Émile Durkheim

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Émile Durkheim

Émile Durkheim (1858 – 1917), sociologo francese.

Citazioni di Émile Durkheim[modifica]

  • [...] è un fatto sociale ogni modo di fare, più o meno fissato, capace di esercitare sull'individuo una costrizione esterna – oppure un modo di fare che è generale nell'estensione di una società data, pur avendo esistenza propria, indipendentemente dalle manifestazioni individuali.[1]
  • È nostro dovere cercare di diventare... un essere umano completo, pienamente sufficiente a se stesso; o piuttosto... essere parte di un tutto, l'organo di un organismo?[2]
  • Ecco dunque un ordine di fatti che presentano caratteri molto specifici: essi consistono in modi di agire, di pensare e di sentire esterni all'individuo, e dotati di un potere di coercizione in virtù del quale si impongono ad esso. Di conseguenza essi non possono venire confusi né con i fenomeni organici, in quanto consistono di rappresentazioni e di azioni, né con i fenomeni psichici, i quali esistono soltanto nella e mediante la coscienza individuale. Essi costituiscono quindi una nuova specie, e ad essi soltanto deve essere data e riservata la qualifica di fatti sociali.[3]
  • L'individuo si sottomette alla società e quest'atto di sottomissione è la condizione della sua liberazione. Per l'uomo la libertà consiste nella liberazione da forze fisiche cieche e irriflessive; egli ottiene ciò opponendo a queste la grande e intelligente forza della società, sotto la cui protezione si rifugia. Ponendosi sotto l'ala della società egli si trova, in un certo senso, a dipendere da essa. Ma si tratta di una dipendenza liberatoria.[4]
  • L'insieme delle credenze e dei sentimenti comuni alla media dei membri della stessa società forma un sistema determinato che ha una vita propria; possiamo chiamarlo coscienza collettiva o comune.[5]
  • La conclusione generale di questo libro è che la religione è un fatto eminentemente sociale. Le rappresentazioni religiose sono rappresentazioni collettive esprimenti realtà collettive; i riti costituiscono modi di agire che nascono entro gruppi costituiti e sono destinati a suscitare, conservare e riprodurre taluni stati mentali dei gruppi stessi.[6]
  • La funzione di un fatto sociale può essere solamente sociale: essa consiste cioè nella produzione di effetti socialmente utili. Senza dubbio può darsi - e succede effettivamente - che essa serva di rimbalzo anche all'individuo; ma questo felice risultato non è la sua ragione d'essere immediata. Possiamo quindi completare la proposizione dicendo che la funzione di un fatto sociale deve venir sempre cercata nel rapporto in cui si trova con qualche scopo sociale.[7]
  • La società non è una semplice somma di individui; al contrario, il sistema formato dalla loro associazione rappresenta una realtà specifica dotata di caratteri propri. La sociologia, pertanto, non è ausiliaria rispetto a qualsiasi altra scienza, ma è essa stessa una scienza distinta e autonoma.[8]
  • La sociologia, pertanto, non è ausiliaria rispetto a qualsiasi altra scienza, ma è essa stessa una scienza distinta e autonoma.[9]
  • Le passioni umane si fermano solo dinanzi a una potenza morale che rispettino. Se manca una qualsiasi autorità di questo tipo, la legge del più forte regna e, latente o acuto, lo stato di guerra è necessariamente cronico... Mentre le funzioni economiche un tempo rappresentavano solo una parte secondaria, esse ora stanno al primo posto. Di fronte a loro vediamo arretrare sempre più le funzioni militari, amministrative, religiose. (da De la division du travail social, Prefazione alla II edizione, pp. III-IV)[10]
  • Se dunque esiste una verità che la storia ha reso indubbia, questa è proprio l'estensione sempre minore della porzione di vita sociale che la religione ricopre. In origine essa si estendeva su tutto; tutto ciò che era sociale era religioso; i due termini erano sinonimi. In seguito, a poco a poco, le funzioni politiche, economiche, scientifiche si sono rese indipendenti dalla funzione religiosa, costituendosi a parte e assumendo un carattere temporale sempre più accentuato. Dio – per così dire – che in principio era presente a tutte le relazioni umane, si ritira progressivamente da esse; abbandona il mondo agli uomini e alle loro controversie.[11]
  • Tra dio e società bisogna scegliere. [12]
  • Una giovane scienza [come la sociologia] non deve essere eccessivamente abiziosa, e anzi gode della più grande credibilità delle menti scientifiche, quando si presenta con la più grande modestia.[13]

Citazioni su Émile Durkheim[modifica]

  • Costretto a farmi violenza per riconoscere i meriti di Durkheim, non avendo simpatie per Pareto, mantengo per Max Weber l'ammirazione che ho avuto per lui sin dal tempo della mia gioventù, anche se su numerosi punti, anche importanti, mi sento molto lontano da lui. La verità è che Max Weber non mi irrita mai, anche quando gli do torto, mentre per Durkheim provo un senso di disagio, anche quando i suoi argomenti mi convingono. (Raymond Aron)
  • La religione del nostro tempo, all'interno della quale anche la cristianità o l'Islam sono immense enclaves, è la religione della società. Suo araldo non del tutto consapevole fu Emile Durkheim, che cristallizzò la dottrina in un libro del 1912, Les Formes élémentaires de la vie religieuse. Dove, più che delle forme elementari della vita religiosa, si trattava della trasformazione della società in religione di se stessa. (Roberto Calasso)
  • Tollero a fatica il sociologismo nel quale sfociano le analisi sociologiche e le intuizioni profonde di Émile Durkheim. (Raymond Aron)

Note[modifica]

  1. Da Le regole del metodo sociologico, citato in Vincenzo Corsi, La sociologia fra conoscenza e ricerca, FrancoAngeli, Milano, p. 52. ISBN 9788856808728
  2. Citato in AA.VV., Il libro della sociologia, traduzione di Martina Dominici, Gribaudo, 2018, p. 36. ISBN 9788858015827
  3. Da Le regole del metodo sociologico, traduzione di Fulvia Airoldi Naimer, Comunità, Milano, 1963. Riportato in Filosofie della norma, a cura di Giuseppe Lorini e Lorenzo Passerini Glazel, G. Giappichelli Editore, Torino, 2012, p. 247.
  4. Da Selected Writings, trad. inglese, Cambridge University Press, Cambridge 1972.
  5. Da La divisione del lavoro sociale, traduzione di Fulvia Airoldi Naimer, Il Saggiatore, 2016.
  6. Da Le forme elementari della vita religiosa, Introduzione, Oggetto secondario della ricerca, traduzione di Enzo Navarra, Newton Compton, Milano, 1973, p. 25.
  7. Da Le regole del metodo sociologico, citato in Vincenzo Corsi, La sociologia fra conoscenza e ricerca, FrancoAngeli, Milano, p. 53. ISBN 9788856808728
  8. Citato in AA.VV., Il libro della sociologia, traduzione di Martina Dominici, Gribaudo, 2018, p. 37. ISBN 9788858015827
  9. Citato in AA.VV., Il libro della sociologia, traduzione di Martina Dominici, Gribaudo, 2018, p. 24. ISBN 9788858015827
  10. Citato in Raymond Aron, Le tappe del pensiero sociologico, CDE, Milano 1984.
  11. Da La divisione del lavoro sociale.
  12. Citato in Focus, n. 81, p. 144.
  13. Citato in Stefano Alpini, La sociologia "repubblicana" francese: Émile Durkheim e i durkheimiani, FrancoAngeli, Milano, p. 141. ISBN 9788846459473

Bibliografia[modifica]

  • Émile Durkheim, La divisione del lavoro sociale (De la division du travail social, 1893), traduzione di M. Cambieri Tosi, Edizioni di Comunità, Milano 1971.

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