Carlo Linati
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Carlo Linati (1878 – 1949), scrittore italiano.
Citazioni di Carlo Linati
[modifica]- [Al circolo "Il Convegno"] Ad un certo punto entrò un giovane scrittore [Giuseppe Prezzolini] tornato allora da Parigi, il quale [...] dopo aver discusso con noi di un pranzo del Pen Club aggiunse che alla fine di esso il celebre romanziere James Joyce, chiaccherando con lui [...] gli aveva detto: "Ma voi altri italiani avete un grande prosatore [Italo Svevo] e forse neanche lo sapete".[1]
- Scrittore di gran forza è Sean O'Casey, un giovine, il più potente talento drammatico che sia apparso in Irlanda dopo il Synge, e che nel 1923 ebbe uno strepitoso successo a Londra col dramma The Juno and the Peacock (Giunone e il pavone).[2]
Da Egregio Signor Boine
Lettera di Carlo Linati a Boine, Milano, 21 settembre 1915; citato in Giovanni Boine, Amici della "Voce", 1904-1917
- Le sono grato e riconoscente per lo schietto giudizio che Ella ha voluto esprimere sui miei poveri «Doni». È un vero piacere essere giudicato da lei con quella finezza e penetrazione e spirituale simpatia umana che da tanto ammiravo nelle cose sue . E poiché io sono sempre su una via di ricerche e di ritrovamenti, le dico subito che la mia gratitudine verso lei è maggiore là dove indica le oscurità e le manchevolezze del volume.
- Non consento tuttavia con lei là dove Ella mi fa derivare in parte, per lo stile, dal Lucini. Nel Lucini sempre ammirai più l'uomo, così forte nel suo dolore, che il letterato.
- Ed ora mi scusi, signor Boine, la troppa lunga chiacchierata e la libertà che mi son presa, a parlarle di me, ma la colpa, Ella vede, è un poco sua: nella sua simpatia e nella sua finezza critica che m'hanno data occasione.
Un affettuoso saluto dal suo dev. Carlo Linati.
La Stampa, p. 3
- Gli scrittori inglesi, di solito, nel parlar di cose nostre sono assai più accurati e attenti de! francesi: scrupolosi nella topografia dei luoghi, esatti nelle descrizioni e nel riferire nomi e parlate, trattano il nostro paesaggio con una loro singolare diligenza scientifica, quasi di nuova terra da esplorare e della quale debbano dare un esatto resoconto ad una Società Geografica.
- Samuel Butler, com'è noto anche fra noi, era un pastore protestante morto nel 1902, a 67 anni, e che scrisse dei romanzi fantastici, delle «utopie» piene di paradossi originali ed aggressivi, ma che fino a pochi anni or sono erano pressoché ignorati in Inghilterra dal gran pubblico. Fu Bernard Shaw o meglio fu il trionfo dell'opera sua a rimettere in onore il pensiero e l'arte butleriana. L'ideologia antiborghese anticostituzionale, antimoralistica dello Shaw, quel suo fare freddamente oltraggioso, graziosamente canzonatorio e paradossale si ritrovano già tutti nelle pagine di Butler che, oltreché uomo dì fantasia, era anche uno schietto filosofo evoluzionista.
- [Su Alpi e santuari] Il buon pastore scende per Val Levantina e visita i santuari di Campiogna, di Primadengo, Dalpe, Prato, Rossura, Tengia, Calònico, Giòrnlco... Su e giù per greppi e per mulattiere, sempre a piedi, solo in compagnia di qualche alpigiano osserva, descrive: ogni tanto colpito dal suono di una campana o dall'accento musicale di un paesaggio butta giù quattro note per rendere i. suo stato d'animo in quel momento. Ma più spesso disegna: una balza, una chiesa, un paesello. Il libro è pieno di questi suoi schizzi a matita precisi, ariosi. Poi se gli viene a tiro un'idea geniale, ecco una bella pagina dove l'unghia del darwinista, dal capovolgitore di valori lascia qua e là segni acri e potenti. Se ne potrebbero stralciare parecchie dal volume di queste geniali conclusioni.
- Butler fu spesso rimproverato dai suoi amici inglesi di flirtare un po' troppo col «partito nero», e si deve certo a questo suo amletismo confessionale se intorno ai suoi libri, per anni ed anni (tutta la sua vita), critica e pubblico fecero il più desolato silenzio. Ma egli era soprattutto un sincero, un innamorato di verità e di bellezza: un uomo libero a cui il mentire verso se stesso, ai proprii istinti, quello si pareva vera eresia.
Un romanziere lombardo: Emilio De Marchi
[modifica]- Venticinque anni or sono si spegneva in Milano nella sola età di cinquant'anni un uomo che alla solidità di un carattere anche per quei tempi nobilissimo e raro univa una genialità d'artista e di scrittore non comune. Milano che colla sua proverbiale ospitalità sa albergare spesso tra le sue mura la più varia e strana gente d'arte, di lettere e di giornalismo, ed anche entusiasmarsi fin troppo dietro immeritevoli fame, non deve dimenticare questo suo ottimo figliolo, questo educatore paziente, quest'uomo che fece dell'onestà e del dovere uno stemma della sua vita e una gioia pel suo cuore: questo Emilio De Marchi che, prettissimo milanese tra milanesi, meglio d'ogni altro l'adorò e la riprodusse nella sua gente più umile, nella sua fresca ironia, nella sua ingenuità paesana, ne' suoi ambienti tipici, nella sua anima romantica, nella sua malinconia. (p. 454)
- [...] la concezione fondamentale dell'arte e dell'azione educatrice di Emilio De Marchi risiedeva in un ideale di moralità e di bene. A quest'idea vitale egli informò tutta la sua vita, essa irradiò viva e sensibile come una luce mattinale attraverso tutta la sua opera poetica e narrativa. (p. 455)
- Il De Marchi fu un pariniano e un manzoniano de' più schietti e convinti, e del Manzoni non solo accolse e fece suo il culto per la pietà, pel dovere e per l'accettazione del proprio destino, ma lo imitò anche nello stile, in quell'intonazione affabile del discorso narrativo e perfino, qua e là, in certo fraseggiare trasandato all'ambrosiana. Ma quest'imitazione che sovente venne imputata al De Marchi come una deficenza a noi non pare che venga ad infirmare la bontà fondamentale della opera sua di scrittore. A malgrado quella, la struttura e lo svolgimento de' suoi romanzi hanno un'impronta tutta loro propria, vigorosa e inconfondibile. Il suo più che un sentire ed esprimersi manzoniano, era un sentire ed un esprimersi del paese dov'era nato, un sentire lombardo, a cui il Manzoni se mai pel primo aveva dato una voce, trovato un tono. (p. 456)
Note
[modifica]- ↑ Citato in Alberto Cavaglion, Italo Svevo, p. 21, Paravia Bruno Mondadori Editori, 2000.
- ↑ Citato in Scrittori anglo-americani d'oggi, p. 45, vol. VII.
Bibliografia
[modifica]- Carlo Linati, Un romanziere lombardo: Emilio De Marchi, in Nuova Antologia rivista di lettere, scienze ed arti, vol. 249, fascicolo 1310, 16 ottobre 1926, pp. 454-460.
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