Alan Duff

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Duff nel 2019

Alan Duff (1950 – vivente), scrittore neozelandese.

Citazioni[modifica]

Da Coraggio da Maori. Il neozelandese Alan Duff racconta il suo romanzo-film

Intervista di Bruno Ventavoli, Lastampa.it, 1 gennaio 1995

  • [Su Erano guerrieri] C'è una scheggia di me in ogni personaggio della storia.
  • [Su Erano guerrieri] Ho scritto questo libro perché sulla mia gente si dicevano un mucchio di falsità sulle quali non ero d'accordo.
  • [Su Erano guerrieri] Credo esista almeno un Jake in ogni piccolo Paese del mondo, probabilmente migliaia anche in Italia. Tra i maori ci sono quelli che vivono del sussidio di disoccupazione come nel romanzo, ma anche chirurghi, avvocati, giocatori di rugby.
  • Noi siamo ciò che siamo solo per via del nostro passato, non dobbiamo mai dimenticarlo, altrimenti il futuro sarà perduto. Le nostre malattie del presente derivano proprio dall'oblio della storia.
  • La maggior parte dei maschi maori si considera ancora guerriera, è fiera di discendere da una stirpe di combattenti. Io stesso voglio essere fisicamente forte, mi piace fidarmi dei miei muscoli.
  • Siamo un popolo di duri. Se ne può accorgere chiunque vedendo gli All Blacks che fanno la Haka, la tradizionale danza di guerra, prima delle partite.
  • Per un guerriero maori il tatuaggio era importantissimo, oggi non più. Nessun maori educato si fa tatuare il corpo. Un maori educato non è diverso da un tedesco educato. I moko della tradizione li abbiamo incisi nel cuore.

Erano guerrieri[modifica]

Incipit[modifica]

Bastardo, le veniva da pensare guardando dietro casa, dalla finestra della cucina. Fortunato bastardo di un bianco, a quello scorcio di casa di due piani nella sua cinta di grandi alberi antichi e la sua oh così rassicurante più larga cinta di ondulati pascoli verdi, mentre lei – Schiocchando la lingua, Ah se ne vada al diavolo. Oppure buona fortuna a lui, se non era di luna troppo storta.
Buona fortuna a te, uomo bianco, per essere nato nel tuo dolce mondo, e malasorte a te, Beth Heke (che era stata una Ransfield ma non che la vita fosse poi tanto meglio allora), per essere la moglie di una merda. Eppure gli voglio bene. È più forte di me, amo quel bastardo nero che gli prudono i pugni. E si accendeva un'altra cicca e tutte le volte faceva aaah nella mente e qualche volta a voce alta perché le piaceva la prima botta contro il fondo della gola, e socchiudeva gli occhi nel fumo. E pensava.

Citazioni[modifica]

  • Per ore di fila, certe volte, guardava là fuori gli specchi della sua esistenza, là sotto la finestra della camera sua e di Jake. E si sentiva come una spia. A spiare la mia gente. Loro là fuori. Noi. I nessuno senza meta che popolano questo bassofondo di proprietà dello stato, metà di noi dallo stato mantenuti. I maori. Che sono la maggior parte di noi.
    A sentirsi come un traditore in mezzo alla sua gente perché così spesso i suoi pensieri si trasformavano in disgusto, disapprovazione, vergogna, qualche volta collera, odio persino. Per loro, la sua gente. E come tiravano la carretta. Le restrizioni che imponevano a se stessi (e ai loro figli che non potevano scegliere) prendendo per vita quell'arrancare quotidiano, quell'accettazione di essere un popolo inferiore; e a bersi la vita e l'alcol a rendere tutto distorto e deforme e violento.
    E niente sogni. (p. 2)
  • Si era messa a ricordare tutte le abitazioni dov'era stata, case dei parenti, la propria casa dell'infanzia, gli amici. Niente. Non c'erano libri. Pensò perché? Quasi in preda all'angoscia. Perché i maori non s'interessano ai libri? Vero è che non avevano una lingua scritta prima dell'arrivo dell'uomo bianco, forse era per quello. Ma ne era angustiata lo stesso. E aveva cominciato a pensare che era perché una società senza libri non aveva uno schifo di possibilità nel mondo moderno. E io ci vivo dentro, no? io e i miei figli. (p. 5)
  • Una volta Beth aveva visto un ragazzino, oh, poveraccio, in un pomeriggio piovoso dalla finestra della sua camera, una carcassa dall'altra parte della via, e dai movimenti aveva capito che il poveretto si stava masturbando. L'aveva fatta piangere. Aveva abbassato gli occhi e pianto. Amore, aveva pensato. È tutto quello che chiede quel bambino, amore. E deve prenderlo da se stesso perché altra fonte non esiste, le aveva detto l'istinto. Le era venuta la voglia di correre giù a prenderlo per portarselo a letto e, sai, fargli un bel servizio con i fiocchi. Giusto per farlo star bene. (pp. 11-12)
  • Maschi: con quel loro chiodo fisso che devono essere duri. È la cosa più importante al mondo per loro. Specialmente per i maori. Non che i maschi pakeha[1] a scuola siano molto meglio. Tutti stupidi. (p. 21)
  • Jake il Muss, così lo chiamano i suoi amici, gli amici che gli strisciano davanti. Muss sta per muscoli. Lo adorano per la sua forza. Fa niente che ieri, se non è stato stamattina presto, ha pestato mia madre. Non si scompongono per quello, è sempre il loro eroe. (p. 22)
  • Io non faccio uova fritte con cibi bolliti. Neanche morta. Quello che servo è quello che avrete da mangiare. Non sei soddisfatto, vai a farti un giro, Jim. Non siamo in un cazzo di ristorante qui e io non sono la schiava di nessuno. Nemmeno sua. Grace immagina la mamma che indica suo padre. E Grace ha paura per lei. Ha paura per la sua integrità fisica e si domanda perché se le tira addosso una buona metà delle volte? Sa com'è papà. Qualcuno che dice qualcosa, Grace non capisce bene, ma sente chiara la mamma: Che diavolo intendi con la maniera maori? Voi vi chiamate maori? Poi Jake che le dice di tagliare, donna. E lei che gli dice di andare all'inferno. Ha le sue opinioni e ha il diritto di esprimerle. E ci torna sopra: maori, eh? C'è un solo qui dentro che sa parlare in maori? Nessuna risposta. Che cosa sappiamo della nostra cultura? La sua voce è emozionata, come diventa quando ha bevuto troppo, oppure com'è comunque quando le salta una mosca al naso. Voci maschili, un coro, a dirle di tapparsi la bocca e mettersi a sedere e che ha una bella faccia tosta a parlargli in quel modo. Ma Beth che non demorde. Gli dice che il maori una volta aveva una cultura ed era orgoglioso e conosceva l'arte del guerreggiare, non questa merda di strafottenza buona solo a pestare le donne, vorreste forse chiamarla virilità? Non è virilità, è poco ma sicuro non è il comportamento di un guerriero maori. Chiedetevi allora che siete.
    Ma gli uomini non ascoltano, Grace sente una voce che dice, Basta così. Non me ne starò qui a sentire una donnetta che parla così agli uomini. Rumore di seggiole sul pavimento, poi Jake: Chiedi scusa, Beth. Silenzio. Neanche per sogno che non chiedo scusa! Di che cosa mi devo scusare? DIGLIELO A LUI di chiedere scusa!
    Poi li sente che se ne vanno tutti. Finalmente lo sbattere della porta. Silenzio di nuovo. Grace che tiene gli occhi chiusi, stretti stretti, si tira la coperta sopra la testa aspettando l'inevitabile. E arriva.
    E Grace è sotto la sua coperta a muovere la bocca rapidamente ma regolarmente da parte a parte e a spargere un aaaahhhh a bassa voce sotto la coperta, che soffoca completamente il grido. Non si permette nemmeno di pensarci. Sono pensieri che verranno più tardi. (pp. 28-29)
  • Si costruisce un'immagine del magistrato, del suo ambiente, pensa alla bella casa da cui deve venire, uno che non ha mai visto suo padre picchiare sua madre per non aver cucinato per uno dei suoi amici uova fritte da servire con bollito di carne con patate.
    Lui non è mai stato svegliato dal pieno del sonno o messo nelle condizioni di non dormire per il fragore del litigio che si è scatenato di sotto. Lui non ha provato niente di quello che le persone davanti a lui come Boogie hanno dovuto sopportare. Eppure lui è lì a spiegare al povero Boogie che ragazzo cattivo che è.
    [...] Tutto liscio per quello lì, lassù, scommetto che è stato in qualche scuola bene e ah naturalmente all'università; e proprio come i ragazzi pakeha[1] della mia classe scommetto che quando era piccolo gli leggevano, lo incoraggiavano con i compiti, gli facevano anche dei corsi privati se aveva difficoltà in qualche materia. Loro fanno così per i loro figli, i pakeha. Non quelli scalcagnati, del resto la gran parte dei pakeha non vengono da famiglie scalcagnate. (p. 36)
  • Cavallo e carrozza, amore e matrimonio, sigaretta e birra. (Birra e cazzotti. Birra e mutazione della personalità. Birra e...) [...] Birra e cultura. Cultura? Birra e cultura maori. È la nostra linfa vitale. Noi viviamo per la nostra birra. Lo hanno fatto i miei quanto a quelli di Jake, ce n'è così di storie che mi ha raccontato su come tracannavano. Si capisce che è mezzo matto. (p. 44)
  • Diavolo, non so, ci dev'essere qualcosa nella natura maori che ci rende scapestrati, più inclini a violare la legge. Eppure siamo brava gente. Fondamentalmente siamo buoni. Mettiamo in comune le cose. Siamo pronti a toglierci la camicia di dosso per darla a qualcun altro. (Finché non sei vissuto per un po' a Pine Block, s'intende, poi t'incallisci, succede a quasi tutti.) E abbiamo questa... Beth pensa e pensa, cerca di far corrispondere alla sua comprensione istintiva una parola adatta: passione. Abbiamo passione, noi maori. O forse è stile. Ma non come lo stile dei neri che si vede in televisione per come sono eleganti, alla moda, tosti, e come si muovono con quel loro andamento ritmico da neri, no, non così, ma un incrocio tra quello e i bianchi che sono meno appariscenti. Oh, e lo spirito, se siamo gente spiritosa. Ridacchia fra sé. Ma quanto a cose no, noi non abbiamo cose. Nel senso di oggetti. Beni materiali. E chi ne ha bisogno? Mai conosciuto un maori che avesse la fregola di possedere roba. È qui, battendosi la mano più o meno sul cuore, è qui dove vogliamo appagamento. Si batte la mano sul ventre. E anche qui. Ride. Cibo. Adoriamo il nostro cibo. Anche quando sappiamo che ci fa male, o che addirittura ci ammazza in anticipo. Noi diciamo, E chi se ne frega, non fa niente, è stato bello finché è durato. Com'è che dicono? Svogliato. Così. Noi siamo una razza svogliata. Eccetto quando siamo ubriachi. Allora ci viene la voglia. Di menare il prossimo. (p. 47)
  • Noi eravamo una stirpe di guerrieri, Oh pubblico che mi ascolti. Lo sapevi? E i nostri uomini erano pieni di tatuaggi sulla faccia feroce, ed erano tatuaggi incisi e guai a fiatare. Non un sospiro. Anche le donne avevano tatuaggi sul mento e le loro labbra erano nere di disegni. Ma credo che a noi permettessero di gridare quando ci tatuavano; immagino che pensassero che noi donne siamo deboli di natura, ma non è così. [...] Ed eravamo sempre in guerra, noi maori. Gli uni contro gli altri. Vero. È vero, davanti a Dio, pubblico. Ci odiavamo. Tribù contro tribù. Selvaggi. Eravamo dei selvaggi. Però guerrieri. È molto importante ricordarlo. Guerrieri. Perché, vedete, è quello che abbiamo perso quando voi, dico al pubblico bianco che c'è laggiù, ci avete sconfitto. Ci avete sottomessi. Avete preso la nostra terra, la nostra mana, ci avete tolto tutto. Ma questa faccenda dell'essere guerrieri ci è stata tramandata. Be', almeno si può dire così, in una maniera un po' confusa. È più la fortezza d'animo quella che è stata tramandata da generazione in generazione. Fortezza d'animo, sì. Noi maori possiamo anche essere tutto il brutto di questo mondo ma non potete portarci via la nostra forza d'animo. Ma questa forza d'animo, dico a voi pakeha[1], ha cominciato a significare sempre meno via via che il mondo invecchiava, imparava più cose, con la sua nuova tecnologia e tutta questa strombazzata faccenda dei computer, oh ma anche prima dei computer la forza d'animo era diventata superflua. Buona questa parola in bocca a un maori, eh, superfluo? (pp. 52-53)
  • Il mondo di Jake era fisico; ed era consapevole che fosse fisico. Era sicuro che quasi il mondo intero la vedesse alla stessa maniera. Era lì quando si svegliava ogni giorno (o notte) nella sacca della sua mente come qualcosa di fisico. Vedeva la gente dappertutto, ma principalmente uomini, ed erano impegnati in combattimenti fisici, argomenti di carattere bellico, il loro potenziale guerresco, quanto sarebbero probabilmente stati capaci di essere veloci, quanto abili nella mira e nella forza e se era entrambe le mani o solo normale, destro o sinistro (sempre in quest'ordine), avesse questo o quello adottato quel nuovo stile moderno di combattimento con l'uso della fronte, il ginocchio, o qualunque cosa capiti sottomano. La sua mente copriva tutta la gamma dei confronti fisici. Vedeva gli altri innanzitutto nei termini del loro potenziale bellico, prima di vedere qualunque altra cosa. Persino alla TV, quando stava a guardare quella dannata scatola, si soffermava sempre a studiare qualche tizio e a domandarsi se sarebbe stato in grado di fare a pugni o no. Specialmente quei tipi tutti tirati con quei cazzo di capelli che non ne avevano uno fuori posto; gli facevano stridere i denti, con la voglia addosso di tuffarsi dentro la TV e ridurre in poltiglia il faccino da angioletto di quello stronzo. E così potente era il suo odio, che per forza (non c'era nemmeno da starci a pensar su) doveva essere perfettamente giustificato. Allo stesso modo, i casi rari in cui gli capitava di rompere qualche faccia da angioletto nel suo mondo reale (per il fatto puro e semplice di avere quell'aspetto che Jake definiva da angioletto) mai gli sovveniva il dubbio che potesse esserci qualcosa di storto nel suo atteggiamento, magari nella sua testa. Impossibile: praticamente tutte le persone con cui aveva a che fare (con cui beveva) la pensavano come lui. Ne era sicuro. (pp. 56-57)
  • Senza lavoro. E nemmeno cercarne uno. Ma perché un uomo dovrebbe cercarlo quando il governo gli passa altrettanto per starsene a casa? C'è da essere un idiota ad andare a lavorare per tirar su la grana quando non hai che da scendere alla cassetta della corrispondenza davanti a casa il giovedì mattina ed eccola lì. Trecentosessanta dindini. Per starsene con il culo ben comodo a casa. Si fottano. Se sono così stupidi da pagare quest'uomo, non è così stupido da non incassare. (p. 60)
  • Ci saranno birre gratis in questo mondo qua e là, ma nessuno ti regala la reputazione di uno che sa picchiare, non dai maori. Devi guadagnartela. E c'è sempre qualche giovane che salta fuori a volertela portar via. Noi maori si era guerrieri un tempo. E potrebbe essere molto tempo fa, ma tu prova a entrare in un qualsiasi bar dove ci sono dei maori e vieni a dire a Jake Heke che i guerrieri sono cosa del passato. Basta guardare il campionato di rugby per vedere quanto c'è ancora di guerriero nella nostra razza. (p. 61)
  • Più si allontanavano da Pine Block e più le case cambiavano, diventavano più belle, un po' più grandi, ciascuna un tantino più desiderabile di quella precedente, a far immaginare a Jake Heke i loro proprietari, comodamente al sicuro nelle loro scatole private con le loro macchine che lavavano e lucidavano così amorevolmente, neanche fossero l'animale di casa o un parente prediletto, a Jake gli veniva da provare sempre più rancore per quei vermi merdosi di bianchi con le loro adorate macchine e quella loro bell'aria di uomini di successo. Andassero a prenderlo nel culo. Le veneravano, le loro macchine, quei coglioni. Come no. Veniva voglia di gridare qualcosa dal finestrino a uno di loro, peccato che non sapeva che cosa aveva voglia di gridare; l'istinto gli diceva che chiunque dedicasse tanta attenzione a una pidocchiosa di macchina non era tutto a posto. (pp. 64-65)
  • Oh, kia ora! Jake che viene salutato in maori, la lingua del suo aspetto fisico, della sua autentica esistenza etnica, eppure tanto valeva che parlassero la lingua dei gialli per quel che contava. Certo che un uomo capisce kia ora, chi non lo capisce, persino i bianchi, ma quanto al resto... Lo mettevano a disagio se gli parlavano così, allora Jake rispondeva sempre in un inglese enfatico e qualche volta saltava su qualcuno a esclamare, Aee, i pakeha[1] ci hanno portato via la lingua e presto non esisterà più. Ma succedeva prima di questo kohanga reo[2] che hanno introdotto, di far parlare la lingua nelle classi, alla TV. Comunque lui non si sentiva a suo agio lo stesso. (p. 75)
  • Abbiamo un sacco di funerali a Pine Block, o gente di Pine Block che muore. Il più delle volte muoiono ammazzati; non muoiono di vecchiaia dalle parti nostre, e nemmeno molto per malattia. Sono incidenti d'auto e risse e omicidi e magari incidenti sul lavoro per quelli che hanno un lavoro. Fanno i funerali a casa loro, il più delle volte, anche se conosco altri maori di Two Lakes che lo fanno al loro villaggio, il loro pa[3] dove era nato quello che è morto o ci stanno i suoi genitori o anche ci viveva un antenato è già sufficiente; un autentico tradizionale addio maori. Ma a Pine Block è sempre la solita vecchia solfa della Tribù Perduta: la maggior parte di loro non hanno legami con queste faccende tribali, è per questo che tengono in casa il corpo per quel paio di giorni che dura il funerale. Una roba da brividi, poi. Il corpo disteso nella bara con la faccia così fredda e così immobile perché anche i maori che non vanno con la tradizione gli va di vedere per chi stanno piangendo, o così mi ha spiegato qualcuno. (p. 103)
  • Beth si accorge che presto passeranno dal villaggio dov'è cresciuta, Wainui pa. Non c'è più tornata dai tempi del funerale della mamma. Che è stato, cosa, quattro, no cinque anni fa. Papà l'anno prima; e tutti a dire che la mamma, povera Raita, era morta di crepacuore, a dire che aveva rinunciato perché la vita senza il suo uomo Bunny (Kupa) Ransfield non valeva la pena di essere vissuta. Ma Beth sapeva che non era la verità. La mamma era morta di cancro. Cancro al polmone. Per aver fumato quella roba, Beth guarda accigliata la sigaretta che ha nella mano prima che il suo corpo la induca a succhiarla per cavarne quanto ha da offrire. E amore, pensa all'amore tra un marito e una moglie, e come suo padre non aveva mai mostrato il suo amore per la mamma perché era di quella scuola dei burberi, duri, virili, virili, e più felice quando era con i suoi amici, a bere con loro, a ridere e a fare chiacchiere da uomini, e bere. Beth che considera come il bere abbia svolto un ruolo importante in tutte le loro esistenze, dei suoi genitori, di suo marito, delle sue amiche, la sua stessa (fino a tre mesi fa), di tutte le persone che ha conosciuto. Scuote la testa a quel pensiero, riflette sulla vergogna e lo spreco terribile che deriva dal bere. (pp. 123-124)
  • Parenti. I maori non sanno pensare ad altro. Parentele. Incontri qualcuno al pub (naturalmente al pub, Jake Heke, dove se no?) e la prima cosa che chiedi è: Come ti chiami? Poi: Un Heke, eh? Oh, allora devi essere parente di tal dei tali. E tu cerchi di spiegargli che non lo sei, ma non ne vogliono sapere. Vogliono solo stringerti la mano: Qui, mettila qui, cugino. Tu e io siamo parenti. Poi ti chiedono chi è il tuo vecchio, tua madre, i nonni, tutte le persone che conosci. Ma chi se ne frega di chi sei parente? A me non frega niente di sicuro. Non ti serve a comperarti tre macchine e una casa grande come un castello, giusto? (pp. 124-125)
  • Ehi ragazzi. Sapete che cosa ho ereditato come maori? [...] Schiavi. [...] La mia famiglia era di schiavi. [...] La mia parte degli Heke discende da uno schiavo. Un tizio preso prigioniero dal nemico quando avrebbe dovuto, avrebbe voluto, morire. In battaglia. [...] Quando ero piccolo, io e i miei fratelli e le mie sorelle, non ci era permesso di giocare con molte altre famiglie nel nostro pa[3]. Nossignore, non gli Heke. Non giocare con loro, ti verrà il morbo dello schiavo. Così dicevano. [...] Vedete, figlioli, essere guerriero e farsi catturare in battaglia era un'onta. Niente di peggio, eh. Meglio morire. Così noi Heke, innocenti, abbiamo dovuto subirci la merda per essere discendenti da questo impiastro di un coglione di antenato. Bah... (pp. 125-126)
  • Noi maori ci allenavamo alla schiavitù come quei poveri neri hanno dovuto fare in America. È sorpresa dalla passione, l'emozione che ha nella voce. Eppure a leggere i giornali, alla TV ogni dannato giorno, ti verrebbe da pensare di discendere da un branco di angeli, e che i diavoli sono i pakeha[1]. Schiocca la lingua: Come volevasi dimostrare, siamo tutti buoni e siamo tutti cattivi. Pensa, Schiavi... (Come hanno osato crescere mio marito nella convinzione di essere uno schiavo.) (p. 127)
  • Ti meravigli che questi ragazzi vengono su con il rancore dentro, eh? C'è forse da meravigliarsi che crescono restando quasi bambini in cuor loro; è perché la gente, gli adulti, la società incasinata da cui escono, non si accorge di loro, non fanno sogni, sogni, per i loro figli; e quando vengono chiusi in questi riformatori perché sono stati cattivi, la gente che ci lavora pensa che la prima e sola cosa che devono fare è raddrizzarli. Dargli una raddrizzata, porca troia. Pure non tratterebbero un cane in quel modo se gli mandassero un cane che è stato preso a calci per tutta la vita, continuando a prenderli a calci ma sotto un nome diverso, e aspettandosi che al cane non venga voglia di morderti. Ti pare? (p. 140)
  • Beth tocca il viso (ancora non ci credo) così freddo. Così totalmente, insensibilmente immobile. Ancora nell'incredulità eppure niente potrebbe esserci di più definitivo e assoluto. E uno dei più anziani si alza per pronunciare un altro discorso in una lingua che questa madre non capisce. (Eppure anche lui fa parte di me, della mia eredità; probabilmente siamo parenti. Ma lui parla la sua lingua e io ne capisco solo un'altra. Eppure sono riuniti qui...? per aiutare una madre a dare l'estremo saluto alla figlia tragicamente scomparsa?)
    Beth non capisce. Né la lingua, né la loro insistenza perché portasse la figlia a casa per un addio appropriato. Beth quasi prova rancore per gli anziani maschi, la loro posizione di privilegio, la loro lingua segreta che conoscono solo loro e pochi altri; ricorda che proprio questo luogo, le sue pratiche culturali sono sempre state un mistero per una ragazza negli anni della crescita: un dominio esclusivo dei maschi. E neanche tutti, solo alcuni. Quelli di certe famiglie. Di discendenza autorevole. E al diavolo tutto il resto, tu sei qui per servirci. Così si sentiva una ragazza. A crescere nella consapevolezza che come donna non avrebbe avuto mai il diritto di parlare in pubblico, come sta facendo ora quell'uomo. (pp. 149-150)
  • Comincia a declamare. Matawai lo segue bisbigliando la traduzione... un antenato il cui figlio morì accidentalmente annegato... ne incolpò la moglie, intendeva ucciderla per la sua negligenza... la tribù con lui... che vuole ucciderla. Ma non così il grande capo... dice loro no, devono aspettare... prima discuterne, della vostra ira, e laschiare che il fuoco muoia prima che cominciate a parlare di togliervi i vestiti. Parlarono. Per molti giorni parlarono. Conclusero che era tutta colpa loro... poiché il figlio apparteneva al whanau[4], loro come insieme, la responsabilità era tutta loro. Allora il capo domanda loro: Ora ditemi chi muore? (pp. 156-157)
  • Ha inizio un ruggito del capo: Aa, toi-a mai! E trenta voci rispondono: TE WAKA! urlavano al loro capo, incitandolo, all'approdo! Il natante sul quale un tempo i loro antenati andavano alla guerra; e il sangue ancora scorre nelle loro vene feroce di quei geni.
    Trenta e più gambe destre si alzano sincroniche e poi giù sul pavimento a scuotere l'edificio tutto. Suuu di nuovo, giù in un tonfo compatto di piedi nudi e calzati sulle grezze tavole di legno del pavimento. Braccia all'infuori, piedi che scendono, braccia che rientrano, gambe che si alzano. E via e via questo ritmo. Schiocco di mani che schiaffeggiano gomiti, toraci e seni impavidi e cosce, impotenti flessioni muscolari di furia autoindotta. Esplodono le parole: KAMATE! KAMATE! a ogni vero, ogni delirante esternazione chiusa da un'eruzione intrisa di saliva di GUERRA! GUERRA! GUERRA! E inscritto in questo battito (atavico) questo terribile ritmo animale, che è tuttavia di categoria suprema. Ah, era una travolgente, bellissima danza di guerra; come un fottuto balletto classico di fuori di testa, ragazzi; come se fossero affiorati da una palude. (Una palude primeva.) (pp. 158-159)
  • Raccontò delle grandi gesta di cavalleria durante le guerre con i primi uomini bianchi: di guerrieri – cioè guerrieri maori – che di notte tornavano furtivi sul campo di battaglia ad assistere i nemici feriti, a dar loro da mangiare, da bere, persino a consolarli. E il pubblico a fare, Cavoli, fantastico, ma perché? E gli occhi del capo con dentro quel fuoco guerresco a rispondere: Perché il nemico potesse avere ancora forze per continuare a combattere l'indomani mattina. E il pubblico: Ooooh! Con grandi sorrisi. Pensando: Ma noi non lo abbiamo mai saputo.
    Nessuno ce l'ha insegnato a scuola. Ci hanno insegnato la loro storia: la storia inglese. Ci hanno costretti a imparare, a memoria, date e nomi di grandi inglesi e di battaglie combattute in un paese in cui nessuno di noi è mai stato né probabilmente andrà mai. E ci hanno bocciato ai loro esami quando non ricordavamo queste date e questi nomi strani e luoghi dalla pronuncia aliena e non hanno mai capito che per ricordare nozioni occurre che per esse ti arda un fuoco nella pancia, come il grande capo qui davanti a noi, o anche solo la comune passione del desiderio di sapere perché, b', sono nozioni che riguardano te, fatti storici personali che si ricordano più facilmente.
    E il capo metteva in parole i loro pensieri vaghi, offrendo alle loro menti forme che potevano visualizzare: Li abbiamo combattuti a ogni occasione. Mai ci siamo arresi. Sono venuti su questa terra con le loro regine e i loro re e noi, maori, abbiamo mandato contro di loro il nostro re. AVETE SENTITO BENE? E la folla tuonò: SÌÌÌÌ!!
    E quando capirono che mai ci saremmo arresi hanno firmato con noi un trattato. Il Trattato di Waitingi. Avete sentito tutto questo? SÌÌÌÌ!! Sapete tutti di che cosa si tratta? Alcuni risposero che pensavano fosse un accordo tra due popoli per condividere una terra, le sue risorse. Da uguali! esclamò il loro fiero capo.
    Un contratto! ERA UN CONTRATTO. Poi silenzio.
    E solo i colpi di tosse e i sospiri e il fruscio dei movimenti.
    Te Tupaea davanti a loro, eretto, gambe divaricate, pughi ai fianchi. Un contratto... Bisbigliandolo, cosicché quelli seduti in fondo dovettero chiedere che cos'aveva detto, e subito si spensero i loro mormorii. E Te Tupaea che bisbigliava di nuovo: Che – loro – hanno violato. (pp. 224-225)
  • Dolore, disse. I vostri antenati sopportavano il dolore del moko[5]... dolore, popolo mio. Come quello che state provando voi qui dentro, nel cuore. Ma...
    L'espressione era di sdegno. Esplicito. Ma perché? Eppure voi, la maggior parte di voi riuniti qui – ora additando con foga – Avete sopportato il vostro dolore come – come – Dando l'impressione di non riuscire a trovare la parola e non era da lui, questo ormai lo avevano capito. Come schiavi! sibilò.
    E la folla mandò un sospiro collettivo di sorpresa, persino di lieve indignazione. Aspettò che si spiegasse. Molti cambiarono posizione, come per prepararsi ad alzarsi e andarsene se la spiegazione non fosse stata sufficiente.
    Birra! esclamò e fu come se avesse sputato la parola. Avete sopportato il vostro dolore solo con il falso coraggio della birra. La parola brutta sulle sue labbra. I suoi occhi che ora dardeggiavano nella folla. Birra.
    E questa... birra, vi ha spinti a picchiare le vostre mogli, i vostri figli, a rivoltarvi l'uno contro l'altro. E ancora osate chiamarvi maori? Puah! Abbassò in un colpo secco il braccio destro. Non maori. Non maori, spingendo il mento verso il cielo. In segno di rifiuto. Un gesto a dire non ne voglio sapere. (pp. 226-227)
  • L'adunata che s'ingrossava via via che arrivava gente delle case vicine, gente da tutta Pine Block con il passar parola dei telefoni. E c'è questo maori vestito alla grande che parla al pubblico sempre più numeroso e di tutti i posti del mondo quello prescelto è casa Heke. E ragazzi se non andava giù pesante: dicendo loro di rialzare la testa. Di smettere di essere indolenti. (Indolente a chi?) Di smettere di piangersi adosso. Di smettere di incolpare i pakeha[1] delle loro miserie anche se in gran parte la colpa era veramente loro.
    E allora? domanda loro con quella voce tonante che non aveva bisogno di microfono. Accuso forse il temporale per aver distrutto il mio raccolto? (Be', a volerla mettere in questi termini...) No! No, che non accuso il temporale. Vado a ripulire. POI SEMINO DI NUOVO! (p. 228)

Explicit[modifica]

Dunque ora vai, ragazzo guerriero... tua madre ti vedrà (come tuo padre, ragazzo bambino. E gliela faremo vedere, eh ragazzo? Nella prossima vita gliela faremo vedere...)
Le ultime strofe dell'agrodolce inno più solenni del fragoroso commiato dei Brown. E un cielo è rimasto blu. E quell'addensamento di nuvole ha cambiato forma – Oh, ma solo se vai in cerca di spunti di quella sorta.

Fine

Note[modifica]

  1. a b c d e f Cfr. Pākehā
  2. Cfr. Kōhanga Reo
  3. a b Cfr.
  4. Cfr. Whānau
  5. Cfr. Tā moko

Bibliografia[modifica]

  • Alan Duff, Erano guerrieri, traduzione di Tullio Dobner, Edizioni Frassinelli, 1995, ISBN 88-7684-319-1

Filmografia[modifica]

Altri progetti[modifica]