Simonetta Agnello Hornby

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Simonetta Agnello Hornby

Simonetta Agnello Hornby (1945 – vivente), scrittrice italiana.

Citazioni di Simonetta Agnello Hornby[modifica]

  • Credevo che Sicilia e Inghilterra fossero due Paesi diversi, invece ci sono tante cose in comune. La paura del diverso, del lontano, di essere aggrediti. L'Inghilterra ha paura di essere vulnerabile perché lo è, come noi. Gli inglesi si sentono i migliori del mondo, anche noi siciliani. Ma sbagliamo, siamo come gli altri.[1]
  • È triste dirlo ma la Sicilia è invidiosa. Oggi leggevo che sin dal 1500 siamo stati descritti come invidiosi~ non possono avere sbagliato tutti. Il palermitano è più invidioso degli altri siciliani, ha maggiori insicurezze. Il fatto che io sia spuntata così, dall'aria, sommato alla grande campagna pubblicitaria che la Feltrinelli fece per La mennulara ha provocato molte invidie. Hanno detto che il libro lo avevano scritto alla Feltrinelli ed io mi ero limitata a firmarlo.[2]
  • Il mio punto di riferimento è Monte Pellegrino. A Londra parlo l'inglese ma con accento siciliano. A Londra ci ho lavorato, mi sono sposata, ci ho fatto due figli. E non mi sono mai posta il problema della convivenza tra un'anima siciliana e una inglese. Io sono io ovunque vada.[3]
  • Io mi sento come una torta a tre strati: uno fatto dalla Sicilia, l’altro dall’Italia, un terzo ancora dall’Inghilterra.[4]
  • Io trovo ridicolo l'avvocato pagato dallo Stato che pretende di essere pagato più di un insegnante, che è un lavoro importantissimo: cioè, ogni tanto abbiamo dei grilli in testa noi avvocati. (dall'intervista a Parla con me, Rai Tre del 29 aprile 2009)
  • L’integrazione c’è sempre stata, soprattutto in Sicilia. Noi siamo un popolo fatto da gente diversa. Adesso abbiamo un’emigrazione di massa drammatica, con gente che muore in mare, a cui siamo poco preparati.[5]
  • Mamma proveniva da una famiglia nobiliare di Agrigento. Era una donna colta e bilingue, parlava francese e italiano. Papà, il Barone Francesco Agnello, era di origine pisana. Un suo avo, Giovanni Dell’Agnello, era stato doge di Pisa e di Lucca e fu esiliato in Sicilia nel Trecento. Papà era consapevole delle sue radici toscane ma ci teneva molto alla mia identità siciliana.[6]
  • Non credo all'espressione fuga dei cervelli per me è un eufemismo che usa chi non trova lavoro. Oggi gli italiani vengono a Londra per due motivi: perché in Italia non trovano lavoro mentre qui sì; altri perché non vogliono più vivere in Italia. Londra è generosa, accogliente, profondamente tollerante e democratica, offre a gente di tutte le etnie la possibilità di lavorare. Gli stranieri sono tutti ben accetti. Purché lavorino e si facciano accettare.[7]
  • Propongo itinerari, musei poco noti, veri ristoranti inglesi, parchi poco frequentati. Racconto della city e di Brixton dove ho esercitato la professione di avvocato. Parlo anche tanto dei londinesi. Londra è anche la città del sesso, argomento che tanti considerano “poco inglese” mentre non è così. Mio padre era sereno di sapermi a Londra perché città notoriamente piena di omosessuali.[8]
  • Sì, sono una scrittrice. Adesso sì. Ci ho messo del tempo prima di abituarmi. Figurarsi che qualche anno fa mi presentarono un signore, mi dissero "questo è un tuo collega". E io subito a domandargli: "lei cosa fa, civile o penale?". L'avevo preso per un avvocato. Quello mi rispose "signora Hornby io scrivo libri, sono uno scrittore. Come lei". Ma in fondo ho fatto l'avvocato per trent' anni, sono una scrittrice da pochi anni.[2]
  • Siamo una famiglia felice e normale. Solo, abbiamo più soldi di quella gentaglia dell'asilo. Ha capito? Felice e normale. (da Vento scomposto)
  • Sono nata a Palermo e ho vissuto con la mia famiglia ad Agrigento fino al 1958. Non sono andata a scuola fino alle medie, sono stata educata privatamente a casa. Al contrario di mia sorella Chiara, non avevo amici. Ho avuto un’infanzia solitaria ma non infelice. C’era l’affetto della mamma, quello del papà a intermittenza e poi c’erano i cugini. Direi che è stata un’infanzia “feudale”. Frequentavamo la nobiltà palermitana e la buona società girgentana. Avevamo una bambinaia ungherese, c’era la servitù, i contadini, era una vita scandita da ritmi precisi: l’inverno ad Agrigento e poi le lunghe estati a “Mosè”, la campagna poco distante acquistata nei primi dell’Ottocento dal mio bisnonno per costruirvi una casa di villeggiatura accanto all' originaria fattoria. È una casa che ha resistito alle guerre ed a pochi passi dai templi dorici di Akragas. Ci trasferivamo lì, con tutta la servitù, da giugno a ottobre.[9]

La zia marchesa[modifica]

Incipit[modifica]

La nobiltà palermitana attraversava un periodo di rinascita, c'erano germogli di maggior cultura e responsabilità civica. Costanza doveva sposare un aristocratico e vivere a Palermo, frequentare i teatri, viaggiare, conoscere i suoi pari. Il padre le prospettò il matrimonio in questi termini: "Sei ricca e sarai padrona. Voglio per te un matrimonio combinato a tuo gradimento, così che tu sia felice, come lo sono stato io con tua madre". Che scegliesse lei, l'avrebbe portata a Palermo per conoscere giovani nobili. Era stato lapidario: doveva avvenire presto, voleva morire certo che lei fosse sistemata. Costanza, alle cui orecchie il verbo "scegliere" suonava oscuro e minaccioso, doveva obbedire, e acconsentì.

Citazioni[modifica]

  • Costanza paragonava la vita a un enorme monetario, suddiviso in cassetti di diverse dimensioni. Alcuni erano vuoti. Altri, quelli più capienti, contenevano le cose di prima necessità, gli elementi fondamentali. Nei più piccoli andavano le cose piccole, quelle del diletto, superflue ma importanti: quelle che danno gusto e sapore alla giornata ben vissuta.
  • La vita è come una treccia, ogni ciocca è importante e ha un significato. La prima è quella del dovere, che abbiamo tutti e che significa obbedienza; la seconda è quella della roba – chi l'ha deve stare attento a non farsela arrubbare e chi non l'ha ha soltanto la fame nelle budella e la vulissi assai – e la terza è quella dell'amore. E se una ha tutte e tre le ciocche belle forti, la treccia è bellissima e vive felice. Ma assai fimmine hanno la prima ciocca bella folta, mentre le altre due sono sottili. Se riescono a intrecciarsi la treccia bella non è, ma tiene, e la vita continua. Se invece la ciocca dell'amore addiventa troppo forte e quella del dovere è debole, la treccia non regge e si disfa: tre devono essere le ciocche, così è. (da La zia marchesa)

Incipit di alcune opere[modifica]

Camera oscura[modifica]

Stridio di freni, sfrigolio di ruote sulle rotaie, poi lenti sbuffi di vapore e infine il fischio acuto del capostazione — il direttissimo Londra-Oxford delle dodici e dieci s'era fermato ansante al binario numero due, i vagoni di prima classe perfettamente allineati davanti alle vetrate dell'atrio della stazione. Facchini e cocchieri si davano da fare per accogliere signore impellicciate e gentiluomini dal portamento altero. I passeggeri di seconda e terza classe arrancavano lungo il binario; tra questi spiccava una giovane donna dal corpo ben formato, capelli e grandi occhi castani, e pelle bianca come porcellana, appena arrossata dall'aria fredda. Indossava una redingote e un colbacco di pelliccia marrone; una mano guantata reggeva un borsone di cuoio dalle borchie di ottone, l'altra era infilata nel manicotto. Il passo deciso e lo sguardo assorto indicavano che Ruth Matthews sapeva di non essere attesa.

La Mennulara[modifica]

Il dottor Mendicò improvvisamente si sentì stanchissimo, con le gambe indolenzite e le braccia formicolanti. Era rimasto nella stessa posizione per più di un'ora, le mani della Mennulara strette fra le sue, accarezzandole le dita con un movimento circolare e delicato, incessante. Sollevò la mano destra, lasciando a palma aperta sul lenzuolo la sinistra, su cui poggiavano quelle ancora tiepide della defunta.
Era un momento solenne, che conosceva bene e sempre lo emozionava, l'ultimo compito di un medico sconfitto dalla morte. Le chiuse le palpebre delicatamente. Poi le rassettò le mani intrecciandole le dita, gliele pose con cura sullo sterno, riordinò il lenzuolo tirandolo su fino a coprirle le spalle e finalmente si alzò per comunicare agli Alfallipe la morte della Mennulara.

La monaca[modifica]

Messina, 15 agosto 1839.
Il ricevimento dei Padellani alla festa
dell'Assunzione della Vergine

Le luce soffice del mattino entrava dal lucernario e si diffondeva in basso, esaltando il marmo rosato della scala barocca. "Allestitevi, don Totò!", gridava Annuzza. In punta di piedi, si sporgeva dalla balaustra e accompagnava le parole con ampi gesti: "Allestitevi, Sua Eccellenza vi aspetta!". Il cameriere reggeva tra le braccia una grande cesta a fondo largo, coperta da un panno pesante. Ansava a ogni scalino, ma non rallentava, il profumo di pane caldo, olio d'oliva, sarde salate e origano bruciato dava vigore alle sue ginocchia logore.


Vento scomposto[modifica]

Il nuovo lavoro di Pat
Victoria Station. Lunedì 7 aprile

Le uscite di Victoria Station erano bloccate dal flusso dei pendolari che si riversavano dai treni e spingevano compatti verso l'esterno. Schiacciata contro il muro dell'arco d'ingresso, Pat inalava profondamente per evitare un attacco di panico. Rimpiangeva ancora una volta di aver accettato, d'impulso, il suggerimento dell'agenzia di lavorare in uno studio legale della periferia. Anziché prendere l'autobus 11 che in venti minuti la portava allo Strand, il quartiere degli avvocati, ora avrebbe dovuto contendere con i pendolari della mattina per raggiungere il binario del treno per Brixton.
Poi si sovvenne delle sagge parole di Ron. La sera prima le aveva ricordato che il nuovo lavoro era ben pagato e che probabilmente sarebbe stato meno stressante di quello a cui era abituata; l'aveva rassicurata dicendole che le prossime due settimane sarebbero volate e poi lei sarebbe ritornata agli studi legali della City dove, dopo aver conseguito il diploma, aveva lavorato ininterrottamente come segretaria volante. Pat si fece coraggio e prese a farsi strada contro corrente. Il fiume di viaggiatori taciturni si apriva per poi richiudersi alle sue spalle. Non senza fatica, riuscì a raggiungere il suo treno e saltarvi su prima che partisse.

Note[modifica]

  1. Citato in [1], 7 giugno 2014.
  2. a b Citato in Amelia Crisantino, Simonetta Agnello Hornby "La Sicilia non mi accetta", la Repubblica, 8 febbraio 2009.
  3. Citato in [2], 22 maggio 2014.
  4. Citato in [3], 7 giugno 2014.
  5. Citato in [4], 7 giugno 2014.
  6. Citato in [5], 11 gennaio 2012.
  7. Citato in [6], 22 maggio 2014.
  8. Citato in [7], 22 maggio 2014.
  9. Citato in [8], 11 gennaio 2012.

Bibliografia[modifica]

  • Simonetta Agnello Hornby, Camera oscura, Skira, 2012. ISBN 9788857218137
  • Simonetta Agnello Hornby, La Mennulara, Feltrinelli.
  • Simonetta Agnello Hornby, La monaca, Feltrinelli, Milano, 2010. ISBN 9788807018237
  • Simonetta Agnello Hornby, La zia marchesa, Feltrinelli.
  • Simonetta Agnello Hornby, Vento Scomposto, traduzione di Simonetta Agnello Hornby e Giovanna Salvia, Feltrinelli, Milano, 2009.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]