzi di compierlo! (atto IV, scena II, p. 51)
  • Chiunque permette alla propria lingua di dire un mendaccio, non dice il vero, e chiunque non dice il vero, mente. (Uberto: atto IV, scena II, p. 55)
  • Il cittadino crucciato fa alleanza col nemico... (atto IV, scena II, p. 56)
  • Oh, sintomi vani e incannatori! I mali, allorché divengono estremi, non sono più sentiti: la morte, dopo aver manomesso il di fuori, lo abbandona, e fatta invisibile investe l'anima e l'assedia e l'opprime con legioni di fantasime e di larve, che affollandosi si conseguono confuse e senza interruzione. (atto V, scena VII, p. 68)

Citazioni sull'opera[modifica]

  • Il re Giovanni è il prologo, come l' Enrico VIII è l'epilogo degli otto drammi nazionali che succedendonsi l'uno all'altro, e formano, per così dire, la grande epopea della nazione britannica. Nel re Giovanni si cominciano a trattare tutti i soggetti politici e patrii che si svolgono poi così ampiamente; e vi si veggono guerre e negoziati colla Francia, una usurpazione e la tirannide che necessariamente ne deriva, l'influenza del clero e i litigi dei Grandi. È probabile che Shakespeare componesse questo dramma e l' Enrico VIII dopo tutti gli altri, ed abbia ciò fatto per meglio rannodarli insieme. (Wilhelm August von Schlegel)
  • Gli avvenimenti politici militari sono presentati nel re Giovanni con tanta maggior pompa, quanta minore è la grandezza che in essi si riscontra. La doppiezza e l'avidità de' principi sono espresse in istile diplomatico, Il bastardo Faulconbridge è il vero interprete di questo genere di linguaggio. (Wilhelm August von Schlegel)
  • La tenera vittima di una sfrenata ambizione, l'amabile Arturo, eccita profondissimo interesse. La pietà ch'egli inspira diverrebbe anzi troppo tormentosa nella scena ove Uberto si prepara a privarlo della vista con un ferro rovente, se l'incanto delle parole di quel garzone che commuove fino Uberto non si diffondesse sopra gli affetti che vengono in noi destati. (Wilhelm August von Schlegel)

La bisbetica domata[modifica]

Incipit[modifica]

Francesco Franconeri[modifica]

In una pianura, davanti a un'osteria.
Si apre una porta ed entra Sly, barcollando, inseguito dall'ostessa.

Sly: Vi concerò io come si deve, vedrete!
Ostessa: Un paio di bastonate! Malandrino!
Sly: Siete voi una baldracca, ché gli Sly malandrini non lo sono... Date un'occhiata alle cronache: siamo venuti con Riccardo il Conquistatore, noialtri... E perciò paucas pallabris, che il mondo vada come vuole: e piantiamola!
[William Shakespeare, La bisbetica domata, traduzione di Francesco Franconeri, Newton Compton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Davanti a un'osteria, nei dintorni di Padova.
Entra, barcollando ubriaco, LENZA, e dietro l'OSTESSA

Lenza – Vi metto a posto, io, parola mia!
Ostessa – Un paio di manette è quello che ci vuole a te, straccione!
Lenza – A me straccione? Sei tu una baldracca! Straccioni i Lenza?... Stùdiati la storia: siamo venuti qui con re Riccardo, sì, Riccardo il Conquistatore, ohé![8] Perciò paucas palabras,[9] lascia che il mondo giri e non seccarmi.[10]
[William Shakespeare, La bisbetica addomesticata, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • Per il grande desiderio che avevo di vedere | la bella Padova, culla delle arti sono arrivato... | ed a Padova sono venuto, come chi lascia | uno stagno per tuffarsi nel mare, ed | a sazietà cerca di placare la sua sete.
For the great desire I had to see | fair Padua, nursery of arts, I am arrived... | and am to Padua come, as he that leaves | a shallow plash to plunge in the deep, and | with satiety seeks to quench his thirst. (Lucenzio, atto 1, Scena 1)
  • C'è poco da scegliere frammezzo alle mele marce. (Hortensio: atto I, scena I, 1963)

La Tempesta[modifica]

Incipit[modifica]

Diego Angeli[modifica]

A bordo di una nave, sul mare. Una bufera con tuoni e fulmini.
Entrano il PADRONE della nave e il QUARTIERMASTRO
.
Il padrone. Mastro...
Il Quartiermastro. Eccomi, Padrone: che c'è?
Il padrone. Bene. Parla ai marinari e manovrate alla spiccia: altrimenti andiamo tutti a fondo. Presto! presto!
[William Shakespeare, La Tempesta, traduzione di Diego Angeli, Milano, F.lli Treves, 1911]

Eduardo De Filippo[modifica]

Capitano — Nostromo!
Nostromo — A lli cummanne vuoste, Capitanio! Mal'aria e bà!
Capitano — Tiempo 'a perdere non ce n'è. Sotto è una massa de scuoglie. Come s'è miso lu mare, o ncagliate rumanimmo o da nu mumento all'auto se spacca la rota de poppa.
[William Shakespeare, La tempesta, traduzione di Eduardo De Filippo, citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Francesco Franconeri[modifica]

In mare, su una nave. Rumore di tuoni; fulmini.
Entrano il Capitano e il Nostromo.

Capitano: Nostromo!
Nostromo: Son qui, capitano. Che c'è?
Capitano: Ah, bene. Da' gli ordini ai marinai: e fa' svelto, ché altrimenti andiamo ad incagliarci: svelto, svelto!
[William Shakespeare, La tempesta, traduzione di Francesco Franconeri, Newton, 1990]

Michele Leoni[modifica]

Nave in mare procelloso
Il Capitano e il Contromastro, amendue su la tolda

Il Capitano Contromastro!
Il Contromastro Signor! Qual via ne resta?
Il Capitano Qual? raddoppiar lo zelo e la fatica; O il legno più non si contien dagli urti. A'marinaj ragionar vuolsi aperto.[11]
[William Shakespeare, La Tempesta, traduzione di Michele Leoni, Pisa, presso Niccolo Capurro, 1815]

Andrea Maffei[modifica]

Una nave in mare. Fragor di tempesta con lampi e tuoni.
CAPITANO e il NOSTROMO

Capitano. Nostromo!
Nostromo. Eccomi qui. Che ve ne pare,
Capitan?
Capitano. Bene. I marinai rincora;
Sollecita, ti sbraccia, o nelle secche
Colla nave daremo. Animo, via,
Moviti!

[William Shakespeare, La tempesta, traduzione di Andrea Maffei, Successori Le Monnier, Firenze, 1869]

Goffredo Raponi[modifica]

A bordo di un vascello in mare. Tempesta, tuoni e fulmini
Entrano il CAPITANO e il CAPO NOCCHIERO

Capitano – Capo nocchiero!
Capo Nocchiero – Son qui, capitano. Che c'è?
Capitano – Coraggio, dà voce alla ciurma: che si diano daffare, forza, forza! O qui coliamo a picco[12]... Avanti! Presto!
[William Shakespeare, La Tempesta, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • La mia [biblioteca] era per me un ducato grande abbastanza. (Prospero: atto I, scena II)
  • La sventura ti può dare le compagnie di letto più impensate! (Trinculo: atto II, scena II)
La disgrazia ci fa conoscere strani compagni di letto.
  • L'uomo morendo salda tutti i debiti. (Stefano, atto III, scena II; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Siamo fatti anche noi della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d'un sogno è racchiusa la nostra breve vita. (Prospero: atto IV, scena I)

Citazioni sull'opera[modifica]

  • È più facile avere una mentalità difensiva, «da bunker», stando nell'occhio del ciclone piuttosto che ritirandosi su un'isola, da cui si può ritornare dicendo, come Miranda nella «Tempesta», «o magnifico nuovo mondo che contiene simili abitanti». (Richard Newbury)

Macbeth[modifica]

Incipit[modifica]

Giulio Carcano[modifica]

Un luogo aperto.
(Tuoni e lampi.)
Entrano le TRE STREGHE.

1a Strega. Fra la piova, fra i lampi, fra il tuon,
Quando ancor rivedremci noi tre?
2a Strega. Quando cessi dell'armi il frastuon,
Quando appaja chi vinse o perdé.
3a Strega. Dunque, innanzi al tramonto.
1a Strega. In qual loco?
2a Strega. Sulla landa. —
3a Strega. E Macbetto verrà.
1a Strega. Son con te, Grimalchino.[13]
Tutte e Tre. Paddóco
Ne domanda. — Vediamo, siam qua.
Orrendo è il bello: bello è l'orror!
Via, tra l'immonda nebbia e il vapor!

[William Shakespeare, Macbetto, traduzione di Giulio Carcano, in "Teatro scelto di Shakespeare", Felice Le Monnier, Firenze, 1858]

Ugo Dèttore[modifica]

Un luogo aperto. Tuoni e lampi.
Entrano tre streghe.

I strega: Quando incontrarci potrem, sorelle | Noi tre, fra tuoni, lampi e procelle?
II strega: Quando sia spenta la furia avversa, | Quando la pugna sia vinta e persa.
III strega: Prima che il sole sia all'orizzonte.
I strega: Dove?
II strega: Sul piano.
III strega: Via! Tutte e tre | Incontro a Macbeth.
I strega: Vengo con te, | Graymalkin.
II strega: Paddock chiama.
III strega: Siam pronte!
Tutte e tre: Il bello è brutto e il brutto è bello: | Fra nebbie e fumo corri a rovello.
[William Shakespeare, Macbeth, traduzione di Ugo Dèttore, Newton, 1990]

Andrea Maffei[modifica]

Una landa.
Tuoni e lampi.
Tre STREGHE.

Prima strega. Quando verremo noi tre di nuovo
Ad un ritrovo?
Nel tuon? nel lampo?
O nella pioggia?
Seconda strega. Quando si taccia
L'urlo del campo;
Quando ne faccia
Noto il conflitto
Chi sia vincente, chi sia sconfitto.
Terza strega. Pria della sera
Dunque.
Prima strega. La posta?
Seconda strega. Quella pianura.
Terza strega. Vi dee Macbetto condur la schiera.
Seconda strega. Noi gli diremo la sua ventura.
Prima strega. Ma la maestra garrirne potria
Se noi co' detti d'un falso destino
Tronchiamo al prode la nobile via
Per invaghirlo del torto cammino.
Terza strega. Potrà seguirlo, potrà lasciarlo,
Chè forza alcuna non gliel disdice;
Ma detestarlo
Colui deggiamo, perché felice.
Seconda strega. Se a frenar gli appetiti non vale,
Provi l'uomo la possa infernale.
Terza strega. Noi gittiamo il mal seme nel core;
Ma dell'opra l'uom sempre è signore.
Seconda strega. L'uomo è di proba, gentil natura,
Né merta, io penso, prova sì dura.
Seconda e Terza strega. Tutti i demonj lieti non sono
Se cade il giusto, se inciampa il buono?
(Tuoni e lampi.)
Prima strega. Gli spirti intendo.
Seconda strega. Grida il Maestro!
Tutte e tre le streghe. Padòc ne appella!
Vegnam! vegnamo! Sole e procella
L'un l'altro a muta. Bello è l'Orrendo,
Orrendo il Bello. La nostra via
Siano i vapori, la nebbia sia.

[William Shakespeare, Macbeth, traduzione di Andrea Maffei, Felice Le Monnier, Firenze, 1863]

Goffredo Raponi[modifica]

Luogo aperto. Tuoni e lampi.
Entrano tre STREGHE
.
1ª strega -Quando noi tre ci rivedremo ancora? | Con tuono, lampo o pioggia? Quando, allora?
2ª strega -Quando sarà finito il parapiglia, | e sarà vinta o persa la battaglia.
3ª strega -Sarà al calar del sole, questa sera.
1ª strega -E il luogo?
2ª strega – Alla brughiera.
3ª strega -Laggiù dobbiamo andare | Macbeth ad incontrare.
1ª strega -Vengo, Gattaccio.[14]
2ª strega – Ci chiama Ranocchio.[15]
3ª strega -Veniamo subito, in un batter d'occhio!
Tutte e tre – "Per noi il bello è brutto, il brutto è bello" | fra la nebbia planiamo e l'aer fello.
[William Shakespeare, Macbeth, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • Il bello è brutto, il brutto è bello. (le streghe: atto I, scena I)
Fair is foul, and foul is fair.
  • Lo spietato Macdonwald | (che sembra fatto per esser ribelle | perché son tante le scelleratezze | che natura gli fa sciamare addosso) | aveva ricevuto dei rinforzi | di kerni e galloglassi provenienti | dall'isole a occidente, | e talmente arrideva la Fortuna | alla dannata sua contestazione, | che sembrava la ganza d'un ribelle. | Ma non gli è valso nulla; ché Macbeth, | il prode – e di tal titolo è ben degno – | a spregio della sorte, spada in pugno, | di cruenti massacri ancor fumante, | quasi fosse il pupillo della Gloria, | s'apre un varco nel mezzo della mischia | fino a trovarsi quel ribaldo a fronte; | né gli porse saluto né congedo | finché non l'ebbe tutto dilaccato | dall'ombelico in giù fino alle chiappe, | infiggendone poi la testa mozza | sui nostri spalti, alla vista di tutti.[1] (Ufficiale: atto I, scena II; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Una bella giornata così brutta non l'avevo mai vista. (Macbeth: atto I, scena III)
So foul and fair a day I haven't seen.
  • L'orrore del reale | è nulla contro l'idea dell'orrore. | I miei pensieri, solo virtuali omicidi, | scuotono la mia natura di uomo; | funzione e immaginazione si mescolano; | e nulla è, se non ciò che non è.
Present fears | Are less than horrible imaginings. | My thought, whose murder yet is but fantastical, | Shakes so my single state of man | that function is smother'd in surmise, | and nothing is but what is not. (Macbeth: atto I, scena III)
  • Prendi l'aspetto del fiore innocente, ma sii il serpente sotto di esso. (Lady Macbeth: atto I, scena V)
Look like the innocent flower but be the serpent under it.
  • Il più vicino per sangue, il più pronto a spargere sangue. (Donalbano: atto II, scena III)
  • Nulla si è ottenuto, tutto è sprecato, quando il nostro desiderio è appagato senza gioia. Meglio essere ciò che distruggiamo, che inseguire con la distruzione una dubbiosa gioia. (Lady Macbeth: atto III, scena II)
  • Ciò che l'uomo osa, io oso.[1] (atto III, scena IV)
  • Oh Cielo misericordioso: uomo, non calcarti il cappello sulle sopracciglia: dai parole al dolore; il dolore che non parla, sussurra al cuore sovraccarico e gli ordina di spezzarsi. (Malcolm: atto IV, scena III)
  • Gli angeli sono sempre rilucenti anche se il più rilucente fra loro è caduto. (Malcolm: atto IV, scena III; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
Gli angeli ancora risplendono, anche se è caduto quello più splendente.
  • Scompari, macchia maledetta! Scompari, dico!...Uno, due. Ebbene, è venuto il momento di agire... l'inferno è buio... vergogna, mio signore, vergogna! Come? Sei un soldato e hai paura?... Che bisogno c'è di preoccuparsi se qualcuno lo venga a sapere, dal momento che nessuno può chiamarci a renderne conto? Eppure, chi avrebbe mai pensato che il vecchio avesse tanto sangue? (Lady Macbeth: atto V, scena I)
  • Mi batterò, finché dalle mie ossa non si stacchi la carne a brandelli. A me l'armatura. (Macbeth: atto V, scena III)
  • Sarebbe dovuta morire prima o poi. | Ci sarebbe dovuto essere un tempo per (usare) questa parola | domani, domani, domani, | si insinua a piccoli passi giorno per giorno | fino all'ultima sillaba del tempo prescritto; | e tutti i nostri ieri hanno rischiarato a stupidi | la strada a una morte polverosa. Consumati, consumati, corta candela! | La vita è un'ombra che cammina, un povero attore | che si agita e pavoneggia la sua ora sul palco | e poi non se ne sa più niente. È un racconto | narrato da un idiota, pieno di suoni e furore, | significante niente. (Macbeth: atto V, scena V, vv. 17-27)
She should have died hereafter. | There would have been a time for such a word– | Tomorrow, and tomorrow, and tomorrow,[16] | Creeps in this petty pace from day to day | To the last syllable of recorded time; | And all our yesterdays have lighted fools | The way to dusty death. Out, out, brief candle! | Life's but a walking shadow, a poor player | That struts and frets his hour upon the stage | And then is heard no more. It is a tale | Told by an idiot, full of sound and fury, | Signifying nothing.
  • Vivi per essere la meraviglia e l'ammirazione del tuo tempo. (Macduff: atto V, scena VIII)
  • Venite spiriti che presiedete i pensieri di morte.
    Cancellate il mio sesso.
    Stivatemi di crudeltà dalla corona ai piedi.
    Ispessite il mio sangue.
    Sbarrate ogni accesso al rimorso,
    che nessuna ipocrita istanza di umanità scuota il mio disegno mortale o ne' disturbi l'effetto.

Citazioni sull'opera[modifica]

  • Il male: ma se questo male fosse del tutto e apertamente male, turpe, ripugnante, la tragedia sarebbe finita prima che cominciata. Esso si chiamava, invece, per Macbeth, greatness, la grandezza: la grandezza che le fatali sorelle gli hanno profetata, che il corso destinato degli eventi comincia pronto a largirgli, additandogli prossimo e certo tutto il resto, sol ch'egli non stia ad attendere inerte, ma si muova, stenda la mano e lo afferri. (Benedetto Croce)
  • Nel Macbeth, il bene appare solo nella vendetta che il bene compie, nel rimorso, nella punizione. Nessuna figura ne impersona la presenza. (Benedetto Croce)

Misura per misura[modifica]

Incipit[modifica]

Mario Praz[modifica]

Vienna. Un appartamento nel palazzo del Duca.
Entrano il Duca, Escalo, consiglieri e seguito.

Duca: Escalo.
Escalo: Mio signore?
Duca: Esporvi la natura del governo, sembrerebbe da parte mia un'ostentazione di parole e di frasi, dal momento che sono in grado di sapere che la vostra scienza oltrepassa in ciò quanto la mia forza può giungere a consigliarvi; sicché altro non manca che questa alla vostra idoneità, come il vostro credito è confacente, e lasciarle collaborare. L'indole del nostro popolo, le istituzioni della nostra città e la procedura dei giudizi, voi ne siete così perito quant'altri mai che a nostra memoria fosse arricchito dall'arte e dalla pratica. Eccovi il nostro incarico, da cui non vorremmo che voi vi discostaste. Olà, fate venire dinanzi a noi Angelo. (Esce uno del seguito.) Come pensate che farà la parte nostra? Poiché dovete sapere che di tutto cuore l'abbiamo eletto a sostituirci in nostra assenza, gli abbiamo prestato il nostro terrore, l'abbiam rivestito dell'amor nostro, e conferito al suo ufficio di deputato tutti gli organi del nostro potere: che ve ne pare?
[William Shakespeare, Misura per misura, traduzione di Mario Praz, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Il palazzo del Duca
Entrano il DUCA, ESCALO, nobili e seguito

Duca – Escalo!
Escalo – Mio signore?
Duca – Starvi ora a svelar le buone regole del governo, potrebbe anche sembrare, pretesa inutile, da parte mia, di sfoggiare discorsi ed argomenti, dal momento che so per esperienza come le tue conoscenze in materia vadan bene al di là d'ogni consiglio io mi possa sforzare d'impartirvi; perciò non mi rimane che far credito alla provata vostra competenza[17] – e i vostri meriti ve ne dan titolo – e farla oprare a pieno suo talento. Della natura della nostra gente, delle nostre civili istituzioni, delle nostre normali procedure nel dire e amministrare la giustizia, voi conoscete, in teoria e in pratica, quanto chiunque altro, a nostra mente, n'abbia tratto ricchezza di pensiero. Questo è il vostro mandato: dai cui termini, quali qui indicati, non vorremmo che aveste a discostarvi. (Gli consegna il mandato) Fate venire innanzi a noi Angelo. (Esce uno del seguito) Che immagine pensate di noi sarà capace di dare egli al popolo? Perché dovete sapere che è lui che di buon animo abbiam designato alle funzioni di nostro vicario per il tempo che resteremo assenti; a lui abbiamo deferito, all'uopo, ammantato di tutto il nostro affetto, il potere d'amministrar giustizia e di far eseguire normalmente le leggi dello Stato, trasferendo a codesta sua reggenza tutti i nostri poteri. Che ne dite?
[William Shakespeare, Misura per misura, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • Ah, è cosa eccellente possedere la forza d'un gigante, ma usarla da gigante, è tirannia! (Isabella: atto II, scena II; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Ma l'uomo, l'uomo orgoglioso, ammantato d'una breve autorità, sommamente ignorante di ciò di cui si crede più sicuro, nella sua essenza fragile, come uno scimmione collerico, compie tali trucchi fantastici, al cospetto dell'alto cielo, che gli angeli piangono. (Isabella: atto II, scena II)
E l'uomo, invece, nella sua alterigia, sebben vestito d'un potere effimero, e tanto più ignorante della cosa di cui dev'essere tanto più certo, ossia la vitrea sua fragilità, si dà, al cospetto dell'eccelso cielo, a somiglianza di rabbiosa scimmia, in lazzi sì grotteschi e stravaganti, da far venire le lacrime agli angeli, che, se fosser provvisti della milza, si muterebbero tutti in mortali, per via che scoppierebbero dal ridere. (Isabella: atto II, scena II, traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Perché la verità è la verità, sempre la stessa, fino all'infinito. (Isabella: atto V, scena I; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)

Molto rumore per nulla[modifica]

Incipit[modifica]

Maura Del Serra[modifica]

Davanti alla casa di Leonato.
Entrano Leonato, governatore di Messina, Ero sua figlia e Beatrice sua nipote, con un messaggero.

Leonato: Questa lettera m'informa che Don Pedro d'Aragona arriva a Messina stasera.
Messaggero: E poco lontano, l'ho lasciato a meno di tre leghe da qui.
Leonato: Quanti gentiluomini avete perduto in questa azione?
Messaggero: Di grado pochi, e di nome nessuno.
[William Shakespeare, Molto rumore per nulla, traduzione di Maura Del Serra, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Messina, davanti alla casa di Leonato.
Entrano LEONATO, ERO e BEATRICE; viene loro incontro un MESSAGGERO che consegna un plico a Leonato
.
Leonato – (Leggendo) Questo messaggio annuncia che Don Pedro sarà a Messina questa sera stessa.
Messaggero – Non dovrebb'essere molto distante: era a tre leghe quando l'ho lasciato.
Leonato – Quali perdite d'uomini di rango avete sopportato, in quest'azione?
Messaggero – Poche in complesso, direi, e nessuna di uomini di massimo rilievo.
[William Shakespeare, Tanto trambusto per nulla, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • C'era una stella che danzava e sotto quella sono nata. (Beatrice: atto II, scena I)
  • Chi ha la barba è più che un giovane, e chi non ha barba è meno che un uomo. (Beatrice: atto II, scena I)
  • Il silenzio è l'araldo più perfetto della gioia: sarei ben poco felice se fossi capace di dire quanto. (Claudio: atto II, scena I)
  • Eh, sì, tutti son buoni a farsi forti al dolore degli altri, eccetto chi lo deve sopportare. (Benedetto: atto III, scena II; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
Be', chiunque può sopportare un dolore tranne chi ce l'ha.
  • Non c'è mai stato un filosofo che potesse sopportare pazientemente il mal di denti. (Leonato, atto V, scena I) [18]
  • Mia invece, mia ti ho amata, mia lodata, perché eri mia ero fiero, tanto mia che io stesso d'esser mio avevo cessato, tanto l'amavo (atto 4 scena 1)

Otello[modifica]

Incipit[modifica]

Emilio Cecchi e Suso Cecchi d'Amico[modifica]

Una strada di Venezia.
Entrano Roderigo e Iago.

Roderigo: Non dirmi altro! Proprio tu, Iago, che ti sei servito del mio denaro come di roba tua, eri al corrente di tutto e me l'hai taciuto.
Iago: Sangue di Dio. Non volete ascoltarmi. Se mi sono mai sognato una cosa simile, avreste ragione di detestarmi.
Roderigo: Mi avevi anche detto che l'odiavi.
[William Shakespeare, Otello, il Moro di Venezia, traduzione di Emilio Cecchi e Suso Cecchi d'Amico, Newton, 1990]

Michele Leoni[modifica]

JAGO, RODRIGO.

Rodrigo. Cessa: ti affanni invan. Chiaro è l'inganno:
Più asconderlo non puoi. — Tu dunque, o Jago,
Conscio di tutto...
Jago. No: se mai di questo
Il più leggier sospetto ebb'io, mi abborri.
Rodrigo. D'aver già da gran tempo Otello in ira
Mi dichiaravi pur.

[G. Shakespeare, Otello o Il moro di Venezia, traduzione di Michele Leoni, Tipografia Chirio e Mina, Torino, 1823]

Andrea Maffei[modifica]

Una via di Venezia.
RODRIGO, JAGO.

Rodrigo. Non cantarmene più: m'offende, Jago,
Che di ciò consapevole tu fossi,
Tu che suoli allentar le cordicelle
Della mia borsa a senno tuo.
Jago. Ma retta
Darmi non vuoi... Se pure io v'ho sognato,
Possa tu detestarmi!
Rodrigo. E poi dicevi
Ch'egli t'era odïoso!

[Guglielmo Shakespeare, Otello, traduzione di Andrea Maffei, Successori Le Monnier, Firenze, 1869]

Goffredo Raponi[modifica]

Venezia, una strada. Notte.
Entrano JAGO e RODERIGO

Roderigo – Non dirmelo. L'ho assai per male, Jago, che tu, ch'hai sempre avuto la mia borsa a tua disposizione, come tua,[19] sapevi questo, e me l'hai sottaciuto.
Jago – Sangue di Cristo,[20] ascoltami, ti prego, Roderigo: se avessi sol sognato che avesse mai a succedere tanto, avresti pur ragione di schifarmi.
Roderigo – M'hai detto sempre che l'avevi in odio.
[William Shakespeare, Otello, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • E crepi la tua idea di volerti annegare! È davvero fuori luogo! Se mai, fatti impiccare per aver avuto il tuo piacere; altro che annegarti per non averlo goduto! (Iago a Roderigo: atto I, scena III)
  • Il Moro è franco e leale e giudica onesti tutti gli uomini, anche quelli che solo all'apparenza sono tali. (Iago: atto I, scena III)
  • Quando non c'è più rimedio è inutile addolorarsi, perché si vede ormai il peggio che prima era attaccato alla speranza. Piangere sopra un male passato è il mezzo più sicuro per attirarsi nuovi mali. Quando la fortuna toglie ciò che non può essere conservato, bisogna avere pazienza: essa muta in burla la sua offesa. Il derubato che sorride, ruba qualcosa al ladro, ma chi piange per un dolore vano, ruba qualcosa a se stesso. (Il Doge di Venezia: atto I, scena III)[21]
  • Gli uomini dovrebbero essere quello che sembrano. (Otello: atto III, scena III)
  • Oh, guardatevi dalla gelosia, mio signore. È un mostro dagli occhi verdi che dileggia il cibo di cui si nutre. Beato vive quel cornuto il quale, conscio della sua sorte, non ama la donna che lo tradisce: ma oh, come conta i minuti della sua dannazione chi ama e sospetta; sospetta e si strugge d'amore!(Iago ad Otello, atto III, scena III, traduzione italiana di Cesare Vico Lodovici).
  • Emilia: Oh, ma chi ha potuto farvi questo?
    Desdemona: Nessuno... Io... da sola... Emilia addio! Ricordami al cortese mio signore. Oh addio!... [Ultime parole] (atto V, scena II; traduzione di Goffredo Raponi)
Emilia: O, who hath done this deed?
Desdemona: Nobody; I myself. Farewell... Commend me to my kind lord: O, farewell!
  • Otello: Domandate di grazia a quel demonio lì per che cagione mi ha così rovinato anima e corpo.
    Iago: Non domandatemi più nulla. Quel che sapete sapete. Da ora in là non aprirò più bocca. (atto V, scena II, traduzione italiana di Cesare Vico Lodovici).
  • È tutta colpa della Luna, quando si avvicina troppo alla Terra fa impazzire tutti. (Otello: atto V, scena II)
  • [Ultime parole avvicinandosi al corpo di Desdemona] Prima d'ucciderti, io t'ho baciata. Non mi restava altro modo che questo: uccidermi morendo in un tuo bacio. (Otello: atto V, scena II; traduzione di Goffredo Raponi)
I kiss'd thee ere I kill'd thee: no way but this; | Killing myself, to die upon a kiss.

Citazioni sull'opera[modifica]

  • Nella tragedia di Otello, il male volge un'altra delle sue facce; e il sentimento che gli risponde è, questa volta, non la condanna mista di pietà, non l'orrore per l'ipocrisia e per la crudeltà, ma lo stupore. Jago non è il male commesso per un sogno di grandezza, non è il male per l'egoistico soddisfacimento delle proprie voglie, ma il male per il male, compiuto quasi per un bisogno artistico, per attuare il proprio essere e sentirlo potente e denominatore e distruttore anche nella subordinata condizione sociale in cui esso è posto. (Benedetto Croce)

Pericle, il principe di Tiro[modifica]

Incipit[modifica]

Giorgio Albertazzi[modifica]

Di fronte al palazzo di Antiochia.
Gower: A ricantarvi un canto | già un tempo cantato | dalle sue ceneri l'antico Gower | è tornato, rivestito | del suo umano aspetto, | perché agli occhi e agli orecchi | voi n'abbiate diletto.
[William Shakespeare, Pericle, principe di Tiro, traduzione di Giorgio Albertazzi, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Antiochia, davanti al palazzo di re Antioco.
Entra JOHN GOWER
[22]

Gower – Per ricantare un canto
nell'antico cantato, il vecchio Gower
per voi dalle sue ceneri è rinato
riprendendo le umane infermità,[23]
a deliziar con esso occhi ed orecchi
d'uomini e donne della vostra età;
un canto che s'udì spesso cantare
cento e cent'anni fa
in pubblico alle feste e alle fiere,[24]
in tempi di digiuni e di preghiere,
e dame e cavalieri, ai tempi loro,
ne trassero dell'animo ristoro
a leggerlo a cantarlo; ché vantaggio
fu sempre all'uomo ciò che è buono e saggio.[25]

[William Shakespeare, Pericle, principe di Tiro, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • Il pensiero della morte è come uno specchio, in cui la vita è apparenza, breve come un sospiro. Fidarsene è errore. (Pericle; atto I, scena II)
  • Pochi amano sentir parlare dei peccati che amano commettere. (Pericle; atto I, scena II)
  • La malinconia dagli oscuri occhi, triste compagna. (Pericle; atto I, scena III)
  • Più bella è l'apparenza e peggiore l'inganno. (Cleone; atto I, scena V)
  • Ai miei occhi sembra un diamante tra pezzi di vetro. (Taisa; atto II, scena III)
  • Vedo così che il tempo è il vero tiranno dei mortali, li genera e li seppellisce, a suo piacimento. A loro, inascoltati, non resta che la fatalità. (Pericle; atto II, scena III)
  • O dèi! Perché prima ci date il cielo e poi ce lo togliete? Noi, quaggiù, non rivogliamo indietro i nostri regali, siamo più generosi di voi, noi (miserabili) mortali. (Pericle; atto III, scena I)
  • È strano come la nostra natura sia tanto incline ad esporsi ai disagi, anche quando potrebbe farne a meno. (1° gentiluomo; atto III, scena II; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Tutto il mondo è una perpetua tempesta in cui perdi via via le persone che ami. (Marina; atto IV, scena I)
  • Una donna disonesta non è una donna. (Marina; atto IV, scena I)
  • Quello la sua malattia se l'è portata addosso dalla Francia, e la vuol rinfrescare qui da noi. So che verrà a cercare l'ombra nostra per sciorinar la sua corona al sole.[26] (Mezzana; atto IV, scena II; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)

Re Lear[modifica]

Incipit[modifica]

Ugo Dèttore[modifica]

Sala nel palazzo di re Lear.
Entrano Kent, Gloucester e Edmondo.

Kent: Credevo che il re fosse più affezionato al duca di Albany che al Cornovaglia.
Gloucester: Anche a noi era sembrato: ma adesso, nella divisione del regno, non appare chiaro quale dei duchi egli stimi di più, perché le parti sono state fatte con tale equilibrio che, per quanto si consideri, non si può vedere una preferenza per l'uno o per l'altro.
[William Shakespeare, Re Lear, traduzione di Ugo Dèttore, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Sala nel palazzo di Re Lear. Un grande tavolo con sedie nel mezzo.
Entrano KENT, GLOUCESTER e EDMONDO

Kent – Mi pareva che il re prediligesse il Duca d'Albania al Cornovaglia.[27]
Gloucester – Così anche a noi; sennonché ora, nella spartizione che vuol fare del regno, non appare quale dei duchi ei voglia prediligere; son sì ben bilanciate le lor parti, ch'anche il più minuzioso scrutatore non saprebbe indicare quale scegliere.
[William Shakespeare, Re Lear, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • E perché poi dovrei io acconciarmi a quella calamità che sono i pregiudizi umani e lasciarmi spogliare del mio ad arbitrio delle leggi della nazione, solo perché in ritardo di un dodici o quattordici lune su mio fratello? E perché bastardo, spurio? (Edmondo: atto I, scena II)
  • Qui sta la stoltezza della gente: quando la nostra fortuna vacilla, per lo più a causa della nostra condotta da ghiottoni, diamo la colpa dei nostri disastri al sole, alla luna, alle stelle... (Edmondo: atto I, scena II)
  • Tu, "Z", figlia illegittima, tu lettera affatto necessaria.
Thou whoreson zed, thou unnecessary letter! (Kent: atto II, scena II)
  • Il principe delle tenebre è un gentiluomo. (Edgardo, atto III, scena III; traduzione di Carlo Rusconi, Cugini Pomba e comp, 1852)
  • Finché possiamo dire: "quest'è il peggio", vuol dir che il peggio ancora può venire. (Edgardo: atto IV, scena I, 1963)
  • Noi siamo per gli dèi quello che son le mosche pei monelli: ci spiaccicano per divertimento. (Gloucester: atto IV, scena I; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • I vizi capitali s'appalesano bene a tutti gli occhi se vestiti di stracci sbrindellati; le belle acconciature e le pellicce li nascondono all'occhio più indagante. (Lear: atto IV, scena VI; traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • Rideremo delle farfalle dorate. (Lear: atto V, scena III)

Citazioni sull'opera[modifica]

  • Nel Re Lear, il tempestoso dramma, che è tutto una sequela di tradimenti orrendi, la bontà s'impersona, prende un nome, Cordelia; e brilla essa sola nella tempesta, ad essa sola si guarda, come in un cielo cupo all'unica stella che vi scintilla. (Benedetto Croce)
  • Un odio infinito per la malvagità ingannatrice ha ispirato quest'opera [Re Lear]: l'egoismo puro e semplice, la crudeltà, la perversità muovono ripugnanza ed orrore, ma non inducono direttamente al tremendo dubbio che il bene non esista o quanto meno non sia riconoscibile e sceverabile dal suo contrario, come accade invece per l'inganno morale, che prende sembianza di rettitudine, di generosità, lealtà, e, poi che ha ottenuto il suo intento, disvela nel fatto l'impura cupidigia, l'aridità, la durezza di cuore, che sole realmente esistevano. (Benedetto Croce)

Riccardo II[modifica]

Incipit[modifica]

Carlo Rusconi[modifica]

Londra. – Una stanza nel palazzo regio.
Riccardo: Giovanni di Gaunt, nobile Lancastro, vecchio pieno d'anni e di onori, conformandoti alla tua promessa e al tuo giuramento, hai tu qui condotto il tuo intrepido figlio Enrico di Hereford, per sostenere dinanzi a noi l'audace sfida ch'egli addirizzò al duca di Norfolk, Tommaso Mowbray? Non avemmo agio prima d'ora d'intender le due parti.
Giovanni di Gaunt: Attenni ciò che promisi, mio sovrano.
Riccardo: Dimmi ancora; l'hai tu interrogato? Sai s'ei mandasse quel cartello per odio antico, o se prorompesse nella collera virtuosa di un buon suddito, per qualche tradimento, di cui egli conosca Mowbray colpevole?
Giovanni di Gaunt: Da quanto seppi indagare e' fu per qualche trama pericolosa di Mowbray in danno di Vostra Altezza, e non per un'ira personale e inveterata.
[William Shakespeare, Teatro completo, Vita e morte del Re Riccardo II, traduzione di Carlo Rusconi, Vol. IV, UTET, Torino 1923]

Mario Luzi[modifica]

Londra. Il palazzo di re Riccardo.
Entrano re Riccardo, Giovanni di Gaunt con altri nobili e persone del seguito.

Re Riccardo: Vecchio Giovanni di Gaunt, venerabile Lancaster, hai tenuto fede al giuramento e condotto qui Enrico Hereford, tuo generoso figlio, a provare l'impetuosa accusa, che ancora non avemmo tempo di ascoltare contro il duca di Norfolk, Tommaso Mowbray?
Gaunt: L'ho fatto, maestà.
Re Riccardo: Dimmi anche: l'hai esaminato a fondo, se accusa il duca per antico malanimo oppure onestamente, come un buon suddito dovrebbe, per qualche manifesto fondamento di slealtà.
Gaunt: Per quanto ho potuto stringerlo da presso su questo argomento lo muove un pericolo evidente preparato contro l'altezza vostra, non astio inveterato.
[William Shakespeare, Riccardo II, traduzione di Mario Luzi, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Londra. Il palazzo reale.
Entrano RE RICCARDO, GIOVANNI DI GAUNT, nobili e seguito

Riccardo – Dunque, Giovanni Gaunt, mio vecchio e venerabile zio Lancaster, fedele alla giurata tua promessa, hai condotto ora qui, davanti a noi, Enrico d'Hereford, tuo fiero figlio, a confermare l'irruenta accusa, cui non potemmo dar finora udienza, al Duca di Norfolk, Tommaso Mowbray.
Gaunt – Per l'appunto, maestà.
Riccardo – Ma dimmi, l'hai sondato bene a fondo per sincerarti che l' accusa al duca di notorio e palese tradimento muova non già da qualche antica ruggine, ma da un onesto, personale impulso, come dovrebbe fare ogni buon suddito?[28]
Gaunt – Per quanto potei stringerlo da presso sull'argomento, ho potuto discernere in lui il timore di qualche pericolo alla persona dell'Altezza vostra, e nessun vecchio ed astioso rancore.
[William Shakespeare, Riccardo II, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • Più il cristallo del firmamento è terso, e vie più le nubi che l'ingombrano sembrano nere e deformi. (Bolingbroke: atto I, scena I, p. 78)
  • Il diamante prezioso, racchiuso con dieci sbarre di ferro in uno scrigno, è il coraggio in un cuor leale. Il mio onor è la mia vita; tutti e due non fan che uno. (Mowbray: atto I, scena I, p. 81, Utet, 1923)
  • Quella che noi appelliamo pazienza nelle anime volgari, è bassezza e viltà nei cuori magnanimi. (atto I, scena I, p. 83, Utet, 1923)
  • Il dolore allorché è profondo e vero è un peso che non si sgrava mai dal cuore. (atto I, scena I, p. 83, Utet, 1923)
  • Non siamo nati per supplicare, ma per comandare.
Noi siamo nati non per postulare, ma per imporre. (Riccardo: atto I, scena I, traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)
  • La sventura fa di un'ora un giorno. (atto I, scena III, p. 90, Utet, 1923)
  • Tutti i luoghi, che l'occhio del Cielo vede, sono pel saggio porti di salvezza e asili di felicità. (atto I, scena III, p. 91, Utet, 1923)
  • Nessuna virtù può eguagliare il bisogno. (Gaunt: atto I, scena III)
  • La vanità, insaziato cormorano, consumato tutto il resto, addenta le sue viscere. (Gaunt: atto II, scena I)
  • Voi potete spogliarmi dei miei titoli, della mia maestà, delle mie glorie: delle mie pene, no, perché di queste ancora e sempre sarò io il re. (Riccardo: atto IV, scena II, traduzione di Goffredo Raponi, LiberLiber)

Citazioni sull'opera[modifica]

  • Shakespeare ne dipinge nel Riccardo II un'anima nobile che aveva incominciato ad abbandonarsi agli errori di una gioventù sfrenata, ma che viene detersa dalle sciagure, ed è adorna anche in questa vita di uno splendido immortale. (Wilhelm August von Schlegel)
  • La serie degli avvenimenti politici, che cagionano la degradazione di Riccardo, è dipinta con meravigliosa cognizione del mondo. Vedesi la marea del favore che ritirandosi dall'una parte, e impetuosamente rivolgendosi all'altra, seco trascina tutto ciò che le pone ostacolo. Parimente si vede Bolingbroke che già impera qual re, e che è trattato come tale dai suoi fautori, mentre vuol far credere ancora di non esser giunto fuorché per sostenere, armata mano, il suo diritto d'eredità, e riformare gli abusi. (Wilhelm August von Schlegel)
  • Oltre ai significati storico-politici, la sostanza di questo dramma shakespeariano è fortemente psicologica, in quanto al centro del testo è posta la crisi – che psicanaliticamente definiremmo narcisistica – del protagonista, il quale è progressivamente condotto a fare i conti con il passaggio da una visione eroica di Sé come "anointed King", re di origine divina prescelto dal destino, a un'immagine infranta del suo Io [...]. Nello scoprirsi subjected – termine da intendersi nella duplice accezione di "suddito", ma anche di "soggetto umano" – Riccardo scopre la vanità (egli definirà hollow, "vuota", la sua corona) del suo essere e, di conseguenza, la fallacia della sua regalità legittima. Ciò che la crisi narcisistica del protagonista del dramma in ultima analisi esprime è un ben preciso messaggio di carattere culturale: alla crisi narcisistica di Riccardo fa da specchio un mutamento epocale, poiché il Re non è più tale in virtù della sua natura divina e trascendente, bensì in forza del consenso popolare e delle contingenze. Con Bolingbroke, possiamo ben dire, finisce il tempo della Cavalleria e ha inizio quello della modernità, aprendo la strada a una visione secolarizzata del potere umano e delle sue prerogative. Il capolavoro di Shakespeare fotografa questa mutazione radicale nello spirito e nella storia dell'Europa. (Cesare Catà, Eretico Potere Ieratico. Il Liber Augustalis di Federico II di Svevia e il Riccardo II di Shakespeare, in "Tabulae. Rivista del Centro Studi Federiciani", XXIV, (Dicembre 2012), pp. 137-158)

Riccardo III[modifica]

Incipit[modifica]

Salvatore Quasimodo[modifica]

Londra. Una strada.
Entra Riccardo, duca di Gloucester, solo.

Gloucester: Ora l'inverno della nostra amarezza s'è cambiato in gloriosa estate a questo sole di York; e tutte le nuvole che pesavano sulla nostra casa sono sepolte nel profondo cuore dell'oceano. Ora le nostre fronti sono strette da ghirlande di vittoria; le nostre armi contorte appese per memoria, i nostri bruschi allarmi mutati in lieti convegni, le nostre terribili marce in amabili danze. La guerra dal viso arcigno ha spianato la sua fronte corrugata, e ora, invece di montare bardati destrieri per atterrire il cuore dei tremendi nemici, salta lievemente nella stanza d'una lady al diletto lascivo d'un liuto.
[William Shakespeare, Riccardo III, traduzione di Salvatore Quasimodo, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Una via di Londra[29]
Entra RICCARDO, duca di Gloucester

Riccardo – Ormai l'inverno del nostro travaglio s'è fatto estate sfolgorante ai raggi di questo sole di York;[30] e le nuvole che incombevano sulla nostra casa son sepolte nel fondo dell'oceano. Ora le nostre fronti si cingono di serti di vittoria; peste e ammaccate sono appese al muro le nostre armi, gloriose panoplie, e in giulivi convegni tramutate le massacranti marce militari. Deposto ha Marte l'arcigno cipiglio e spianata la corrugata fronte, e, non più in sella a bardati destrieri ad atterrir sgomente anime ostili, ora se'n va, agilmente saltellando per l'alcova di questa o quella dama alle lascive note d'un liuto.
[William Shakespeare, Riccardo III, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • La vostra bellezza fu causa di quest'effetto, la vostra bellezza che mi incitava nel sonno a dare la morte a tutto il mondo per poter vivere un'ora sola sul vostro dolce seno. (Riccardo: atto I, scena II)
  • Non insegnare alle tue labbra tale disprezzo, perché esse furono fatte per baciare, non per disprezzare, signora. Se il tuo cuore vuole vendetta e non può perdonare, ecco questa spada affilata: se vuoi trafiggere questo petto e farne uscire l'anima che ti adora, lo denudo al colpo mortale, e umilmente in ginocchio ti chiedo la morte. (Riccardo: atto I, scena II)
  • Anna: Sei tu che ignori, infame,
    tutte le leggi di Dio e degli uomini.
    Non c'è bestia che sia tanto feroce
    da non conoscere almeno un briciolo
    di pietà.
    Riccardo: Ma io non la conosco,
    perciò non sono bestia. (atto I, scena II; Raponi)
  • Vesto così la mia nuda perfidia | con vecchi stracci carpiti a casaccio | dai sacri testi; e mostro d'esser pio | quanto più mi comporto da demonio.[1] (Riccardo: atto I, scena III; Raponi)
  • Un cavallo! Un cavallo!
    Il mio regno per un cavallo! (Riccardo: atto V, scena IV; Raponi)
A horse! a horse! my kingdom for a horse!

Sogno di una notte di mezza estate[modifica]

Incipit[modifica]

Paola Ojetti[modifica]

Atene, il palazzo di Teseo.
Entrano Teseo, Ippolita, Filostrato e i servi.

Teseo: L'ora delle nostre nozze è prossima, o bella Ippolita: quattro giorni ancora di felice attesa, e apparirà la nuova luna; ma, oh, quanto questa vecchia luna è lenta a tramontare! Essa fa languire le mie brame come una matrigna o vedova che con l'aiuto del tempo lasci avvizzire le sostanze del giovane erede.
[William Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, traduzione di Paola Ojetti, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Atene, sala nel Palazzo di Teseo
Entrano TESEO, IPPOLITA, FILOSTRATO e seguito

Teseo – La nostra ora nuziale, bella Ippolita, s'approssima: quattro giorni felici ci porteranno la novella luna... Oh, come questa vecchia pare lenta a dileguarsi, quasi a ritardare malignamente, come una matrigna,[31] l'appagamento dei miei desideri, o somigliante ad una ricca vedova ostinatasi a viver troppo a lungo per rendere a più a più sottili le rendite del suo giovane erede.
[William Shakespeare, Sogno d'una notte di mezza estate, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Citazioni[modifica]

  • L'amore può dar forma e dignità a cose basse e vili, e senza pregio; ché non per gli occhi Amore guarda il mondo, ma per sua propria rappresentazione, ed è per ciò che l'alato Cupido viene dipinto col volto bendato. (Elena: atto I, scena I)
L'amore non guarda con gli occhi ma con la mente e perciò l'alato Cupìdo viene dipinto bendato.
  • Ahimè, da quanto ho potuto leggere o udire di racconti e storie vissute, la strada del vero amore non è mai piana. (Lisandro: atto I, scena I)
  • Io fuggirò da te, mi nasconderò nella selva e ti lascerò in balia delle bestie feroci. (Demetrio: atto II, scena I)
  • Le più feroci non hanno un cuore come il tuo. Fuggi quando vuoi, e la storia sarà invertita: Apollo scappa e Dafne lo rincorre; la colomba insegue il grifone; la mite cerva corre ad afferrare la tigre. Vana corsa, quando la vigliaccheria ci insegue e la prodezza fugge. (Elena: atto II, scena I)
  • Ciò che il tuo occhio al risveglio vedrà il tuo vero amore diventerà. (formula magica di Oberon: atto II, scena II)
  • Non c'è occhio d'uomo che abbia mai sentito, né orecchio che abbia mai veduto, non c'è mano che abbia mai assaggiato, né lingua che abbia mai toccato, e tantomeno cuore che abbia mai raccontato un sogno come il mio. (Rocchetto: atto IV, scena I)
  • Pazzo, amante, poeta: tutti e tre sono composti sol di fantasia. (Teseo: atto V, scena I)
  • Può ben dire la sua un leone, quando a dir la loro ci sono tanti asini in giro. (Demetrio: atto V, scena I)
  • La tua virtù mi rassicura: non è mai notte quando vedo il tuo volto; perciò ora a me non sembra che sia notte, né che il bosco sia spopolato e solitario, perché tu per me sei il mondo intero; chi potrà dunque dire che io sono sola se il mondo è qui a guardarmi?

Explicit[modifica]

Se noi ombre vi siamo dispiaciuti,
immaginate come se veduti
ci aveste in sogno, e come una visione
di fantasia la nostra apparizione.
Se vana e insulsa è stata la vicenda,
gentile pubblico, faremo ammenda;
con la vostra benevola clemenza,
rimedieremo alla nostra insipienza.
E, parola di Puck, spirito onesto,
se per fortuna a noi càpiti questo,
che possiamo sfuggir, indegnamente,
alla lingua forcuta del serpente,
ammenda vi farem senza ritardo,
o tacciatemi pure da bugiardo.
A tutti buonanotte dico intanto,
finito è lo spettacolo e l'incanto.
Signori, addio, batteteci le mani,
e Robin v'assicura che domani
migliorerà della sua parte il canto.[32] (Puck)

Citazioni sull'opera[modifica]

  • La quintessenza di tutte queste commedie (al modo stesso che, rispetto alle grandi tragedie, si può in certo senso dire dell' Amleto) è il Sogno di una notte di mezza estate; dove le rapide accensioni, le incostanze, i capricci, le illusioni e le delusioni, le follie d'ogni sorta dell'amore si danno un corpo e tessono un loro mondo così vivo e reale come quello degli uomini che quegli affetti visitano, estasiandoli e tormentandoli, innalzandoli e abbassandoli; sicché tutto vi è parimente reale e parimente fantastico, secondo meglio piaccia chiamarlo. Il senso del sogno, di un sogno-realtà, permane e impedisce ogni freddezza di allegoria e di apologo. (Benedetto Croce)

Sonetti[modifica]

  • Devo paragonarti dunque a una giornata d'estate? | No, sei più amabile e temperata.[33] (da Sonetto XVIII)
Shall I compare thee to a summer's day? | Thou art more lovely and more temperate. (da Sonnet 18)
  • Finché l'uomo avrà occhi, avrà respiro, | vive la mia parola, e in lei sei vivo. (da Sonetto XVIII; 1988)
  • Ancor mi dolgo di doglie già chiuse | e di rancura in rancura riconto | i tristi conti, lamenti che furono, | e pago ancora, quasi già non fosse. || Ma se allora a te penso, dolce amico, | ha fine il duolo, ogni perdita è vinta. (da Sonetto XXX; 1988)
  • Più gli occhi serro e più i miei occhi vedono, | ché il dì posando su futili oggetti, | quando dormo, nel sonno guardan te, | e luci buie al buio in luce tendono. | Tu che con l'ombra l'ombre fai lucenti, | qual visione sarebbe al chiaro giorno, | più chiara assai, di tua ombra l'essenza, | se occhi ciechi tanto splendi in ombra: | quanta goia ai miei occhi, dico, quando | ti guardassero nel giorno vivente | se in morta notte sui chiusi occhi stai, | bella ombra imperfetta, e il sonno fendi. || Notte è ogni giorno finché io veda te, | la notte è luce se in sogno ti svela. (Sonetto XLIII; 1988)
  • E cosi, coll'imagine tua o coll'amor tuo, tu, benché assente, mi sei ognora presente, poiché non puoi allontanarti oltre il confine de' miei pensieri ed io sono ognora con essi, ed essi con te. (da Sonetto XLVII, in William Shakespeare, Gabriele Baldini, Sonetti, traduzione di Lucifero Darchini, Feltrinelli Editore, 1994. ISBN 8807820536)
Così, in immagine o nell'amor mio, | lontano, sei con me presente sempre: | dei pensieri più in là non puoi fuggire | e sempre io son con loro e lor con te, || o, se dormono, l'immagine appare | e il cuor risveglia, e il cuore e l'occhio affascina. (1988)
  • Le rose canine hanno colore altrettanto intenso | quanto la profumata tinta delle rose, | pendono su consimili spine, e scherzano con pari vezzosità | quando il fiato estivo schiude i loro incappucciati bottoni.
    Ma, poiché la loro virtù è unicamente nel loro aspetto, | esse vivono non amate e avvizziscono non circondate da riverenza: | muoiono interamente. Le dolci rose non muoiono così: | delle loro soavi morti si fanno soavissimi odori.
    (da Sonetto LIV; citato in Benedetto Croce, Ariosto, Shakespeare e Corneille, Laterza, Bari 1968)
The canker-blooms have full as deep a dye | as the perfumed tincture of the roses,| hang on such thorns, and play as wantonly | when summer's breath their masked bud discloses.
But, for their virtue only is their show, | they live unwoo'd and unrespected fade; | die to themselves. Sweet roses do not so; | of their sweet deaths are sweetest odours made...
  • Se voi leggete questi versi, non ricordate | la mano che li scrisse; perché io vi amo tanto | che nei vostri dolci pensieri vorrei essere dimenticato, | se il pensare a me vi dovesse procurar dolore. (da Sonetto LXXI; citato in Benedetto Croce, Ariosto, Shakespeare e Corneille, Laterza, Bari 1968)
Nay, if you read this line, remember not | the hand that writ it; for I love you so, | that I in your sweet thoughts would be forgot, | if thinking on me then should make you woe
  • In me quel tempo dell'anno tu scorgi | quando nessuna foglia pende o rara, | gialla, dai rami che al freddo si scuotono, | cori in ruina senza uccelli e canti. (da Sonetto LXXIII; 1988)
  • E ogni altra angoscia che ora par mortale, | di fronte al perder te, non parrà eguale. (da Sonetto XC; 1988)
And other strains of woe, which now seem woe, | Compar'd with loss of thee, will not seem so.
  • e più che il rovo appesta il giglio sfatto. (da Sonetto XCIV; 1988)
  • Alle nozze sincere di due anime | impedimenti non so. Non è amore | l'amor che muta se in mutare imbatte | o, rimuovendosi altri, si rimuove, | oh no: è faro che per sempre è fisso | e guarda alle bufere e non dà crollo. (da Sonetto CXVI; 1988)
  • Ragazzo bello, che del tempo reggi | l'ora la falce il mutevole specchio, | che al declino t'espandi e, appassendo | gli amanti, mostri come doce cresci – | se Natura, signora di ruine, mentre tu avanzi, all'indietro t'attira | è sol per questo, a vantarsi di vincerla | sul tempo e il lancinante attimo uccidere. (da Sonetto CXXVI; 1988)
  • Sciupio vitale in scempio di vergogna | è lussuria in azione, e lì, lussuria | è spergiura, di sangue e di infamia sozza, | brutale estrema incredibile cruda. | Goduta appena, subito si spregia, | oltre ragione l'agogni, ma poi | oltre ragione l'odii, come l'esca | posta a far impazzire chi l'inghiotte. (da Sonetto CXXIX; 1988)
  • Di morte mangerai, che mangia gli uomini, | e il morir finirà, morta la morte. (da Sonetto CXLVI; 1988)

Citazioni sui Sonetti[modifica]

  • I Sonetti di Shakespeare sono più che non mera poesia: sono un romanzo, perché Shakespeare non intrattiene con se stesso un rapporto fintamente umano – come la maggior parte dei poeti autentici – ma un rapporto consapevolmente e squisitamente e ferramente sociale [...]. (Aldo Busi)

Incipit di alcune opere[modifica]

Enrico VIII[modifica]

Goffredo Raponi[modifica]

Prologo – Non vengo questa volta a farvi ridere. Cose di gran momento, dal piglio triste, grave, doloroso, nobili e travagliate, piene di tragica maestosità; scene di così nobile dolore da trar dagli occhi rivoli di pianto, son quelle che andiamo a presentare. Quelli tra voi più inclini alla pietà, potranno, se così saran disposti, far anche qualche lacrima: l'argomento lo merita senz'altro. Chi ha speso il suo denaro sperando di veder cose credibili, potrà trovarne di fin troppo vere.
[William Shakespeare, Re Enrico VIII, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Carlo Rusconi[modifica]

Non vengo più per farvi ridere. Vi presentiamo oggi gravi avvenimenti importanti e dolorosi, grandi e tragiche calamità, scene nobili e commoventi, ben atte a far scorrere le vostre lagrime. Coloro ai cui cuori non è ignota la compassione, possono oggi, se vogliono, versare qualche lacrima: il soggetto ne è degno. Coloro che danno il loro denaro sperando vedere rappresentati fatti storici e degni di fede avranno modo di scorger qui la verità.
[William Shakespeare, Re Enrico VIII, traduzione di Carlo Rusconi, Newton, 1990]

I due gentiluomini di Verona[modifica]

Corrado Pavolini[modifica]

Verona. Una piazza.
Entrano Valentino e Proteo.

Valentino: Non sperar mai di convincermi, caro Proteo. Gioventù che rimane al paese avrà sempre cervello paesano. Vorrei io piuttosto, non fosse che l'amore incatena la giovinezza ai dolci sguardi della tua onorata diletta, persuaderti ad accompagnarmi: veder le meraviglie d'un mondo lontano, invece che restarcene qui a poltrir nel tedio e a consumare gli anni migliori in una inerzia senza costrutto. Ma dacché sei innamorato, segui le tue inclinazioni; e cerca di trovar tanta felicità nell'amore quanta ne auguro a me stesso, dovessi anch'io innamorarmi.
[William Shakespeare, I due gentiluomini di Verona, traduzione di Corrado Pavolini, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Verona, una strada
Valentino – Proteo, mio caro, è inutile che insisti, tanto non riuscirai a persuadermi: gioventù che al paese vuol restare, paesana nell'animo rimane. Se non fosse l'amore a incatenare i tuoi giovani giorni ai dolci sguardi della tua ragazza, sarei io ad insistere con te per averti compagno per il mondo ad ammirarne tutte le bellezze, invece di star qui a poltrir nel tedio e consumare i tuoi anni migliori in una oziosità senza costrutto. Ma, visto che ti sei innamorato, seguita a far come ti detta amore; ed in esso t'arrida quel successo che vorrei augurare anch'io a me, quando comincerò ad amare anch'io.
[William Shakespeare, I due gentiluomini di Verona, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Il racconto d'inverno[modifica]

Fruttero & Lucentini[modifica]

Archidamo — Se avrai occasione di visitare la Boemia, Camillo, vedrai che come t'ho detto c'è una grande differenza tra la nostra Boemia e la tua Sicilia.
[citato in Fruttero & Lucentini, Íncipit, Mondadori, 1993]

Eugenio Montale[modifica]

Anticamera nel palazzo di Leonte.
Entrano Camillo e Archidamo.

Archidamo: Se vi accadrà, Camillo, di visitare la Boemia per un'occasione simile a quella per cui sono ora qui di servizio, voi vedrete, come v'ho detto, una grande differenza tra la nostra Boemia e la vostra Sicilia.
Camillo: Credo che nella prossima estate il re di Sicilia intenda ricambiare al re di Boemia la visita che giustamente gli deve.
[William Shakespeare, Il racconto d'inverno, traduzione di Eugenio Montale, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Sicilia, il palazzo di Leonte
Entrano ARCHIDAMO e CAMILLO

Archidamo – Se v'accadrà, Camillo, vi dicevo, di visitare un giorno la Boemia per una circostanza come questa ond'io mi trovo adesso qui in servizio, constaterete quanto sia diversa dalla vostra Sicilia.
Camillo – Giustappunto credo che questa estate il nostro re abbia in mente di rendere al Boemia[34] la visita di Stato che gli deve.
[William Shakespeare, Il racconto d'inverno, traduzione originale di Goffredo Raponi]

La commedia degli errori[modifica]

Eugenio Montale[modifica]

La scena è in Efeso. Una sala nel palazzo del Duca.
Entrano il Duca, Egeone, il carceriere, ufficiali e persone del seguito.

Egeone: Continua pure, Solino, a trarmi in rovina e dannandomi a morte metti fine ai miei mali e a tutto per me.
Duca: Non più difese, mercante di Siracusa; non son propenso a infrangere le nostre leggi. L'inimicizia e la discordia di recente provocate dall'astiosa offesa del vostro duca ad alcuni mercanti, nostri onesti concittadini, che mancando di denaro per riscattar le loro vite hanno suggellato col sangue i suoi spietati editti, esclude ogni compassione dai nostri minacciosi sguardi. Talché dopo queste mortali lotte intestine fra i tuoi sediziosi compatriotti [sic] e noi, è stato stabilito in solenni assemblee di impedire ogni traffico fra le nostre ostili città; e v'è di più: se un nato in Efeso sarà veduto nei mercati e nelle fiere di Siracusa o se un siracusano approdi alla baia di Efeso, egli deve morire e i suoi beni saranno confiscati a vantaggio del duca, a meno che mille marchi non siano pagati a titolo di penalità per riscattarlo. Il tuo avere, calcolato al massimo, non assomma a cento marchi, e però la legge ti condanna a morire.
[William Shakespeare, La commedia degli errori, traduzione di di Eugenio Montale, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Il palazzo reale di Efeso.
Entrano il DUCA SOLINO, EGEONE, il CARCERIERE, UFFICIALI DI GIUSTIZIA e gente del seguito

Egeone – Procedi pure, Duca, se lo vuoi, a procurarmi l'ultima rovina, e poni, con la mia condanna morte, fine alle mie disgrazie e a tutto il resto.
Duca – Mercante di Siracusa, è inutile che seguiti a perorar per te: non io infrangerò le nostre leggi. L'inimicizia e la discordia insorte ultimamente dall'astioso oltraggio fatto dal vostro Duca a dei mercanti, nostri probi ed onesti cittadini che, privi del denaro pel riscatto, han suggellato con il loro sangue il rigore dei suoi ordinamenti, escludono ogni moto di pietà per te dai nostri minacciosi sguardi. E ciò perché, dopo il verificarsi di mortali intestini tafferugli tra i sediziosi tuoi compatrioti e noi, è stato sia da voi Siracusani, che da noi stessi, in solenni assemblee, deciso di vietare ogni commercio tra le nemiche nostre due città. Anzi, di più: è stato stabilito, che se un nativo d'Efeso sia visto circolare a Siracusa in mercati ed in fiere, o se un Siracusano faccia approdo ad Efeso... sia condannato a morte, e le sue merci siano confiscate a vantaggio del Duca, salvo ch'egli non paghi una penale di mille marchi[35] per il suo riscatto. La tua sostanza, valutata al massimo, non può ammontare a più di cento marchi. Perciò per legge tu devi morire.
[William Shakespeare, La commedia degli equivoci, traduzione originale di Goffredo Raponi]

La dodicesima notte[modifica]

Goffredo Raponi[modifica]

Sala nel palazzo del duca Orsino
Entra ORSINO, CURIO e altri nobili. Son già presenti in sala dei musici, che al loro ingresso intonano una melodia
.
Orsino – Oh, la musica, sì! S'è vero ch'essa è cibo dell'amore, somministratemene ancora tanto, che la mia fame alfine d'esso sazia, possa ammalarsene, fino morire! Di nuovo quella melodia! Ancora! Aveva una sì languida cadenza, che mi sentivo come carezzare l'orecchio da un soave venticello[36] che alitando su un prato di violette ne rubi e ne diffonda la fragranza... Ma basta, ora cessate... Non m'è più così dolce come prima. (Cessa la musica) Oh, spirito d'amore, come sei fresco tu, e vivificante, tu che, se nella tua capacità puoi ricevere tutto, come il mare, non ti lasci da nulla penetrare, qual che ne sia l'altezza e la sostanza, senza svilirlo di senso e valore in men che non si creda! Perché l'amore è sempre così pieno d'estrose fantasie da esser alta fantasia da solo.
[William Shakespeare, La dodicesima notte, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Nicoletta Rosati Bizzotto[modifica]

Una sala nel palazzo del Duca.
Musica. Entrano Orsino, Duca di Illiria, Curio e altri.

Duca: Se la musica è cibo dell'amore suonatene in eccesso, così che, ormai sazia, la mia fame si plachi e muoia. Quel motivo ancora, dalla cadenza che si spegne al fondo; mi giunse all'orecchio simile a un dolce stormire che respira su un cespuglio di viole la cui fragranza esso carpisce ed effonde. Basta, basta così; più non è dolce come prima lo era. O spirito d'amore, così pungente tu sei, e vorace, che se pur'anche tutto accogliere potresti, come il mare, ad ogni slancio, ad ogni audacia sbarri la strada e lo svilisci, e in un solo momento lo distruggi. Tante sono le forme che l'amore crea, che l'amore stesso è fantasia.
[William Shakespeare, La dodicesima notte, traduzione di Nicoletta Rosati Bizzotto, Newton, 1990]

Le allegre comari di Windsor[modifica]

Emilio Cecchi e Suso Cecchi d'Amico[modifica]

A Windsor. Una strada davanti alla casa di Page. Alberi e una panchina.
Si avvicinano il giudice Shallow, Slender e il reverendo Ugo Evans, parlando vivacemente.

Shallow (con calore): E inutile, reverendo. Non cercate di persuadermi. Ne farò un caso da Camera Stellata. Non uno, ma venti Giovanni Falstaff, non riuscirebbero a raggirare il cavaliere Roberto Shallow.
Slender (approvando): Roberto Shallow, giudice di pace della contea di Gloucester, uno dei quorum.
Shallow: Già, nipote Slender, e Custalorum.
[William Shakespeare, Le allegre comari di Windsor, traduzione di Emilio Cecchi e Suso Cecchi d'Amico, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Windsor, davanti alla casa di Giorgio Page.
Entrano il giudice ZUCCA, mastro STANGHETTA e Don Ugo EVANS

Zucca – No, don Ugo, non mi convincerete; porterò la questione all'Alta Corte.[37] Foss'egli pure venti sir John Falstaff, non tratterà così Roberto Zucca, scudiero...[38]
Stanghetta – ... e giudice di pace e coram[39] nella contea del Gloucester.[40]
Zucca – Già, nipote Stanghetta, e costalorum.
[William Shakespeare, Le gaie mogli di Windsor, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Pene d'amor perdute[modifica]

Tommaso Pisanti[modifica]

Il parco di Ferdinando, Re di Navarra.
Entrano Ferdinando, Re di Navarra, Bàiron, Longaville e Dumain.

Re: Fate, orsù, che quella fama, di cui tutti vanno a caccia in vita, viva bene impressa nel bronzo delle nostre tombe e ci dia favori nel disfavore della morte allorquando, a dispetto del tempo vorace cormorano, il nostro sforzo, in questo nostro attuale respirare, potrà farci conquistare quell'onore che, smussando della morte l'affilata falce, ci renda alla fine eredi dell'eternità tutta. Perciò, miei prodi vincitori – giacché tali voi siete, che guerreggiando contro i vostri istinti stessi e contro l'innumerevole armata dei mondani desideri – il nostro recente editto resterà fermamente in vigore. Sarà, la Navarra, la meraviglia del mondo; la nostra corte sarà una piccola accademia, serena e bene in grado di meditare sull'arte del vivere. Voi tre, Biron, Dumain e Longaville, avete giurato di stare qui con me per tre anni, come miei compagni di studio, e di attenervi a quelle norme che sono registrate in questo foglio. Avete pronunziato i vostri giuramenti; ed ora sottoscriveteli con i vostri nomi, di modo che sia la stessa mano a colpire l'onor suo se qualcuno di voi dovesse violare anche la minima clausola qui contenuta. Se siete ben decisi a far così come giuraste di fare, sottoscrivete qui allora i vostri solenni giuramenti, e osservateli.
[William Shakespeare, Pene d'amor perdute, traduzione di Tommaso Pisanti, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Navarra, il parco del palazzo reale
Entrano il RE FERDINANDO, BIRON, LONGUEVILLE e DUMAIN

Re – Quella fama che tutti in vita inseguono noi faremo che viva imperitura, impressa con caratteri di bronzo sul marmo delle nostre sepolture ad elargirci ancor grazia di vita nell'immane disgrazia della morte; ché, a dispetto del Tempo, cormorano divorator di tutto,[41] l'opra che ci apprestiamo ad affrontare in questo scorcio della nostra vita[42] potrà farci acquistare quella fama che, smussandone[43] l'affilata falce, ci renda eredi dell'eternità. Perciò, miei valorosi vincitori – ché tali siete, per aver lottato e trionfato sopra i vostri istinti e sulla variegata moltitudine dei mondani appetiti – sempre valido resta perciò il recente nostro editto: la Navarra sarà la meraviglia del mondo e questa corte sarà una minuscola Accademia[44] di sereno e contemplativo studio sopra l'arte del vivere. Voi tre, Biròn, Dumain e Longueville, avete preso, sotto giuramento, l'impegno a viver qui insieme a me, miei compagni di studio, per tre anni e d'osservare scrupolosamente le regole sancite in questo scritto. Ciascuno apponga, in calce al giuramento, ch'è formulato qui, la propria firma, e sia la stessa mano che ha firmato a colpire l'onore di colui che violi nel più piccolo dettaglio, quanto è qui stabilito. Perciò se vi sentite bene armati a far le cose che avete giurato, apponete la firma al vostro impegno e preparatevi a tenervi fede.[45]
[William Shakespeare, Pene d'amor perdute, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Timone d'Atene[modifica]

Eugenio Montale[modifica]

Atene. Una sala in casa di Timone.
Entrano il Poeta, il Pittore, il Gioielliere, il Mercante ed altri da porte diverse.

Poeta: Buon giorno, signore.
Pittore: Son lieto di trovarvi bene.
Poeta: È da molto che non vi vedo. E il mondo? come va?
Pittore: Si logora quanto più cresce.
Poeta: Oh lo so bene. Ma che c'è di inusitato, di raro, che non trova cosa che l'eguagli nei molteplici annali? Vedi qui, o magia della liberalità, tutti questi spiriti presentarsi, evocati dal tuo potere. Io conosco quel mercante.
[William Shakespeare, Timone d'Atene, traduzione di Eugenio Montale, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Atene, la casa di Timone.
Entrano, da porte diverse, IL POETA, IL PITTORE, IL GIOIELLIERE e IL MERCANTE

Poeta – Buongiorno, amico.[46]
Pittore – Lieto d'incontrarti.
Poeta – Era tempo che non ci vedevamo. Come va il mondo?
Pittore – Si usura col crescere.
Poeta – Ah, sì, questo è notorio! Che c'è infatti di strano al mondo d'oggi che non sia già accaduto e che non si ritrovi registrato nel multiforme libro della storia?... Guarda – magia della munificenza! – quanti spiriti l'alto suo potere ha saputo evocare in questa casa... Quel mercante mi pare di conoscerlo.
[William Shakespeare, Timone di Atene, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Tito Andronico[modifica]

Agostino Lombardo[modifica]

Squilli di tromba. Entrano in alto i tribuni e i senatori; poi Saturnino col suo seguito da una porta, Bassiano col suo seguito dall'altra, tamburi e trombe.
Saturnino: Nobili patrizi, patroni del mio diritto, difendete la giustizia della mia causa con le armi, e voi, compatrioti, seguaci miei fedeli, pretendete con la spada il mio titolo di successore; sono io il primo figlio di chi per ultimo cinse la corona imperiale di Roma, e quindi fate che gli onori di mio padre vivano in me e che questa indignità non offenda i miei anni.
Bassiano: Romani, amici, seguaci, difensori del mio diritto, se mai Bassiano, figlio di Cesare, fu gradito agli occhi della regale Roma, tenete aperta la strada al Campidoglio e impedite che al trono imperiale, a virtù consacrato e a giustizia, temperanza e nobiltà, s'accosti il disonore: lasciate invece che in limpida elezione rifulga il merito e combattete, o romani, per una libera scelta.
[William Shakespeare, Tito Andronico, traduzione di Agostino Lombardo, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Piazza davanti al Campidoglio. A un lato, il monumento sepolcrale degli Andronici.[47]
Trombe.[48] Nella galleria in alto[49] appaiono i SENATORI e i TRIBUNI tra i quali MARCO ANDRONICO; in basso entrano, da una parte SATURNINO con i suoi sostenitori, dall'altra BASSIANO con i suoi, tutti con tamburi e trombe
.
Saturnino – (Ai suoi sostenitori) O voi di Roma nobili patrizi, patrocinanti la mia buona causa, difendete con l'armi il mio diritto; la giustizia della mia causa; voi, cittadini, fidi miei seguaci, sostenete ora con le vostre spade il mio titolo alla successione: il diritto di figlio primogenito di colui che per ultimo ha precinto il diadema imperiale; fate sì che rivivano nella mia persona quegli onori che furon di mio padre; non mi disconoscete, non fate questo affronto alla mia età.[50]
Bassiano – Romani, amici, fidi miei seguaci, sostenitori del mio buon diritto, se mai Bassiano, di Cesare figlio, fu grato agli occhi di Roma imperiale, a lui questo passaggio al Campidoglio[51] riservate, nessun di voi permetta che all'imperiale seggio a virtù consacrato ed a giustizia, a dignità e modestia di costumi, s'accosti il disonore, ma fate che da libera elezione rifulga il merito, e combattete, Romani, tutti, per rivendicare la vostra piena libertà di scelta.
[William Shakespeare, Tito Andronico, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Troilo e Cressida[modifica]

Mario Praz[modifica]

La scena è posta a Troia. Dalle isole della Grecia i principi orgogliosi, il loro gran sangue scaldato, hanno spedito al porto d'Atene le lor navi cariche dei ministri e degl'istrumenti della cruda guerra: sessanta e nove cinti di real corona, dalla baia d'Atena salpano alla volta della Frigia; e han fatto voto di mettere a sacco Troia dentro alle cui forti mura la rapita Elena, la regina di Menelao, giace col lascivo Paride; e codesta è la contesa.
[William Shakespeare, Troilo e Cressida, traduzione di Mario Praz, Newton, 1990]

Goffredo Raponi[modifica]

Entra il PROLOGO
Prologo – La scena è a Troia. Dall'isole greche i re orgogliosi, il loro nobil sangue bollente d'ira, han radunato in massa le loro flotte nel porto di Atene, stracarico ciascun loro vascello di micidiali strumenti di guerra. Sessanta e nove teste coronate han fatto vela per la frigia costa da lì, giurando di dar sacco a Troia dove, al riparo di possenti mura, di Menelao la rapita regina si giace a fianco del lascivo Paride. a cagione della contesa è questa.
[William Shakespeare, Troilo e Cressida, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Tutto è bene quel che finisce bene[modifica]

Goffredo Raponi[modifica]

Rossiglione, il palazzo del conte.
Entrano il giovane BERTRAMO, la CONTESSA sua madre, ELENA, LAFEU, tutti vestiti a lutto

Contessa – Lasciare ora andar via da me mio figlio è come seppellire mio marito una seconda volta.
Bertramo – E per me, madre, è piangere mio padre un'altra volta, andando via: ma devo sottostare a un ordine del re, al quale sono tanto più soggetto ora che sono sotto sua tutela.
[William Shakespeare, Tutto è bene quel che finisce bene, traduzione originale di Goffredo Raponi]

Nicoletta Rosati Bizzotto[modifica]

Rossillion. Il palazzo del conte.
Entrano il giovane Bertram, conte di Rossillion, sua madre, la Contessa, Elena e lord Lafew, tutti vestiti di nero.

Contessa: Consegnare mio figlio al mondo è come dare nuovamente sepoltura al mio sposo.
Bertram: E nell'andare, signora, piango nuovamente la morte di mio padre; ma devo obbedienza al comando di sua maestà; di cui sono pupillo ora e sarò sempre suddito.
[William Shakespeare, Tutto è bene quel che finisce bene, traduzione di Nicoletta Rosati Bizzotto, Newton Compton, 1990]

Citazioni su William Shakespeare[modifica]

  • A chi e a che cosa pensava Guglielmo Shakespeare, quali ricordi amari rimuginava quando, la penna stillante tossico, scriveva il verso celebre in cui parla del ritorno di un uomo ad una buia casa, ad una moglie odiata? Alcuni studiosi sono inclini a ritenere che fosse proprio la donna rimasta a Stratford-on-Avon a ispirargli la malinconica immagine. (Olga Ceretti)
  • Ciò che Shakespeare non poté essere praticamente, ovvero il mimo di tutti i suoi ruoli, può esserlo con la massima precisione il compositore giacché egli ci parla direttamente attraverso ogni musicista che ne esegue l'opera. (Richard Wagner)
  • Dopo Omero nessun poeta, per mio giudicio, può alzarsi a competere con l'Alighieri, salvo Guglielmo Shakspeare, gloria massima dell'Inghilterra. E per fermo, ne' drammi di lui l'animo e la vita umana vengon ritratti così al vero e scandagliati e disaminati così nel profondo, che mai nol saranno di più. Ma le condizioni peculiari della drammatica e l'indole propria degl' ingegni settentrionali impedirono a Shakspeare di raggiungere quella perfetta unione sì delle diverse materie poetiche e sì di tutte l'eccellenze e prerogative onde facciamo discorso. E veramente nelle composizioni sue la religione si mostra sol di lontano e molto di rado; e tra le specie differenti e delicatissime d'amore ivi entro significate, manca quella eccelsa e spiritualissima di cui si scaldò l'amante di Beatrice. (Terenzio Mamiani)
  • La mia anima si rifugia sempre nel Vecchio Testamento ed in Shakespeare. Là almeno si sente qualche cosa: là son uomini che parlano. Là si odia! là si ama, si uccide il nemico, si maledice ai posteri per tutte le generazioni; là si pecca. (Søren Kierkegaard)
  • Leggere Shakespeare | questo è il vero problema! (CapaRezza)
  • Qualcuno ci sorveglia mentre scriviamo. La madre. Il maestro. Shakespeare. Dio. (Martin Amis)
  • Qualunque cosa dica, so che Shakespeare l'ha già detta. (Riccardo III - Un uomo, un re)
  • Quando, ad esempio, sento le espressioni ammirate che per secoli sono state dedicate a Shakespeare da grandi uomini, non posso sottrarmi al sospetto che quelle lodi siano state solo convenzionali. (Ludwig Wittgenstein)
  • Shakespeare mi faceva dimenticar Sofocle: ma quando io quelle opere considerava più da vicino, io m'accorsi che cosa alcuna non ha mai superata l'originalità, la vita, la grazia di quest'arte sovrana, e che più che l'immaginazioni sono impazienti, anelanti, più ad esse converrebbe il riposarsi ad intervalli nella meditazione di questa bellezza, che deve la sua superiorità su tutte le altre alla sua medesima severità. (Giovan Battista Niccolini)
  • Shakespeare non è mai esistito. Tutte le sue opere sono state scritte da uno sconosciuto che aveva il suo stesso nome. (Alphonse Allais)
  • Un barbaro che non era privo d'ingegno. (Alessandro Manzoni)[52]

Note[modifica]

  1. a b c d Citato in V per Vendetta.
  2. "We mourn in black; why mourn we not in blood?": intendi: "Invece di piangerlo vestiti di nero, vendichiamolo vestendoci del sangue dei nemici uccisi".
  3. "... your argosies": "argosies" (o "ergosies"), "ragusine" o "ragusee" si chiamavano per antonomasia le grandi galee mercantili veneziane, da Ragusa (latino "Ergasia"), il grande porto dalmata, dominio della Serenissima, il cui commercio con l'Inghilterra era fiorente al tempo di Shakespeare. Era uso chiamare le navi dal nome della città che le armava (cfr. nell'"Otello", I, 1, 26, "veronese" da Verona, altro dominio di Venezia).
  4. "Or as it were the pageants of the sea": "pageant" è il corteo, la parata celebrativa di eventi importanti con l'esibizione di figure e costumi sfarzosi e con la riproduzione di scene storiche o allegoriche. "Pageants of the sea" furono chiamati – ma solo più tardi, ai primi del 1700 – le piattaforme mobili sull'acqua sulle quali erano rappresentate scene dei "mistery plays".
  5. "What would France with us?": i re, al pari dei nobili titolari di principati, ducati, contee, marchesati ecc., sono indicati spesso in Shakespeare col nome del regno o del dominio di cui sono titolari. La sineddoche della identificazione del nome della persona con la terra era consueta anche nel linguaggio comune.
  6. Goffredo è il quarto figlio di Enrico II, Giovanni è il quinto. Alla morte di Enrico (1189), il trono era andato al suo terzo figlio Riccardo (detto Cuor-di-leone). Goffredo è morto prima (1186), ma ha lasciato un figlio maschio, Arturo, al quale, alla morte di Riccardo, sarebbe spettato il trono per diritto di rappresentazione osservato dalla regola dinastica. Se ne impadronisce invece Giovanni, col favore e la complicità della madre Eleonora d'Aquitania. Costei, moglie ripudiata di Luigi VII di Francia, aveva sposato Enrico due anni prima (1152) che questi ascendesse al trono dello zio Stefano. All'apertura del dramma (1200) Arturo ha 13 anni, Giovanni 33, Eleonora 78. Secondo alcuni storici, lo stesso Riccardo Cuor-di-leone, partendo per la crociata in Terrasanta (v. più sotto la nota 27) aveva esplicitamente istituito suo erede il giovane Arturo.
  7. Erano, salvo l'Irlanda, i possedimenti della corona inglese in terra di Francia.
  8. Lenza esorta l'ostessa alla storia, ma la sua è storia inventata: fra i re inglesi non c'è alcun Riccardo col titolo di "Conquistatore". Fu così chiamato Guglielmo I (1027-1087).
  9. Strafalcione spagnolo-latino per "poche chiacchiere".
  10. "Sessa": esclamazione di conio shakespeariano e ricorrente solo qui, di significato incerto. Forse: "Basta, non m'infastidire più".
  11. Il Capitano esce; e si veggono accorrere su la tolda parecchi marinaj.
  12. "Or we run ourselves aground": "to run aground" non è – come vedo tradotto altrove – "arenarsi", "andare in secco", o addirittura "andare di traverso", ma semplicemente "andare a fondo" ("to the bottom of the sea"). I personaggi a bordo di questa nave, in mezzo alla tempesta in alto mare, non temono di andare in secca – che sarebbe, in certo modo, la salvezza – ma di perire annegati.
  13. "Grimalkin," gatto vecchio, e "Paddok," botta, sono nomi di quella prediletta famiglia delle streghe, gatti, rospi e folletti, la quale accompagna sempre gl'incantesimi e le ronde notturne: mi torna bene il conservare le strane denominazioni del testo, perché rispondono all'aspro gergo delle tre femmine barbute e al cupo effetto della scena.
  14. "I come Grimalkin": è come se la 1ª strega senta una voce che la chiama. "Graymalkin" o "Grimalkin" era il nomignolo che si dava, in senso spregiativo, al gatto, più spesso ad una gatta vecchia ("malkin" è la femmina del diavolo, la versiera), donde l'uso dello stesso appellativo ad indicare in generale una vecchia petulante.
  15. "Paddock calls": "Paddock", "Ranocchio" è il nome di uno degli esseri infernali della favolistica medioevale.
  16. È la terza frase del più famoso soliloquio della tragedia. In questa il protagonista reagisce con insensibilità alla morte della moglie.
  17. "To your sufficiency": "sufficiency" è qui sinonimo di "adequacy", "competenza"; ma il passaggio è ambiguo, tanto da far pensare a una lacuna tra "sufficiency" e il successivo "let them work", dove quel plurale "them" non si sa a chi riferire.
  18. Citato in Guido Almansi, Il filosofo portatile, TEA, Milano, 1991.
  19. Roderigo rimprovera a Jago di non averlo informato del fatto che Desdemona, di cui è innamorato, nel momento in cui parlano si trova a segreto colloquio con Otello. Jago conosce il luogo dell'appuntamento. È già lo sbozzo, fin dalle prime battute, dei due personaggi: Roderigo, il giovane benestante, grullo e credulone; Jago, lo scaltro maligno suo parassita, cosa di cui si vanterà lui stesso alla fine dell'atto: "Così io faccio di questo fantoccio / ancora e sempre la mia cassaforte".
  20. "S' blood!": esclamativo per contrazione di "By God's Blood", "Per il sangue di Dio!" (v. anche "Amleto", II, 2, 355).
  21. L'ultimo periodo è citato nel testo della canzone Che cosa sono le nuvole di Pier Paolo Pasolini e Domenico Modugno
  22. Nel copione non v'è didascalia della scena.
  23. "Reassuming man's infermities": le spoglie di cui l'uomo è rivestito sono soggette ad infermità di ogni sorta,
    compresa la morte.
  24. "On ember-eves and holy ales": "ember-eves", "vigilie di digiuno" è il nome dei quattro periodi di digiuno (che vanno sotto il nome di "Quattro Tempora") del rito cristiano nelle quattro stagioni dell'anno; "holy ales" erano le feste nelle quali i membri di una parrocchia si riunivano per fabbricare e bere insieme birra ("ale") (cfr. "... to go to the Ale with a Christian" ne "I due gentiluomini di Verona", II, 5, 49).
  25. Il "vantaggio" della storia che Gower si accinge a raccontare sarà da lui illustrato subito dopo.
  26. La malattia cui si riferisce è la sifilide, nota anche come "mal francese". "Sciorinar la sua corona al sole" vuol dire "spendere i suoi denari". La "corona" infatti è il denaro per antonomasia. Il "sole" era simbolo frequente nelle insegne dei bordelli in Inghilterra. Ma crown ha, tra i vari significati, anche quello di "zucca pelata" (la calvizia era un frequente effetto della sifilide). La Mezzana quindi, con le stesse parole, vuole anche intendere che il sifilitico cavalier francese, oltre a spendere le sue corone, verrà anche a spandere la sua malattia.
  27. "Albania", "Cornovaglia": si usava chiamare i re e i nobili titolati col nome del dominio di cui erano titolari. "Albania" ("Albany") è l'antico nome col quale si designava la regione compresa tra la parte settentrionale dell'Inghilterra e orientale della Scozia (da Albanatte, il leggendario discendente di Enea).
  28. In realtà, l'accusa è storicamente infondata, e nel dramma la figura di Norfolk sarà riabilitata. Ma simili denunce di slealtà verso il sovrano avevano regolare corso nell'Inghilterra del tempo. "Così rilassati erano i costumi tra la nobiltà, insieme coi principii d'onore e di delicatezza, che Enrico duca di Hereford, primo conte di Derby e figlio del Duca di Lancaster, non arrossì di accusare il duca di Norfolk di avergli in privato tenuto discorsi ingiuriosi contro il monarca. Norfolk gli diede una smentita e lo sfidò al duello". (L. Galibert & C. Pellé, "Storia d'Inghilterra", vol. I, pag. 380, Venezia, Antonelli, 1845).
  29. Questa didascalia è arbitraria del traduttore. I testi non ne portano nessuna. Il lettore – o il regista – può dunque immaginare il luogo a suo talento; che può essere anche un interno della corte.
  30. "By this sun of York": alcuni testi hanno "son", "figlio", invece dell'omofono "sun", "sole", che leggerebbe pertanto: "ad opera di questo figlio di York" riferito a Re Edoardo IV; "figlio" di York e fratello di Riccardo è infatti questo Edoardo, che ha tolto il trono a un Lancaster, Enrico VI. È verosimile che il drammaturgo abbia inteso sfruttare l'omofonia dei due termini per uno di quei giochi di parole assai graditi al pubblico elisabettiano; ma la lezione "sun" è la più probabile, anche perché il sole era l'emblema gentilizio degli York (cfr. in "Enrico VI – Parte terza", il dialogo dei due fratelli Edoardo e Riccardo York alla prima scena del II atto).
  31. "... like to a stepdame or a dowager": "stepdame", "matrigna", ha nell'inglese, più che nell'italiano, il senso di donna perfida e crudele; "dowager" è la vedova ricca che si sta godendo le rendite del defunto marito, nobiluomo o mercante.
  32. Recitato in una forma semplificata da Neil (Robert Sean Leonard) nel film L'attimo fuggente.
  33. Citato in L'attimo fuggente.
  34. I sovrani sono indicati spesso in Shakespeare – com'era uso nella poetica del tempo – col nome del paese in cui regnano.
  35. Il riferimento al tipo di moneta, chiaramente anacronistico, è immaginario com'è immaginaria la Efeso del dramma; più sotto si parlerà indifferentemente di "ducati" e di "fiorini".
  36. "... like the sweet sound/ that breaths upon a bank of violets..": "sound" è qui "il suono del vento".
  37. "" will make a Star Chamber of it": "Farò di ciò una questione da Camera Stellata". Si chiamava "Camera Stellata" ("Star Chamber") la sala del palazzo reale di Westminster dove sedeva il Consiglio della Corona in funzione di tribunale penale, che da quella camera prendeva il nome.
  38. "Robert Shallow, esquire": "esquire" era il titolo onorifico che precedeva, nella gerarchia araldica, quello di "knight", "cavaliere"; esso spettava di diritto ad alcuni funzionari di nomina regia tra cui i giudici di pace.
  39. Questo "coram" come il successivo "rotulorum" sono corruzioni e contrazioni maccheroniche del linguaggio curialesco: "coram" è corruzione del "quorum" della formula "quorum unum vos esse volumus", "dei quali noi vogliamo che voi siate uno" con la quale il sovrano nominava i suoi dignitari; "costalorum" è corruzione di "custos rotulorum", "custode dei rotuli", come si chiamavano i preposti alla giustizia ("rotula" erano, nel tardo latino, i cartigli contenenti i testi delle leggi); "rotulorum" è ripetizione pappagallesca della stessa parola.
  40. Si legga "Glo-ster" per la metrica.
  41. Il riferimento al cormorano, come esempio di divoratore insaziabile, è frequente in Shakespeare (cfr. "Riccardo II", III, 1, 38: "Light, vanity, insatiate cormorant"; "Coriolano", I, 1, 125: "The cormorant belly").
  42. Testo: "The endeavour of this present breath", letteralm.: "lo sforzo di questo nostro attuale respirare".
  43. Il Tempo, nell'iconografia medioevale, è rappresentato come un vecchio armato di una falce.
  44. "Accademia" era il nome del giardino di Atene dove Platone teneva scuola. Il termine, divenuto sinonimo di luogo dove si coltivavano le arti e le scienze, deriva dal nome del mitico eroe greco Akàdemos, nel dominio del quale si stendevano i giardini dove poi insegnò Platone. Il Lodovici, in felice analogia col luogo in cui si svolge la scena – il parco reale di Navarra – traduce: "Faremo di questo parco gli orti di Accademo".
  45. Questo esordio del re di Navarra è una specie di preludio al tipo di linguaggio che pervaderà l'intera commedia: un esempio, in chiave parodistica, del parlare eufuistico (dal romanzo "Eupheus" di John Lyly, 1578) in voga nelle corti europee del tardo Rinascimento.
  46. "Good day, Sir": è inutile osservare che i Greci, come i Romani, non conoscevano le espressioni di "signore", "signoria vostra", ecc. Shakespeare, è noto, fa parlare i suoi personaggi col linguaggio del suo tempo.
  47. Questa indicazione della presenza sulla scena di un monumento funebre la trovo introdotta per la prima volta dal Lodovici. Uomo di teatro egli stesso e drammaturgo illustre, s'è avveduto dell'incongruità di un rito funebre, qual è quello che si svolge sulla scena, in assenza di qualsiasi cenno alla presenza del cenotafio.
  48. "Flourish": è uno dei tanti segnali musicali del teatro shakespeariano.
  49. "Aloft": è il piano superiore ("upper stage") del palcoscenico elisabettiano. I personaggi si rivelano al pubblico all'apertura delle tende della galleria all'inizio della scena. È uno dei casi in cui la didascalia "enter" non indica necessariamente che i personaggi "entrano" in scena.
  50. "... nor wrong mine age with this indegnity", letteralm.: "... né fate torto alla mia età (al mio diritto di primogenitura) con questo affronto".
  51. "... keep then this passage to the Capitol": "questo passaggio" è la piazza dove si trovano; Bassiano incita i suoi a custodirlo ("keep") cioè a impedire che vi passi altri che lui.
  52. Frase de I promessi sposi, cap. VII, «Tra il primo pensiero di un'impresa terribile e l'esecuzione di essa (ha detto un barbaro che non era privo d'ingegno) [...]» allusiva ai versi dell'opera shakespiriana Julius Caesar, atto II, scena I: Between the acting of a dreadful thing | And the first motion, all the interim is | Like a phantasma or a hideous dream (Tra il primo pensiero di un'impresa terribile e la prima azione, tutto ciò che sta in mezzo, è come un fantasma od un odioso sogno). Il Manzoni era un ammiratore di Shakespeare e la battuta è ironicamente rivolta al Voltaire, che aveva definito il grande drammaturgo inglese «un sauvage avec des ètincelles de génie» (Un selvaggio con qualche scintilla di genio).

Bibliografia[modifica]

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  • William Shakespeare, Enrico VI, traduzione originale di Goffredo Raponi.
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  • William Shakespeare, I due gentiluomini di Verona, traduzione originale di Goffredo Raponi
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  • William Shakespeare, Il mercante di Venezia (The Merchant of Venice), introduzine di Alberto Castelli, traduzione di Carlo Rusconi, Orsa Maggiore editrice, 1990.
  • William Shakespeare, Il mercante di Venezia, traduzione di di Paola Ojetti, Newton, 1990.
  • William Shakespeare, Il racconto d'inverno, traduzione originale di Goffredo Raponi.
  • William Shakespeare, Il racconto d'inverno, traduzione di Eugenio Montale, Newton, 1990.
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  • William Shakespeare, Tito Andronico, traduzione di Agostino Lombardo, Newton, 1990.
  • William Shakespeare, Troilo e Cressida, traduzione originale di Goffredo Raponi.
  • William Shakespeare, Troilo e Cressida, traduzione di Mario Praz, Newton, 1990.
  • William Shakespeare, Tutto è bene quel che finisce bene, traduzione originale di Goffredo Raponi.
  • William Shakespeare, Tutto è bene quel che finisce bene, traduzione di Nicoletta Rosati Bizzotto, Newton Compton, 1990.

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