Danila Comastri Montanari

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Danila Comastri Montanari (1948 — vivente), scrittrice italiana.

Incipit di alcune opere[modifica]

La campana dell'arciprete[modifica]

«Ego absolvo te peccatis tuis, in nomine Patris et filii et Spiritus Sancti. Amen. Cinque Pater, Ave e Gloria», sentenziò Monsignor Gasparri con un frettoloso segno della croce.
La Sandra si immerse in un plateale atto di contrizione.
Speriamo che serva a renderla più paziente coi bimbi del catechismo, si augurò l'arciprete, senza farci molto conto: la maestra era troppo occupata a collezionare indulgenze e Paternostri per godere della compagnia dei contadinelli che istruiva nella dottrina cristiana, e si sarebbe di certo stupita se qualcuno le avesse consigliato di includere gli scappellotti nella confessione quotidiana.

Le indagini di Aurelio Stazio[modifica]

Mors tua[modifica]

Roma, anno 795 ab Urbe condita
(anno 42 dopo Cristo)
Dodicesimo giorno prima delle Calende di luglio

Publio Aurelio era di ottimo umore mentre si avviava in portantina verso la casa della sua ultima conquista. Dopo aver mangiato, si era concesso un lungo bagno ristoratore per prepararsi degnamente all'appuntamento che aveva strappato alla bella giovane conosciuta quella mattina.
Era una splendida serata. Il cielo della Capitale, infuocato dal tramonto, tingeva di rosso i muri di mattoni e diffondeva una luce irreale sui marmi delle colonne. In lontananza si stagliavano i colli bianchi di templi e fitti di pini a ombrello. Fece per incitare i lettighieri perché si affrettassero, poi cambiò idea e si sfraiò pigramente sugli ampi cuscini, felice di godere una volta di più la visione della città che credeva di conoscere nei minimi particolari, ma che non cessava mai di stupirlo e di affascinarlo. Lo schiavo annunciatore si faceva largo nelle strade caotiche, sgombrando il passo alla lettiga, mentre Castore, il servo preferito del giovane senatore, seguiva a breve distanza, reggendo con cura un prezioso vaso di fine alabastro.

In corpore sano[modifica]

Roma, anno 796 ab Urbe condita
(anno 43 dopo Cristo, fine estate)
Quinto giorno prima delle Calende di settembre

«Ecco il nostro Ortensio!» presentò Aurelio verso la fine del banchetto. Il piccolo cuoco sostava sulla soglia, timoroso del giudizio di quei raffinati buongustai. Publio Aurelio Stazio e il suo amico Servilio si tergevano le mani con salviette profumate, comodamente sdraiati sui divani disposti attorno all'emiciclo della mensa - il tavolo ricurvo era l'ultima innovazione dell'eccentrico padrone di casa - mentre gli schiavi, ombre discrete, rimuovevano silenziosi gli ossi e gli avanzi dal pavimento a mosaico della sala triclinare.
«Molto bene, ragazzo! Per uno spuntino tra amici te la sei cavata più che discretamente. La crema di lattuga e cipolle era squisita e anche sugli arrosti nulla da dire. Le ofelle di maiale, quelle, forse, erano un po' piccantine...»
«È vero, domine, è vero!» si affrettò ad ammettere Ortensio, balbettando per l'emozione. «In effetti i miei piatti sono un po' troppo saporiti. Ma sono i signori, di solito, a pretendere un mare di garum, e lo vogliono molto speziato anche! Se fosse per me, lo mescolerei soltanto a timo e santoreggia, soprattutto quando è destinato alla cacciagione. Magari un po' di menta e di serpillo, e qualche seme di finocchio...»

Cave canem[modifica]

Roma, anno 772 ab Urbe condita
(anno 19 dopo Cristo)

Le torce erano già state spente da un pezzo, e la grande domus sul Viminale giaceva immersa nel buio.
Appiattito contro la parete del peristilio, l'uomo si guardò attorno furtivo e avanzò all'ombra del colonnato, attento a non far scricchiolare i sandali. Giunto davanti all'ingresso, trasse un lungo sospiro e occhieggiò attraverso il traforo della porta intagliata. Come aveva previsto, il tablino era deserto: in assenza del padrone, che si trovava ad Anzio per un banchetto, nessun altro si sarebbe azzardato a metter piede in quella stanza. Scivolò dentro e si chiuse la porta alle spalle.
Avanzando di qualche passo, l'intruso cercò a tentoni una lucerna e la accese, circospetto, abbassando al minimo lo stoppino. Al debole chiarore della fiamma apparvero il letto elucubratorio, gli sgabelli e, bene addossata al muro, la grande arca di terebinto istoriata d'argento, con la toppa nera che ammiccava come una femmina in amore.

Morituri te salutant[modifica]

Roma, anno 798 ab Urbe condita
(anno 45 dopo Cristo, estate)
Vigilia delle Calende di giugno

Il senatore Publio Aurelio Stazio sedeva un po' rigido, accanto a Tito Servilio, nella tribuna coperta dietro al palco imperiale.
L'anfiteatro di Statilio Tauro, al Campo Marzio, era già pieno da scoppiare, ma altra gente continuava a riversarsi dai vomitoria, i larghi corridoi di accesso per la plebe. I giochi di quel giorno sarebbero stati memorabili: Claudio, grande appassionato di ludi, non aveva badato a spese per offrire al popolo romano quanto di meglio si fosse visto fino a quel momento in fatto di combattimenti di gladiatori.

Parce sepulto[modifica]

Roma, anno 798 ab Urbe condita
(anno 45 dopo Cristo, autunno)
Nono giorno prima delle Calende di novembre

Comodamente sdraiato su un divano del tablino, il senatore Publio Aurelio Stazio sorbiva a piccoli sorsi il Falerno caldo dalla sua coppa, annuendo di tanto in tanto. Pomponia parlava da quasi un'ora, e il patrizio era già stato pienamente edotto su tutti gli scandali dell'Urbe, a partire da quelli che coinvolgevano la bellissima e disinvolta imperatrice Valeria Messalina. Cullata dall'ininterrotto cicaleccio della matrona, l'attenzione di Aurelio scivolava impercettibilmente verso altri lidi: le ceramiche attiche della sua collezione, il trattato di Columella sui giardini, le grazie della cortigiana Cinzia...

Cui prodest?[modifica]

Roma, anno 799 ab Urbe condita
(anno 46 dopo Cristo, inverno)
Quarto giorno primo delle Idi di gennaio

Un lungo applauso segnò la fine dell'interminabile seduta, e i trecento padri coscritti si riversarono in fretta sui gradini della Curia come uccelli bianchi e rossi all'assalto del becchime.
Publio Aurelio Stazio era di pessimo umore: a Roma faceva molto freddo quell'inverno, e quattro ore di immobilità sulle austere panche di marmo del Senato lo avevano ridotto a un pezzo di ghiaccio. La veste di rappresentanza, tunica col laticlavio e toga drappeggiata sul braccio scoperto, offriva un ben magro riparo ai morsi del gelo; gli inverni dovevano essere più miti nei secoli addietro, quando Catone il Censore tacciava di rammollito chiunque rifiutasse di andar nudo sotto la toga, considerò il patrizio rabbrividendo.

Spes, ultima dea[modifica]

Foresta teutonica, anno 779 ab Urbe condita (anno 26 dopo Cristo)

Il tribuno fece avanzare la cavalcatura di qualche passo e guardò giù nella pianura, là dove l'ultima centurio dell'Undicesima legione era schierata sul limitare dell'accampamento.
Tutto attorno, i boschi formicolavano di barbari. A un tartto, il silenzio dei campi fu scosso da un grido di guerra e la prima ondata di Germani irruppe dalla foresta.
Dalle fila di legionari schierati nella valle uscì il comandante, con la corazza argentea che brillava sotto il pallido sole del Nord. Un braccio esile si levò col gladio sguainato nel segnale di attacco, e fu subito un infernale cozzare di spade e di giavellotti.
Immobile sul colle, il tribuno fissava l'armatura d'argento, col pennacchio rosso dell'elmo alto in mezzo all'infuriare della battaglia.
Un istante più tardi, non lo vide più.

Scelera[modifica]

Prologo
Il messaggio segreto
Baiae, anno 799 ab Urbe condita (anno 46 dopo Cristo, tarda estate), Calende di settembre

La grande villa del cavaliere Tito Servilio, davanti allo stabilimento termale più elegante di Baiae, era illuminata a giorno. Ai lati del portone e sulle colonne del terrazzo ardevano le torce resinose, mentre nelle sale interne erano accese miriadi di lucerne, colme di olio aromatizzato con essenze di fiori.
Sull'orlo della balaustra, una matrona dalle forme abbondanti scrutava la strada sottostante, stringendosi addosso la palla turchina che, nel suo eccesso di ricami a stelle d'argento, ricordava curiosamente le mappe del cielo tracciate dagli antichi astrologi caldei.
«Eccolo, eccolo!» gridò a un tratto la signora con voce eccitata e soltanto l'altezza spropositata dei calcazi all'ultima moda le impedì di precipitarsi nel vestibolo ad accogliere, prima tra tutti, l'attesissimo ospite.

Gallia est[modifica]

Arelate, Gallia Narbonese, anno 799 ab Urbe condita (anno 46 dopo Cristo, autunno)
Quinto giorno prima delle Idi di novembre

La tettoia di paglia del capanno, rorida di pioggia, emanava un tanfo marcescente. Il romano rabbrividì, sentendo l'aria umida del fiume penetrargli nelle ossa. Tolse con un calcio stizzito una stuoia arrotolata e si appoggiò allo scaffale degli attrezzi, dando ostentatamente le spalle all'interlocutore. Era stanco, la mano gli doleva e lo aspettavano parecchie cose a cui attendere: non c'era dunque ragione di protrarre più a lungo lo spiacevole colloquio.
«Ma tu mi avevi promesso...» udì sussurrare.
«Verba volant» disse freddamente, come lo zappatore che schiaccia senza riguardi un verme dannoso. Non vi fu risposta, soltanto un lungo sospiro.
Il romano scostò di qualche palmo il traliccio per contemplare lo strato di foglie secche che andava accumulandosi sotto il frutteto. Sarebbe stato piacevole vivere nella provincia Narbonese, pensava: i tempi nuovi esigono idee nuove e la Gallia era uno sterminato campo d'azione, per un uomo in gamba.
Gli mancò il tempo per capire che nessuno dei suoi progetti si sarebbe realizzato.
Sentì il respiro mozzarglisi in gola e sprofondò nel buio dell'incoscienza. Morì senza vedere le fiamme, né la colonna di fumo nero che lo avvolgeva come in un sudario funebre.

Saturnalia[modifica]

Roma, anno 799 ab Urbe condita (anno 46 dopo Cristo, inverno)
Sedicesimo giorno prima delle Calende di gennaio

Il tempio di Venere Calva sulla Velia, eretto in memoria delle matrone che durante l'assedio di Brenno avevano offerto i loro capelli per farne corde da catapulta, contava rari devoti. Perciò, nell'istante in cui l'uomo e il bambino si incrociarono sulla scalinata, nessuno li vide, eccetto un paio di vagabondi troppo brilli per valutare appieno quanto stava accadendo.
La sagoma in mantello e cappuccio sbucò all'improvviso dalla Via Sacra e si inerpicò sull'altura. Un lungo lamento, che nulla aveva di umano, parve seguire i passi pesanti oltre il sacello dei Penati, fino al piccolo podio prospiciente il Macellum.
Spesso la morte giunge in silenzio. Quella volta si annunciò con un tonfo secco, al culmine di un volo da cento piedi di altezza. Uno schianto letale, ma dall'impatto attutito, difficile da udire in mezzo alle risate, agli schiamazzi e al rullare frenetico dei tamburi di quella notte di festa.
Il corpo rimbalzò sul portico del Macellum per andare a fermarsi nella piazza. Giacque a lungo sul bordo del marciapiede, senza attirare l'attenzione dei pochi passanti, che lo scambiarono per quello di un ubriaco a cui avessero ceduto le gambe.
Passò almeno un'ora prima che uno schiavo alticcio, facendo scivolare lo sguardo sull'uomo esanime, notasse le braccia piegate in una posa innaturale e il sigillo che luccicava all'indice.

Ars Moriendi - Un'indagine a Pompei[modifica]

Pompei, anno 800 ab Urbe condita (anno 47 dopo Cristo)
Prima giornata

Era il primo pomeriggio di un brumoso mattino di febbraio quando due cavalieri si affacciarono alla Porta di Ercolano, in quel di Pompei, seguiti da una decina di muli carichi di bagagli.
«Bello, eh?» disse il senatore Publio Aurelio Stazio additando il Mons Vesuvius alle loro spalle, verde di vigneti abbarbicati fino alla cima.
«Sei certo che ci sia da fidarsi? Dicono che un tempo fosse un vulcano» si inquietò il suo segretario alessandrino, a cui piaceva sempre esagerare i pericoli. «È spento da secoli, Castore!» lo canzonò Aurelio, mentre spingeva il cavallo verso il varco nelle mura sannite che, pur rafforzate a dovere, nulla avevano potuto contro l'esercito di Lucio Cornelio Silla, ai tempi delle guerre civili. A differenza di Stabia, rasa al suolo dal feroce dittatore, Pompei aveva avuto fortuna, captolando senza subire soverchi danni. Poco dopo veniva trasformata in colonia romana, assumendo il nome del suo conquistatore e quello della sua divinità protettrice: Colonia Cornelia Veneria Pompeiana.

Olympia - Un'indagine ai giochi ellenici[modifica]

Antivigilia della 205ima Olimpiade, anno 794 ab Urbe condita (anno 41 dopo Cristo)

L'impatto dell'enorme massa di carne colpì come un proiettile da catapulta un torace già indebolito dai pugni, schiacciandolo col suo peso immane. La tripputa corpulenza del petto non resse all'impatto: il busto si contrasse, la gamba destra perse l'appoggio, il piede franò sulla sabbia. Mentre cadeva scalciando come un calabrone rovesciato, l'avversario gli fu sopra, a mozzargli il fiato.
Nella nebbia rossa vide la mano mostruosa che si protendeva verso il collo e capì che doveva arrendersi Ma gli bastava resistere un istante, uno solo, per conficcare un dito nell'occhio del nemico e farlo schizzare fuori. Dopo, avrebbe finalmente potuto respirare.
Irrigidì l'indice e lo fiondò verso l'orbita.
Era ancora convinto di avere la vittoria in pugno, mentre moriva coi polmoni oppressi da libbre e libbre di grasso, il dito proteso nella sua opera devastatrice.

Tenebrae[modifica]

Publio Aurelio e la finestra sul cortile (parte prima)
Roma, anno 800 ab Urbe condita (anno 47 dopo Cristo, primavera)

Chi, regnante Claudio, avesse risalito il Vicus Patricius fino a raggiungere la cima del Viminale, si sarebbe trovato davanto a una domus di ampiezza considerevole, quali poche ne sopravvivevano nell'Urbe, dove il prezzo dei terreni edificabili era salito alle stelle.
Nel raggio di un miglio tutti sapevano che si trattava della residenza degli Aurelii Stazii, patrizi di censo consolare il cui capostipite risaliva ai tempi di Anco Marzio, precedendo nell'antichità della stirpe persino la famiglia imperiale. In quella casa, avrebber raccontato i vicini, vivevano servi lustri e pasciuti, ancelle riccamente abbigliate e dispensieri eccezionalmente prodighi; inoltre - questo il particolare più interessante - l'attuale proprietario era un eccentrico senatore, troppo distratto per accorgersi dei clandestini che quotidianamente si aggiungevano alla folla di clientes per ricevere la tradizionale sportula colma di cibo e vettovaglie.
Fu davanti a quella casa che in un giorno di primavera dell'ottocentesimo anno dalla fondazione di Roma si arrestò una lettiga ricca di adorni sontuosi e ne discese una dama vestita con un gusto poco consono al tradizionale riserbo delle matrone di vecchio stampo.

Nemesis[modifica]

Pendici del Caucaso, anno 780 ab Urbe condita (anno 25 dopo Cristo)

Nel villaggio vivevano soltanto un centinaio tra donne, vecchi e bambini, perché chi era in grado di battersi, anche soltanto con un arco o una fionda, aveva raggiunto i ribelli sulla montagna.
E vennero i soldati.
Un bambino raccoglieva bacche nel bosco. Rimase a fissare attonito il baluginio delle corazze metalliche; e quando l'asta del pilum gli perforò il torace, si accasciò con un'espressione stupita negli occhi. Un istante dopo le porte del Tartaro si spalancarono, vomitando fuori tutti i loro demoni.
Una giovane afferrò uno spiedo e si gettò col coraggio della disperazione contro il più vicino degli aggressori, ferendolo appena: rincorsa nel bosco, inciampò e fu la sua fine. Una madre tentò di fuggire col primo nato in braccio; l'uomo di ferro la raggiunse, mentre il fagotto piangente rotolava a terra. Un cieco annaspò, le mani protese in avanti, prima di cadere addosso alla fanciulla che gli faceva da guida: un affondo fu sufficiente per entrambi. Una vecchia venne trapassata sulla soglia della sua capanna, mentre si protendeva verso alcuni inutili talismani appesi; una gestante ebbe il ventre squarciato, e la sua compagna, la più bella del villaggio, fu colpita al viso: non violentavano, uccidevano e basta.
Al centro della radura un manipolo di soldati circondò il giovane che si batteva come un leone: col padre e i fratelli in montagna, restava solo lui a difendere la sua gente. Morì da uomo qual era già a soli quindici anni, la spada arrugginita stretta nel pugno.

Dura lex[modifica]

Roma, anno 800 ab Urbe condita (anno 47 dopo Cristo, primavera)
Primo giorno
Domus dei Gavilii Barbati sulla Velia

La bocca scivolò sazia dall'areola ricadendo sulla scura rotondità, lucida di umori densi. Un seno gonfio, color dell'ambra, magnifico e arrogante nel suo turgore: così doveva apparire la poppa divina di Giunone, quando una goccia del suo latte, dilatatasi a dismisura, aveva creato la grande Galassia che tagliava in due il cielo notturno con la sua caligine di stelle.
La donna che si era appena staccata il bimbo dal petto, però, non era una dea, bensì una robusta schiava di campagna dai capelli corti, rasati con cura perché non vi allignassero fastidiosi parassiti.
Pirippo sorrise: nemmeno un mese prima, un'insperata buona sorte l'aveva tolta agli ergastula della villa rurale per farne la nutrice dell'erede dei Gavilii Barbati, catapultandola nel lusso dei servi di città, azzimati e satolli alla pari dei loro padroni. Malgrado gli auspici di un fulgido avvenire, tuttavia, Pirippe stentava ad adeguarsi allo stile della fastosa domus, dove tutti si beffavano dei suoi modi ruspanti: le ancelle la irridevano ancora per il profondo inchino con cui, appena giunta in casa, aveva omaggiato la liberta Elettra scambiandola per la padrone e i domestici non le risparmiavano battute sboccate sull'ampiezza generosa del suo seno.
Roma era enorme, chiassosa e complicata, pensava dunque la balia, vagheggiando i semplici compagni della sua rustica prigionia, nonché le oche e le galline dell'aia, in mezzo alle quali era libera di muoversi senza paura di rompere qualcosa.

Tabula rasa[modifica]

L'ombra si chinò verso il corpo che giaceva ai suoi piedi con un misto di pietà e di disgusto. Quando provò a sollevarne la massa inerte, sentì le forze venir meno. Non restava che trascinarlo nella fossa afferrandolo per i piedi, ma era necessario andare cauti per evitare di scomporlo.
Ecco, la testa ciondolava e si doveva appoggiarla sul fondo, come se giacesse su un guanciale. Ecco, le gambe si piegavano e bisognava raddrizzarle. Ecco, le braccia pendevano inerti e occorreva incrociarle. Ma prima c'era da fare la cosa più difficile, più difficile ancora che uccidere.
Le dita scesero sul busto, ad allargare la ferita che, tra le tante, era arrivata al cuore. Poi, stringendo il monile annasparono giù sotto lo sterno e risalirono verso il coagulo rosso che giaceva immobile, un muscolo come un altro, un brandello qualsiasi di una qualsiasi carogna. Infine, pollice e indice si ritrassero vuoti e appicicosi: ora sarebbe stato compito degli Dei offrire in un'altra vita ciò che non avevano concesso in questa.
La prima zolla di terra calò a coprire il viso, con gli occhi che non ne volevano sapere di restare chiusi. Quando il volto scolparve alla vista, tutto divenne semplice.
Pochi istanti più tardi, l'ombra si dileguava nella notte.

Pallida mors[modifica]

Colle Esquilino

L'uomo che scendeva dal colle Esquilino tra i nuovi edifici, sorti come funghi al posto degli antichi cimiteri, camminava con passo spedito in direzione del clivus Suburanus, cercando di non attirare troppo l'attenzione. La tunica marrone al ginocchio, i calcei di cuoio grezzo e l'assenza del mantello lo qualificavano, a una prima fuggevole occhiata, come un qualunque cittadino dell'Urbe, né povero né ricco, forse un contabile o un negoziante, forse l'intendente di un proprietario immobiliare incaricato di riscuotere l'affitto dai pigionanti delle insulae. Uno sguardo più attento, tuttavia, si sarebbe soffermato sul taglio perfetto dei capelli corti, privi anche del minimo cenno di quella frangia riccioluta di gran moda tra i damerini nonché sulle guance glabre, senza peluzzi residui o graffi provocati dalla lama do una novacula incerta. Infine, un occhio davvero perspicace avrebbe notato le mani - grandi e forti ma curatissime -, in particolare l'indice della mano destra, dove l'anello col sigillo senatoriale era stato girato verso il palmo per occultarne il valore e il significato.
Purtroppo, però, gli occhi perspicaci esistono davvero e si trovano nei luoghi più impensati.
«Ehi, ma quel tipo laggiù non assomiglia al senatore Stazio?» esclamò all'indirizzo del compagno uno dei clientes che si recavano ogni mattina sul Viminale per porgere la salutatio nella grande domus del patrizio.

Saxa rubra[modifica]

Come ogni altra attrività umana, l'omicidio è questione di abitudine.
All'inizio grava su chi lo compie un forte turbamento emotivo, ma alla lunga l'ansia cede all'eccitazione, finché l'atto di dare la morte non perde i connotati del dramma anomalo per scivolare nel gesto consueto. Si tratta dunque di agire in fretta, rigettando le soverchie angustie, prima fra tutte la domanda: «Che accadrebbe se mi scoprissero?»
Non fu tanto difficile, salvo nel breve attimo in cui la vittima tentava di portare le mani alla gola per opporsi all'inevitabile. Nessuno però diventa assassino senza parecchia determinazione: "Non esitare, uccidi!" si disse e la forza fluì possente nelle sue braccia, finché il respiro affannoso della vittima non divenne rantolo, per poi spegnersi del tutto.

Ludus in fabula[modifica]

Roma, anno 800 ab Urbe condita
(47 d.C.)

Stava albeggiando quando Pomponia, seguita da due ancelle fidate, si fece lasciare dalla lettiga ai portici di Ottavia. Era determinata ad arrivare prima che vi aprissero le numerose tabernae, che le miriadi di ragazzini delle scuole all'aperto sciamassero sotto il teatro di Marcello e che venissero spalancate le porte dei templi di Giunone Regina e di Giove Statore.
Un risveglio così precoce, per una matrona che amava indugiare tra le coltri ben oltre l'ora considerata decente nell'Urbe, doveva poggiare su una ragione sostanziosa. Tale era infatti quella che aveva indotto la brava signora a lasciare anzitempo il tepore del giaciglio, ingollare in fretta e furia uno ientaculum improvvisato a base di avanzi della cena precedente, indossare una veste purpurea ma piuttosto sobria - ovvero con un numero straordinariamente parco di Amorini e Ninfe ricamati sul bordo - e precipitarsi giù dal colle Quirinale come se avesse alle spalle Annibale con tutte le sue schiere puniche.

Bibliografia[modifica]

  • Danila Comastri Montanari, Mors tua, Arnoldo Mondadori Editore, 1990, ISBN 978-88-7133-426-4
  • Danila Comastri Montanari, In corpore sano, Arnoldo Mondadori Editore, 1991, ISBN 978-8878513303
  • Danila Comastri Montanari, Cave canem, Arnoldo Mondadori Editore, 1993, ISBN 978-88-7851-030-0
  • Danila Comastri Montanari, Morituri te salutant, Arnoldo Mondadori Editore, 1994, ISBN 978-88-7851-063-7
  • Danila Comastri Montanari, Parce sepulto, Hobby & Work, 1996.
  • Danila Comastri Montanari, La campana dell'arciprete, Garzanti, 1996, ISBN 978-8855800327
  • Danila Comastri Montanari, Cui prodest?, Hobby & Work, 1997
  • Danila Comastri Montanari, Spes, ultima dea Hobby & Work, 1999, ISBN 978-8871333908
  • Danila Comastri Montanari, Scelera Hobby & Work, 2000
  • Danila Comastri Montanari, La campana dell'arciprete. Saga contadina con delitto. Garzanti, 2001. ISBN 978-8811685141
  • Danila Comastri Montanari, Gallia est, Hobby & Work, 2001, ISBN 978-8804640127.
  • Danila Comastri Montanari, Saturnalia, Hobby & Work, 2002, ISBN 978-8871335100.
  • Danila Comastri Montanari, Ars moriendi. Indagine a Pompei, Hobby & Work, 2003, ISBN 978-8871337104.
  • Danila Comastri Montanari, Olympia - Un'indagine ai giochi ellenici, Hobby & Work, 2004, ISBN 978-8804652014.
  • Danila Comastri Montanari, Tenebrae, Hobby & Work, 2005, ISBN 978-8878511712.
  • Danila Comastri Montanari, Nemesis, Hobby & Work, 2007, ISBN 978-88-7851-883-4.
  • Danila Comastri Montanari, Dura lex, , Hobby & Work, 2009, ISBN 978-8878518612.
  • Danila Comastri Montanari, Tabula rasa, Mondadori, 2011.
  • Danila Comastri Montanari, Pallida mors, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2013, ISBN 978-8804630981
  • Danila Comastri Montanari, Saxa rubra, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2015, ISBN 9788852069376
  • Danila Comastri Montanari, Ludus in fabula, Mondadori, 2017.

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