David Castelli

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David Castelli (1836 – 1901), storico, biblista ed ebraista italiano.

Incipit di La legge del popolo Ebreo[modifica]

Quando si tratta della legge degli Ebrei, si deve intendere non solo quella civile e criminale, ma anche quella religiosa, cioè i dogmi e i riti che riguardano alle credenze e al culto. Imperocchè sotto il nome generico di legge gli Ebrei hanno sempre compreso tutte le varie disposizioni che regolano la vita, non solo nelle relazioni degli uomini fra loro, ma anche in quelle verso Dio, sia come individui, sia come nazione.

Storia degl'israeliti[modifica]

  • Per quale ragione prestare fede questa pretensione degli Ebrei di essere prescelti e protetti da un Dio che essi chiamano El-Shaddai o Elohim o Jahveh, anziché agli Egiziani che si dicevano protetti o da Ra, o da Osiride, o da Horo; o agli Indiani, che invocavano Indra, o Brama o Visnu; o ai Persi, che credevano in Ahuramazda; o agli Assiri e Babilonesi, che sappiamo attribuivano le loro vittorie o ad Assur, o a Bel, o a Marduk o a Nebo; o ai Greci, che credevano essere più degli altri favoriti da Zeus; o finalmente ai Romani che dicevansi figli di Marte? Oh! si risponde, questi erano Dei vani, erano idoli, anzi non erano nulla, e il Jahveh o l'Elohim degli Ebrei, è il Dio eterno che ha creato il cielo e la terra. Ma è questa appunto un'asserzione che ha bisogno di prova. (pp. x-xi)
  • La religione e la morale del Vecchio Testamento presa nella sua totalità non è superiore a quella degli altri popoli civili del mondo antico; i fatti che vi si raccontano offrono come quelli di tutte le altre storie il loro lato bello e brutto, credibile e tale da non prestarvi fede; e le persone finalmente ci si presentano con i vizii e con le virtù comuni a tutti gli uomini. (p. xi)
  • Se la razza nera e una parte di quella mongolica non hanno, al pari delle altre, tradizioni del diluvio, ciò può provare che in fatto il cataclismo non è stato universale, e solo ha colpito le razze ariane e semitiche prima della loro divisione. Ma altro è il fatto della esistenza della tradizione del diluvio presso certe razze, e la sua mancanza presso certe altre, ed altro il modo col quale il diluvio è stato concepito dagli scrittori biblici. (p. 48)
  • La leggenda trasforma e ingigantisce quello che solo in parte e in altro modo è realmente avvenuto. Alluvioni, e terribili alluvioni, parziali, saranno avvenute nelle prime età dell'uman genere; che tanto più facilmente ne rimaneva preda, quando ancora non aveva imparato a difendersi dalla guerra continua che gli fanno troppo spesso le forze non sempre amiche della natura. In queste terribili alluvioni tanto grande sarà stato il numero dei periti da far credere che tutti gli uomini ne fossero rimasti vittime, ma alcuni pochi isolatamente fossero scampati; donde il Noah della Bibbia, l'Ogige e il Deucalione dei Greci, il Manu degli Indiani, il Yima degl'Iranici, e lo Xisutros o Hasisatra degli Assiri, che forse è di tutti questi il tipo più antico. (pp. 49-50)
  • Le dimensioni dell'arca, trecento cubiti di lunghezza, cinquanta di larghezza e trenta d'altezza, sono matematicamente troppo lontane dal poter contenere anche una sola coppia di tutti gli animali terrestri. Come era possibile poi che Noah si procurasse le specie viventi nelle lontane regioni, o tenesse mansueti gli animali feroci? Come era possibile raccogliere provvisioni sufficienti e così svariate, quante erano necessarie per tanti e così svariate, quante erano necessarie per tanti e così diversi animali a nutrirli per lo spazio di un anno, secondo una delle narrazioni bibliche, o anche per 54 giorni, se diamo all'altra la preferenza? Fisicamente poi è stato calcolato che sarebbe stata impossibile una tale massa di acque da ricoprire tutta la terra fino a superare i 14 cubiti i monti più alti. E se anche ciò fosse stato possibile, sarebbe stato insufficiente poi il tempo di soli cinque mesi a rendere la terra di nuovo abitabile. Che dire poi della foglia d'olivo trovata dalla colomba? Dopo una rovina così generale e così terribile di tutto il creato, è possibile la persistenza di una pianta non certo delle più atte a sopportare le intemperie, e in tale stato da essere subito riconoscibile? (pp. 50-51)

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