Dith Pran

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Dith Pran nel 2007

Dith Pran (1942 – 2008), fotoreporter cambogiano.

Citazioni di Dith Pran[modifica]

  • [Sull'Urla del silenzio] Per me si tratta di un film molto penoso, perché è così vero, così reale. Un'opera come questa non avrebbe mai potuto scaturire da gente senza cuore.[1]
  • Il dolore sparisce presto dalla faccia di un cambogiano, ma va nel profondo dell'anima, e lì resta per sempre.[2]
  • [Sul genocidio cambogiano] Durante il regno di terrore dei Khmer rossi sono stati massacrati fra i due e i tre milioni di cambogiani. Il mondo deve aiutarci nel processo di pace, perché simili orrori non si ripetano. Prima di noi c'è stato il genocidio degli armeni e degli ebrei, ma ciò non è bastato a fermare il nostro.[3]
  • Noi cambogiani ancora non riusciamo a comprendere come la comunità internazionale abbia potuto restare inerte mentre nel nostro paese si consumava il genocidio.[4]
  • Sono preoccupato: hanno messo assieme la tigre e la pecora, gli assassini e le vittime. E ognuno teme la doppiezza dell'altro, le vittime temono che i carnefici vogliano finire l'opera criminale lasciata a metà, e costoro a loro volta temono la vendetta di color che furono perseguitati.[4]
  • La storia terribile di quegli anni non finisce con Pol Pot. Dobbiamo tentare il possibile per arrestare e processare la cerchia ristretta di Pol Pot.[5]

Da Ancora urla da quel silenzio

La Stampa, 10 novembre 1989

  • Vivo in America dal 19 ottobre del 1979. Per la maggior parte di questi anni ho fatto lo stesso sogno: ho sognato di essere ancora uno schiavo nel campo di lavoro di Dam Dek, nella Kampuchea di Pol Pot. Vedo la gente brutalmente bastonata. Indosso il mio pigiama nero, a piedi scalzi e lavoro nelle risaie sotto il sole cocente o sotto la pioggia battente. Sono sottoposto a tortura, la gente è arrestata, le mani strettamente legate dietro la schiena. So che saranno portati fuori e uccisi. Sono terrorizzato e penso: sarò il prossimo? A volte, vincendo il terrore, nel sonno, tiro fuori le braccia e batto mia moglie che dorme accanto a me. Spesso parlo durante il sonno, a volte piango e quando mia moglie mi sveglia sto ancora piangendo. Quando mi sveglio e mi rendo conto che sono nel mio letto a Brooklyn sono sconvolto e irato, maledico i Khmer Rossi.
  • A causa del Kampuchea Krom a generazioni di cambogiani si insegnò ad odiare i vietnamiti. La maggior parte dei cambogiani ancora oggi non crede ai vietnamiti, anche se si rendono conto che essi li hanno salvati dai Khmer Rossi.
  • Alla maggior parte di cambogiani non importa se al potere ci sia Lon Nol o Hun Sen; per loro è sempre la stessa cosa. Essi temono che i loro bambini debbano fare una guerra, invidiano gente come i poliziotti che riescono a guadagnare di più con le bustarelle, criticano gli altri funzionari governativi perché fanno una vita di privilegi e mandano i loro figli all'estero.
  • Benché io non sia soddisfatto di molte risposte di Hun Sen sono impressionato dalla sua abilità politica.
  • Andiamo al villaggio di Tuol Sleng alla periferia di Phnom Penh, per visitare il museo dei crimini di Pol Pot. È nell'edificio che in passato ha ospitato una scuola superiore e che i Khmer Rossi circondarono di filo spinato e trasformarono in prigione. Qui torturarono ventimila persone durante gli interrogatori: quasi tutti i prigionieri furono uccisi.

Dall'intervista de La Stampa

Solo Cambogia nei miei sogni americani, La Stampa, 5 marzo 1985

  • [Sull'amicizia con Sydney Schanberg] All'inizio è stato un rapporto da impiegato a padrone, anche duro, poi è diventato un'amicizia. La storia del film [Urla del silenzio] è proprio quella di un'amicizia in mezzo alla guerra che cancella tutti i sentimenti, un rapporto umano che si trasforma nell'unica speranza a cui aggrapparsi.
  • Non dimenticherò mai quei giorni. Già alla fine del marzo '75 era chiaro che Phnom Penh sarebbe caduta: la città era circondata, l'esercito regolare era in rotta, il regime filo-americano di Lon Nol agonizzava. Gli Stati Uniti, il 15 aprile, decisero di evacuare la loro ambasciata. Sydney ottenne per me e per la mia famiglia dei posti sugli elicotteri che arrivarono per portare via diplomatici e civili americani. Ma io non sono partito. Ho accompagnato mia moglie e i bambini nell'ambasciata, li ho visti andare via e sono tornato da Schanberg: avevamo lavorato insieme già tre anni, dovevo continuare. Due giorni dopo arrivarono i Khmer rossi.
  • La guerra era finita, tutti erano felici, ma la gioia durò tre ore, non di più. Quando presero il controllo della città, i Khmer rossi dissero che gli americani avrebbero bombardato Phnom Penh con gli aerei, che l'avrebbero rasa al suolo: così convinsero la popolazione a incolonnarsi verso la campagna. Chi non voleva andare, chi aveva capito l'inganno, fu costretto. Un esodo di due milioni di persone, i primi morti, i primi saccheggi.
  • [Sull'intitolare Urla del silenzio in francese La déchirure] Credo che sia un titolo altrettanto giusto per la nostra storia. Ma la déchirure, alla fine, si è ricomposta. L'amicizia non si è mai spezzata.
  • [Sul perché non interpretò se stesso in Urla del silenzio] Non avrei mai potuto. Ho vissuto quei momenti terribili nella realtà. Ho visto quei pigiami neri per quattro anni: per me sono ancora un incubo.
  • Quando ho visto il film, finito, è stato uno choc: di fronte ad alcune scene ho chiuso gli occhi, hanno dovuto ripassare la pellicola tre volte. Anche Sydney ha pianto.
  • La realtà è stata molto più dura di quanto non si veda sullo schermo. Quando, fuggendo in Thailandia, mi sono trovato nelle risaie trasformate in campi di sterminio ho creduto di impazzire.

Citazioni su Dith Pran[modifica]

  • Posso capire perché Dith Pran non ha voluto interpretare se stesso nel film. Io stesso ho avuto momenti di smarrimento. Mi sembrava ingiusto, ridicolo fingere le cose che io avevo vissuto davvero, sulla mia pelle. (Haing Ngor)

Urla del silenzio[modifica]

  • Dith Pran e io cercammo di registrare e di far conoscere a tutti le conseguenze fatali delle inconsulte decisioni dei nostri capi per quei milioni di essere umani crudelmente ignorati nei piani del nostro Governo ma che hanno pagato e continuano a pagare un ingiusto prezzo.
  • Chiunque apprezzi il mio lavoro sa che per metà è merito di Dith Pran. Senza di lui non avrei potuto inviare tutti quegli articoli così come ho fatto.
  • Un uomo che doveva cambiare la mia vita in un paese che cominciai presto ad amare e a compatire.

Note[modifica]

  1. Citato in Virgilio nell'inferno cambogiano, L'Unità, 28 novembre 1984
  2. Citato in Quei campi in Cambogia dove si semina la morte, la Repubblica, 6 marzo 1985
  3. Citato in Profughi, khmer rossi, mine. Pace-truffa in Cambogia, La Stampa, 26 novembre 1991
  4. a b Citato in «Temo per la pace in Cambogia. Non possiamo fidarci di Pol Pot», L'Unità, 26 novembre 1991
  5. Citato in «Processate i complici», La Stampa, 17 aprile 1998

Voci correlate[modifica]

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