Arturo Colautti

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Arturo Colautti (1851 – 1914), giornalista, scrittore e librettista italiano.

Franz Joseph. Sessant'anni di Regno[modifica]

  • [Francesco Giuseppe] Unico conforto gli torna, nel tragico silenzio della sua Casa, la mattutina visita in un angolo verde della villa imperiale di Schoenbrunn. Ivi la signora Katty Schratt, sua morganatica consorte, dopo come innanzi l'ultima fugace malattia, lo attende con la tazza di latte e il pane abburrato, tra due di quegli arguti sorrisi che vent'anni addietro deliziavano il pubblico del Burgtheater, il teatro prediletto di Sua Maestà. (p. 966).
  • Una volta imperatore, dieci volte re (e per araldica finzione pur di Gerusalemme e di Cipro), più e più volte granduca, arciduca, duca, principe, margravio e conte; già insignito della longobardica Corona di Ferro, ma disponendo ancora di quelle di San Venceslao e di San Casimiro (non possiede egli forse in Praga e in Cracovia le reggie e le tombe dei re boemi e poloni?); dominatore su 625.018 chilometri quadrati (senza i 51.027 chilometri delle «Provincie occupate»), di 46 milioni di sudditi (48 milioni con la Bosnia-Erzegovina, suddivisi in diciotto nazionalità e sette religioni diverse; duce supremo in guerra a tre milioni d'armati, Francesco Giuseppe non è, dunque, un felice. Vivo bersaglio alle avversità, vittima dei propri errori e degli altrui, sacro così al rancore come alla pietà, egli sembra attendere serenamente, tra due catarri bronchiali, il giudizio della posterità, la quale dovrà su lui sentenziare giusta l'arduo precetto tacitiano dell'inter abruptam contumaciam et obsequium deforme, tra' dispareri, cioè, dei suoi biografi opposti: Emmer e Weindel. (p. 966)
  • Quella dal 30 al 31 gennaio 1889 fu veramente per l'asburgico Edipo[1] una nox irae. L'arciduca Rodolfo, l'unser Rudi del popolino viennese, l'erede idolatrato del trono, amor dell'esercito e orgoglio della Corona, nel castelletto di caccia in Mayerling, alle porte stesse della metropoli, miseramente cadeva vittima o suicida per amore o per vendetta, in un'orgia o in un agguato, presso l'amante vaghissima, la baronessa Maria Weczera[2], gettando nell'angoscia la Corte e nello sgomento l'Impero. (p. 969)

Note[modifica]

  1. L'imperatore Francesco Giuseppe.
  2. Più nota come Maria Vetsera.

Bibliografia[modifica]

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