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Arnaldo Bonaventura

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Arnaldo Bonaventura fotografato da Mario Nunes Vais

Arnaldo Bonaventura (1862 – 1952), musicologo e saggista italiano.

Citazioni di Arnaldo Bonaventura

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  • Perito assai nelle lettere, provatosi con successo nella costruzione degli organi, editore di musica, esecutore di gran fama e compositor valentissimo, [Claudio Merulo] è bell'esempio di quella italiana versatilità dell'ingegno che tanto brillò negli uomini universali del 500.[1]

I Bagni di Lucca, Coreglia e Barga

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Le abitazioni dei Bagni di Lucca «sono situate in un villaggio circondato da alte montagne, o sono assise su l'una di queste montagne, non lungi dalla sorgente principale. Un gruppo pittoresco di case guarda la vallata incantevole. Ma ve ne sono alcune solitarie, sparse su pei declivi, alle quali bisogna arrampicarsi penosamente traverso a vigne, mirti, caprifogli, allori, olivi, gerani e altri fiori e piante nobili, vero paradiso selvaggio. [...]» (citazione dai Reisebilder di Enrico Heine)

Citazioni

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  • Le naturali bellezze e l'efficacia curativa delle acque termo-minerali che vi si trovano, dettero ai Bagni di Lucca molta rinomanza fino da tempi antichissimi. Che se mancano documenti comprovanti la tradizione che fossero noti ai Romani e che vi soggiornasse perfin Giulio Cesare, certo è che nel medio evo se ne diffuse largamente la fama e che godettero successivamente un lungo periodo di celebrità mondiale. (p. 15)
  • [...] la vera celebrità dei Bagni di Lucca comincia al tempo della Contessa Matilde: la quale per agevolarne l'accesso ai numerosi infermi che vi si recavano, specialmente dalla parte di Lombardia, fece costruire, probabilmente nel 1101, in sostituzione del vecchio ponte a Chifenti, quell' arditissimo e meraviglioso Ponte detto alla Maddalena che è comunemente conosciuto sotto il nome di Ponte del Diavolo. (p. 15)
  • Fino a pochi anni or sono il forestiero che voleva recarsi ai Bagni doveva fare in carrozza o in diligenza la strada che vi conduce da Lucca. Con tali mezzi di trasporto non era breve il tragitto: ma, in compenso, lo allietava la vista di un paesaggio che ora, nella rapida corsa del treno, quasi sfugge allo sguardo. Si usciva dalla Porta santa Maria o di Borgo e, traversato il grosso sobborgo del Giannotti, si prendeva una larga e bella via lungo l'argine del Serchio, via un tempo faticosa e scabrosa, poi ridotta dai principi Baciocchi comoda e piana. Lasciata a destra la grandiosa fabbrica di filatura e tessitura di juta del Balestrieri, e incontrato il Ponte a Moriano, architettonicamente pregevole, si proseguiva il cammino in mezzo a mirabili scene che facean l'impressione di un continuo succedersi di quadri dissolventi. Prima strette gole e strane sagome di monti selvaggi e rocciosi: poi colli verdeggianti e coltivati, vallate larghe solcate dal fiume, prati verdi e distesi. Salutavano dall'alto il passante il casale di Sesto e quello di Brancoli, biancheggiando sulla vetta il candido Monastero dell'Angelo. Salutavano, insinuati tra i monti, i paeselli di Valdottavo e di Diecimo, e poi il popoloso Borgo a Mozzano, e Chifenti e la Rocca col suo castello antichissimo e l'Osteria dell'Olmo ove trovò rifugio Bianca Cappello[2]. Oggi si trasvola e si sorvola colla ferrovia e, scesi alla stazione dei Bagni di Lucca, si raggiunge in breve il paese, o, più precisamente, il Ponte a Serraglio che è uno dei tre paesi che formano propriamente i Bagni di Lucca: gli altri due sono i Bagni Caldi e la Villa. (pp. 20-22)
  • Il nome che questo paese ancor reca, cioè Coreglia Antelminelli, dice da sé com'esso sia stato baluardo importante e residenza preferita della famiglia Castracane degli Antelminelli, alla quale appartenne Castruccio. Ma le memorie del luogo risalgono ad epoca molto anteriore giacché ne troviamo menzione perfino in documenti del secolo X. (p. 90)
  • Le case del grosso paese si aggruppano fitte tra loro e stanno, a dir così, scaglionate lungo le vie ripide e anguste: una volta eran difese da solide costruzioni militari, giacché Coreglia, come sappiamo, fu castello e fortilizio di molta importanza al tempo dei Castracane. – Ora sono state ammodernate e ritinte in vari colori ed hanno, per buona parte, assunto un aspetto di pulitezza ed eleganza, indizio delle floride condizioni economiche de' lor proprietari. Delle antiche fortificazioni non mancano resti, specialmente nella rôcca o fortezza, che domina il paese dal vertice del monte e che mostra ancora i ruderi de' suoi muraglioni. — Fino al principio del secolo XIX vi esisteva accanto una bellissima torre, che un prete insipiente, divenutone possessore, distrusse per adoprarne le pietre come materiale da costruzione. (pp. 92-93)
  • [...] la principale [chiesa di Coreglia] è quella di S. Michele, costruita nel 1200. Doveva esser bellissima di architettura, come si rileva da qualche tratto del lato destro in cui le antiche forme non sono del tutto scomparse; ma le modificazioni apportatevi col rialzarne il soffitto, coll'aprirvi dei finestroni barocchi, sostituendoli alle primitive finestre a feritoia, col sopraccaricarne le pareti di stucchi, ne hanno alterata la fisonomia e guastato l'aspetto.
    Per fortuna si rispettò la facciata, ove fa ancora bella mostra di sé una statua di s. Michele, attribuita a Matteo Civitali. Il campanile, invece, fu deturpato e ai vecchi suoi merli fu sostituito un terrazzo a colonnine che, dice il Pierotti, è, dal punto di vista dell'insipienza, una meraviglia a vedersi! Meno male però che gli sono rimaste tre antiche pregevoli campane. (p. 93)
  • Nell'interno della chiesa [di S. Michele] colpiscono l'occhio del visitatore due statue rappresentanti l'Annunziazione, statue che per la grazia delle forme, per l'espressione nei volti della Vergine e dell'Angelo, per la nobiltà dello stile, furono attribuite a Nino pisano o, per lo meno, alla scuola ed al tempo del celebrato scultore. La stessa chiesa possiede una magnifica croce processionale del secolo XV, nella quale non sai se più ammirare l'originale genialità del disegno o la finezza del cesello; un calice, pur cesellato, del secolo XVI ed una ricca pianeta. (p. 93)
  • Sott'altro aspetto [oltre alla chiesa di San Michele] è pur meritevole di esser visitato, a Coreglia, il palazzo Rossi, nel quale è accolta una ricca collezione etnografica di oggetti svariatissimi, ma specialmente di armi, appartenenti a popoli selvaggi. La vista di questi oggetti, portati direttamente a Coreglia da abitanti del luogo tornati da regioni lontane, ci fa subito ricordare che siamo nella patria degli emigranti, oltre che nella metropoli dei «figurinai», come la definisce Matteo Pierotti in un gustoso suo scritto [...]. (p. 93)
  • [...] una visita a Coreglia non sarebbe compiuta, da chi non salisse al luogo detto La Croce per ammirare di lì la distesa delle Alpi Apuane che, in quel punto, sono battezzate col nome di Uomo morto, sembrando che dalla Pania della Croce si distenda una figura umana colle mani giunte, e per ammirarvi altresì l'effetto di quello che Giovanni Pascoli chiamava il secondo tramonto: cioè l'infiltrarsi dei raggi solari, dopo che l'astro è scomparso dietro le montagne selvose, a traverso il fóro di quel monte che fu per questo chiamato Monte forato. (pp. 96-97)
  • Veramente stupenda è la veduta che dal piazzale della chiesa di Ghivizzano si gode: che, mentre al di sotto si stende il paese cupo e severo nella sua antichità pittoresca, dinanzi si scoprono verdi praterie ed ampie vallate in mezzo alle quali si snoda tortuosamente il Serchio come un immenso serpe d'argento e il quadro s'incornicia di alte montagne sparse di numerosi villaggi e in fondo s'innalza maestosamente la catena delle Alpi Apuane. Onde non a torto il castello di Ghivizzano fu considerato come uno dei più belli ornamenti delle pendici appennine della provincia lucchese. (p. 99)
  • Per ciò che si riferisce all'antica storia di Barga (lasciando da parte la questione se alla Barga di Garfagnana o ad altre del Pietrasantino si riferisca un documento del 754) basterà ricordare che nel secolo X vi signoreggiarono i già più volte nominati Rolandinghi, come appare da pergamene del tempo che si conservano nell'archivio arcivescovile di Lucca. Vi signoreggiarono, ma più che altro dal punto di vista economico, riscuotendone rendite e decime: ma giurisdizione politica vi esercitava la Repubblica di Lucca, con l'annuenza degli Imperatori o dei Marchesi di Toscana loro vicari. – Di speciali privilegi le fece concessione la Contessa Matilde, la quale poi, col suo atto del 17 novembre 1102, ne fece, insieme cogli altri suoi possedimenti, donazione alla Chiesa. (pp. 101-102)
  • La figura del paese, posto sopra un ripiano terminante con due opposti rialti, su per giù come Fiesole, somiglia a quella di una barca; onde il nome di Barga e lo stemma del luogo, rappresentante appunto una barca sopra un monte. (p. 106)
  • Barga possiede varie chiese notevolissime per antichità e per opere d'arte.
    Il Duomo si erge maestoso su di un vasto piazzale, detto l'Arringo, circondata da alte mura, ove in antico si radunava il Consiglio. Veramente incantevole è la veduta che di là si presenta allo sguardo: in basso il largo e verdeggiante piano di Barga: all'intorno innumerevoli e vaghi paeselli: in fondo le Alpi Apuane, colla ripida Pania e col singolarissimo Monte forato. (pp. 109-110)

La vita musicale in Toscana nel secolo XIX

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  • Teodulo Mabellini fiorì nel momento in cui la corrente tumultuosa del genio Verdiano, nelle irruente gagliarde manifestazioni della sua prima maniera si riversava per le terre d'Italia risvegliandole e fecondandole. Il maestro Pistoiese si sentì soffocato e travolto: onde ben presto intuì che sarebbe stato necessario possedere ali più robuste per gareggiare col volo di quell'aquila e prudentemente si ritirò dall'arringo teatrale. (p. 278)
  • Così [Teodulo Mabellini] crebbe sempre più in fama: la quale fu tanta che poté, sebbene con paragone esagerato, aver corso per lungo tempo la nota freddura: Bellini è morto, Ma-bellini è vivo! (p. 279)
  • Anima innamorata del Bello e dolorosamente costretta entro un fragile corpo, Alfredo Catalani, come musicista, ignorò i deliri spasmodici, gli scatti violenti, le inebrianti passioni: egli amò nell'arte la delicatezza pura e soave, la grazia elegante, la gentilezza squisita, la sentimentale mestizia. (p. 279)
  • [Alfredo Catalani] Cantò più d'una volta il dolore ed il pianto; ma non era il pianto disperato, non era il dolore angoscioso; era il dolore rassegnato, erano le lagrime silenziose e cocenti. Assorto nella sua visione contemplativa, intento a perseguire col volo della immaginazione i suoi cari ideali fantastici, pareva astrarre da quanto accadeva all'intorno, pareva non ascoltare il turbinìo della vita che romoreggiava a' suoi piedi come mare in tempesta a piè d'uno scoglio. (pp. 279-280)
  • Ingegno versatile e vario, giacché egli fu avvocato, musicista, letterato, scienziato, poeta, disegnatore e meccanico, il Casamorata ha una certa importanza nella storia della musica sacra segnatamente perché in un'epoca in cui essa era degenerata nella teatralità più volgare con patente infrazione e delle leggi liturgiche e delle leggi estetiche, seppe serbarsi immune dai vizi del tempo e combatté per l'elevamento, per la restaurazione di questa forma dell'arte, sia coll'esempio sia cogli scritti [...]. (p. 281)
  • [Luigi Gordigiani] I suoi canti popolari toscani, composti in buona parte verso il 1836, riuscirono cosa tutta nuova e sotto ogni aspetto ammirabile. In quelle cantilene semplici e snelle, or passionate or vivaci, piene di schietta spontaneità e rivestite d'ingenua eleganza, passa e trasvola coi suoi palpiti, coi suoi sentimenti, col suo riso e colle sue arguzie, l'anima del popolo toscano, senza che la mano dell'artista si industri a imbellettarla e a sformarla. (p. 285)
  • [...] Luigi Gordigiani occupa un posto principalissimo nella storia musicale della nostra regione durante il secolo XIX, come quegli che, se così posso esprimermi, ritrasse più di ogni altro in musica la toscanità nelle sue forme più caratteristiche e nel suo tipo più schietto. (pp. 285-286)

Manuale di storia della musica

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Lo studio della Storia della musica, per riuscire veramente proficuo, non può rimanere isolato: ma deve congiungersi a quelli della storia generale e delle altre arti, coi quali va messo in rapporto. Le condizioni della cultura, della civiltà, del costume, nelle varie epoche presso le varie nazioni, i sincroni atteggiamenti delle Lettere e delle Arti figurative sono, in fatto, elementi dai quali non si può prescindere, se vogliamo bene spiegare le vicende della storia musicale e rendercene conto pieno ed esatto.

Citazioni

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  • Il canto gregoriano ebbe tale vitalità da resistere al volger dei secoli e da durare tuttora: e presenta un carattere così diverso da ogni altro genere di musica e un colorito così speciale (certo derivante in parte dall'adozione delle varie tonalità senza alterazioni e in parte dalla libertà de' suoi ritmi) che alcuni pensano possa esser fonte di nuovi indirizzi anche per l'arte moderna. (cap. V, p. 39)
  • I neumi formavano una specie di stenografia musicale, cioè un modo abbreviato d'indicare i suoni diversi. In fatto l'ufficio loro era, come ben si comprende, quello d'indicare approssimativamente o almeno di ricordare al pratico lettore, l'andamento delle melodie che si dovevano intonare. Così non la posizione ma la figura del neuma indicava l'innalzamento o l'abbassamento dei suoni, o l'alternarsi del loro salire e discendere. (cap. VI, p. 42)
  • [Guido d'Arezzo] La fama di lui non è stata punto diminuita dopo che la critica storica dové sfatare alcune leggende che ne avvolgevano il nome glorioso. Agli uomini di genio accade sempre così: la fantasia popolare gode a circondarli d'un'aureola quasi divina e a far convergere in loro tutta la fama di cognizioni e di scoperte che furono invece maturate nei secoli, ma che essi riassunsero e compirono colla potenza del loro ingegno. Poi la critica si affanna a sfrondarne gli allori; ma l'opera è vana, poiché anche dopo lo sfrondamento rimangono tante foglie verdi che bastano ad intrecciare sul loro capo un serto immortale. (cap. VII, p. 44)
  • Di nuovi e grandi progressi essa [la teoria musicale] fu debitrice a Marchetto da Padova, vissuto al principio del Trecento, autore di varî trattati come il Lucidarium in arte musicae planae, il Pomerium in arte musicae mensuratae etc. nei quali sono esposti mirabili e arditi esempî di successioni armoniche, sono introdotti passi cromatici, sono profondamente studiate le consonanze e le dissonanze, sono chiariti molti punti difficili, sì in ordine alla teoria che in ordine alla notazione. Pare che sia stato il primo a sostenere che il tempo imperfetto dovesse ammettersi al pari del perfetto, rendendo così possibile la varietà ritmica derivante dal mutamento dei tempi, e a consigliare la sostituzione di certi segni ai colori per indicare il variar di valore delle note. Certo questo grande trattatista italiano occupa un posto di primaria importanza nella storia della teoria musicale. (cap. VIII, p. 53)
  • La viola che generò più tardi il violino, secondo alcuni sarebbe derivata dall'antica Crotta (Crowt) dei popoli celtici, secondo altri invece sarebbe stata originata dalla Ribeca, derivata alla sua volta dal Rebab che, figlio dell'orientale Ravanastron o dell'Ulr-Sin, sarebbe stato portato in Spagna, nel 711, dai mori. Essa fu nel medio-evo largamente adoprata e variò spesso di dimensioni e di forme. Si sonava coll'arco, e il numero delle sue corde ordinariamente oscillava fra le tre e le sei. (cap. VIII, p. 55)
  • Mentre la lotta sul concetto informativo del melodramma ardeva vivissima tra il Gluck e il Piccinni e tra i rispettivi loro partigiani, nasceva a Salisburgo un fanciullo [Mozart] che doveva riunire in sé la potenza, la ricchezza, la sensibilità, la grazia del genio italiano, la scienza e la melanconia tedesca, la gaiezza francese, e che doveva, rispetto al tempo in cui visse, risolvere senza sistematici preconcetti l'arduo problema. (cap. XXIV, p. 155)
  • Lavoratore assiduo, indefesso, il Beethoven, che pure era improvvisatore felicissimo, non si stancava di correggere, di rivedere, di limare ciò che gli usciva dalla penna: soleva notare in pochi tratti l'idea che gli balenava alla mente, e poi si dava a considerarla, a svolgerla, a modificarla in mille maniere, ad ornarla, con uno studio, con una pazienza mirabili. (cap. XXV, p. 161)
  • Nei manoscritti del Mozart non s'incontra quasi mai una cancellatura, quasi mai un pentimento; quelli del Beethoven sono quasi illeggibili per la fitta rete di correzioni che tutti li involge. (cap. XXV, p. 161)
  • Il Beethoven ebbe indole fiera e fu democratico e repubblicano. È noto che egli aveva dedicato a Napoleone la sua sinfonia Eroica ritenendolo uno sprezzatore dei troni, e che quando lo vide cingere la corona imperiale, stracciò senz'altro la dedica. (cap. XXV, p. 161)
  • [Felix Mendelssohn] [...] è una, se non delle più forti, certo delle più simpatiche figure d'artista che nella storia della musica s'incontrino. Le sue frasi melodiche, originalmente ritmate, hanno una larghezza, una soavità, una limpidezza mirabili: il sentimento più puro, più dolce, circola in quelle pagine, dalle quali sì diffonde una gentil poesia. (cap. XXVI, p. 168)
  • Il Mendelssohn rifugge da tutto ciò che è volgare e sa essere sempre signorilmente fine ed eletto: il suo ingegno non è fatto per l'espressione del tragico e neppur del drammatico, ma si compiace del sentimentale e del lirico, nelle quali forme versa tutte le ricchezze della sua vena, tutte le grazie del suo finissimo gusto. D'altra parte, egli affronta talora anche la grandiosità della sinfonia e, se non riesce ad uguagliare il Beethoven, giunge però a delineare quadri smaglianti di luce e colore. (cap. XXVI, p. 168)
  • La dolcezza e la grazia, la suprema eleganza della forma e la chiarezza del pensiero sono le qualità caratteristiche della musica del Mendelssohn, il quale; oltre ad essere riuscito eccellente nella musica strumentale e vocale da camera, si provò ancora in quella sacra, e coi Salmi, cogli oratorî Paulus ed Elia mostrò di poter accostarsi al Bach ed all'Haendel, e associare il culto delle forme classiche al vivo sentimento della modernità. (cap. XXVI, p. 169)
  • Fino dal Medio-Evo il Lied, che è forma di arte nazionale in Germania, diverso per indole e per struttura sì dalla Romanza italiana e sì dalla Chanson française, si era diviso in tre rami: Kirchenlied che ebbe naturalmente la sua sede in chiesa; Ritterlied che divenne dominio dei Minnesänger e dei Meistersänger; e Volkslied che per l'indole sua popolare, era destinato a maggiore sviluppo ed a più larga fortuna. Coltivato da molti e anche dall'Haendel, dall'Haydn, dal Mozart, dal Gluck, dal Beethoven, fu condotto alla sua perfezione dallo Schubert che vi infuse nuova vita, lo rese sommamente espressivo e raggiunse il perfetto connubio tra la musica e la poesia. (cap. XXVI, p. 170)

Note

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  1. Da Claudio Merulo da Correggio, Battei, Parma, 1904; citato in Arnaldo Barilli, Claudio Mérulo e Ottavio Farnese, in Rivista musicale italiana, Fratelli Bocca Editori, Torino, 1905, vol. XII, p. 623.
  2. Bianca Cappello, o Capello, (1548-1587), amante e poi moglie del granduca di Toscana Francesco I de' Medici.

Bibliografia

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Altri progetti

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