Tommaso d'Aquino

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San Tommaso d'Aquino

San Tommaso D'Aquino (1225 – 1274), frate domenicano e filosofo italiano.

Citazioni di Tommaso d'Aquino[modifica]

Super libros de generatione et corruptione
  • Come gli occhi della nottola sono abbagliati dalla luce del sole che non riescono a vedere, ma vedono bene le cose poco illuminate, così si comporta l'intelletto umano di fronte ai primi principi, che sono tra tutte le cose, per natura, le più manifeste. (da In Met., II, l. 1 n. 10)
  • Era conveniente che la donna fosse formata dalla costola dell'uomo. Primo, per indicare che tra l'uomo e la donna ci deve essere un vincolo di amore. D'altra parte la donna «non deve dominare sull'uomo» [1 Tm 2, 12], e per questo non fu formata dalla testa. Né deve essere disprezzata dall'uomo come una schiava: perciò non fu formata dai piedi. (da Somma teologica, vol. I, articolo 3)
  • I doni della grazia si aggiungono alla natura in modo da non toglierla di mezzo, ma da perfezionarla: perciò anche il lume della fede che ci fu infuso per grazia non distrugge il lume della conoscenza naturale che in noi è naturalmente presente. Sebbene il lume naturale della mente umana sia insufficiente alla manifestazione di quelle cose che attraverso la fede si manifestano, è tuttavia impossibile che le cose che ci sono attraverso la fede tramandate divinamente siano contrarie a quelle che ci sono date per natura. In questo caso occorrerebbe che o le une o le altre fossero false; e poiché sia le une sia le altre ci vengono da Dio, Dio sarebbe per noi autore della falsità: il che è impossibile. [...] Per conseguenza possiamo nella sacra scrittura adoperare la filosofia in tre modi. In primo luogo, a dimostrare i preamboli della fede, che sono necessari alla scienza della fede; tali sono le cose che si dimostrano intorno a Dio con la ragione naturale: che Dio esiste, che Dio è uno e altre verità di Dio e delle creature che in filosofia sono dimostrate e che la fede presuppone. In secondo luogo, la filosofia può essere adoperata a chiarire, mediante similitudini, cose che sono di pertinenza della fede; come Agostino nel de Trinitate si serve di numerose similitudini desunte da dottrine filosofiche per chiarire la Trinità. In terzo luogo, si può anche resistere alle obiezioni che si fanno alla fede sia mostrando che sono false, sia mostrando che non sono necessarie. (dal Commento al "De trinitate" di Severino Boezio, proemio, q. 2, a. 3)
  • Il maestro si limita a «muovere», a stimolare il discepolo e il discepolo solo se risponde a questo stimolo – sia durante che dopo l'esposizione del maestro – arriva ad un vero apprendimento. (citato in Albino Luciani, Illustrissimi, p. 135, premessa di Igino Giordani, commento di Giovanni Mocchetti, Edizioni A.P.E., Mursia, Milano 1979)
  • I peccati sono farina del nostro sacco; il bello, il buono che è in noi è frutto della misericordia di Dio. (citato in Mario Canciani, Vita da prete, Mondadori 1991, p. 7)
  • I primi concetti dell'intelletto preesistono in noi come semi di scienza, questi sono conosciuti immediatamente dalla luce dell'intelletto agente dall'astrazione delle specie sensibili... in questi principi universali sono compresi, come germi di ragione, tutte le successive cognizioni. (dal De Veritate, q. 11 a. 1 – co)
  • I principi innati nella ragione si dimostrano verissimi: al punto che non è neppure possibile pensare che siano falsi. (da Contra Gentiles, I, c. 7 n. 2)
  • La mia anima non è me stesso. (citato in Fulton J. Sheen, Tre per sposarsi, Edizioni Richter, Napoli 1964)
  • Lasciamo che un Santo scriva di un altro Santo! (citato in Albino Luciani, Illustrissimi, premessa di Igino Giordani, commento di Giovanni Mocchetti, Edizioni APE Mursia, Milano 1979)
  • La femmina, infatti, ha bisogno del maschio non solo per la generazione, come negli altri animali, ma anche come suo signore, perché il maschio è più perfetto quanto a intelligenza ed è più forte quanto a coraggio. (da Contra Gentiles, III, c. 123)
  • La natura non è altro che il piano di un Artista, e di un Artista divino, iscritto all'interno delle cose, grazie al quale si muovono verso un fine determinato, come se il costruttore di una nave potesse fornire ai pezzi di legno la capacità di muoversi da sé per la produzione della forma della nave. (da In octo libros Physicorum Aristotelis expositio, Marietti, Torino-Roma, II, c. 8, l. 14, p. 268[1])
  • La scienza filosofica riguarda l'ente in quanto ente, cioè considera l'ente dal punto di vista della ratio universale di ente, e non dal punto di vista della ratio specifica di qualche ente particolare. (da In Met., XI, l. 3 n. 1)
  • Perciò l'emissione dello sperma deve essere così ordinata da poterne seguire la generazione e l'educazione della prole. Da ciò risulta evidente che è contro il bene dell'uomo ogni emissione dello sperma, prodotta in modo da non poterne seguire la generazione. […] Perciò, dopo il peccato di omicidio, col quale si distrugge la natura umana già esistente in atto, occupa il secondo posto questo genere di peccato, col quale viene impedita la generazione della natura umana. (da Contra Gentiles, III, c. 122)
  • Quando si dice che l'intemperanza è il vizio più disonorante, s'intende tra i peccati umani […] Ma quei peccati che sorpassano i limiti della natura umana sono ancora più disonoranti. Tuttavia anche questi sembrano ridursi per eccesso al genere dell'intemperanza: il fatto, per esempio, di mangiare carne umana, o nel coito bestiale od omosessuale. (da Somma Teologica, IIa-q.CXVII, a.4)
  • Quello che si spera si deve credere che possa essere ottenuto; è quanto aggiunge la speranza al puro desiderio. (da Comp. Theol. II, 8 – citato in von Balthasar, Sperare per tutti, Jaca Book, Milano 1997, p. 55)
  • Sebbene il lume naturale della mente umana sia insufficiente alla manifestazione di quelle cose che attraverso la fede si manifestano, è tuttavia impossibile che le cose che ci sono attraverso la fede tramandate divinamente siano contrarie a quelle che ci sono date per natura. In questo caso occorrerebbe che o le une o le altre fossero false; e poiché sia le une sia le altre ci vengono da Dio, Dio sarebbe per noi autore della falsità: il che è impossibile. (dal Commento al "De Trinitate" di Severino Boezio)
  • Se invero uno propone ad un altro cose che non sono incluse nei principi per sé noti, o che non appaiono chiaramente incluse, non produrrà in lui sapere, ma forse opinione o fede. (dal De Veritate, q. 11 a. 1 – co)
  • Solo Cristo è il vero sacerdote, gli altri sono i suoi ministri. (da In ad Hebraeos, 7, 4: citato nel Compendio del Catechismo)
  • Sono altre quattro le città preminenti, Parigi nelle scienze, Salerno nelle medicine, Bologna nelle legge, Orleans nelle arti attoriali. (citato in Giuseppe Amelio, Salerno momenti storici: conoscere la città per viverci meglio, De Rosa & Memoli, 1996)
Quatuor sunt urbes cæteris præeminentes, Parisius in scientiis, Salernum in medicinis, Bononia in legibus, Aurelianis in actoribus.
  • [Sul Padre nostro] Tra tutte le preghiere il Padre Nostro occupa certamente il primo posto, perché possiede i cinque più importanti requisiti che ogni preghiera deve possedere. Innanzitutto infonde molta fiducia perché ci è stata consegnata da Gesù Cristo, che è intercessore sapientissimo nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza (Col 2,3) e che è nostro avvocato presso il Padre (1 Gv 2,1). È una preghiera retta perché in essa chiediamo a Dio le cose che lui stesso ci ha insegnato a chiedere. È umile perché chi prega non presume assolutamente nelle proprie forze, ma aspetta di ottenere tutto dall'onnipotenza divina cui si rivolge supplichevoli.[2]
  • Tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te. (dal De veritate)
  • Umiltà è la virtù che frena il desiderio innato dell'uomo di innalzarsi sopra il proprio merito. (citato in Natale Ginelli, La tua via, Edizioni Paoline, Milano 1957)
  • Uno e identico è l'atto del sentito e del senziente. (dal De Anima, III, l. 2 n. 9)

Attribuite[modifica]

  • Guardati dall'uomo d'un solo libro, che ha letto un solo libro.
Cave ab homine unius libri. (traduzione da Servio Marzio, Cum grano salis, Vallardi)

Summa Theologiae[modifica]

  • Belle si dicono le cose che piacciono all'occhio.
  • Dico dunque che questa proposizione, "Dio esiste", è in sé stessa e di per sé evidente, perché il predicato s'identifica col soggetto; Dio infatti è il suo essere: ma siccome noi ignoriamo l'essenza di Dio, per noi non è evidente, ma necessita di essere dimostrata per mezzo di quelle cose che sono a noi più note, [...] cioè mediante gli effetti. (I, questione 2, articolo 1)
  • Il bene si diffonde. (I, questione 5, articolo 4, ad 2)[3]
Il bene è qualche cosa che tende a diffondere il bene stesso. (I-II, questione 2, articolo 3)[4]
Il bene è diffusivo del suo essere. (Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo)[5]
Bonum est diffusivum sui.
  • I corpi celesti sono la causa di ciò che avviene in questo mondo, ma non tutti gli effetti che producono sono inevitabili.
  • Imperfettamente conosciamo e imperfettamente amiamo. (I-II, 68, 2)
  • Perché una guerra sia giusta sono necessarie tre cose: la prima, l'autorità del sovrano; la seconda, una giusta causa; la terza una giusta intenzione.
  • Poiché il sentimento della pietà sorge dalle afflizioni degli altri, ed accade anche agli animali bruti di soffrire dolore, l'affezione della pietà può sorgere nell'uomo anche rispetto alle afflizioni degli animali. Ovviamente, chiunque sia abituato a provare un sentimento di pietà verso gli animali, è per questo motivo più disposto ad un'affezione di pietà verso gli uomini: onde si dice nei Proverbi XII 10: «Il giusto sa curare il suo bestiame, ma le viscere degli empi sono crudeli». E perciò il Signore, vedendo che il popolo ebraico era crudele, per poterlo richiamare alla pietà, volle insegnargli la misericordia anche verso le bestie brute, proibendo che venissero compiuti contro gli animali certi atti che sembrano confinare con la crudeltà. E perciò egli proibì loro di bollire i cuccioli nel latte della madre (Deut. XIV 21), o di mettere la museruola al bue che trebbia (Deut. XXV 4), o di uccidere gli uccelli vecchi con quelli giovani (Deut. XXII 6,7). (I-II, q. 102, art. 6 ad. 8[6])
  • Sembra che l'onesto non s'identifichi col bello.
  • Come dice S. Agostino: «Dio, essendo sommamente buono, non permetterebbe in nessun modo che nelle sue opere ci fosse del male, se non fosse tanto potente e tanto buono, da saper trarre il bene anche dal male». Sicché appartiene all'infinita bontà di Dio il permettere che vi siano dei mali per trarne dei beni. (I, q. 2, a. 3)[7]
  • Siccome di Dio non possiamo sapere che cosa è, ma piuttosto che cosa non è, non possiamo indagare come egli sia, ma piuttosto come non sia. (I, 3, Prologo: citato nel Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede)
  • Siccome infatti la Grazia non distrugge la natura, ma anzi la perfeziona, la ragione deve servire alla fede, nel modo stesso che l'inclinazione naturale della volontà asseconda la carità. [...] È così che la sacra dottrina utilizza anche l'autorità dei filosofi dove essi con la ragione naturale valsero a conoscere la verità; [...]. Però di questa autorità la sacra dottrina fa uso come di argomenti estranei e probabili; mentre l'autorità della Scrittura canonica si serve come di argomenti propri e rigorosi.
  • Essendo gli ebrei stessi servi della Chiesa, questa può disporre dei loro averi. (II, IIa, q.10, a10; citato in Walter Peruzzi, Il cattolicesimo reale attraverso i testi della Bibbia, dei papi, dei dottori della Chiesa, dei concili, Odradek, Roma, 2008, p. 282)
  • Il Signore ha creato l'uomo, poi ha voluto creare la donna per dargli un aiuto simile a lui [audiutorium sibi simile]. [...] L'aiuto non è per qualsiasi altra opera, come alcuni hanno detto. [...] Infatti, per qualsiasi altra opera un maschio potrebbe essere aiutato più opportunamente da un altro maschio che da una femmina. L'aiuto quindi è per la generazione.
  • Uno non può pentirsi veramente di un peccato senza pentirsi degli altri. (III, q. 86, 3)
  • Rispetto alla natura particolare la femmina è un essere difettoso e manchevole. Infatti la virtù attiva racchiusa nel seme del maschio tende a produrre un essere perfetto simile a sé, di sesso maschile, e il fatto che ne derivi una femmina può dipendere dalla debolezza della virtù attiva, o da una indisposizione della materia, o da una trasmutazione causata dal di fuori, p. es. dai venti australi, che sono umidi, come dice il Filosofo [De gen. animal. 4, 2]. Rispetto invece alla natura nella sua universalità la femmina non è un essere mancato, ma è espressamente voluto in ordine alla generazione. Ora, l'ordinamento della natura nella sua universalità dipende da Dio, il quale è l'autore universale della natura. Quindi nel creare la natura egli produsse non solo il maschio, ma anche la femmina. (Pars I, Quaest. XCII, Art. I)
Ad primum ergo dicendum quod per respectum ad naturam particularem, femina est aliquid deficiens et occasionatum. Quia virtus activa quae est in semine maris, intendit producere sibi simile perfectum, secundum masculinum sexum, sed quod femina generetur, hoc est propter virtutis activae debilitatem, vel propter aliquam materiae indispositionem, vel etiam propter aliquam transmutationem ab extrinseco, puta a ventis Australibus, qui sunt humidi, ut dicitur in libro de Generat. Animal. Sed per comparationem ad naturam universalem, femina non est aliquid occasionatum, sed est de intentione naturae ad opus generationis ordinata. Intentio autem naturae universalis dependet ex Deo, qui est universalis auctor naturae. Et ideo instituendo naturam, non solum marem, sed etiam feminam produxit.

Gli angeli[modifica]

Angelo custode, dalla nascita
  • Come Origene [In Mt tract. 13] riferisce, ci sono in proposito due opinioni. Alcuni dicevano che l'angelo custode è assegnato all'uomo al momento del battesimo, altri invece al momento della nascita. S. Girolamo difende la seconda opinione, e con ragione. Infatti i benefici largiti da Dio all'uomo in quanto cristiano hanno inizio dal momento del battesimo, p. es. la ricezione dell'Eucaristia e altre cose del genere. Invece le cose che Dio nella sua provvidenza concede all'uomo in quanto ha un'anima razionale gli vengono concesse fin dal momento in cui, con la nascita, egli entra in possesso di tale natura. Ora, la custodia degli angeli è un beneficio di questo genere, come risulta chiaro dalle cose dette sopra [aa. 1, 4]. Quindi l'uomo ha un angelo deputato alla sua custodia dal momento della nascita. (Quaestio 113, articolo 6, pag. 1066)[8]
  • Come abbiamo già spiegato [a. 2, ad 1], la custodia dell'uomo si attua in due forme. Primo, in forma individuale, secondo che a ogni singolo uomo è assegnato un particolare angelo custode. E la custodia in questa forma spetta agli angeli dell'infimo ordine, incaricati, come insegna S. Gregorio [l. cit.], di «annunziare le cose di minore importanza»: ora, fra tutti gli uffici angelici il minimo Pare appunto quello di prendersi cura di quanto interessa la salvezza di un solo individuo. — Secondo, in forma universale. E questa varia secondo i diversi ordini, poiché una causa è tanto più alta quanto più è universale. Per conseguenza la custodia delle collettività umane spetta all'ordine dei Principati, o forse agli Arcangeli, il cui nome significa Angeli Prìncipi: per cui anche Michele, che è un Arcangelo, viene detto in Daniele [10, 13] «uno dei prìncipi»[9]. Salendo, vengono poi le Virtù, che esercitano la custodia su tutte le nature corporee. Salendo ancora vengono le Potestà, che stanno a guardia dei demoni. Da ultimo poi vengono i Principati, che secondo S. Gregorio [l. cit.] fanno da custodi agli spiriti buoni. (Quaestio 13, art. 3, pag. 1064)
  • La virtù di qualsiasi essere corporeo è più ristretta di quella di una sostanza spirituale: poiché ogni forma corporea viene resa individuale dalla materia e determinata alle condizioni del tempo e dello spazio, mentre le forme immateriali sono sciolte da queste condizioni, e intelligibili. Per conseguenza come gli angeli inferiori, che hanno forme intenzionali meno universali, sono governati per mezzo di quelli superiori, così tutti i corpi sono governati per mezzo degli angeli. — E questa è la sentenza non solo dei santi Dottori, ma anche di tutti i filosofi che hanno ammesso l'esistenza delle sostanze immateriali. [...] ebbene gli angeli possano operare qualcosa fuori dell'ordine della natura materiale, non possono tuttavia trascendere l'ordine di tutto il creato: che è quanto propriamente si esige per il vero miracolo, come si è detto [nel corpo].
Illuminazione e miracolo
  • Gli angeli con la loro attività esterna servono principalmente Dio, e secondariamente noi uomini. E ci servono non perché siamo più grandi di loro, semplicemente parlando, ma perché un uomo, o un angelo qualsiasi, in quanto con l'adesione a Dio diventa un solo spirito con lui, è superiore a ogni altra creatura. Per cui l‘Apostolo [Fil 2, 3][10] comanda che «ciascuno ritenga gli altri superiori a se stesso». (Quaestio 112, articolo 1, pag. 1055)
  • Nei divini ministeri vi sono molti gradi. Nulla quindi impedisce che anche angeli disuguali siano inviati in ministero; però ai ministeri più alti sono deputati gli angeli superiori, e a quelli più bassi gli angeli inferiori. (Quaestio 112, a. 2, pag. 1057)
  • Per operare il bene si richiedono due cose. Primo, che l'affetto sia inclinato al bene: e in noi ciò si compie mediante l‘abito delle virtù morali. Secondo, che la ragione trovi la via giusta per operare l'atto virtuoso: e questo è il compito che il Filosofo [Ethic. 6, 12[11] assegna alla prudenza. Per quanto dunque riguarda la prima cosa, Dio custodisce l'uomo direttamente, infondendogli la grazia e le virtù. Per quanto invece riguarda la seconda, Dio custodisce l'uomo quale supremo maestro, ma il suo insegnamento, come si è visto [q. 111, a. 1], perviene all'uomo attraverso gli angeli. Come l'uomo si discosta dalla naturale inclinazione verso il bene a causa delle passioni che spingono al peccato, così si discosta pure dall'ispirazione degli angeli buoni, prodotta da questi invisibilmente in quanto illuminano gli uomini affinché agiscano bene. Quindi il fatto che gli uomini periscano non va imputato alla negligenza degli angeli, ma alla malizia degli uomini. Che poi gli angeli in casi straordinari appaiano talora visibilmente agli uomini proviene da una grazia speciale di Dio: come quando avvengono dei miracoli fuori dell'ordine della natura. (Quaestio 113, a. 1, pagg. 1060-1061)
  • Si è detto sopra [q. 112, a. 3, ad 4] che tutti gli angeli della prima gerarchia sono illuminati immediatamente da Dio su alcune verità, ma che vi sono altre verità intorno alle quali sono illuminati immediatamente da Dio solo gli angeli superiori, che illuminano poi gli inferiori. Ora, la stessa considerazione va fatta riguardo agli ordini inferiori: infatti un angelo di grado infimo è illuminato su alcune verità da un qualche angelo supremo, e su altre dall'angelo che sta immediatamente sopra di lui. E così è possibile che un angelo illumini immediatamente l'uomo e abbia nondimeno sotto di sé altri angeli da lui illuminati. (Quaestio 113, a. 2, pag. 1063)
Conoscenza e amore
  • Tutte le cose, procedendo dalla volontà di Dio, tendono al bene, ma ciascuna in modo diverso. Alcune infatti hanno soltanto un'inclinazione naturale al bene, senza conoscerlo, come le piante e i corpi inanimati. E questa inclinazione al bene viene chiamata appetito naturale. — Altri esseri invece tendono al bene per averlo in qualche modo conosciuto: non nel senso che conoscano la natura stessa del bene, ma in quanto conoscono qualche bene particolare, come fa il senso che conosce il dolce o il bianco o altre simili cose. E l'inclinazione che accompagna questa conoscenza viene chiamata appetito sensitivo. — Altri esseri infine tendono al bene conoscendo la natura stessa del bene, il che è proprio dell'intelletto. E questi esseri tendono al bene in modo perfettissimo: infatti non tendono al bene solo perché ricevono l'impulso o la direzione da un altro essere, come le realtà non dotate di conoscenza, e neppure tendono soltanto a un bene particolare, come gli esseri che hanno la sola conoscenza sensitiva, ma sono inclinati al bene universale. E questa inclinazione prende il nome di volontà. — Quindi, dato che gli angeli conoscono con l'intelletto la stessa nozione universale di bene, è evidente che in essi si trova la volontà (Quaestio 59, a. 1, pag. 638).
  • In essi infatti non vi sono le passioni della concupiscenza, o del timore e dell'audacia, che debbono essere regolate dalla temperanza e dalla fortezza. Si dice però che in essi è la temperanza in quanto essi moderano i moti della loro volontà secondo le norme della volontà divina. E si pone in essi la fortezza in quanto eseguono con fermezza la volontà divina. Ma tutto ciò avviene per mezzo della volontà, non per mezzo dell'irascibile e del concupiscibile. (Quaestio 59, a. 4, p. 647)
  • Si deve perciò concludere che un angelo ama l'altro di dilezione naturale in quanto quest‘ultimo ha la sua stessa natura. Non lo ama invece di dilezione naturale in quanto per altre cose si accorda con lui, o con lui è in disaccordo.. [...] La dilezione naturale ha per oggetto il fine stesso non già nel senso che questo sia il soggetto a cui si vuole il bene, ma piuttosto nel senso che esso è il bene che uno vuole a se stesso, e conseguentemente anche agli altri, in quanto questi formano una cosa sola con lui. E questa dilezione naturale non può venir meno neppure negli stessi angeli cattivi, i quali hanno una dilezione naturale per gli altri angeli in quanto conservano in comune con essi la natura. Li odiano però in quanto differiscono da essi a motivo della giustizia e dell'iniquità. (Quaestio 60, a. 4, pag. 648)

Le cinque vie[modifica]

  • Quod Deum esse quinque viis probari potest.
Che Dio esiste, si può provare per cinque vie. (I, questione 2, articolo 3)
  • [Prima via: Ex motu] [...] tutto ciò che si muove è mosso da un altro. [...] Perché muovere significa trarre qualcosa dalla potenza all'atto; e niente può essere ridotto dalla potenza all'atto se non mediante un essere che è già in atto. [...] È dunque impossibile che sotto il medesimo aspetto, una cosa sia al tempo stesso movente e mossa, cioè che muova sé stessa. [...] Ora, non si può procedere all'infinito, perché altrimenti non vi sarebbe un primo motore, e di conseguenza nessun altro motore, perché i motori intermedi non muovono se non in quanto sono mossi dal primo motore [...]. Dunque è necessario arrivare ad un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio.
  • [Seconda via: Ex causa] [...] in tutte le cause efficienti concatenate la prima è causa dell'intermedia e l'intermedia è causa dell'ultima [...] ora, eliminata la causa è tolto anche l'effetto: se dunque nell'ordine delle cause efficienti non vi fosse una prima causa, non vi sarebbe neanche l'ultima, né l'intermedia. Ma procedere all'infinito nelle cause efficienti equivale ad eliminare la prima causa efficiente [...]. Dunque bisogna ammettere una prima causa efficiente, che tutti chiamano Dio.
  • [Terza via: Ex possibili et necessario o Ex contingentia] [...] alcune cose nascono e finiscono, il che vuol dire che possono essere e non essere. Ora, è impossibile che cose di tal natura siano sempre state [...]. Se dunque tutte le cose [...] possono non esistere, in un dato momento niente ci fu nella realtà. Ma se questo è vero, anche ora non esisterebbe niente, perché ciò che non esiste, non comincia ad esistere se non per qualcosa che è. [...] Dunque, non tutti gli esseri sono contingenti, ma bisogna che nella realtà vi sia qualche cosa di necessario. [...] negli enti necessari che hanno altrove la causa della loro necessità, non si può procedere all'infinito [...]. Dunque, bisogna concludere all'esistenza di un essere che sia di per sé necessario, e non tragga da altri la propria necessità, ma sia causa di necessità agli altri. E questo tutti dicono Dio.
  • [Quarta via: Ex gradu] [...] il grado maggiore o minore si attribuisce alle diverse cose secondo che si accostano di più o di meno ad alcunché di sommo e di assoluto; [...] come dice Aristotele, ciò che è massimo in quanto è vero, è tale anche in quanto ente. Ora, ciò che è massimo in un dato genere, è causa di tutti gli appartenenti a quel genere [...]. Dunque vi è qualche cosa che per tutti gli enti è causa dell'essere, della bontà e di qualsiasi perfezione. E questo chiamiamo Dio.
  • [Quinta via: Ex fine] [...] alcune cose, le quali sono prive di conoscenza, cioè i corpi fisici, operano per un fine [...]. Ora, ciò che è privo d'intelligenza non tende al fine se non perché è diretto da un essere conoscitivo ed intelligente, come la freccia dell'arciere. Vi è dunque un qualche essere intelligente, dal quale tutte le cose naturali sono ordinate a un fine: e quest'essere chiamiamo Dio.

Immacolata Concezione di Maria[modifica]

Latino [12][13]

Ad secundum dicendum, quod si numquamanima B. Virginis fuisset contagio originalis peccat inquinata, hoc derogaret dignitati Christi, secundm quam est universalis omnium Salvator. Et ideo sub Christo, qui salvari non indiguit, tamquam universalis Salvator, maxima fuit B. Virginis puritas. Nam Christus nullo modo contraxit originale peccatum sed in ipsa suae conceptionis fuit sanctus, secundum illud Luc., I, 35:<<Quod ex te nascetur sanctum, vocabitur filius Dei>>. Sed B. Virgo contraxit quidem originale peccatum, sed ab eo fuit mundatam antequam ex utero nasceretur. Et hoc signatur Job, III, 9, ubi de nocte originalis peccati dicitur: <<Expectet lucem (id est Christum) et non videat>>; quia <<nihil inquinatum incurrit in Adam>>, ut dicitur Sap., VII, 25: <<nec ortum sorgentis autorae>>, id est, B. Virginis, quae in suo ortu a peccato originalis fuit immunis.


Ad tertium dicendum, quod licet Romana Ecclesia conceptionem, B. Virginis non celebret, tollerat tamen consuetudinem aliquarum Ecclesiarum illud festum celebrantium. Unde talis celebritas non est totaliter reprobanda. Nec tamen per hoc quod festum Conceptionis celebratur, datum est intellegi quod in sua conceptione fuerit sancta; sed quia quo tempore sanctificata fuerit ignoratur, celebratur festum sanctificationis eius potius conceptionis in die Coceptionis ipsius.


Ad quartum dicendum, quod duplex est sanctificatio: una quidem totius naturae, imquantum scilicet tota natura humana ab omni corruptione culpae et poenae liberatur; et haec erit in resurrectione. Alia vero est sanctificatio personalis, quae non transit in prolem carnaliter genitam, quia talis sanctificatio non respicit carnem, sed mentem. Et ideo etsi parentes beatae Virginis fuerint mundati a peccato originali, nihilominus beata Virgo a peccato originale contraxit, cum fuerit concepta secundum carnis concupiscendam ex commixtione maris et feminae. Dicit enim Augustinus: <<Omnem, quae de concubitu nascitur, carnem esse peccati>>.

Italiano [14]

2. Se l‘anima della Beata Vergine non fosse stata mai contagiata dal peccato originale, Cristo perderebbe la dignità di essere il Salvatore universale di tutti. Perciò la purezza della Beata Vergine fu la più grande, ma al di sotto di quella di Cristo, che in qualità di Salvatore universale non aveva bisogno di essere salvato. Cristo infatti non contrasse in alcun modo il peccato originale, ma fu santo nella sua stessa concezione, secondo le parole evangeliche [Lc 1, 35]: «Il santo che nascerà da te sarà chiamato Figlio di Dio». Al contrario la Beata Vergine contrasse il peccato originale, ma ne fu mondata prima di uscire dal seno materno. Al che si possono applicare le parole di Giobbe, là dove dice [3, 9] che la notte del peccato originale «aspetterà la luce», cioè Cristo, «e non vedrà neppure il sorgere dell‘aurora», cioè della Beata Vergine, che alla sua nascita era immune dal peccato originale (poiché, come si legge [Sap 7, 25], «nulla di contaminato si infiltrò in lei»).


3. La Chiesa Romana, sebbene non celebri «la concezione della Beata Vergine», tuttavia tollera la consuetudine di alcune chiese di celebrare tale festa. Per cui tale celebrazione non è da riprovarsi completamente. In ogni modo la celebrazione di questa festa non autorizza a pensare che la Vergine sia stata santa nel suo concepimento. Ignorandosi infatti il momento della sua santificazione, questa viene celebrata nel giorno del suo concepimento.


4. C‘è una duplice santificazione. Una di tutta la natura umana, mediante la liberazione da ogni male di colpa e di pena. E ciò avverrà nella risurrezione finale. - L‘altra è la santificazione personale. E questa non si trasmette alla prole per generazione carnale, poiché non riguarda il corpo, ma l‘anima. Sebbene quindi i genitori della Beata Vergine ne fossero stati mondati, nondimeno la Beata Vergine contrasse il peccato originale, essendo stata concepita per concupiscenza carnale e per l‘unione tra un uomo e una donna: poiché, come dice S. Agostino [De nuptiis et concup. 1, 12], «la carne che nasce dal rapporto carnale è tutta carne di peccato».


Citazioni su Tommaso d'Aquino[modifica]

  • [In Paradiso] Lassù c'è san Tommaso, santo così flemmatico che, se un bue fosse entrato nella sua stanza, avrebbe continuato a studiare; e c'è anche san Giovanni Eudes, che si sentiva bollire d'ira al solo vedere un eretico. C'è Francesco di Sales, il santo delle belle maniere, artista nel parlare e nello scrivere; e c'è il Curato D'Ars, campione dei colpi di disciplina sulla propria schiena e delle patate mangiate colla muffa dopo una settimana dalla cottura. (Albino Luciani)
  • La visione teologica di Tommaso d'Aquino è allo stesso tempo contrassegnata da un'ovvia ecclesialità e da una sovrana apertura e libertà: ambedue vanno certamente assieme, ed è cosa tipica della cristianità medioevale. (Christoph Schönborn)
  • Nato di nobile famiglia napolitana, a cinque anni fu messo in educazione presso i Benedettini di Monte Cassino. Volendo poscia consacrarsi a Dio nell'ordine dei predicatori, i congiunti per impedirnelo il chiusero in una prigione; ove tentato gravemente da ribalde persone ad offendere la castità, ne riuscì vincitore dando mano a un tizzone acceso. Uscito poscia dal carcere e andato a Parigi, studiò teologia sotto il celebre Alberto Magno. (Giovanni Bosco)
  • Per lui [Duns Scoto], Enrico di Gand era più importante di Tommaso d'Aquino; per noi, e in sé, è vero il contrario. (Étienne Gilson)
  • Una volta, stando in Napoli, l'immagine di Gesù C. crocifisso gli parlò e disse: «Tommaso, scrivesti bene di me: qual mercede vuoi tu avere?» Rispose: «Non altra che te stesso, o mio Dio.»
    Sedendo un giorno a mensa con s. Luigi re di Francia, e ripassando in mente un punto di teologia, trovatane ad un tratto la soluzione, batté sulla tavola dicendo: «Questo è argomento, che abbatte l'eresia di Manete.» Avvertito dal suo superiore a badare che era in presenza del re, ne dimandò umile perdono; ma quel principe chiamò tosto un segretario, cui ordinò di scrivere i concetti del santo dottore. (Giovanni Bosco)

Note[modifica]

  1. Citato in Rafael Martínez, Juan José Sanguineti, Dio e la natura, Armando Editore, Roma, 2002, pp. 75-76. ISBN 88-8358-373-6
  2. Da Collationes (expositio) in orationem dominicam; citato in La preghiera cristiana: Il Padre Nostro, l'Ave Maria e altre preghiere, a cura di Pietro Lippini, Edizioni Studio Domenicano, 2011, p. 30. ISBN 88-7094-804-8
  3. Traduzione dall'Udienza generale di papa Giovanni Paolo II del 18 settembre 1985.
  4. Altra ricorrenza e diversa traduzione.
  5. Altro testo di Tommaso, con ulteriore differente traduzione italiana, in cui viene formulata l'identica locuzione latina. Nonostante ogni volta l'Aquinate l'attribuisca a Dionigi l'Areopagita (De divinis nominibus, capitolo IV), in realtà quest'ultimo ha formulato solo il concetto ma non la locuzione esatta.
  6. Citato in Joseph Rickaby, Dei cosiddetti diritti degli animali, traduzione di Paolo Garavelli, in Tom Regan, Peter Singer, Diritti animali, obblighi umani, Gruppo Abele, Torino, 1987, pp. 181-182. ISBN 88-7670-097-8
  7. Da La somma teologica, Edizioni Studio Domenicano, 1985, p. 88.
  8. Tito Centi (O.P.); A. Zelio Belloni (O.P.). (IT) Somma teologica (pdf). 2009, su documentacatholicaomnia.eu. URL archiviato il 28 Ottobre 2016
  9. Libro di Daniele, capitolo 10, verso 13, su maranatha.it, traduzione C.E.I. del 1974. URL archiviato il 9 Febbraio 201
  10. Lettera ai Filippesi: capitolo 2, verso 3, su maranatha.it, traduzione C.E.I. del 1974. URL archiviato il 18 Agosto 2001
  11. Aristotele; a cura di Lucia Caiani. Etica Nicomachea, Libro VI, 12., pp. 359-360. UTET, 1996, collana "I classici della filosofia", ISBN 88-02-049942-4, su archive.org
  12. san Tommaso d'Aquino, Summa Theologiae, III Sent., dist. 3 q.I a.I q.2. Citato in Norberto Del Prado, Divus Thomas et Bulla dogmatica "Ineffabilis Deus", 1919 (1°ed.ne) , ristampato nel 2018 da Facsimile Publisher, Delhi (IN), ISBN 8888007039405, pag. 17 (di 375)
  13. Norberto Del Prado. (LA) Divus Thomas et bulla dogmatica "Ineffabilis Deus", pp. 10, 19. 1919, con imprimatur di Frate Leonardus Lehu, Vic. Magistri Generalis O.P.
  14. {[cita web | autore = Padre Tito S. Centi | autore2 = P. Angelo Z. Belloni | url = http://www.documentacatholicaomnia.eu/03d/1225-1274,_Thomas_Aquinas,_Summa_Theologiae_(p_Centi_Curante),_IT.pdf | formato = pdf | titolo = Somma Teologica. Nuova edizione italiana | lingua = it | pagina = 2389 | anno = 2009 | città = Fiesole | sito = documentacatholicaomnia.eu}}. URL archiviato il 28 Ottobre 2016

Bibliografia[modifica]

  • Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana.
  • Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede, a cura di G. Tanzella-Nitti e A. Strumia, Città Nuova Editrice, Roma 2002.

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