Anna Banti

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Anna Banti, pseudonimo di Lucia Lopresti (1895 – 1985), scrittrice italiana.

  • Nessuno che non abbia buttato almeno un'occhiata sulla solenne etichetta di Cambridge o di Oxford potrà ammirare abbastanza quel che la sapiente e capricciosa penna della Woolf ne trasse, citando i responsabili di aule dove la scienza, il greco, il latino, la filosofia conducono una vita liberalmente conventuale. (dalla postfazione a Virginia Woolf, La camera di Jacob, I libri della Medusa, Arnoldo Mondadori Editore, 1980)

Un grido lacerante[modifica]

Incipit[modifica]

Un filo d'impercettibile respiro sale al cervello vacillante che sta per spegnersi; e questa è la morte, non si torna indietro. C'è nero brulichio, qualche lampo guizza e si disfa nella polvere di un chiarore lontano. Vede, ma cosa non sa. Non ha corpo, non sostanza, non spessore. Il buio si condensa, lo soffoca, lo schiaccia con la prepotenza dell'immobilità. Senza lacrime, piange.
Un grido lacerante squarcia il tempo rinato: un budello infimo che sussulta come può, senza gola né orecchie, e il grido dopo un attimo riecheggia. Laggiù, sul suo letto, svanisce il suo corpo rigido, accanto qualcuno seguita a urlare, mentre si agita e ansima una massa enorme. Una voce chiara e forte proclama:
È una bellissima bambina.
D'un tratto capisce. Non dunque il ritorno alla cara vita, ai cari volti desolati. Uno sbaglio. Una caduta fra i mostri. Da una piccola rossa fessura spalancata esce un suono strozzato: la sua voce, mentre mani gigantesche battono il grumulo di carne che ha cominciato a respirare. Dunque un neonato, scivolato giù fra ignote presenze. Per fortuna la morte ritorna. Ma non è morte, è sonno.

Citazioni[modifica]

  • Nello smantellamento dei suoi libri Agnese impiegò parecchio tempo fra volere e disvolere. Lavorava soffrendo. Le tre mogli infelici, vittime di mariti crudeli e mai contente di narrarne scrupolosamente i misfatti, furono agevolmente convertite in isteriche maniache, calunniatrici di uomini un po' strambi, come, del resto, gran parte degli uomini. Fra loro una matura nubile pronunciava ogni tanto parole ragionavoli, umane. I fatti narrati erano se non proprio autentici, probabili, ma ripensandoli, Agnese si sentiva coinvolta in un partito preso, in un'ira soffocata che aveva conosciuto in gioventù nel comportamento delle sue coetanee: lei che dal presente aveva sempre voluto astrarsi. Dunque avevano ragione quelli che l'avevano accusata di femminismo, la parola che lei detestava. E qui, immergendosi in una intensa riflessione, si scavava a fondo, volta a volta deplorandosi o giustificandosi. No, lei non aveva reclamato altro che la parità della mente e la libertà del lavoro, ciò che tuttora, da anziana contestatrice, la tormentava. Aveva amato pochi uomini, anzi un uomo solo, ma pochissime donne, e quelle poche, riunite in una favola, sempre la stessa: il mito dell'eccezione contro la norma del conformismo. E poiché l'eccezione s'era resa inafferrabile, l'aveva inventata lei, per donarla malinconicamente a una ragazza antica senza volto, che voleva suonare la propria musica e glielo proibivano. Ecco, questa ragazza lei non aveva il coraggio di distruggerla: l'aveva mandata lontano, al di là del mare o in fondo al mare. (pp. 112-113)
  • Una nonna la si ascolta, ma non si tien conto di quel che dice. (p. 148)
  • [...] gli uomini invecchiando, [...], diventano personaggi venerabili, guardate Nestore, guardate gli Eremiti. La donna vecchia, invece, se non è madre, diventa una esecrabile strega. (p. 155)
  • Molte cose la gente immagina e crede sull'inevitabile declino della vecchiaia: ipotesi spesso sbagliare. Non è vero, per esempio, che la memoria dell'età tarda non registri il presente, i giorni e i fatti recenti, per rivolgersi soltanto al passato. (pp. 160-161)

Noi credevamo[modifica]

Incipit[modifica]

Credono che io dorma, che passi dal sonno a un dormiveglia incosciente: che, insomma, non abbia più la testa a posto. L'hanno sussurrato anche al medico, l'altro ieri, sicuri che io non sentissi. Come al solito, mi era entrato in camera senza chieder permesso, per una delle sue inutili visite, e la sua voce stentorea, militaresca dal forte accenno piemontese («come sta il nostro amico?») mi forzò ad aprire gli occhi. Sto sempre con gli occhi chiusi quando non sono solo, e non so perché, forse per rifiutare una vita che non m'interessa più. Sono davvero malato? Non direi, nessuna parte del corpo mi duole e se volessi potrei vivere normalmente, magari uscire, parlare. Ecco: parlare.

[Anna Banti, Noi credevamo, CDE, Milano 1967.]

Citazioni[modifica]

  • La verità è che nulla amo di Torino: non il suo ordine, non la sua mediocre civiltà piena di sussiego. Odio i suoi impiegatucci, i suoi militari, i suoi uomini politici. (2010, p. 14)
  • Un mezzanino compresso come la groppa di un burocrate servile, un imperioso piano nobile, tronfio di architettoniche ostentazioni, il terzo piano per il rentier borghese che ama il decoro e il risparmio; in cima le mansarde, concesse con sopportazione ai decaduti, agli studenti, agli artisti, gente tenuta d'occhio e congedata alla prima scadenza d'affitto non corrisposta. Io abito al terzo piano, ma nel concetto del guardaportone in giamberga non debbo ispirare maggior fiducia degli inquilini delle soffitte. Siamo "napoletani", noi, soggetti da guardarsene, da sorvegliare, qualcosa di mezzo fra il brigante e l'imbroglione. (2010, p. 15)
  • A Procida, per dispetto o per polemica, mi ero accostato a delinquenti comuni, deducendo dai loro discorsi sino a che punto il regime borbonico avesse corrotto la plebe: già ho rammentato la mia familiarità con un capo brigante. Ma a un carceriere no, non avevo mai potuto indurmi a parlare da uomo a uomo, la sua vita, le sue miserie e come si fosse ridotto a esercitare un mestiere così vile, non m'interessavano, mi bastava disprezzarlo e giudicarlo peggiore di una qualunque schifosa bestia. Adesso mi sorpresi a riflettere che un carceriere – Gennaro, per esempio – poteva essere non del tutto ignobile e conservare qualche buon sentimento. (2010, p. 139)
  • Non mi arresi dunque e insistetti: «E quando il massaro ti consegnò ai gendarmi non ti rivoltasti per una punizione così crudele? Non hai mai sperato che il mondo possa cambiare e che tutti gli uomini abbiano il diritto di sfamarsi decentemente?».
    Con una spallucciata si schermì e una smorfia cattiva gli ricompose in faccia l'insolenza dello sgherro. «Voi parlate così perché siete un signore e avete il cervello pieno di fumi che è la disgrazia di chi vi dà retta. Che diritti e diritti? Mio padre ci ha creduto, gli avevano montata la testa e si è visto quel che ci ha guadagnato. Chi ha fame s'ingegna, si capisce, ma il maialetto era del massaro e lui ha fatto bene a legarmi all'asino, così avrei fatto anch'io al suo posto, se lasciava correre mi sarei mangiato tutto il gregge. Peggio per chi sta sotto e chi dà ascolto ai chiacchieroni». (2010, pp. 146-147)

Explicit[modifica]

Non è stato troppo tardi se ne ho ottenuto di avere tutta la mia vita davanti agli occhi, un campo di battaglia in azione, e gli onori della giornata sono ancora incerti. Non ho taciuto né risparmiato nulla, infanzia, gioventù, famiglia, amicizie, le mie responsabilità e quelle degli altri. Le ho passate al setaccio e non ho rintracciato l'errore in cui siamo caduti, l'inganno che abbiamo tessuto senza volerlo. Pisacane seppe far meglio e se sbagliò trovò misericordia nella morte. Io l'aspettavo a Montefusco e lei passò via, dandomi appuntamento su questo letto di vecchio.
Ma io non conto, eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava; la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola.
Noi credevamo…

[Anna Banti, Noi credevamo, Mondadori, Milano 2010, ISBN 978-88-04-60384-9.]

Bibliografia[modifica]

  • Anna Banti, Noi credevamo, Mondadori, Milano 2010, ISBN 978-88-04-60384-9.
  • Anna Banti, Un grido lacerante, Rizzoli Editore 1981.
  • Anna Banti, Noi credevamo, CDE, Milano 1967.

Film[modifica]

Altri progetti[modifica]