Andrzej Sapkowski

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Andrzej Sapkowski nel 2010

Andrzej Sapkowski (1948 – vivente), scrittore polacco.

Il guardiano degli innocenti[modifica]

Incipit[modifica]

La fanciulla arrivò da lui sul fare del giorno. Entrò piano, in silenzio, a passi felpati, fluttuando attraverso la stanza come uno spettro, un'apparizione, accompagnata nei suoi movimenti unicamente dal fruscio del mantello che le sfiorava la pelle nuda. Eppure fu proprio quel rumore sommesso, appena udibile, a svegliare lo strigo, o forse lo strappò soltanto dal dormiveglia che lo cullava monotono su un abisso infinito, tenendolo sospeso tra il fondo e la superficie di un mare calmo, tra ciuffi di querce marine che ondeggiavano dolcemente.

Citazioni[modifica]

  • La principessa ha l'aspetto di una strige! Della strige più strigesca di cui abbia mai sentito parlare. Sua altezza la figlia del re, quella maledetta bastarda, è alta quattro cubiti, ricorda un barile di birra, ha una bocca che va da un orecchio all'altro, piena di denti aguzzi come stiletti, occhi scarlatti e irsuti capelli rossicci. Le zampe anteriori, artigliate come quelle di un gatto selvatico, le penzolano fino a terra. Mi stupisco che non abbiamo ancora cominciato a mandare le sue miniature alle corti alleate: ormai la principessa, che la peste la soffochi, ha quattordici anni, è ora di pensare a darla in sposa a qualche principe (Borgomastro Velerad)
  • Hai il diritto di credere che siamo governati dalla Natura e dal Potere racchiuso in essa. Ti è concesso ritenere che gli dei, compresa la mia Melitele, siano solo una personificazione di tale forza inventata a uso dei sempliciotti, perché la capiscano più facilmente e ne accettino l'esistenza. Per te si tratta di una forza cieca. Secondo me invece, Geralt, la fede permette di aspettarsi dalla natura ciò che la mia dea personifica: l'ordine, la legge, il bene. E la speranza. (Sacerdotessa Nenneke)
  • Stregobor, così va il mondo. Viaggiando si vedono tante di quelle cose. Due contadini si uccidono per una capezzagna in mezzo a un campo che l'indomani verrà calpestato dai cavalli delle squadre di due reggenti decisi ad assassinarsi a vicenda. Sugli alberi che costeggiano le strade dondolano gli impiccati, nei boschi i briganti tagliano la gola ai mercanti. Nelle città ci s'imbatte a ogni pie sospinto in cadaveri abbandonati nei canali di scolo. Nei palazzi ci si pugnala, nei banchetti c'è continuamente qualcuno che scivola sotto il tavolo, livido di veleno. Ci ho fatto l'abitudine. Perché dunque dovrebbe farmi impressione una minaccia di morte, per giunta nei tuoi confronti? (Geralt di Rivia)
  • Il nostro ultimo incontro ha avuto luogo alla corte di re Idi a Kovir. Ci ero andato per ricevere il compenso per l'uccisione di un'anfisbena che terrorizzava i dintorni. Allora tu e il tuo confratello Zavist avete fatto a gara a chiamarmi 'ciarlatano', 'assurda macchina per uccidere' e, se ben ricordo, 'mangiacarogne'. Alla fine, non solo Idi non mi ha pagato nemmeno un soldo, ma mi ha dato anche dodici ore per lasciare Kovir e, siccome aveva la clessidra guasta, ho fatto appena in tempo. E adesso sostieni di contare sul mio aiuto. Di cosa hai paura, Stregobor? Dici di essere inseguito da un mostro. Se ti raggiungerà, digli che tu i mostri li ami, li proteggi e badi a che nessuno strigo mangiacarogne turbi la loro quiete. Certo, se poi il mostro ti sventrerà e ti divorerà, si dimostrerà terribilmente ingrato. (Geralt di Rivia)
  • Il male è male, Stregobor. Minore, maggiore, medio, è sempre lo stesso, le proporzioni sono convenzionali, i limiti cancellati. Non sono un santo eremita, non ho fatto solo del bene in vita mia. Ma, se devo scegliere tra un male e un altro, preferisco non scegliere affatto. (Geralt di Rivia)
  • Visitavo città e fortezze, cercavo gli avvisi attaccati alle colonnine degli incroci. Cercavo l'annuncio: C'È URGENTE BISOGNO DI UNO STRIGO. E poi di solito c'era un bosco sacro, un sotterraneo, una necropoli o delle rovine, un burrone in una foresta o una grotta pieni di ossa e di tanfo di carogna. E qualcosa che viveva con l'unico scopo di uccidere. Per fame, per piacere, spinto da una volontà morbosa, o per altre ragioni. Una manticora, una viverna, un nebbior, una aeshna, un ilyocoris, una chimera, un lesny, un vampiro, un ghul, un graveir, un lupo mannaro, un gigascorpion, una strige, una divoratrice, una kikimora, un wipper. E una danza nelle tenebre e un colpo di spada. E paura e ribrezzo negli occhi di chi poi mi consegnava la ricompensa. (Geralt di Rivia)
  • I re dividono le persone in due categorie. Agli uni danno ordini, gli altri li comprano. Rendono infatti omaggio alla vecchia e banale verità secondo cui tutti si possono comprare. Tutti. È solo una questione di prezzo. (Regina Calanthe)
  • Una volta, un sovrano ha offeso l'orgoglio di uno strigo proponendogli un lavoro che non si addiceva al nostro onore e al nostro codice. Come se non bastasse, non prendendo atto del suo gentile rifiuto, voleva impedirgli di lasciare il castello. Tutti coloro che poi hanno commentato l'episodio hanno convenuto nell'affermare che non era stata la migliore delle sue idee. (Geralt di Rivia)
  • Quando là, nella sala, ho saputo chi eri, ti ho odiato e ho pensato tutto il male possibile di te. Ti ho considerato uno strumento cieco, assetato di sangue, qualcuno che uccide in maniera fredda e automatica, che ripulisce la lama dal sangue e conta i soldi. Ma mi sono convinto che il mestiere di strigo è davvero degno di rispetto. Tu ci proteggi non solo dal Male in agguato nelle tenebre, ma anche da ciò che si cela in noi stessi. Peccato che siate così pochi. (Duny)
  • Questa volta è Ranuncolo, il tuo amico bighellone, il fannullone scansafatiche, quel sacerdote dell'arte, stella luminosa della ballata e della poesia amorosa. Come al solito soffuso di gloria, gonfio come una vescica di porco e puzzolente di birra. Vuoi vederlo? (Nenneke)
  • Là, se ben ricordo, ci sono degli accenni agli strighi, ai primi che hanno cominciato a girare per il paese più o meno trecento anni fa. All'epoca in cui gli uomini andavano a mietere in branchi armati, i villaggi erano circondati da triple palizzate, le carovane di mercanti ricordavano i passaggi di truppe mercenarie e sui terrapieni delle poche città fortificate le catapulte erano pronte a sparare giorno e notte. Perché qui noi umani eravamo gli intrusi. Questa terra era dominata da draghi, manticore, grifoni e anfisbene, vampiri, lupi mannari e strigi, kikimore, chimere e draghi volanti. E bisognava sottrarre loro questa terra pezzo a pezzo, ogni valle, ogni valico, ogni foresta e ogni pianura. E non ci saremmo riusciti senza l'inestimabile aiuto degli strighi. (Ranuncolo)
  • Gli uomini amano inventare mostri e mostruosità. Così hanno l'impressione di essere loro stessi meno mostruosi. Quando bevono come spugne, imbrogliano, rubano, picchiano le donne con le briglie, fanno morire di fame la vecchia nonna, colpiscono con la scure una volpe presa in trappola o riempiono di frecce l'ultimo unicorno rimasto sulla terra, amano pensare che più mostruosa di loro c'è sempre la Mora che s'intrufola nelle casupole all'alba. Allora si sentono in qualche modo il cuore più leggero. E trovano più facile vivere. (Geralt di Rivia)
  • Il borgomastro batté la mano sul tavolo. "Geralt, non rovinare l'idea che mi sono fatto degli strighi! La cosa va avanti da più di sei anni! La strige fa fuori fino a cinquecento persone l'anno... adesso un po' meno, perché tutti si tengono alla larga dal castello. No, amico mio, io credo agli incantesimi, ho visto tante cose e credo, fino a un certo punto, si capisce, nella perizia di maghi e strighi. Ma questa faccenda di liberare la strige dall'incantesimo è una frottola ideata da quel vecchio gobbo bavoso, rimbecillito dal cibo da eremita, una frottola cui non crede nessuno. A parte Foltest. No, Geralt, Adda ha partorito una strige perché è andata a letto con suo fratello, questa è la verità, e nessun incantesimo potrà farci niente. La strige, come tutte le sue simili, divora la gente e va uccisa, tutto qui. Ascolta, due anni fa certi montanari di un villaggio sperduto di Mahakam hanno affrontato compatti un drago che mangiava le loro pecore, lo hanno ammazzato a colpi di stanghe e non hanno neanche ritenuto opportuno vantarsene più di tanto. E noi di Wyzima invece siamo qui ad aspettare un miracolo e a ogni luna piena spranghiamo le porte o leghiamo i criminali a un palo davanti al maniero, fiduciosi che il mostro li divorerà e tornerà nella sua bara."
    Lo strigo sorrise. "Niente male come metodo. La criminalità è diminuita?"
    "Neanche un po'."
  • Foltest ebbe un moto di stizza. "Già, alcuni me lo ripetono in continuazione: 'Bisogna uccidere il mostro, perché è un caso inguaribile'. Maestro, sono certo che te ne hanno già parlato, eh? Ti hanno chiesto di ammazzare la mangiauomini senza tante cerimonie, subito, e di dire al re che è stato impossibile fare altrimenti. 'Il re non ti pagherà, ti pagheremo noi.' Un metodo molto comodo. E a buon mercato. Perché il re farà decapitare o impiccare lo strigo, e l'oro rimarrà nelle loro tasche."
    "Il re farà davvero decapitare lo strigo?" chiese Geralt con una smorfia.
    Foltest fissò per un lungo istante Geralt negli occhi. "Il re non lo sa. Ma sarà meglio che lo strigo tenga in considerazione questa eventualità."
    Ora fu Geralt a rimanere in silenzio. Dopo un po' disse: "Ho intenzione di fare tutto quanto è in mio potere. Ma, se andasse male, difenderò la mia vita. Anche voi, sire, dovete tenere in considerazione questa eventualità".
  • "E perché, signore, tutto deve rimanere com'è?" chiese, cercando di pronunciare lentamente le singole parole.
    Ostrit sollevò la testa con aria fiera. "Questo non deve riguardarti, dannazione."
    "E se lo sapessi già?"
    "Va' avanti, sono curioso."
    "Sarà più facile detronizzare Foltest, se la strige tormenterà ancora di più la gente. Se la follia del re finirà per dare la nausea ai nobili e alla plebe, non è vero? Sono venuto qui passando per Redania, per Novigrad. Là corre voce che a Wyzima ci sia chi guarda a re Vizimir come a un liberatore, a un vero monarca. Ma io, signor Ostrit, non m'interesso né di politica, né di successioni al trono, né di rivolgimenti di palazzo. Io sono qui per eseguire un lavoro. Non avete mai sentito parlare di senso del dovere e di comune onestà? Di etica professionale?"
    "Attento, non dimenticare con chi stai parlando, vagabondo!" gridò Ostrit in preda all'ira, portando la mano sull'impugnatura della spada. "Ne ho abbastanza, non sono abituato a discutere con chicchessia! Ma guardatelo... l'etica, i codici, la morale?! E da che pulpito viene la predica? Da un bandito che appena arrivato ha commesso tre assassini. Che si è profuso in inchini al cospetto di Foltest e alle sue spalle ha mercanteggiato con Velerad come un bandito prezzolato. E tu osi alzare la cresta, servo? Fingere di essere un Saggio? Un veggente? Un mago? Tu, strigo schifoso! Via di qui, prima che ti sbatta il piatto della spada sul muso!"
  • "Ti tratterrai molto a Blaviken?"
    "Poco. Non ho tempo per spassarmela. Arriva l'inverno."
    "Dove alloggerai? Perché non da me? C'è una stanza libera in soffitta, perché farsi pelare da quei ladri di locandieri? Così mi racconterai che cosa succede nel vasto mondo."
    "Volentieri. Ma che cosa ne dirà la tua Libusze? L'ultima volta ho notato che non mi ama alla follia."
    "In casa mia le donne non hanno voce in capitolo. Però, detto tra noi, in sua presenza non rifare il numero che hai fatto l'ultima volta che hai cenato da noi."
    "Alludi al fatto che ho lanciato la forchetta contro un ratto?"
    "No, alludo al fatto che l'hai colpito, con tutto che era buio."
  • "Invece di rubare il grano, potreste comprarlo. Quanto ve ne occorre? Avete ancora una gran quantità di cose considerate straordinariamente preziose dagli uomini. Potreste commerciare."
    Filavandrel fece un sorriso sprezzante. "Con voi? Mai."
    Geralt contrasse il viso in una smorfia, facendo screpolare il sangue rappreso sulla guancia. "Che il diavolo vi porti insieme con la vostra arroganza e col vostro disprezzo. Non volendo convivere, vi condannate da soli allo sterminio. Convivere, accordarsi, è la vostra unica possibilità."
    Filavandrel si curvò in avanti, i suoi occhi brillarono. "Convivere alle vostre condizioni?" chiese con voce mutata, ma sempre calma. "Riconoscendo il vostro dominio? Perdendo la nostra identità? Convivere in qualità di cosa? Di schiavi? Di paria? Convivere con voi al di là dei muri con cui proteggete da noi le vostre città? Convivere con le vostre donne, e per questo salire al patibolo? Oppure guardare che cosa succede a ogni pie sospinto ai bambini risultato di una simile convivenza? Perché eviti il mio sguardo, strano umano? Come convivi col tuo prossimo, da cui sei comunque un po' diverso?"
    Lo strigo lo guardò dritto negli occhi. "Me la cavo. In qualche modo me la cavo. Perché devo. Perché non ho altra via d'uscita. Perché in qualche modo ho sopraffatto dentro di me la superbia e l'orgoglio per la mia diversità, perché ho capito che la superbia e l'orgoglio, sebbene siano un'arma contro la diversità, sono un'arma miserevole. Perché ho capito che il sole brilla in maniera diversa, perché qualcosa cambia e io non sono l'asse di questi cambiamenti. Il sole brilla in maniera diversa e continuerà a brillare, non serve a niente bersagliarlo di pietre. Bisogna accettare i fatti, elfo, bisogna imparare a farlo."
  • "Sei andato al tempio. Infatti il sacerdote Krepp, anche lui membro del consiglio, aveva dedicato molto spazio a Yennefer nelle sue prediche. Del resto, tu non hai nascosto le tue opinioni su di lui. Hai promesso di dargli una lezione di rispetto per il gentil sesso. Parlando di lui, hai tralasciato il titolo ufficiale ma hai aggiunto altre definizioni, suscitando grande gioia tra i bambini che ti venivano appresso."
    "Ah, perciò sono arrivato anche alla blasfemia. Cos'altro c'è? Ho profanato il tempio?" mormorò Geralt.
    "No. Non sei riuscito a entrarci. Lì davanti hai trovato ad aspettarti un'intera compagnia della guardia cittadina armata con tutto ciò che c'era nell'armeria, a parte la catapulta, mi pare.

La spada del destino[modifica]

Incipit[modifica]

L'uomo coperto di pustole scosse la testa. «Non verrà più fuori, vi dico. Ormai è un'ora e un quarto che è là dentro. Sarà bell'e morto.» I cittadini accalcati tra le rovine tacevano, gli occhi fissi sulla nera buca ingombra di detriti che si apriva tra le macerie e conduceva al sotterraneo. Un grassone in farsetto giallo spostò il peso da un piede all'altro, si schiarì la voce e usò la berretta sgualcita per asciugarsi il sudore dalle sopracciglia rade. «Aspettiamo un altro po'.» Il pustoloso sbuffò. «Aspettare cosa? Laggiù nelle segrete c'è un basilisco, l'avete dimenticato, capovillaggio? Basta entrarvi per essere spacciati. Sono forse morti in pochi? Aspettare cosa, dunque?» «Ma avevamo un accordo, no?» «L'accordo l'avevate con un vivo, capovillaggio», disse il compagno del pustoloso, un gigante con indosso un grembiule di cuoio da macellaio. «Ma ora è crepato, è chiaro come il sole. Si sapeva fin da subito che sarebbe morto, come gli altri che lo hanno preceduto. È entrato senza portare con sé neppure uno specchio, solo la spada. Ed è impossibile uccidere un basilisco senza specchio, lo sanno tutti.»

Citazioni[modifica]

  • Al diavolo! Se quand'è con me Yennefer si sente come mi sento io adesso, la compiango. Non mi stupirò più. Non la odierò più... Mai. Già, forse Yennefer sente ciò che sento io adesso: l'assoluta sicurezza che io debba realizzare l'impossibile, ancora più impossibile del legame tra Agloval e Sh'eenaz; la certezza che qui non basti un piccolo sacrificio, che si debba sacrificare tutto, e chissà poi se basterebbe. No, non odierò più Yennefer perché non può e non vuole darmi un piccolo sacrificio. Ora so che un piccolo sacrificio è qualcosa d'incommensurabile. (Geralt)
  • Siete in errore, signorina Essi. Verremo a sapere dove conduce quella scala. Anzi la percorreremo. Verificheremo che cosa c'è in quella parte dell'oceano, sempre che ci sia qualcosa. E ne estrarremo tutto quanto c'è da estrarre. Se non noi, i nostri nipoti o i nipoti dei nostri nipoti. È solo questione di tempo. Sì, lo faremo, anche se questo oceano dovesse tingersi di rosso per il sangue versato. E voi lo sapete bene, Essi, saggia Essi, che scrivete la cronaca dell'umanità nelle vostre ballate. Ma la vita non è una ballata, piccola, povera poetessa dai begli occhi, smarrita tra le vostre belle parole. La vita è una lotta. Una lotta che ci è stata insegnata proprio da questi strighi che valgono più di noi. Sono stati loro a mostrarci la strada, ad aprirla per noi, a ricoprirla dei cadaveri di coloro che erano d'impedimento e d'intralcio a noi umani, i cadaveri di coloro che hanno difeso questo mondo prima di noi. Noi, Essi, ci limitiamo a continuare questa lotta. Siamo noi, e non le vostre ballate, a stendere la cronaca dell'umanità. Oggi non abbiamo più bisogno degli strighi, ormai nulla potrà fermarci. Nulla. (Principe Agloval)
  • Tu dici che qualcosa sta finendo, ma non è vero. Ci sono cose che non finiscono mai. Mi parli di sopravvivenza? Io lotto per la sopravvivenza. Perché Brokilon dura grazie alla mia lotta, perché gli alberi vivono più a lungo degli uomini, basta solo proteggerli dalle vostre scuri. Mi parli di re e principi. Chi sono? Quelli che conosco io sono scheletri bianchi che giacciono nelle necropoli di Craag An, nel fitto del bosco. In sepolcri di marmo, su mucchi di metallo giallo e ciottoli luccicanti. Ma Brokilon dura, gli alberi stormiscono sulle rovine dei palazzi, le radici spezzano il marmo. Il tuo Venzlav ricorda chi erano questi re? E tu lo ricordi, Gwynbleidd? In caso contrario, come puoi affermare che qualcosa stia finendo? Come fai a sapere chi è destinato allo sterminio e chi all'eternità? Cosa ti autorizza a parlare di destino? Sai almeno che cos'è il destino? (Eithné)
  • Belleteyn! Si divertono. Festeggiano il ciclo secolare della natura che rinasce. E noi? Che ci facciamo qui? Noi, due relitti condannati all'estinzione, allo sterminio e all'oblio? La natura rinasce, il ciclo si ripete. Ma noi no, Geralt. Noi non possiamo ripeterci. Siamo stati privati di questa possibilità. Ci è stata data la facoltà di fare cose straordinarie con la natura, a volte perfino contrarie a essa. E al tempo stesso ci è stato tolto ciò che in natura c'è di più semplice e naturale. Che importa che viviamo più di loro? Al nostro inverno non seguirà una primavera, non rinasceremo. Ma sia tu sia io siamo attratti da questi fuochi, sebbene la nostra presenza a questa festa sia una beffa malevola ed empia. (Yennefer)
  • L'uomo dai capelli bianchi diede le spalle al cavallo e guardò lo sconosciuto negli occhi. «Borch, vorrei mettere subito le cose in chiaro tra noi. Sono uno strigo.»
    «L'avevo supposto. Ma hai usato un tono come se dicessi: 'Sono un lebbroso'.»
    «C'è chi preferisce la compagnia dei lebbrosi a quella di uno strigo.»
    «C'è anche chi preferisce le pecore alle ragazze», ribatté Tre Taccole con una risata. «Ebbene, c'è solo da compatirli, gli uni e gli altri. Rinnovo la proposta.»
  • «Signore, avete tutta la coscia gonfia. E la febbre vi consuma...»
    «Vada a farsi fottere la febbre. Yurga?»
    «Sì, signore?»
    «Ho dimenticato di ringraziarti...»
    «Non siete voi che dovete ringraziare, signore, ma io. Siete stato voi a salvarmi la vita, a ridurvi così per difendermi. E io? Io che cosa ho fatto? Ho medicato un uomo ferito e privo di sensi, l'ho caricato sul carro, non l'ho lasciato crepare? È una cosa normale, signor strigo.»
    «Non poi così normale, Yurga. Sono già stato abbandonato... in simili situazioni... come un cane...»
    Il mercante, la testa bassa, rimase in silenzio. «Eh, sì, viviamo in un mondo schifoso. Ma non è una buona ragione perché facciamo tutti gli schifosi. Abbiamo bisogno del bene. A me lo ha insegnato mio padre e io lo insegno ai miei figli.»
  • Che ne dite? Sul ponte mi avete strappato una promessa. Vi premeva avere un bambino da prendere con voi come apprendista strigo, nient'altro. Perché quel bambino dovrebbe essere inatteso? Perché non potrebbe essere il contrario? Io ne ho due, che uno dei due studi da strigo. È un mestiere come un altro. Né migliore né peggiore.»
    «Sei sicuro che non sia peggiore?» chiese piano Geralt.
    Yurga socchiuse gli occhi. «Difendere la gente, salvare loro la vita, a vostro parere è una cosa buona o cattiva? Quei quattordici sull'altura, e voi sul ponte, che cosa avete fatto, del bene o del male?»
    «Non lo so, Yurga. A volte mi sembra di saperlo. Vorresti che tuo figlio avesse certi dubbi?»
    «Che li abbia pure. Perché sono una cosa umana e buona», rispose il mercante con aria seria.
    «Che cosa?»
    «I dubbi. Solo il male, signor Geralt, non ne ha mai. Ma nessuno sfugge al proprio destino.»

Il sangue degli elfi[modifica]

Incipit[modifica]

La città bruciava. Le strette viuzze che conducevano al fossato e alla prima terrazza vomitavano fumo e folate di aria calda, le fiamme divoravano i tetti serrati l'uno all'altro, lambendo le mura del castello. Dalla porta occidentale, quella che dava sul porto, si levavano urla, gli echi di una lotta accanita, i colpi sordi di un ariete che scuoteva le mura. La città era stata colta di sorpresa dagli aggressori, che avevano sfondato la barricata difesa da un pugno di soldati, da abitanti armati di alabarde e dai balestrieri della corporazione. Cavalli dalle nere gualdrappe volavano sopra lo sbarramento come spettri, lame vivide e scintillanti seminavano morte tra i difensori in fuga.

Citazioni[modifica]

  • «Un normale tumulo.» La voce di Ciri si era fatta ancora più innaturale, metallica, gelida e cattiva. «Un mucchio di terra coperto di vegetazione. La morte ha occhi azzurri e freddi, e l'altezza dell'obelisco non ha importanza, come non l'avranno le scritte che vi verranno incise. Chi può saperlo meglio di te, Triss Merigold, Quattordicesima del Colle?»
    La maga impietrì. Vedeva le mani della bambina serrate sulla criniera del cavallo.
    «Tu sei morta sul Colle, Triss Merigold», proseguì la voce cattiva, estranea. «Perché sei venuta qui? Torna indietro, torna subito indietro e porta via anche lei, la Bambina dal Sangue Antico. Consegnala a coloro cui appartiene. Fallo, Quattordicesima. Altrimenti morirai un'altra volta. Verrà il giorno in cui il Colle si ricorderà di te. Si ricorderanno di te la tomba comune e l'obelisco su cui è inciso il tuo nome.» (Ciri, cap. 2)
  • «Ti sei sbagliata, Quattordicesima», disse beffarda la voce metallica, inumana. «Hai confuso il cielo con le stelle riflesse di notte sulla superficie di uno stagno...»
    «Non toccare... Non toccare questa bambina!»
    «Non è una bambina.» Le labbra di Ciri si mossero, ma i suoi occhi erano morti, vitrei, assenti. «Non è una bambina. È la Fiamma, la Fiamma Bianca, e a causa sua il mondo prenderà fuoco e brucerà. È il Sangue Antico, Hen Ichaer. Il Sangue degli Elfi. Il seme che non germoglierà, ma divamperà in fiamma. Il sangue che sarà lordato... quando verrà Tedd Deireàdh, il Tempo della Fine. Va'esse deireàdh aep eigean!»
    «Predici morte? Sai fare solo questo, predire morte? A tutti? A loro, a lei... A me?»
    «A te? Tu sei già morta, Quattordicesima. In te tutto è già morto.» (Ciri e Triss Merigold, cap. 3)
  • «Il mondo sta andando in rovina», ripeté Coen annuendo con aria falsamente meditabonda. «Quante volte l'ho già sentito!»
    Lambert fece una smorfia. «Anch'io. E non c'è da stupirsi, ultimamente è sulla bocca di tutti. Così dicono i re, quando viene fuori che dopotutto per regnare è necessario almeno un briciolo di cervello. Così dicono i mercanti, quando l'avidità e la stupidità li conducono alla bancarotta. Così dicono i maghi, quando cominciano a perdere la loro influenza sulla politica o sulle fonti di reddito. E colui cui viene rivolta questa frase deve aspettarsi che a essa segua subito una proposta. Perciò abbrevia i preamboli, Triss, e facci la tua.» (Coen e Lambert, cap. 3)
  • «Io non sono tagliato per fare il soldato e l'eroe. E la terribile paura del dolore, delle mutilazioni o della morte non è l'unica ragione. Non si può obbligare un soldato a smettere di avere paura, tuttavia gli si può fornire una motivazione che lo aiuti a superarla. E io non ho una simile motivazione. Non posso averla. Sono uno strigo. Un mutante creato artificialmente. Uccido mostri. Per soldi. Difendo i bambini, quando i genitori mi pagano. Se a pagarmi saranno i genitori nilfgaardiani, difenderò i bambini nilfgaardiani. E, anche se il mondo sarà ridotto in rovina, cosa che mi sembra improbabile, ucciderò mostri sulle rovine del mondo finché uno di loro non ucciderà me. Questo è il mio destino, la mia motivazione, la mia vita e il mio rapporto nei confronti del mondo. Non l'ho scelto io. L'hanno fatto altri per me.» (Geralt di Rivia, cap. 3)
  • «Sei amareggiato», disse la maga, tormentando nervosamente una ciocca di capelli. «O fingi di esserlo. Dimentichi che ti conosco, non recitarmi la parte del mutante insensibile, senza cuore, senza scrupoli né volontà. Comprendo le ragioni della tua amarezza. Si tratta della profezia di Ciri, vero?»
    «No, non è vero. Vedo che in fondo mi conosci poco», rispose Geralt in tono glaciale. «Ho paura della morte come tutti, ma mi sono abituato già da un pezzo all'idea, non mi faccio illusioni. Non mi sto lamentando del destino, Triss, faccio solo un normale, freddo calcolo. Statistica. Nessuno strigo è morto di vecchiaia, nel suo letto, dettando il proprio testamento. Nessuno. Ciri non mi ha sorpreso e neppure spaventato. So che morirò in un fosso puzzolente di carogne, dilaniato da un grifone, da una lamia o da una manticora. Ma non voglio morire in questa guerra, perché non è la mia guerra.» (Triss e Geralt, cap. 3)
  • La sventura si comportò secondo l'antichissimo uso delle sventure e degli avvoltoi: rimase qualche tempo sospesa su di loro, aspettando il momento opportuno per sferrare l'attacco. (cap. 4)
  • «Dove siete stato negli ultimi due anni? Al di là dei mari? Qui da noi, a Kaedwen, gli Scoia'tael hanno fatto molto parlare di sé, già, ci sono riusciti fin troppo bene. Le prime bande sono comparse non appena è scoppiata la guerra con Nilfgaard. Quei maledetti non-umani hanno approfittato delle nostre difficoltà. Noi eravamo al Sud, e loro hanno iniziato una guerriglia nelle retrovie. Contavano sul fatto che Nilfgaard ci avrebbe schiacciato e hanno cominciato a proclamare la fine del dominio degli uomini, il ritorno dell'antico ordine. 'Morte agli umani!' Questo è il loro motto, la missione per la quale uccidono, bruciano, saccheggiano!» (Cavaliere, cap. 4)
  • Uno strigo deve difendere gli uomini, affinché non vengano appesi agli alberi per le mani e impalati. Difendere le fanciulle dai capelli biondi, affinché non vengano legate con braccia e gambe divaricate a paletti conficcati nel terreno. Difendere i bambini, affinché non vengano scannati e gettati nei pozzi. Merita di essere difeso perfino un gatto bruciato in un fienile dato alle fiamme. Perciò diventerò una striga, perciò ho la spada, per difendere la gente come quella di Sodden e Oltreriva, perché loro non hanno armi, non conoscono i passi, i mezzi giri, le schivate e le piroette, nessuno ha insegnato loro a combattere, sono impotenti di fronte ai licantropi e ai disertori di Nilfgaard. A me insegnano a combattere. Per poter difendere gli inermi. E lo farò. Sempre. Non sarò mai neutrale. Non sarò mai indifferente. Mai! (Ciri, cap. 4)
  • «Ora capisci che cos'è la neutralità che tanto ti sconvolge? Essere neutrali non significa essere indifferenti e insensibili. Non bisogna uccidere i sentimenti dentro di sé. È sufficiente annientare l'odio.» (Geralt di Rivia, cap. 4)
  • «Meglio morire che vivere con la consapevolezza di aver fatto qualcosa che ha bisogno del perdono altrui.» (Yarpen Zigrin, cap. 4)
  • Una voce assai popolare alla corte di re Vizimir diceva che, se Dijkstra sosteneva che era mezzogiorno e intorno regnavano le tenebre più impenetrabili, bisognava cominciare a preoccuparsi per la sorte del sole. (cap. 5)
  • «Ranuncolo. Sei un babbeo ottuso. Uno scemo patentato. Devi sempre rovinare tutto quello su cui metti mano? Almeno una volta nella vita non potresti fare qualcosa come si deve? So che non sei affidabile. Hai una quarantina d'anni, ne dimostri una trentina, immagini di averne poco più di venti e agisci come se non ne avessi neppure dieci.» (Dijkstra, cap. 5)
  • «La vita è una catena ininterrotta di sorprese...» (Filippa Eilhart, cap. 5)
  • Meve giocherellò con la collana. «Nilfgaard sta a guardare e aspetta. C'è qualcosa nell'aria, e in molte teste nascono pensieri sciocchi. Dunque facciamo vedere a tutti di cosa siamo capaci. Facciamo vedere chi sono i veri re. Facciamo tremare le mura del castello immerso nel torpore invernale!»
    «Sterminare gli Scoiattoli», disse svelto Henselt. «Cominciare una grande operazione militare comune. Annegare i non-umani in un bagno di sangue. Che il Sangue degli Elfi scorra dalla fonte alla foce del Pontar, del Gwenllech e del Buina!»
    «Organizzare una spedizione punitiva per reprimere gli elfi della Dol Blathanna», aggiunse Demawend corrugando la fronte. «Introdurre truppe d'intervento a Mahakam. Permettere infine a Ervyll di Verden di attaccare le driadi di Brokilon. Sì, un bagno di sangue! E chiudere i sopravvissuti nelle riserve!» (Meve, Henselt e Demawend, cap. 6)
  • Il maresciallo sorrise sotto i baffi. Sapeva che il disprezzo della morte e il coraggio folle dei giovani avevano origine dalla mancanza d'immaginazione. Lo sapeva benissimo. Un tempo anche lui era stato giovane. (cap. 6)
  • «È vero», confermò Terranova. «Questo Geralt, o come si chiama, riesce sempre a cavarsela. E di che stupirsi? È un mutante, un automa assassino, programmato per uccidere e non farsi uccidere. Quanto a Yennefer, non esageriamo coi suoi presunti sentimenti. La conosciamo. Le sue emozioni hanno vita breve. Si è divertita con lo strigo, tutto qui. Era affascinata dalla morte, con cui quel tizio gioca in continuazione. E, quando finalmente smetterà di giocarci, la storia avrà termine.» (Artaud Terranova, cap. 6)
  • «Non capisco, certo. Mai. Ma so di che si tratta. Le vostre grandi cause, le vostre guerre, la vostra lotta per salvare il mondo... Il vostro fine che giustifica i mezzi... Tendi l'orecchio, Filippa. Senti questi versi, questi miagolii? Sono gatti che lottano per una grande causa. Per il controllo assoluto di un mucchio di rifiuti. Non sono cose da poco, laggiù scorre il sangue e volano ciuffi di pelo. È in corso una guerra. Però a me di entrambe le guerre, di quella dei gatti e della tua, importa incredibilmente poco.»
    «Ti sembra soltanto. Tutto ciò comincerà a interessarti, e prima di quanto tu creda. Presto ti troverai di fronte alla necessità di scegliere. Sei rimasto invischiato nel destino più di quanto tu non creda, mio caro. Pensavi di prendere sotto la tua protezione una bambina. Ti sbagliavi. Hai accolto una fiamma che da un momento all'altro potrebbe incendiare il mondo. Il nostro mondo. Il tuo, il mio, quello degli altri. E dovrai scegliere. Come me. Come Triss Merigold. Come ha dovuto scegliere Yennefer. Perché Yennefer ha già scelto. E il tuo destino è nelle sue mani, strigo. Ti sei consegnato tu stesso nelle sue mani.» (Geralt e Fillipa Eilhart, cap. 6)

Il tempo della guerra[modifica]

Incipit[modifica]

Per guadagnarsi da vivere come messaggero a cavallo, soleva dire Aplegatt ai giovani freschi di nomina, ci vogliono due cose: un cervello fino e un culo di ferro.

Citazioni[modifica]

  • «Ti ha disturbato sentirti definire mio collega? Ma è la verità. Sono anch'io uno strigo. Libero anch'io la gente dai mostri e dai problemi mostruosi. E lo faccio anch'io per soldi.»
    «C'è qualche differenza», borbottò Geralt, sempre sotto lo sguardo ostile del gatto.
    «È vero. Tu sei uno strigo anacronistico e io uno strigo moderno, che segue lo spirito dei tempi. Perciò tu finirai presto senza lavoro, mentre io prospererò. Tra poco al mondo non ci saranno più strigi, viverne, endriaghe e licantropi. Mentre di figli di puttana ce ne saranno sempre.»
    «Ma, il più delle volte, tu liberi dai problemi proprio i figli di puttana, i furbi, Codringher. I poveretti assillati da problemi non possono permettersi i tuoi servigi.»
    «I poveretti non possono permettersi neppure i tuoi, di servigi. I poveretti non possono mai permettersi nulla, è appunto per questo che sono poveretti.»
    «Un ragionamento di una logica ferrea. E talmente nuovo da togliere il fiato.»
  • «Al diavolo l'araldica, Fenn. Il re, chi è il re?»
    «Hoët detto il Giusto. Scelto tramite elezione...»
    «... da Emhyr di Nilfgaard», congetturò in tono gelido Codringher.
    «... nove anni fa.»
    «No, lui non c'interessa», disse l'avvocato dopo un rapido calcolo «Chi c'era prima di lui?»
    «Un attimo. Ecco. Akerspaark. Morto...»
    «... morto per un'infiammazione fulminante ai polmoni dopo essere stato trafitto con uno stiletto dai sicari di Emhyr o del Giusto», disse Codringher, facendo nuovamente sfoggio di sagacia. «Geralt, il suddetto Akerspaark ti dice qualcosa? Potrebbe essere il padre d'Istrice?»
    «Sì», confermò lo strigo dopo un attimo di riflessione. «Akerspaark. Ricordo che Duny l'ha chiamato così, suo padre.»
    «Duny?»
    «Era il suo vero nome. Duny era un principe, figlio di questo Akerspaark...»
    «No», lo interruppe Fenn, assorto nella lettura dei rotoli «Qui sono nominati tutti. Figli legittimi: Orm, Gorm, Torm, Horm e Gonzalez. Figlie legittime: Alia, Valia, Nina, Paulina, Malvina e Argentina...»
    «Ritiro le calunnie contro Nilfgaard e Hoët il Giusto», dichiarò Codringher in tono grave «Akerspaark non è stato assassinato. Ha scopato tanto da rimanerci»
  • «Dell'amore sappiamo poco. Con l'amore è come con una pera. La pera è dolce e ha una forma. Provate un po' a definire la forma della pera.» (Ranuncolo)
  • «Il concetto di filosofia è estraneo alla Natura, Geralt di Rivia. Si è soliti chiamare filosofia i pietosi e ridicoli tentativi di comprendere la Natura intrapresi dagli uomini. Passano per filosofia anche i risultati di tali tentativi. È come se una barbabietola indagasse le ragioni e gli effetti della propria esistenza, denominando il frutto delle proprie riflessioni il secolare e misterioso Conflitto tra Tuberi ed Erbaggi, o considerasse la pioggia l'Imperscrutabile Forza Creatrice. Noi maghi non perdiamo tempo a fare ipotesi su che cosa sia la Natura. Sappiamo cos'è, perché siamo noi stessi Natura.» (Vilgefortz)
  • «Ma non potevo vivere col vuoto che si era impadronito di me. A un tratto ho capito che non era la mancanza di una donna a provocare quel vuoto, ma la mancanza di ciò che provavo allora. Paradossale, vero? Non credo sia necessario che finisca, intuirai il seguito. Sono divenuto un mago. Per odio. E solo allora ho capito quanto ero stato sciocco. Avevo confuso il cielo con le stelle riflesse di notte sulla superficie di uno stagno.» (Vilgefortz)

Il battesimo del fuoco[modifica]

Incipit[modifica]

I cespugli risuonavano dei gridi degli uccelli. Il pendio del burrone era ricoperto da un fitto intrico di rovi e crespini. Era un luogo ideale per nidificare e trovare cibo, dunque non c'era da stupirsi che brulicasse di uccelli. I verdoni gorgheggiavano, i fanelli e le bigiarelle cinguettavano, risuonava senza posa anche il sonoro pinc-pinc del fringuello. Il fringuello annuncia pioggia, pensò Milva alzando lo sguardo al cielo. Non c'erano nuvole. Ma i fringuelli annunciano sempre pioggia. E un po' di pioggia, finalmente, non avrebbe guastato.

Citazioni[modifica]

  • «Già, come nella Dol Angra», continuò lei fissando lo sguardo nei suoi occhi scuri. «L'imperatore di Nilfgaard si servirà di nuovo di voi per mettere a ferro e fuoco le retrovie degli umani e seminare il caos. Dopodiché concluderà la pace coi re e voi sarete sterminati. Brucerete anche voi nel fuoco che avrete appiccato.»
    «Il fuoco purifica. E tempra. Bisogna attraversarlo. Aenyell'hael, ell'ea, sor'la? O come dite voi: il battesimo del fuoco.» (Milva e Coinneach, cap. 1)
  • «In vita mia ho conosciuto tanti militari. Ho conosciuto marescialli, generali, voivodi ed etmani, trionfatori d'innumerevoli campagne e battaglie. Ho ascoltato i loro racconti e ricordi. Li ho visti chini su mappe sulle quali disegnavano linee di diversi colori, facendo piani e architettando strategie. In queste guerre di carta andava tutto liscio, funzionava tutto, era tutto chiaro e in un ordine esemplare. Così dev'essere, spiegavano i militari. Un esercito è innanzitutto ordine e disciplina. Un esercito non può esistere senza ordine e disciplina. È perciò tanto più strano constatare che, quanto a ordine e a disciplina, la vera guerra – e di vere guerre ne ho viste parecchie – ricorda come due gocce d'acqua un bordello in preda alle fiamme.» (Ranuncolo, cap. 1)
  • «Bene, bricconi, vi accetto tutti e tre per l'ordalia. Tra poco il giudizio divino sarà compiuto, tra poco stabiliremo la colpevolezza della strega e al tempo stesso verificheremo la vostra virtù! Ma non con spade, asce, lance o frecce! Dite di conoscere le regole del giudizio divino? Io le conosco! Ecco i ferri di cavallo messi nei carboni ardenti, arroventati fino a diventare bianchi! Il battesimo del fuoco! Suvvia, sostenitori della stregoneria! Chi tirerà fuori dal fuoco un ferro di cavallo e me lo porterà senza la minima traccia di bruciatura, proverà che la strega non è colpevole. Ma, se il giudizio divino si dimostrerà diverso, allora sarete messi a morte insieme con lei! Ho detto!» (il prete, cap. 4)
  • «Ma ti darò comunque qualche consiglio. Il bisogno di espiazione, di un battesimo del fuoco purificatore, il senso di colpa non sono cose di cui possa arrogarti l'esclusiva. La vita si distingue dal mondo bancario perché conosce debiti che si pagano indebitandosi col prossimo.» (Emil Regis, cap. 5)
  • E così avvenne che uno strigo e un nilfgaardiano suo alleato lanciarono un urlo selvaggio, rotearono le spade e balzarono avanti senza esitazione contro il nemico comune, due compagni, due amici e compari, impegnati in un combattimento impari. E quello fu il loro battesimo del fuoco. Il battesimo della lotta comune, della rabbia, della follia e della morte. Andavano a morte, loro, due compagni. Così pensavano. Infatti non potevano sapere che non sarebbero morti quel giorno, su quel ponte gettato sul fiume Jaruga. Non sapevano che a entrambi era stata destinata un'altra morte. In un altro luogo e in un altro momento. (cap. 7)

La torre della rondine[modifica]

Incipit[modifica]

Com'è risaputo, l’Universo – così come la vita – gira in tondo. È una ruota sul cui cerchione sono segnati otto punti magici che compongono una rotazione completa, ovvero un ciclo annuale. Tali punti – disposti sul cerchione in coppie i cui componenti si trovano esattamente l’uno di fronte all’altro – sono: Imbaelk, «Germinazione», e Lammas, «Maturazione»; Belleteyn, «Fioritura», e Saovine, «Morte»; il Solstizio d’Inverno, detto «Midinváerne», e quello d’Estate, «Midaëte»; infine l’Equinozio di Primavera, «Birke», e quello d’Autunno, «Velen». Queste date dividono il cerchio in otto parti, ed è appunto così che viene diviso l’anno nel calendario elfico.

Citazioni[modifica]

  • «Non sono i cattivi e i disonesti a precipitare nell'abisso, no! Oh, no! Sono i cattivi, ma dotati di determinazione, che vi fanno precipitare coloro che sono morali, retti e nobili, ma goffi, indecisi e pieni di scrupoli.» (Ciri, cap. 1)
  • E gloria e popolarità erano proprio ciò di cui avevamo meno bisogno. Ricordo a quanti lo avessero dimenticato che quello stesso strigo Geralt appena nominato cavaliere era ricercato dagli organi di sicurezza di ciascuno dei Quattro Regni relativamente alla ribellione dei maghi sull’isola di Thanedd. Quanto a me, persona innocente e pura come un giglio, si cercava di accusarmi di spionaggio. E poi c’era Milva, che aveva collaborato con le driadi e gli Scoia’tael, ed era coinvolta nei famigerati massacri di umani ai confini del Bosco di Brokilon. A questi va aggiunto Cahir aep Ceallach, nilfgaardiano, abitante di una nazione comunque nemica, la cui presenza dalla parte sbagliata del fronte non sarebbe stata facile da spiegare e giustificare. Dunque risultava che l’unico membro della nostra compagnia la cui biografia non fosse inficiata da questioni politiche o criminali fosse il vampiro. (Ranuncolo, cap. 3)
  • Quanto a Cahir aep Ceallach, nel grande conflitto tra Nilfgaard e i Nordling aveva avuto il tempo di combattere in entrambi gli eserciti e di disertare da entrambi, dopo essersi guadagnato in entrambi una condanna a morte. (Ranuncolo, cap. 3)
  • Dove c’è una pergamena prima o poi spunta una pena (Milva citando suo padre, cap. 3)
  • Un uomo colpevole di tradimento si fa beffe dell’istituzione cui ho concesso privilegi e mezzi sufficienti a scacciare il sonno perfino agli innocenti (Emhyr var Emreis, cap. 3)
  • I pochi oltreriviani rimasti si erano trasformati in zotici inselvatichiti. Si distinguevano dai ghiottoni e dagli orsi principalmente perché portavano i calzoni. Almeno alcuni. Cioè: alcuni portavano i calzoni, e alcuni si distinguevano. (Ranuncolo, cap. 3)
  • Ma, per dirla col vampiro Regis, procedere senza meta era meglio che stare fermi senza meta, e molto meglio che arretrare senza meta. (Ranuncolo, cap. 3)
  • «Niente da fare. Allora non ci ho fatto caso, e adesso non c’è verso che mi rammenti...»
    «Mun, Ola.» Skellen fece un cenno agli aiutanti, senza alzare minimamente la voce. «Portate questo zotico in cortile, abbassategli i calzoni e contate trenta frustate da lasciargli il segno.»
    «Mi ricordo!» gridò il ragazzo. «Mi sono appena ricordato!»
    «Per la memoria, non c’è niente di meglio delle noci col miele o delle frustate sul culo. Parla», disse Allocco digrignando i denti. (ragazzo di Gelosia e Stefan Skellen, cap. 4)
  • In tutto il mondo l’onore è sceso di prezzo, perché al giorno d’oggi è una merce difficile da vendere. (Esterhazy, cap. 4)
  • Cadere deve l’impero in cui tutti rubano. Negli interessi privati e nell’egoismo sta la sua debolezza. (Bonhart, cap. 4)
  • Ci vuole davvero una gran presunzione e una gran cecità a chiamare giustizia il sangue che cola dal patibolo (Vysogota di Corvo, cap. 4)
  • Perché la legge non è la giurisprudenza, non è un tomo zeppo di paragrafi o un trattato filosofico, e neppure seriosi sproloqui sulla giustizia o logore frasi fatte su moralità ed etica. La legge vuol dire vie e strade maestre sicure. Vuol dire vicoli in cui poter passeggiare anche dopo il tramonto. Vuol dire locande e taverne da cui si può uscire per andare alla latrina lasciando la moglie al tavolo e la borsa sopra il tavolo. La legge è il sonno tranquillo delle persone certe che a svegliarle sarà il canto del gallo, e non il crepitio degli incendi! E, per coloro che infrangono la legge, il capestro, la scure, il palo e i ferri arroventati! Una punizione che scoraggi gli altri. Coloro che infrangono la legge vanno presi e puniti. Con tutti i mezzi e i metodi possibili (Fulko Artevelde, cap. 5)
  • Quello della vostra visione è un mondo di paura, un mondo nel quale la gente teme di uscire dopo il crepuscolo per paura non dei banditi, ma dei guardiani della legge, perché le grandi cacce ai delinquenti hanno sempre come conseguenza l’entrata in massa dei delinquenti nelle file dei guardiani della legge. Quello della vostra visione è un mondo di corruzione, ricatto e provocazione, un mondo di testimoni della corona e di falsi testimoni. Un mondo di spiate e di confessioni estorte. Di delazioni e di paura delle delazioni. E verrà inevitabilmente il giorno in cui nel vostro mondo si strapperanno i seni con le tenaglie alla persona sbagliata, in cui s’impiccherà o s’impalerà un innocente. E allora sarà ormai un mondo di criminali. Insomma, un mondo in cui uno strigo si sentirebbe come un pesce nell’acqua.» (Geralt in risposta alla visione di Fulko, cap. 5)
  • Non sarebbe certo il primo posto in cui il nostro amico bardo ne ha combinate delle belle. Ora ha messo un po' di giudizio perché frequenta una compagnia decente, ma in gioventù non era uno stinco di santo. Direi che solo i ricci e le donne capaci di arrampicarsi in cima all'albero più alto erano al sicuro dalle sue avance (Geralt parlando di Ranuncolo, cap. 7)
  • Già, ogni razza ha diritto alle sue radici. Perfino la vostra, umana, le cui radici andrebbero invece ricercate in cima agli alberi (Avallac’h, cap. 7)
  • A predire il futuro sono buoni tutti. E lo fanno tutti, perché è facilissimo. La vera arte è predirlo in maniera giusta. (Avallac’h, cap. 7)
  • La conoscenza, mio caro, è un privilegio, e i privilegi si condividono soltanto coi propri pari. (Avallac’h, cap. 7)
  • «Il tuo medaglione d’argento col lupo. Lo aveva Schirrù. Ora l’hai perso per sempre. Si è fuso in questo inferno.»
    «Pazienza», disse Geralt dopo un po’, guardando gli occhi color fiordaliso della flaminica. «Non sono più uno strigo. Ho cessato di essere uno strigo. A Thanedd, nella Torre dei Gabbiani. A Brokilon. Sul ponte sullo Jaruga. Nella caverna sotto la Gorgone. E qui, nel bosco di Myrkvid. No, non sono più uno strigo. Dunque dovrò imparare a fare a meno del medaglione da strigo.» (la flaminica e Geralt, cap. 7)
  • «Vedi, in ogni Stato si possono incontrare persone che sono ciecamente fanatiche dell’idea dell’ordine sociale. Devote a questa idea, sono pronte a tutto pur di affermarla. An c h e al crimine, giacché sono convinte che il fine giustifichi i mezzi e muti il significato dei concetti. Loro non assassinano, loro salvano l’ordine. Loro non torturano, non ricattano: loro proteggono la ragion di Stato e combattono per l’ordine. La vita di un individuo, qualora l’individuo infranga il dogma dell’ordine stabilito, per queste persone non significa nulla, non vale un soldo. Queste persone non si rendono conto che la società che servono è costituita appunto d’individui. Hanno il cosiddetto sguardo ad ampio raggio... e avere uno sguardo del genere è il modo più sicuro per non vedere gli altri.» (Vysogota di Corvo citato da Esterad Thyssen, cap. 8)
  • Sai, Zuleyka, Dijkstra ha attraversato il mare guidato dal dovere patriottico. La Redania, la sua patria, è minacciata. Dopo la tragica morte di re Vizimir, vi regna il caos. Il paese è governato da una banda d’idioti aristocratici chiamata Consiglio di Reggenza. Questa banda, mia cara Zuleyka, non farà nulla per la Redania. Di fronte al pericolo fuggirà, oppure comincerà a strusciarsi come i cani alle babbucce ornate di perle dell’imperatore di Nilfgaard. Questa banda disprezza Dijkstra, perché è una spia, un assassino, un parvenu e uno zoticone. Ma è stato Dijkstra ad attraversare il mare per salvare la Redania. Dimostrando a chi importa veramente della Redania (Esterad Thyssen, cap. 8)
  • Ma lo sai, Dijkstra, che la differenza tra avere un milione e non averlo è due milioni?(Esterad Thyssen, cap. 8)
  • Coi trattati è come col matrimonio: non si concludono pensando al tradimento e, una volta conclusi, non bisogna sospettare. Coloro cui non sta bene non devono sposarsi. Perché non si può diventare cornuti non essendo sposati, ma ammetterai che la paura delle corna è una giustificazione pietosa e piuttosto ridicola per un celibato forzato. Quando si è sposati, non bisogna lambiccarsi sulle corna: ’che succederebbe se...’ Finché le corna non vengono messe, la questione non va toccata e, quando vengono messe, non c’è comunque nulla da dire. (Esterad Thyssen, cap. 8)
  • La calunnia si attacca all'uomo come la pece (Esterad Thyssen, cap. 8)
  • Sulla strada dell’eternità, ognuno procederà lungo la propria scala, portando il proprio fardello (Esterad Thyssen, cap. 8)
  • Nessuno vuole soffrire. Eppure è il destino di ognuno. E alcuni soffrono più degli altri. Non necessariamente per scelta. La questione non sta nel sopportare il dolore. La questione sta nel come lo si sopporta (La Dea Freyja rivolta a Yennefer, cap.9)
  • Sai che cosa danno a un uomo gli studi universitari, Ciri?»
    «No. Che cosa?»
    «La capacità di servirsi delle fonti.» (Vysogota e Ciri, cap. 9)
  • Perché so di cosa ha paura il Male. Non della tua etica, Vysogota, non delle prediche e neppure dei trattati morali sulla vita onesta. Il Male ha paura del dolore , dell’infermità, della sofferenza e infine della morte! Il Male ferito urla di dolore come un cane! Si rotola a terra e grugnisce guardando il sangue sprizzare dalle vene e dalle arterie, vedendo le ossa sporgere dai monconi, vedendo le viscere fuoriuscire dal ventre, sentendo la morte arrivare insieme col freddo. Allora e solo allora al Male si rizzano i capelli e il Male grida: ’Pietà! Mi pento dei miei peccati! D’ora in avanti sarò buono e onesto, lo giuro! Ma salvatemi, arrestate il sangue, non fatemi fare questa morte miserabile!’ (Ciri, cap.10)
  • «Dicono che la natura non sopporti il vuoto», disse adagio Vysogota. «Quello che giace a terra, che perde sangue, che è caduto sotto i colpi della tua spada, non è più il Male. Che cos'è dunque? Ci hai mai riflettuto?»
    «No. Sono una striga. Durante l’addestramento ho giurato a me stessa che avrei combattuto il Male. Sempre. E senza stare a riflettere.»
    «Perché, quando si comincia a riflettere, uccidere non ha più senso. La vendetta non ha più senso. E ciò non è ammissibile.» (Vysogota e Ciri, cap. 10)

Bibliografia[modifica]

  • Andrzej Sapkowski, Il guardiano degli innocenti, traduzione di Raffaella Belletti, Editrice Nord, 2010. ISBN 9788842916598
  • Andrzej Sapkowski, La spada del destino, traduzione di Raffaella Belletti, Editrice Nord, 2011. ISBN 9788842916642
  • Andrzej Sapkowski, Il sangue degli elfi, traduzione di Raffaella Belletti, Editrice Nord, 2012. ISBN 9788842916659
  • Andrzej Sapkowski, Il tempo della guerra, traduzione di Raffaella Belletti, Editrice Nord, 2013. ISBN 9788842921097
  • Andrzej Sapkowski, Il battesimo del fuoco, traduzione di Raffaella Belletti, Editrice Nord, 2014. ISBN 9788842922247
  • Andrzej Sapkowski, La torre della rondine, traduzione di Raffaella Belletti, Editrice Nord, 2015. ISBN 9788842925590

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]