Alain-René Lesage

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Jump to navigation Jump to search

í

Alain-René Lesage

Alain-René Lesage o Le Sage (1668 – 1747), romanziere e commediografo francese.

Citazioni di Alain-René Lesage[modifica]

  • Ci fecero fare la pace; ci abbracciammo, e da allora siamo nemici mortali.[1]
  • Trovai il porto. Addio, speranza, addio, fortuna; abbastanza mi avete ingannato, ora ingannate altri.[2]
Inveni portum; Spes et Fortuna valete. | Sat me lusistis: ludite nunc alios.

Storia di Gil Blas di Santillana[modifica]

Incipit[modifica]

Mio padre, Blas di Santillana, dopo avere a lungo militato agli ordini della monarchia spagnola, si ritirò nella sua città natale. Qui sposò una ragazza non più molto giovane, di modeste condizioni, e dieci mesi dopo il matrimonio, venni alla luce io.[3]

Citazioni[modifica]

  • «Signore,» dissi una sera al dottor Sangrado, «il cielo mi è testimone che seguo scrupolosamente il vostro metodo; tuttavia tutti i miei malati se ne vanno all'altro mondo: si direbbe che si divertano a morire per screditare la nostra arte medica. Oggi ne ho incontrati due che venivano portati al cimitero.» «Ragazzo mio,» mi rispose, «potrei dirti presso a poco la stessa cosa; non mi succede molto spesso di avere la soddisfazione di guarire le persone che capitano fra le mie mani, e se non fossi così sicuro dei principii che metto in pratica, penserei che i miei rimedi siano nocivi per quasi tutte le malattie che vengono sottoposte alle mie cure.» «Creda a me, signore» ribattei, «cambiamo sistema. Proviamo per curiosità a dare ai nostri ammalati dei preparati chimici: sperimentiamo il chermes minerale; alla peggio questi medicamenti potranno produrre lo stesso effetto della cura con salassi e acqua calda.» «Farei volentieri questo esperimento,» rispose il dottore, «se non ci fossero conseguenze; ma ho pubblicato un libro in cui ho magnificato l'effetto dei frequenti salassi e l'uso delle bevande: vuoi forse che sconfessi la mia dottrina?» «Avete perfettamente ragione,» risposi: «non bisogna lasciare che trionfino i vostri nemici, i quali certamente direbbero che vi siete accorto del vostro errore, e lederebbero così la vostra reputazione. Meglio che perisca il popolo, la nobiltà e il clero! Continuiamo dunque col nostro sistema. Dopo tutto, i nostri confratelli, con tutta l'avversione che hanno per il salasso, non fanno più miracoli di noi, e credo che le loro droghe equivalgano ai nostri specifici.». Continuammo a lavorare con nuova lena, e procedemmo in modo tale che in meno di sei settimane facemmo altrettante vedove e orfani, quanti ne fece l'assedio di Troia (p. 114).
  • «Ah! mia bella Mergelina, voi mi conoscete male, se mi volete giudicare dal bene che ha detto di me il dottore vostro marito, o anche dal mio aspetto barboso! Io non sono affatto nemica dei piaceri, e mi consacro alla gelosia dei mariti soltanto per essere utile alle belle donne. È ormai molto tempo che possiedo la grande arte di simulare, e posso dire che sono doppiamente felice, perché mi godo insieme i piaceri del vizio e la reputazione procurata dalla virtù. Detto fra noi, il mondo è virtuoso soltanto in questo modo. È troppo faticoso essere veramente virtuosi: oggi basta solo averne le apparenze. 'Lasciatevi guidare da me,' proseguì la governante, 'la daremo ad intendere come vorremo al vecchio dottor Oloroso. In fede mia, avrà lo stesso destino del signor Apuntador. Non mi pare che la fronte di un medico sia più rispettabile di quella di un farmacista. Poveretto! ne abbiam fatti di scherzi, sua moglie ed io! Com'era gentile quella signora! che buon caratterino aveva! pace all'anima sua! Vi assicuro che lei ha goduto assai la sua giovinezza. Non so quanti sono gli amanti che ha avuto, e che io le ho condotto in casa, senza che suo marito se ne sia mai accorto. Dunque, cara signora, vi prego di considerarmi più benevolmente, e persuadetevi che, per quanto abile fosse il vecchio bracciere che vi serviva, nulla perdete nel cambio. Io vi sarò forse anche più utile di lui» (p. 138).
  • «Ho una moglie giovane e bella,» rispose Zapata, «ma non mi giova a nulla. Quando si dice la fatalità! sposo una graziosa attrice nella speranza che non mi lascerà morir di fame, e, per mia disgrazia, è di una virtù incorruttibile. Chi non si sarebbe ingannato? Bisogna proprio che fra le attrici di campagna ce ne sia una virtuosa, e che questa tocchi a me» (p. 144).
  • «Ma ora parliamo d'altro, Rodriguez. Stavo per mandarvi a chiamare, quando siete arrivato proprio a tempo. Ho da darvi una cattiva notizia, mio caro Rodriguez. Stanotte ho avuto una gran disdetta al giuoco; oltre alle cento doppie che avevo con me ne ho perse altre duecento sulla parola. Voi conoscete l'importanza che ha per le persone di un certo rango liquidare questo genere di debiti. Sono gli unici che l'onore ci costringe a pagare con puntualità. Per questo non siamo così scrupolosi con gli altri creditori. Bisogna dunque trovare subito duecento doppie, e mandarle alla contessa de Pedrosa.» «Signore,» disse l'amministratore, «la cosa è più facile a dire che a fare. Di dove volete, per favore, che tiri fuori una tal somma? Dai vostri fittavoli, nonostante le minacce che faccio loro, non incasso un sol maravedì. Tuttavia debbo provvedere alle necessità della casa, e sudar sangue per far fronte alle vostre spese personali. È vero che finora, con l'aiuto di Dio, ne son venuto a capo; ma adesso non so più a che santo votarmi; sono proprio agli estremi.» «Tutte chiacchiere inutili,» lo interruppe don Mattia, «e questi dettagli mi annoiano. Non pretenderete mica, Rodriguez, che cambi vita, e mi diverta ad amministrare il mio patrimonio? Bel divertimento per un uomo come me!» «Pazienza,» disse l'amministratore, «nel modo in cui vanno le cose, prevedo che vi sbarazzerete presto e per sempre di questa preoccupazione.» «Voi mi stancate,» replicò bruscamente il giovane signore, «mi atterrate. Lasciatemi andare in rovina senza che me ne accorga. Mi occorrono, vi ripeto, duecento doppie; ne ho bisogno.» «In questo caso,» disse Rodriguez, «vi chiedo se dovrò ancora ricorrere a quel vecchietto che vi ha già prestato del denaro ad usura.» «Se volete, ricorrete anche al diavolo,» ribatté don Mattia, «purché io abbia le duecento doppie, il resto non mi interessa.»
    Appena ebbe finito di pronunziare queste parole in tono brusco e irritato l'amministratore uscì, e nello stesso momento entrò don Antonio de Centelles, giovane gentiluomo. «Che cosa hai, amico mio?» domandò questi al mio padrone, «hai il viso scuro e mi sembri arrabbiato. Chi può mai averti fatto andare in collera? Scommetto che è stato quel furfante che è uscito or ora.» «Sì,» rispose don Mattia, «è il mio amministratore. Ogni volta che mi viene a parlare, mi fa passare un brutto quarto d'ora. Si dilunga a cianciare dei miei affari, e mi assicura che mi sto mangiando il capitale fonte delle mie rendite... Brutto animale! Non vorrà mica dire che è lui che ci perde, no?» «Ragazzo mio,» disse allora don Antonio, «io sono nelle tue stesse condizioni. Ho un incaricato di affari che non ragiona meglio del tuo amministratore. Quando quel facchino, per obbedire ai miei ripetuti ordini, mi porta del danaro, si direbbe che ci rimetta del suo. Mi fa sempre un sacco di prediche, dicendomi che sto precipitando nell'abisso, e che le mie rendite sono sequestrate. Sono costretto a troncargli la parola in bocca per fargli smettere le sue elucubrazioni.» «Il guaio,» disse don Mattia, «è che non possiamo fare a meno di quella gente; è un male necessario» (p. 169)
  • «Che usurai!» esclamò il vecchio usuraio, «che bricconi! Non pensano che c'è l'altro mondo? Non mi meraviglio più se si inveisce tanto contro chi dà il danaro a prestito. È il profitto esagerato che taluno vuol trarre dal proprio danaro che ci fa perdere l'onore e la reputazione. Se tutti i miei colleghi mi somigliassero, non saremmo tanto screditati; per conto mio, io do a prestito soltanto per far piacere al mio prossimo. Ah! se i tempi fossero quelli di una volta, vi offrirei la mia borsa senza pretendere alcun interesse, e, nonostante la miseria che regna oggi, quasi quasi mi faccio scrupolo di chiedere il venti per cento. Ma si direbbe che il danaro sia sprofondato nelle viscere della terra: non se ne trova più e la sua scarsità mi costringe a far violenza al mio senso morale.». «Di quanto avete bisogno?» seguitò a dire rivolgendosi al mio padrone. «Mi occorrono duecento doppie,» rispose don Mattia. «Benissimo,» disse l'usuraio, «ho qui con me quattrocento doppie; basterà che ve ne dia la metà.» E tirò fuori di sotto il mantello un sacchetto di tela turchina, che mi parve fosse lo stesso che, con cinquecento doppie, il fittavolo Talego aveva consegnato a Rodriguez. Mi resi subito conto di quel che bisognava pensare, e compresi che Melendez non mi aveva vantato senza motivo l'abilità di quell'amministratore. Il vecchio vuotò il sacchetto su di un tavolo, e si mise a contare le monete. La vista di quel danaro eccitò la cupidigia del mio padrone, che fu colpito da tutta quella somma. «Signor Descomulgado,» disse all'usuraio, «ora che ci penso sono un grande sciocco prendendo soltanto quello che mi occorre per mantenere il mio impegno, senza pensare che resto senza un soldo; domani sarei costretto a rivolgermi di nuovo a voi. Per risparmiarvi il fastidio di ritornare, penso sia meglio che mi prenda le quattrocento doppie.» «Signore,» rispose il vecchio, «una parte di questi denari era destinata a una brava persona, un laureato che impiega caritatevolmente dei grandi lasciti per ritirare dal mondo delle giovanette, e arredare i loro ritiri; ma, se voi avete bisogno dell'intera somma, la tengo a vostra disposizione, basta che mi diate la relativa garanzia...» «Oh! Per la garanzia,» lo interruppe Rodriguez, tirando fuori di tasca un foglio di carta, «ne avrete una buonissima. Basta che il signor don Mattia firmi questo documento. Con esso siete autorizzato a riscuotere cinquecento doppie dal fittavolo Talego, ricco agricoltore di Mondejar.» «Benissimo,» replicò l'usuraio, «io non faccio nessuna difficoltà; per poco che le proposte che mi vengono fatte siano ragionevoli, le accetto subito senza far tante storie.» L'amministratore porse una penna al mio padrone che, senza leggere, mise, fischiettando, il suo nome ai piedi del foglio. Concluso così l'affare, il vecchio salutò il mio padrone che corse ad abbracciarlo, dicendogli: «Arrivederci, signor usuraio; sono vostro servitore. Non so perché voi altri passiate per dei bricconi; io penso invece che siate molto necessari allo Stato: siete la consolazione di migliaia di figli di famiglia, e la risorsa di tutti i signori le cui spese superano le loro rendite.» «Hai ragione,» esclamò Centelles, «gli usurai sono persone oneste che non si possono stimare abbastanza, e io pure voglio abbracciare costui che presta il danaro al venti per cento.» Ciò detto si avvicinò al vecchio per abbracciarlo, e così i due padroncini si divertirono rimandandosi l'un l'altro il vecchio usuraio, come due giocatori di pallacorda si lanciano la palla. Dopo che l'ebbero sballottato ben bene, lo lasciarono uscire insieme con l'amministratore, che, più del vecchio, avrebbe meritato quel genere di abbracci, e anche qualcosa di più (p. 172).
  • «Silva,» mi disse uno dei più sagaci, «vedrai che ne faremo qualcosa di te, amico mio: mi accorgo che hai delle naturali attitudini, ma non le sai far valere. Il timore di non saperti esprimere come si deve, ti impedisce di parlare a casaccio; eppure è soltanto parlando a casaccio che un'infinità di persone pretendono di esser considerate menti elette. Vuoi esser brillante? Basta che ti abbandoni alla tua vivacità, e arrischi di dire la prima cosa che ti viene alla mente: la tua sventatezza verrà presa per nobile ardimento. Se poi ti capitasse di dire cento spropositi, purché ti salti fuori un motto di spirito, le tue stupidaggini verranno dimenticate, mentre la tua battuta verrà ricordata, e il tuo merito sarà tenuto in grande considerazione. Questo è il sistema così felicemente messo in pratica dai nostri padroni, ed è il vero metodo che debbono usare tutti coloro che desiderano acquistarsi la reputazione di spiriti eletti» (p. 177).
  • Andammo da Eufrasia che abitava a cento passi da casa nostra, in un appartamento molto ben messo. Era vestita leggiadramente, e aveva un aspetto così giovanile che sembrava una minorenne, quantunque avesse perlomeno trent'anni. Si poteva dire che era graziosa, e presto mi accorsi che aveva molto spirito. Non era una di quelle civette che hanno un parlare sboccato e modi licenziosi: al contrario, era modesta nei gesti e nei discorsi, e parlava con brio, ma senza affettazione. Io ne ero estremamente sorpreso: «Santo Cielo!» dicevo fra me, «è mai possibile che una persona che si mostra così riservata sia poi capace di far la puttana?» Immaginavo che tutte le puttane dovessero essere sfrontate. Ero sorpreso di vederne una dall'aspetto apparentemente modesto, ma non riflettevo che quelle creature sanno darsi un contegno conforme al carattere dei ricchi e dei gentiluomini che cadono nelle loro grinfie. Se costoro amano i temperamenti passionali, esse sono vivaci e impetuose. Se apprezzano un contegno riservato, esse mostrano saggezza e virtù. Sono dei veri camaleonti che cambiano di colore a seconda dell'umore e dell'indole degli uomini che le avvicinano. Don Gonzalez non era uno di quei gentiluomini che apprezzano la sfacciataggine nella bellezza; anzi non poteva soffrirla, e per solleticarlo, bisognava che una donna avesse l'aria di una vestale: così Eufrasia, regolandosi in conseguenza, dimostrava che non tutte le migliori commedianti si trovano nel teatro. Lasciai il mio padrone con la sua ninfa, e discesi in una sala dove trovai una vecchia cameriera che avevo conosciuto quando era la servetta di una commediante. Anche lei mi riconobbe, e insieme recitammo una scena degna di una rappresentazione teatrale (p. 282)
  • Una proposta così cruda mi fece capire di aver a che fare con un cavaliere che non aveva nessuna intenzione di far da paladino alle nobili fanciulle per la gloria della cavalleria. Mi resi conto che faceva molto assegnamento sulla mia riconoscenza, e più ancora sulla mia povertà. Tuttavia, quantunque entrambi gli argomenti avessero un certo peso, respinsi fieramente la proposta. È vero che, da parte mia, avevo due convincenti ragioni per mostrarmi così riluttante: non sentivo nessuna attrazione verso di lui, e non lo credevo affatto ricco. Ma quando, ritornando alla carica, mi disse che prima di tutto mi avrebbe sposata, e mi fece toccare con mano che il suo sistema di amministrazione aveva impinguato la sua propria cassa, confesso che cominciai a dargli ascolto. Fui abbagliata dall'oro e dai preziosi che mise in mostra davanti a me, esperimentai che l'interesse sa operare della metamorfosi tanto quanto l'amore. A poco a poco il mio biscaglino divenne ai miei occhi un altro uomo. Il suo corpo lungo e magro prese una sagoma slanciata, e il suo pallore mi parve tramutarsi in candore della pelle; perfino per la sua aria ipocrita trovai una scusante. Allora, dopo aver accettato senza ripugnanza di sposarlo davanti a Dio, che chiamò a testimonio del nostro impegno, non feci più nessuna opposizione. Ci rimettemmo in viaggio, e Coimbra vide nella cerchia delle sue mura una nuova famiglia. Mio marito mi comprò degli abiti molto belli e mi regalò diversi diamanti, fra i quali riconobbi quello di don Felice Maldonado. Non ebbi bisogno d'altro per indovinare la provenienza di tutte le pietre preziose che avevo visto, e per convincermi che non avevo sposato un rigido osservante del settimo comandamento del decalogo. Ma, pensando di essere io la causa prima delle sue gherminelle, gliele perdonai. Una donna scusa anche le cattive azioni commesse per la sua bellezza. Se non fosse stato per questo, mi sarebbe certamente parso un briccone (p. 437)
  • Finalmente comparvi per la prima volta alla ribalta. Che battimani! Che acclamazioni! Non esagero, amico mio, se ti dico semplicemente che entusiasmai gli spettatori. Bisognerebbe che tu fossi stato a Siviglia per credere al grande scalpore da me suscitato. Diventai il tema dei discorsi di tutta la città, che, per tre intere settimane, venne in folla a teatro, cosicché la compagnia riuscì, con quella novità, a richiamare il pubblico che cominciava ad allontanarsene. Insomma tutti furono entusiasti del mio debutto, che significava, per così dire, un annuncio sul cartellone della mia disponibilità per il miglior offerente. Venti gentiluomini di ogni età e condizione si offrirono a gara per provvedere ai miei bisogni. Se avessi seguito la mia inclinazione avrei scelto il più giovane e il più attraente, ma noi dobbiamo, noi altre, tener presente soltanto l'interesse e l'ambizione, quando si tratta di sistemarci: è una regola di teatro. Fu per questo che don Ambrogio de Misana, già vecchio e piuttosto malfatto, ma ricco, generoso e uno dei più potenti signori dell'Andalusia, ebbe la preferenza. È pur vero che gliela feci pagare assai salata. Mi prese in affitto una bella casa, la fece ammobiliare magnificamente, mi dette un buon cuoco, due lacchè, una cameriera e mille ducati mensili per sopperire alle spese. A questo deve aggiungersi una quantità di ricchi abiti e di gioielli. Arsenia non si era mai trovata in una situazione più brillante. Che mutamento nella mia sorte! Non riuscivo a capacitarmene. Mi pareva di essere divenuta, tutto ad un tratto, un'altra persona. Non mi stupisco più se vi sono delle ragazze che, tratte fuori dal nulla e dalla miseria dal capriccio di un signore, in poco tempo dimenticano la condizione in cui erano prima. Ti confesso sinceramente che gli applausi del pubblico, le adulazioni che mi venivano da ogni parte e l'ardente amore di don Ambrogio suscitarono in me una vanità che giunse fino alla stravaganza. Considerai il mio talento come un titolo di nobiltà. Presi le arie di nobildonna, e, divenuta tanto avara di quelle occhiate seducenti quanto fino allora ne ero stata prodiga, decisi di non metter gli occhi se non su duchi, conti e marchesi (p 443).
  • Nel dire così le porsi la scatoletta, che, per il vivo splendore dei brillanti di cui era guarnita, la rallegrò moltissimo. L'aprì e, dopo aver guardato il dipinto per puro debito di cortesia, tornò a chiuderla ammirando i diamanti, di cui vantò la bellezza. Poi mi disse sorridendo: «Ecco le copie che le donne di teatro amano più degli originali.» Quindi le dissi che il generoso portoghese, nel darmi l'incarico del ritratto, mi aveva regalato una borsa con cinquanta doppie. «Molti rallegramenti,» mi disse Laura, «questo gentiluomo comincia là dove è perfino raro che gli altri finiscano.» «A te, adorabile amica,» le risposi, «debbo questo regalo, che il marchese mi ha fatto solo in virtù della nostra fratellanza.» «Sarei contenta,» replicò lei, «che di simili regali te ne facesse tutti i giorni. Non ti so dire fino a qual punto mi sei caro. Dal primo momento che ti ho visto, mi sono sentita legata a te con un vincolo così forte, che il tempo non ha potuto spezzarlo. Quando ti persi a Madrid, non disperai di ritrovarti e ieri, rivedendoti, ti ho accolto come uno che ineluttabilmente non poteva non tornare da me. Insomma, amico mio, il Cielo ci ha fatti l'uno per l'altro. Tu diventerai mio marito, ma prima bisogna diventar ricchi. La prudenza ci impone di cominciare così. Voglio avere ancora tre o quattro relazioni amorose per farti vivere da signore» (p. 455)
  • Alla Corte fu presto notata la benevolenza che il ministro aveva per me. Lui stesso la ostentava pubblicamente, dandomi da tenere la cartella dei documenti che soleva portare personalmente quando andava in Consiglio. Questa novità, che mi faceva considerare una specie di favorito, eccitò l'invidia di molte persone, e fu causa dell'incensamento di cui fui oggetto alla Corte. I due segretari, che stavano nello studio vicino al mio, non furono gli ultimi a complimentarsi meco per il mio imminente successo, e mi invitarono a cena dalla loro vedova, non tanto per ricambiarmi l'invito, quanto per indurmi ad essere loro utile in seguito. Da ogni parte mi facevano festa. Lo stesso don Rodrigo, tanto orgoglioso, cambiò di modi nei miei confronti. Lui che, parlando, mi aveva sempre trattato senza alcun appellativo, ora mi chiamava «signore de Santillana.» Mi colmava di gentilezze, soprattutto quando pensava che il nostro padrone potesse notarlo. Ma vi assicuro che non aveva a che fare con uno scemo. Io rispondevo alle sue cortesie tanto più amabilmente quanto maggiore era il mio odio per lui: in questo un vecchio cortigiano non avrebbe potuto far meglio (p. 509)
  • Provai la verità del proverbio secondo il quale l'appetito viene mangiando; ma, oltre al fatto che la mia avidità cresceva man mano che diventavo più ricco, la facilità con la quale avevo ottenuto da Sua Eccellenza i quattro favori, di cui ho fatto cenno, non mi fecero indugiare a chiederne un quinto. Si trattava del governatorato della città di Vera, sulla costa di Granata, per il quale un cavaliere di Calatrava mi offriva mille doppie. Il ministro si mise a ridere vedendomi così avido di guadagni. «Vivaddio! amico Gil Blas,» mi disse, «come ci andate forte! Vi piace tremendamente rendervi obbligato il prossimo. Ascoltate: finché si tratta di bagatelle, non guarderò tanto per il sottile; ma quando mi chiederete dei governatorati o cose del genere di molto rilievo, vi dovrete contentare, se non vi spiace, della metà del profitto, dando a me l'altra metà. Non potete immaginare quante spese sono costretto a fare, e neppure quanto mi occorre per tener alta la dignità del mio posto; perché, nonostante il disinteresse che mostro agli occhi della gente, vi confesso che non sono tanto imprudente da dissestare i miei interessi privati. Regolatevi in conseguenza.»
    Con questo discorso, il mio padrone, togliendomi il timore di importunarlo, anzi invitandomi a ritornare spesso alla carica, mi rese ancor più affamato di ricchezza di quanto lo fossi prima. Avrei volentieri fatto affiggere pubblicamente un cartello per far noto che tutti coloro che desideravano ottenere favori dalla Corte, non dovevano far altro che rivolgersi a me. Io andavo da una parte, Scipione dall'altra. Non desideravo altro che fare dei piaceri per avere del danaro. Il mio cavaliere di Calatrava ebbe il governatorato di Vera per le sue mille doppie, e, per lo stesso prezzo, ne feci concedere ben presto un altro a un cavaliere di San Giacomo. Non mi accontentai di creare governatori, distribuii anche ordini cavallereschi, e convertii dei buoni plebei in cattivi gentiluomini con magnifiche patenti di nobiltà. Volli anche beneficiare il clero. Conferii dei piccoli benefici, dei canonicati e qualche dignità ecclesiastica. Per quanto si riferiva ai vescovati e agli arcivescovati, la facoltà di concederli spettava a don Rodrigo de Calderone. Questi distribuiva anche posti di magistrati, commende e perfino vicereami; e ciò indica che le alte cariche non erano più degnamente ricoperte di quelle modeste, perché le persone che, allo scopo di svolgere il nostro onesto traffico, sceglievamo per occuparle, non erano sempre né le più abili né le più costumate. Sapevamo bene che, in Madrid, gli spiriti beffardi si divertivano a nostre spese; ma noi eravamo come gli avari, che si consolano degli schiamazzi del popolo contemplando il loro oro (p. 530).
  • Ha ragione Isocrate quando dice che l'intemperanza e la follia sono compagne inseparabili della gente ricca. Quando mi vidi possessore di trentamila ducati, e in condizione di guadagnarne forse dieci volte tanti, credetti di dover adottare un tenore di vita degno del confidente di un primo ministro. Presi in affitto un intero palazzo che feci ammobiliare elegantemente. Acquistai la carrozza di un notaio che se l'era concessa per ostentazione, ma che voleva disfarsene per consiglio del suo fornaio. Presi a servizio un cocchiere, tre lacchè, e, poiché è giusto promuovere i vecchi domestici, elevai Scipione al triplice rango di cameriere, segretario e amministratore. Ma ciò che portò al colmo il mio orgoglio, fu che il ministro dette la sua approvazione a che i miei domestici portassero la livrea di casa sua. Così persi quel poco di giudizio che mi restava. Non ero molto meno pazzo dei discepoli di Porcio Latrone, i quali, quando a forza di bere comino, erano diventati pallidi come il loro maestro, credettero di essere diventati sapienti come lui; poco mancò che non mi credessi parente del duca di Lerma. Mi misi in testa che avrei potuto passare per tale, o forse per uno dei suoi bastardi; e questo mi lusingava infinitamente.
    A ciò si aggiunga che, seguendo l'esempio di Sua Eccellenza che teneva corte bandita, decisi anch'io di fare degli inviti a pranzo. A questo scopo, incaricai Scipione di scoprirmi un bravo cuoco, e lui me ne trovò uno paragonabile forse al romano Nomentano, di golosa memoria. Riempii la mia cantina con vini eccellenti e, dopo aver fatto molte altre provviste, cominciai a ricevere gli invitati. Tutti i giorni venivano a cenare da me alcuni dei più importanti impiegati del ministero che avevano orgogliosamente assunto la qualifica di segretari di Stato. Io davo loro dei pranzi squisiti, e li mandavo via sempre assai allegri. Dal canto suo Scipione - quale il padrone, tale il servo - teneva anche la sua tavola imbandita nel tinello, dove invitava a mie spese le persone di sua conoscenza. Ma, oltre al fatto che volevo bene a quel ragazzo, mi pareva giusto che, come mi aiutava a guadagnare, così mi aiutasse anche a spendere. D'altronde guardavo a quegli sperperi con l'occhio di un giovane, e, senza riflettere al torto che mi procuravano, prendevo in considerazione solo la rinomanza che me ne derivava. Un'altra ragione ancora mi impediva di andar cauto: i benefizi e gli impieghi non cessavano di portare acqua al mulino. Vedevo aumentare di giorno in giorno il mio patrimonio. Pensavo che, stavolta, avevo piantato un chiodo nella ruota della fortuna (p. 532).
  • La sera, all'ora di cena, tornò accompagnato da solo sei scrittori, che mi presentò uno dopo l'altro facendomene l'elogio. A sentir lui quei begli ingegni superavano quelli della Grecia e dell'Italia, e le loro opere - così diceva lui - meritavano di venire stampate a lettere d'oro. Ricevetti molto cortesemente quei signori, e ostentai perfino di colmarli di gentilezze, perché il mondo degli scrittori è un po' vanaglorioso. Benché non avessi raccomandato a Scipione che il pasto fosse abbondante, lui, sapendo di che genere erano gli invitati, aveva raddoppiato il numero delle portate.
    Infine ci mettemmo a tavola molto allegramente. I miei poeti cominciarono a parlare di loro stessi e a lodarsi. Questo enumerava con fierezza i gran signori e le nobildonne che si deliziavano della sua musa. Quello, biasimando la scelta che un'accademia di letterati aveva fatto di due nuovi soci, diceva modestamente che era lui che avrebbero dovuto scegliere. Anche tutti gli altri non avevano minor presunzione. A metà della cena, eccoli che mi subissano di versi e di prosa. A turno si mettono a recitare dei brani delle loro opere. Uno declama un sonetto, un altro recita una scena tragica, un altro ancora legge la critica di una commedia. Un quarto, volendo a sua volta farci sentire un'ode di Anacreonte tradotta in cattivi versi spagnoli, viene interrotto da un confratello che mette in evidenza un vocabolo improprio. Ma l'autore della traduzione non è d'accordo, e nasce una discussione alla quale tutti quei begli ingegni prendono parte. Le opinioni sono divise, i contendenti si scaldano, e arrivano alle invettive: passi ancora per questo; ma quelle furie si alzano da tavola e si danno dei pugni. Fabrizio, Scipione, il mio cocchiere, i miei lacchè ed io stesso, facemmo non poca fatica a separarli. Allora uscirono da casa mia quasi fosse una taverna, senza chiedermi la minima scusa per la loro maleducazione.
    Nuñez, sulla cui parola mi ero ripromesso un gradevole convito, rimase molto sconcertato da questo incidente. «Ebbene, amico nostro,» gli dissi, «mi decanterete ancora i vostri convitati? In fede mia, voi mi avete condotto dei maleducati! Io resto coi miei impiegati, non parlatemi più di scrittori.» «Mi guarderò bene,» rispose Fabrizio, «di condurtene altri; quelli che hai visto sono i più ragionevoli» (p. 536).
  • Quando si seppe che io ero un favorito del duca di Lerma, ebbi tosto anch'io la mia corte. Tutte le mattine la mia anticamera era piena di gente, e io davo udienza appena alzato. Da me venivano due specie di persone: gli uni perché, dietro pagamento, chiedessi per loro dei favori al ministro, e gli altri per presentarmi delle suppliche, allo scopo di ottenere gratis quello che desideravano. I primi erano sicuri di essere ascoltati e ben serviti; per quanto riguarda i secondi, me ne liberavo immediatamente con delle scappatoie oppure facevo loro perder la pazienza, tirando in lungo le cose. Prima di stare a Corte, ero per natura umano e caritatevole, ma in quel luogo non ci sono più debolezze umane, e io divenni più duro di un sasso (p. 537).
  • «Amico Santillana,» mi disse, «adesso è il momento di agire. Non risparmiate nulla pur di scoprire qualche giovane bellezza che sia degna di divertire questo principe donnaiolo. Voi avete abbastanza acume, non vi dico altro. Andate, correte, cercate, e quando avrete fatto una felice scoperta, venite ad avvertirmi.» Promisi al conte di non trascurare nulla per assolvere bene il mio incarico, che non deve poi essere tanto difficile, data la gran quantità di gente che se ne immischia. Io non avevo molta pratica in questo genere di ricerche, ma non dubitai che Scipione non facesse meraviglie anche in questo campo. Giunto che fui a casa, lo chiamai in disparte e gli dissi: «Ragazzo mio, ho da farti una confidenza importante. Ti rendi conto che, favorito come sono dalla fortuna, sento che mi manca qualche cosa?» «Indovino facilmente cosa è,» mi interruppe lui senza darmi il tempo di completare il mio pensiero, «voi avete bisogno di una gentile ninfa che vi distragga un po' e vi rallegri. E, in effetti, è strano che voi, nella primavera della vostra vita, non ne abbiate nessuna, mentre tanti vecchi barbogi non possono farne senza.» «Ammiro la tua perspicacia,» soggiunsi sorridendo. «Sì, amico mio, ho bisogno di un'amante, e voglio che tu me la procuri. Ma ti avverto che in materia sono molto delicato: vorrei una personcina che non fosse di cattivi costumi». «Quello che voi desiderate,» rispose Scipione con un sorriso, «è piuttosto raro. Ciò nonostante noi siamo, grazie a Dio, in una città dove c'è di tutto, e spero che presto avrò trovato quello che fa per voi.». Infatti, tre giorni dopo, mi disse: «Ho scoperto un tesoro. Una signorina di buona famiglia e di una bellezza fantastica, che si chiama Catalina, abita con una zia in una casetta, dove vivono onestamente di una rendita piuttosto esigua. Hanno a servizio una ragazzetta che conosco, e che mi ha assicurato che la porta della loro casa, benché chiusa a tutti, potrebbe aprirsi a un amante ricco e generoso, che però, per evitare scandali, dovrebbe entrare in casa di notte, senza far rumore. Allora io vi ho descritto come un cavaliere che meritava di trovare la porta aperta, e ho pregato la servetta di proporvi alle due signore. Mi ha promesso di farlo, e di darmi la risposta domani mattina in un luogo dove ci siamo dati appuntamento.» «Questa è una buonissima cosa,» gli risposi, «ma temo che la cameriera con cui tu hai parlato, te l'abbia data ad intendere.» «No, no,» replicò Scipione, «a me non me la fanno: ho già interrogato i vicini e, da tutto quello che mi hanno detto, ho tratto la conclusione che la signorina Catalina è come voi la desiderate, una Danae, in casa della quale vi sarà permesso di impersonare Giove, grazie ad una pioggia di doppie che voi provvederete a far cadere.» Per quanto fossi prevenuto contro tal genere di avventure amorose, non mi rifiutai di arrischiarmi in questa, e poiché il giorno seguente la cameriera disse a Scipione che stava soltanto a me di venir introdotto la sera stessa in casa delle sue padrone, vi scivolai dentro fra le undici e mezzanotte. La servetta mi accolse al buio e, prendendomi per mano, mi condusse in una sala piuttosto elegante, dove trovai le due signore vestite con una certa civetteria, che stavano sedute su dei cuscini di raso. Appena mi videro, si alzarono e mi salutarono con molta grazia, tanto che mi parvero persone dell'aristocrazia. La zia, che si chiamava signora Mencia, quantunque ancora bella, non attrasse la mia attenzione. È pur vero che non si poteva far altro che guardare la nipote, che mi parve una dea. Tuttavia, esaminandola attentamente, si sarebbe potuto dire che non era una bellezza perfetta, aveva però un fascino e un atteggiamento provocante e voluttuoso, che non permettevano agli uomini di rilevarne i difetti. Così la sua vista eccitò i miei sensi. Dimenticai che io ero là soltanto in veste di procuratore, parlai in mio proprio nome, e tenni un atteggiamento di uomo innamorato. La ragazza, che per la sua amabilità mi parve tre volte più intelligente di quello che era in realtà, con le sue risposte finì per conquistarmi. Cominciavo a non essere più padrone di me, quando la zia, per moderare la mia passione, intervenne dicendomi: «Signor de Santillana, voglio essere franca con voi. In base all'elogio che mi è stato fatto di Vossignoria, vi ho permesso di entrare in casa mia, senza far cadere dall'alto, con troppe cerimonie, questo favore: ma non pensate per ciò di esservene avvantaggiato; fino ad oggi ho educato mia nipote ad essere riservata, e voi siete, per così dire, il primo cavaliere agli sguardi del quale la espongo. Se la giudicate degna di essere vostra sposa, sarò felice che abbia un simile onore; vedete voi se vi conviene a quella condizione, dalla quale non derogo.». Questo colpo sparato a bruciapelo sgomentò Amore che stava per scoccarmi una freccia. Per parlare senza metafora, un matrimonio proposto così crudamente mi fece rientrare in me stesso; all'improvviso tornai il fedele agente del conte de Lemos, e cambiando tono, risposi alla signora Mencia: «Signora, la vostra franchezza mi piace, e voglio imitarla. Per quanto importante sia la mia posizione a Corte, io non sono degno dell'incomparabile Catalina; ho per lei un partito assai più brillante, le offro il principe ereditario.» «Sarebbe stato sufficiente rifiutare mia nipote,» rispose freddamente la zia, «il rifiuto, mi sembra, sarebbe stato abbastanza scortese, non era necessario aggiungervi la beffa.» «Non mi burlo affatto, signora,» esclamai, «non c'è nulla di più serio; ho l'ordine di cercare una persona che meriti di essere onorata delle visite segrete del principe di Spagna; la trovo in casa vostra, e ci faccio un segno col gesso.». A sentir queste parole, la signora Mencia rimase sbalordita, e mi accorsi che non ne fu affatto spiacente. Tuttavia, pensando di dover fare la ritrosa, mi replicò in questo modo: «Anche se prendessi alla lettera quello che mi dite, sappiate che non è nel mio carattere accettare l'ignominioso onore di vedere mia nipote amante del principe. La mia virtù si rivolta contro l'idea...» «Andiamo, signora,» la interruppi; «come mi piace questa vostra virtù! Ragionate come una sciocca borghesuccia. Volete scherzare, considerando una cosa di questo genere dal punto di vista morale? Ciò significherebbe toglierle ogni attrattiva; è necessario invece guardarla con occhio entusiasta. Pensate di vedere l'erede al trono ai piedi della fortunata Catalina; immaginate che lui l'adori e la colmi di regali, ed infine, che dal loro amore potrà nascere forse un eroe che renderà immortale, col suo, il nome di sua madre.». Sebbene la zia non desiderasse di meglio che accettare la mia proposta, finse di non sapersi risolvere, e Catalina, che già avrebbe voluto aver avvinto a sé il principe di Spagna, simulò una grande indifferenza; motivo per cui dovetti stringere d'assedio la piazzaforte con nuovi assalti, finché la signora Mencia infine, vedendomi all'estremo delle risorse e pronto a levare l'assedio, alzò bandiera bianca, e stipulammo una capitolazione che conteneva i seguenti due articoli: Primo: che se il principe ereditario, in base al mio rapporto sulle attrattive di Catalina, avesse preso fuoco e avesse deciso di far loro una visita di notte, io avrei avvisato le signore, informandole in pari tempo della notte che sarebbe stata scelta a tal scopo. Secondo: che il principe non avrebbe potuto introdursi dalle suddette signore se non in forma privata, e accompagnato solo da me e dal suo Mercurio in capo. Stipulata questa convenzione, la zia e la nipote si mostrarono gentilissime con me; mi trattarono con una familiarità che mi permise di arrischiare qualche abbraccio che non fu male accolto; e quando ci separammo, loro stesse mi abbracciarono e mi fecero un monte di carezze. È proprio una cosa meravigliosa la facilità con la quale nasce un legame fra i mezzani e le donne che hanno bisogno di loro (p. 539).
  • Una sera, dopo aver congedato gli invitati che erano venuti a cena da me, trovandomi solo con Scipione, gli chiesi che cosa aveva fatto quel giorno. «Un colpo da maestro,» mi rispose. «Vi sto preparando una ricca sistemazione. Voglio farvi sposare la figlia unica di un orefice che conosco.»
    «La figlia di un orefice!» esclamai sdegnato. «Hai perso il cervello? Come ti viene in mente di propormi una borghesuccia? Quando si ha un certo merito e una certa posizione a Corte, mi pare che si debba avere mire più alte.» «Eh! Signore,» rispose Scipione, «non la prendete così. Pensate che è il marito quello che nobilita la famiglia, e non fate lo schizzinoso più di un'infinità di aristocratici, dei quali potrei citarvi i nomi. Sapete che il partito che vi offro è quello di un'ereditiera di almeno centomila ducati? Non è questo un bel pezzo di oreficeria?» Quando sentii parlare di una somma così grossa, diventai più trattabile. «Mi arrendo,» dissi al mio segretario; «la dote mi fa decidere. Quand'è che me la fai avere?» «Piano, signore,» mi rispose; «un po' di pazienza. Anzitutto bisogna che ne parli al padre, e che lo convinca.» «Benone!» diss'io scoppiando a ridere, «sei ancora a questo punto? Ecco un matrimonio già combinato!» «Molto più di quello che credete,» soggiunse Scipione. «Mi basta parlare per un'ora con l'orefice, e vi garantisco il suo consenso. Ma, prima di spingerci oltre, mettiamoci d'accordo, se non vi dispiace. Supposto che io vi faccia avere centomila ducati, quanti ne toccheranno a me?» «Ventimila,» gli risposi. «Sia lodato il Cielo!» esclamò Scipione. «Io limitavo la vostra riconoscenza a diecimila ducati; voi siete molto più generoso di me. Suvvia, domani comincerò a trattare, e state certo che la cosa andrà in porto, o io sono una bestia.»
    Effettivamente due giorni dopo mi disse: «Ho parlato col signor Gabriele de Salero - così si chiamava il mio orefice. Gli ho tanto vantato il vostro prestigio e il vostro merito, che lui è ben disposto ad accettarvi per genero. Avrete la figlia con centomila ducati, purché gli dimostriate chiaramente che godete il favore del primo ministro.» «Se non è che questo,» dissi allora a Scipione, «sarò ben presto ammogliato. Ma, a proposito della figlia, l'hai vista? è bella?» «Non tanto quanto la dote. Detto fra noi, questa ricca ereditiera non è bellissima. Fortunatamente voi non ve ne preoccupate molto.» «No, in fede mia,» gli dissi. «Vedi, ragazzo mio, noi, gente di Corte, ci sposiamo unicamente per prender moglie. La bellezza la cerchiamo soltanto nelle spose dei nostri amici, e se per caso sono belle le nostre, ce ne curiamo così poco, che è giustissimo che esse ci puniscano» (p. 557).
  • Poco tempo dopo questo colloquio, monsignore cadde ammalato, e, presentendo che la cosa stava facendosi seria, mandò a chiamare due notai a Madrid per far testamento. Fece anche arrivare tre illustri medici che godevano fama di guarire talvolta i loro malati. Come si seppe al castello del loro arrivo, si sentirono dappertutto pianti e lamenti, perché tutti consideravano ormai imminente la morte del padrone, tanto si era prevenuti contro quei signori! Questi avevano condotto seco un farmacista e un chirurgo, che abitualmente eseguivano le loro prescrizioni. Anzitutto lasciarono che i notai svolgessero i loro compiti, poi si disposero a svolgere il loro. Siccome erano della scuola del dottor Sangrado, subito alla prima visita ordinarono salassi su salassi, tanto che dopo sei giorni ridussero all'agonia il conte-duca, e al settimo lo liberarono per sempre della sua visione (p. 795).

Note[modifica]

  1. Da Le Diable boiteux, III; citato in Dizionario delle citazioni, a cura di Ettore Barelli e Sergio Pennacchietti, BUR, 2013.
  2. Da Gil Blas, lib. IX, cap. X.
  3. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

Bibliografia[modifica]

Storia di Gil Blas di Santillana, trad. it. R. Bassi, Garzanti, 1996.

Altri progetti[modifica]