Alessandro D'Ancona

Alessandro D'Ancona (1835 – 1914), scrittore, filologo, storico della letteratura, giornalista e politico italiano.
Citazioni di Alessandro D'Ancona
[modifica]- [...] a fare la storia abbisogn[a] soprattutto la raccolta critica ed ordinata dei fatti.[1]
- È in questi versi [dello Scalvini[2]] come un senso di quell'avversione, non scevra d'invidia, onde il conte Confalonieri era fatto segno già da que' tempi dagli amatori degli ordini popolari, che gli rimproveravano aristocratica boria e indole altezzosa, e, penetrando negli intimi recessi della vita privata, lo accusavano di domestica tirannide e peggio,[3] e che anche più tardi, quand'egli tutto si consacrò all'educazione ed istruzione del popolo, lo giudicavano mosso a ciò non da sensi di carità, ma da men nobili ragioni. Né, pur da' suoi pari, gli si risparmiava l'accusa di voler su tutti primeggiare.[4]
- [Sulla filosofia] [...] mi ha sempre più allettato la parte storica che non la speculativa. Sistemi se ne sono fabbricati Dio sa quanti da Platone ed Aristotile in poi, che hanno posto le fondamenta dei due metodi da' quali non si esce, l'induttivo ed il deduttivo; ed ogni secolo che si succede dà per migliore il suo sistema, ma poi siamo sempre daccapo a distruggere e rifabbricare. Resta però, ed è cosa veramente bella e degna, quest'eterno affaticarsi dell'intelletto umano intorno al vero ch'ei non raggiunge mai pienamente: questo nobile impulso che spinge in su la mente ed il cuore dell'uomo, e che forma la più nobile ed alta di tutte le storie.[5]
Prefazione a Journal de voyage de Michel de Montaigne en Italie par la Suisse et l'Allemagne en 1580 et 1581
[modifica]- Il giornale di Michele di Montaigne è un'opera per molti aspetti notevole, e in che si ritrova l'impronta, così originale e propria, del grande scrittore. Certo, se il Montaigne avesse avuto agio e tempo di tornarvi su, sfrondandolo e riordinandolo, il giornale del suo viaggio avrebbe formato anch'esso un capitolo, e non dei meno attraenti, degli Essais; de' quali tuttavia, nell'assidua osservazione del proprio interno e nella sagace e retta osservazione delle cose esterne, serba il costante carattere. (pp. VI-VII)
- Le parti stesse meno gradevoli del giornale, dove si nota la qualità ed efficacia dei diversi bagni visitati dal Montaigne, e giorno per giorno si registrano gli effetti ch'ei ne provava, scritte come sono per proprio ricordo e non per offrirle al lettore, rispondono allo studio costante di accordare fra loro le forze del corpo e quelle dell'animo, e quietar questo ristorando quello e rinvigorendolo. (p. X)
- Là dove nei viaggi moderni è il più spesso l'autore che parla, qui si direbbe che le cose, interrogate dal viaggiatore, parlino esse stesse nel proprio loro linguaggio. (p. XII)
Ricordi ed affetti
[modifica]- Si direbbe che dopo un intervallo di secoli il Leopardi ritrovasse il segreto della greca perfezione, formando su greci modelli opere che emulano quelle dell'antichità nella purezza dei contorni, nel rilievo delle immagini, nella vivacità del colore, ma di moderno hanno la materia e il significato. Veemente allorché la passione lo commuova, tenero quando lo assalgano meste ricordanze, cupamente profondo ove mediti i destini dell'uomo sulla terra, sottile indagatore dei moti dell'animo, con sobrietà somma efficace descrittore dei varj aspetti della natura, in ogni suo poetico componimento è il Leopardi perfetto, si che nulla ti paja dover aggiungere, nulla togliere; e mentre la parola riproduce preciso il pensiero, il metro variamente ne seconda lo svolgersi e l'atteggiarsi. (p. 27)
- Era [...] il De Laugier divenuto il più popolarmente noto fra gli ufficiali toscani, come scrittore di storie, di romanzi e di drammi, nonché per certa sua vaghezza un po' teatrale di offrirsi al pubblico in disusato spettacolo di circonvoluzioni e maneggi bellici: dal che gli venne allora il nomignolo di "Medoni", che era un capo-comico, solito a dar nelle arene rappresentazioni spettacolose con giri e rigiri di soldati e cavalieri e combattimenti ad arme bianca e a fuoco. (p. 89)
- [Cesare De Laugier de Bellecour] Fu variamente giudicato, e può variamente giudicarsi infatti, la risoluzione sua nel febbraio 1840 di tentare un moto militare in favore di Leopoldo. Eravi probabilità dì riuscita? e riuscendo, ne avrebbe avuto vantaggio la causa nazionale? il dover suo di fedele soldato era veramente e in tutto d'accordo con quello di buon cittadino, rifuggente dalle guerre civili? Variamente può rispondersi a questo quesito. (p. 94)
- Conobbi il Cerri nell'inverno dal '72 al '73, che egli, già preso dal male, onde doveva esser condotto al sepolcro, passò in Pisa in cerca di aure più miti. Aveva una fisonomia dolcissima e mesta e modi garbati; non potevo non sentire profonda pietà di quel povero giovane, sacrato alla morte, e della madre, una buona donna del contado, che lo adorava, e sul volto mio, quando uscivo dalla visita al figlio, pareva scrutare un giudizio sul destino di lui. (pp. 107-108)
- [Placido Cerri] Presa la laurea, insegnò nei Ginnasi di Bivona e di Cagliari, ed ebbe il grado di titolare di seconda classe. Ma lo pungeva il desiderio della scienza, e si recò per un anno a Lipsia, per erudirsi specialmente nel Sanscrito, allo studio del quale volse tutte le forze della volontà e dell'intelletto. Abbiamo di lui, tradotto in versi, un episodio del Mahabharata: Il matrimonio di Sakuntala (Torino, Favale, '73): e più e meglio avrebbe potuto fare, se la sorte glie l'avesse concesso. Invece, ritornato infermo al paese nativo, vi si spense ai 14 aprile del 1874.
Riproducendo il suo scritto, io ho voluto anche, al possibile, rinfrescare la memoria di un giovane eletto, verace martire della scienza e del dovere. (p. 108)
- Varcato ormai l'ottantacinquesimo anno, Silvestro Centofanti sopravviveva quasi a sé stesso: e a chi gli dimandava del suo stato, rispondeva sorridendo: Aspetto la morte. Forse l'Italia presente non era in tutto quella che egli aveva sognato: certamente, egli deplorava che in molti particolari da sì nobil principio si fosse cascati a men nobile fine; col pensiero e coll'opera non apparteneva più al dì d'oggi, né alla vita pubblica partecipava: parecchi, anzi troppi, lo avevano dimenticato; molti forse lo ignoravano del tutto; ma in tante mutazioni di uomini e di cose, egli non aveva mutato gli idoli della immaginosa giovinezza e della virilità operosa, e amava sempre, e sopra tutto, l'Italia e la sua gloria civile e intellettuale. (pp. 171-172)
- [Giacinto Casella] In prosa ricordo di lui alcuni lavori di storia e di critica letteraria, che non dubito di affermare, ciascuno nel suo genere, eccellenti. Il suo metodo critico consiste nel buon senso e nel buon gusto, avvalorati dalla sicura notizia dei fatti. Conosceva egli i pensamenti degli estetici, perché di filosofia, in specie tedesca, aveva studiato più che non sogliano i letterati, ma non si era fatto ligio, a sistemi, né illudeva ed illaqueava la sua mente e quella dei lettori con formule pretensiose, ed il più spesso vacue. Sobrio nell'esposizione, mostrava però chiaramente che al lavoro si era preparato con larghezza di ricerche e ampiezza di meditazioni. (p. 197)
- [Mariano d'Ayala] [...] a non voler dire de' suoi pregj come scrittore di cose militari e storico di glorie o sventure italiane, gran merito suo è quello dell'avere, in tempi di servitù e di silenzio, mostrato, insieme a pochi altri, come si dovesse patire pel bene del proprio paese. Pareva infatti uomo nato a far comprendere alle turbe, specialmente della nativa regione, quanto bella e buona cosa fosse la libertà, e a far testimonio coli' innocenza della vita propria della onestà di una causa, per la quale volontariamente e deliberatamente si rinunziavano gli agj, gli onori, i gradi, le ricchezze, incontrando con forte petto le ingiurie della fortuna e le ire della tirannide. Qui sta il merito sommo del D'Ayala: nel sacrifizio cioè di tutto sé stesso al trionfo della libertà, senza cercarvi personali vantaggi: nella devozione serbata sempre e con giovanile entusiasmo alla patria. (pp. 206-207)
- Se non comuni furono le doti intellettuali del De Benedetti, singolari veramente debbon dirsi quelle dell'animo; sì che da tutti che lo conobbero sarà lungamente ricordato non soltanto per la molta e varia cultura e pel modo alto, equanime, sereno onde giudicava uomini e cose, quant'anche per la bontà sua. Asseriva egli che la natura lo aveva fatto impaziente ed impetuoso, ma i casi delle vita e l'impero sulle proprie inclinazioni l'avevano per costante e vigile educazione di sé, reso affatto diverso. (p. 229)
- [Salvatore De Benedetti] Seguace convinto delle dottrine spiritualiste, non però credente in dogmi né osservante di riti, aveva ferma fede in un Padre comune e nella fratellanza degli uomini. Gli studj sulla propria religione [l'ebraismo] e sulle altrui gli avevano sopratutto appreso carità e tolleranza. Visse e mori colla gravità ingenua, serena e benevola di un filosofo antico. (p. 230)
- Fu Rinaldo Ruschi di esile corporatura, di statura alta ed eretta, di gradevoli sembianze: e l'occhio ceruleo dava al suo volto impronta di malinconica bontà. E buono, sommamente buono e benefico ei fu in effetto: di modi squisitamente affabili e cortesi: di antica rettitudine. (p. 253)
- [Rinaldo Ruschi] Parlava rado e quasi sommesso, ma quanto usciva dal suo labbro era pensato con solido criterio ed espresso con giustezza. La sola sua vista e più il conversar con lui, riconduceva il pensiero a' più bei tempi, a' tempi eroici del nostro risorgimento; e al suo contatto ci si sentiva come purificati dalle misere volgarità della vita odierna. (p. 253)
Studj di critica e storia letteraria
[modifica]- Cecco [Angiolieri] non era uno stinco di santo; tutt'altro: ma padre avaro, madre disamorata, moglie garritrice e dipinta, a niuno parranno possibili argomenti di felicità per tale, cui natura aveva impartito giovialità di costume, spensieratezza, fantasia, e, per peggio, inclinazione a far versi. Con quell'inferno in casa e con tai grilli pel capo, si capisce che ben presto Cecco cercasse di rimediare al conforto che gli faceva difetto in famiglia, frequentando le allegre brigate: all'asciuttore della tasca sopperisse tentando la sorte al giuoco: e de' malanni coniugali si rifacesse cogli amorazzi, e poi colla vera passione per la Becchina, e la malinconia esalasse nei versi: misero rimedio degli amanti e dei disperati! Disertò allora il tetto paterno e il letto coniugale, ambedue divenutigli odiosi [...]. (pp. 131-132)
- [Cecco Angiolieri] Fra tante avversità, sfuggendo i genitori e la moglie, avido di piaceri e sempre scarso a danari, sordo agli ammonimenti e alla voce del dovere, con un amore colpevole per donna altrui e di basso stato, immerso nel vino e nella crapula, fra amici di ventura e compagnoni d'orgie, egli, bello e costumato uomo, come lo dice il Boccaccio, avviliva la buona indole natia, la dignità gentilizia, l'onestà del vivere. (p. 132)
- Né certo fra Dante e Cecco [Angiolieri] poteva a lungo continuarsi una corrispondenza cominciata e proseguita soltanto per conformità di poetica professione, non per somiglianza d'ingegno o d'animo a d'istinti. Invece nella compagnia dei Ciampolini e dei Capocchi, Cecco stava come un pesce nell'acqua, e scordava gli affanni suoi. La natura lo aveva forse chiamato ad emulare nel verso i voli e i rapimenti di Guido e di Dante; ma i casi della vita e l'indulger troppo ai facili amori tarparono alla sua musa le ali, costringendola a strisciar terra terra, senza entusiasmo né lena; e come ei non provò i grandi dolori e le sublimi passioni che acuirono e nobilitarono la mente dell'Alighieri, così, nel verso, prese a cantare soprattutto tre cose:Cioè la donna, la taverna e 'l dado:e per astio contro la sorte, incanagliò – mi si scusi la parola frequente tanto, e tanto vera ai dì nostri – sé stesso e la sua poetica facoltà. (p. 140)
- [...] nella storia dell'amore dantesco di tanto cresce via via l'indole contemplativa, di quanto scemano i tremori e i fremiti del senso. Cecco [Angiolieri] invece ama sempre in Becchina la donna, non l'immagine della somma bellezza e virtù: va dietro al concreto, non all'idea. I suoi desiderj mai non s'allontanano dalla vista e dalla persona dell'amata; ma non gli basta di sentirsi beato di tanto amore, vuol esser contracambiato e sicuro del fatto suo. (p. 154)
Quell'amplissimo ciclo di Leggende che ha per forma la Visione e per argomento il destino dell'uomo dopo la morte, fu, durante l'età media, generato da una viva e comune preoccupazione degli animi e delle fantasie. Come indizio di continua e persistente sollecitudine, come spiegazione, rinnovata sempre e non mai pienamente accolta, del gran mistero proposto dalla religione insieme e dalla morale, le visioni potrebbero già, di per sé stesse, offrire degno argomento di studio, a chi stimi utilmente speso il tempo nel ricercare ciò che a molte anteriori generazioni fu oggetto di meditazione assidua, fonte di soavi speranze o di tetre paure, termine di fede schietta ed ardente. Ma, per noi Italiani, coteste leggende hanno più particolare importanza, a causa delle relazioni in che si trovano col maggior nostro poema.
Citazioni su Alessandro D'Ancona
[modifica]- Aveva uno studio, o, più esattamente, varie stanze destinate a studio, tutte piene di libri: e libri vecchi e nuovi invadevano tutta la casa, provocando le giuste proteste della signora Adele, assai gelosa dell' ordine.
Tre o quattro banchi, pieni anch'essi di libri, dividevano la vasta sala dove egli lavorava di preferenza.
II professore, avvolte le gambe in un ampio scialle, se ne stava sprofondato nella sua poltrona a leggere, o seduto al tavolino accosto alla finestra a scrivere. I visitatori erano veramente assai imbarazzati a trovare da sedere; e poiché egli non amava perder tempo, poteva questo essere anche un mezzo molto pratico per liberarsi più presto dagli importuni. (Igino Benvenuto Supino)
- Non credo fosse nessuno a Pisa che non conoscesse Alessandro D'Ancona.
Anche coloro che stavano fuori del giro degli studi, sapevano chi era quell'ometto, dal tipo caratteristico, che procedeva per i lungarni con passo breve e frettoloso, sempre col sigaro in bocca, spesso con le mani infilate nel pastrano, da una delle cui saccoccie usciva il bastone, quando non lo batteva a terra per segnare il passo.
Tutti circondavano di rispetto e di affetto il concittadino, che la modestia della vita, l'altezza dell' ingegno, la dirittura del carattere e la bontà dell'animo rendevano ben meritevole di pubblico ossequio. (Igino Benvenuto Supino)
- Così, in una sera di novembre del 1876, io intravvidi per la prima volta Alessandro D'Ancona nella penombra della libreria Nistri, Sotto Borgo, dov'egli era solito di quel tempo dare di tratto in tratto una capatina, per sbirciare i libri nuovi e far quattro ciarle con i clienti ben noti. L'ode carducciana m'aveva un po' scaldata la fantasia, ed io m'ero raffigurato il dotto che andava per la selva d'Europa in traccia de' miti dispersi e de' cognati altresì, sotto l'apparenza d'un ardito pioniere... Anche una volta tra la realtà e l'immaginazione correva una certa differenza! II D'Ancona non aveva al fisico nulla di eroico... Basso di statura, massiccio, con quel suo naso adunco, quegli occhi nascosti sotto le folte sopracciglia non si potea davvero dir bello. Ma gli occhi sprizzavano fuoco dietro i vetri degli occhiali, e quand'egli parlava, frugandovi l'animo con quel suo sguardo fra severo e benevolo, non si vedeva più altro in lui che l'uomo di spirito, d'ingegno, di cuore.
- L'attrattiva che esercitava [...] la conversazione del D'Ancona era per tutti eccezionale. All'ingegno acutissimo, alla vasta dottrina, alla memoria per più rispetti prodigiosa, egli congiungeva una costante giocondità di carattere, una perfetta eguaglianza d'umore, e, per di più, quell'arguzia, quella prontezza, quella causticità, che son sempre state le doti caratteristiche dello spirito toscano. Cosi il suo discorso aveva rassomiglianza ad un fuoco d'artifizio: i razzi scappavano, scoppiettando, da tutte le parti; era una pioggia di motti, di frizzi, di epigrammi, inesauribile. E nel discorrere egli si rivelava intero; amante della verità, sempre e dappertutto; sdegnoso di vane cautele, solito dir pane al pane con una franchezza che a taluno recava stupore ed anche incuteva un tantin di paura.
- Salito alla cattedra col fermo proponimento di sostituire alle sterili esercitazioni filologiche e retoriche lo studio rigoroso dei fatti, egli seppe tuttavia con assennato ardimento contemperare i precetti che gli venivano d'oltralpe cogli insegnamenti attinti alla tradizione erudita italiana. II metodo storico applicato da lui produsse quindi effetti salutari e fecondi: e se oggi noi ci rallegriamo di vedere rinnovata da cima a fondo la cognizione della letteratura nazionale, il merito precipuo senza dubbio va attribuito al Maestro pisano ed al generoso drappello che gli si fe' compagno nel cammino "alto e silvestro".
Note
[modifica]- ↑ Da Origini del teatro in Italia, 2 voll., Successori Le Monnier, Firenze, 1877, vol. I, p. 9.
- ↑ Giovita Scalvini (1791 – 1843), scrittore, poeta e patriota italiano.
- ↑ Si diceva che fosse ferocemente geloso, e che avesse cagionato la morte dell'unico figlio; e queste leggende ripete e orna di sue frange il romanziere democratico, Rovani. Simili ciance furono dette e credute di Bettino Ricasoli col quale il Confalonieri ha comuni parecchi tratti del carattere. [N.d.A]
- ↑ Da Federico Confalonieri, Fratelli Treves editori, Milano, 18982, pp. 18-19.
- ↑ Da Primo delitto di stampa, in AA. VV., Il primo passo, Sommaruga, Roma, 1883, pp. 3-4.
Bibliografia
[modifica]- Alessandro D'Ancona, I precursori di Dante.
- Michel de Montaigne, Journal de voyage de Michel de Montaigne en Italie par la Suisse et l'Allemagne en 1580 et 1581, a cura di Alessandro D'Ancona, Lapi, Città di Castello, 1889.
- Alessandro D'Ancona, Ricordi ed affetti, Fratelli Treves Editori, Milano, 1902.
- Alessandro D'Ancona, Studj di critica e storia letteraria, Nicola Zanichelli, Bologna, 1880.
Altri progetti
[modifica]
Wikipedia contiene una voce riguardante Alessandro D'Ancona
Wikisource contiene una pagina dedicata a Alessandro D'Ancona
Commons contiene immagini o altri file su Alessandro D'Ancona