Roger Peyrefitte

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La firma di Roger Peyrefitte

Roger Peyrefitte (1907 – 2000), scrittore francese.

Citazioni di Roger Peyrefitte[modifica]

  • In Francia sono il più conosciuto difensore dei diritti gay. È un fatto. Spesso mi chiamano "Il Papa dell'omosessualità". Questo perché sono l'autore di Le chiavi di San Pietro e I cavalieri di Malta, i libri più importanti, scritti da un contemporaneo, sulla Chiesa Cattolica. (da Gay Sunshine Journal, 1979)
  • L'Italia è il solo paese dove si gusta ancora la gioia di vivere. Ci fa credere nella gioia di vivere, anche quando lei stessa non ci crede. (dalla prefazione a Dal Vesuvio all'Etna, 1991)

Le chiavi di San Pietro[modifica]

Incipit[modifica]

Quando l'abate Victor Mas, giovane seminarista di Versailles, andò a Roma come segretario aggiunto del cardinal Belloro, ritrovò la fede, l'umiltà, la castità.
Se fosse rimasto in Francia, queste virtù l'avrebbero abbandonato. Il suo secondo anno di teologia era cominciato sotto cattivi auspici. Alcuni peccatucci lo avevano messo in urto con il suo superiore che lo avviliva con meschine persecuzioni. Conobbe tutta l'importanza che le questioni personali hanno nel mondo religioso e quegli odii violenti che sono suscitati dalle passioni mal represse. Accusato di tiepidezza e di orgoglio, sospettato di vizi vergognosi, aveva finito col chiedersi se queste accuse e questi sospetti non fossero in qualche modo giustificati. In collegio, l'impurità dei suoi compagni l'aveva reso puro; al reggimento, l'anticlericalismo del suo capitano aveva rafforzato la sua vocazione; ora in seminario rischiava di perdere queste belle virtù.

Citazioni[modifica]

  • L'abate dunque si sforzava di non accarezzare con compiacenza nessuna immagine, prima di addormentarsi. Si preoccupava di mettersi al letto di fianco e non sul dorso, posizione segnalata dalla teologia morale come una delle cause che potevano eccitare alla lussuria, insieme con la bicicletta, il cavallo e gli abiti o la biancheria troppo stretti. L'abate non andava in bicicletta, non andava a cavallo e portava abiti e biancheria molto ampi. Quindi, dopo essersi coricato di fianco ed aver invocato il suo angelo custode, si considerava in pace con la coscienza. Quello che accadeva poi, non lo riguardava più. Se un viso grazioso si chinava sul suo cuscino, se una mano graziosa si insinuava nel suo letto verginale, che cosa poteva farci lui contro le illusioni diaboliche? Il suo stesso angelo custode non poteva farci niente. (p. 64)
  • [Il segretario del cardinale al giovane abate Victor Mas] «La targa di immatricolazione della Città del Vaticano è S C V, Stato Città Vaticano e i romani la interpretano così: Se Cristo Vedessevi, e concludono, capovolgendola: Vi Caccerebbe Subito.» (p. 65)
  • [Il cardinale, rispondendo all'abate Mas che chiedeva spiegazioni] «Caro ragazzo, le chiavi di san Pietro aprono le porte del cielo, ma bisogna ungere la serratura. Rifletti un poco a quello che sta tra un nome nelle nostre liste d'iscrizione e l'iscrizione di questo nome nei fasti della Chiesa universale! C'è una serie di spese che non fa altro che crescere e allargarsi, dall'apertura del processo diocesano fino agli splendori della beatificazione, all'apoteosi della canonizzazione, passando per tutta la gamma dell'approvazione degli scritti, delle virtù, dei miracoli. Quando vedi una causa insabbiata, con all'attivo soltanto il decreto di introduzione, non significa che si tratti di un santo poco convincente: ma che si è pagato per lui una volta sola. Se vedi che la sua causa si riapre, vuol dire che si è pagato una seconda volta, quando si approvano i suoi scritti si è pagato la terza; quando si approvano le sue virtù , la quarta; quando si approvano i miracoli, la quinta, e i medici stranieri chiedono lauti onorari per constatare i miracoli. Quando alfine assisti alla lieta sfilata delle assemblee anti-preparatorie, preparatorie, generali e coram Sanctissimo, è come se tu sentissi tintinnare la lieta cascata dell'oro. [...]» (p. 135)
  • L'eternità di Roma non comportava forse la persistenza del paganesimo negli spiriti e nei costumi? Qui, inginocchiati sul pavimento delle basiliche, si guardavano con piacere le gambe della fanciulla che sta davanti. Non ci si inginocchia per questo, ma non ci si priva di questo piacere perché si è inginocchiati. Gli sguardi più arditi parevano giustificati dal nome stesso di ciò che li attirava: il cameriere cinico, mostrando all'abate i ragazzi della scuola che si voltavano indietro a guardare le donne, gli aveva detto che quello che guardavano, a Roma si chiamava il «boccone da cardinale». La vita e la religione stavano gomito a gomito. La messa e l'amore si alternavano senza difficoltà. Il cameriere cinico gli aveva insegnato anche questa massima: la mattina una messetta, la sera una donnetta. (p. 151)
  • [L'abate] «Ma non è stato rimproverato al Santo Padre di non aver condannato gli stermini che avvenivano nei campi nazisti durante la guerra?»
    «Non voleva correre il rischio di far perseguitare ancora di più i cattolici tedeschi, ma, appena finita la guerra ha stigmatizzato in concistoro 'il diabolico nazional-socialismo, che aveva fatto morire...'»
    «Dieci milioni di uomini», disse l'abate.
    «No, 'duemila preti polacchi e quattrocento preti tedeschi'.»
    «È una bella statistica», disse l'abate.
    «È esatta. Le statistiche della Santa Sede sono sempre esatte, come le sue informazioni. [...]» (p. 202)

Dal Vesuvio all'Etna[modifica]

Incipit[modifica]

Ero riuscito ad ottenere il prezioso cartoncino verde recante le parole: «Cappella del Tesoro di San Gennaro. Biglietto per assistere al miracolo, il 19 settembre, alle ore 8 e 30. L'ingresso è dal cancello, sotto il portico a destra». La formula mi ricordava le parole di quell'americana che, sbarcando a Lourdes, chiese: «A che ora è il miracolo?».
Avrei dunque fatto parte dell'esiguo numero di eletti aventi diritto di stare presso l'altare, faccia a faccia con San Gennaro, faccia a faccia col più famoso miracolo del mondo cristiano.

Citazioni[modifica]

  • La vera Napoli, meravigliosa, pittoresca, commovente: quella della strada. (1991, p. 49)
  • Risa e sorrisi – la sola Corte d'Europa dove Casanova abbia sentito ridere fragorosamente fu quella di Napoli. (1991, p. 49)
  • [A Napoli] Ci si chiama, facendo: «Cs! Cs!» (1991, p. 52)
  • «Posillipo»: «che calma il dolore». Questo luogo d'incanto deve il nome a una villa di Pollione, il Romano che gettava gli schiavi alle murene. Un nome così di buon augurio non era che un'antifrasi. (1991, p. 53)
  • Costumi tranquilli del popolo napoletano, che ci si immagina inquietante: la sorveglianza notturna di questa città è affidata a dodici carabinieri. (1991, p. 54)
  • [A Napoli] Un incidente qualunque fornisce immediatamente dei numeri per giocare al lotto. Un vaso da fiori è caduto in testa ad una passante: i testimoni, dopo averla soccorsa, vanno a giocare 17 (disgrazia), 21 (ad una donna), 34 (sulla testa). (1991, p. 67)
  • Quando si ama la Campania, si amano tutte le razze che l'hanno abitata, compresi gli Oschi. (1991, p. 117)
  • San Paolino di Nola era francese d'origine. È anche uno dei pochi santi che abbiamo avuto l'onore di fornire all'Italia. (1991, p. 117)
  • [San Paolino di Nola] Pochi hanno fatto più di lui per la Chiesa: si deve a lui, infatti, l'invenzione delle campane. (1991, p. 117)
  • [Sull'Arco di Traiano] L'arco è il più meraviglioso d'Italia e importa poco se uno dei suoi bassorilievi rappresenti la conquista della Dacia o della Mesopotania, la deduzione di una colonia di veterani o la composizione di una questione ereditaria, e un altro rappresenti i provvedimenti di Traiano nei riguardi del commercio o un'incoronazione trionfale. (1954)
  • Nessuna isola erge sull'orizzonte della nostra civiltà una fronte più radiosa della Sicilia. Essa punta verso tre continenti e ne sintetizza le caratteristiche. Tre volte, nel corso dei secoli, fu il più fulgido centro del mondo mediterraneo. (1954[1])
  • Palermo di oggi e di ieri
    È la città greca per le sue origini, per la luminosità del suo cielo e per le mètopi del suo museo, di bellezza non inferiore a quelle di Olimpia. È città romana per il ricordo delle sue lotte contro Cartagine e per i mosaici della villa Bonanno. È città araba per le piccole cupole di alcune sue chiese, eredi delle moschee. È città francese per la dinastia degli Altavilla che l'abbellirono. È città tedesca per le tombe degli Hohenstaufen. È città spagnola per Carlo Quinto, inglese per Nelson e Lady Hamilton. (1954[1])

Eccentrici amori[modifica]

Incipit[modifica]

Vi sono mille sfumature per la virtù, ma non dovrebbero essercene per il vizio, che può trovare una giustificazione soltanto nell'inesorabile compiersi del suo destino. Esso deve aspirare ai culmini o agli abissi, per tutto salvare o tutto perdere, in un'abdicazione totale o in un trionfo pieno. Ma è raro che giunga ai veri trionfi.
Le due parti di questo libro presentano, in personaggi molto diversi, i due volti dello stesso soggetto: l'ombra e la luce, il sorriso e il dramma, la pienezza della beatitudine e il dolore più cocente raggiunto attraverso la massima perversità. La maestra di pianoforte e il barone tedesco, di cui raccontiamo la storia vera, ci sembran riassumere quasi perfettamente i contrastanti aspetti delle eccentricità amorose: inoltre, a modo loro e nel quadro dei costumi contemporanei, illustrano anch'essi le antiche parole d'Ifigenia in Aulide: «L'aurocrinito amore ci fa segno agli strali della sua doppia faretra, di cui gli uni dispensano la felicità e gli altri la sventura».

Citazioni[modifica]

  • Cominciò a suonare il Chiaro di luna di Beethoven e il suo braccialetto, urtando la tastiera, aggiungeva alla melodia una nota gracile e un riflesso dorato e io, che le ero vicino, sentivo quella musica salire verso di me. Mi chinai, le dissi: «State suonando il pezzo che preferisco ad ogni altro al mondo». Si fermò, poi di colpo rovesciò indietro la testa ed io vidi due lagrime scendere lungo le sue guance. Carezzai leggermente i suoi capelli, appoggiai la testa contro la sua, la sentii tremare e allora, facendomi coraggio, le baciai la bocca. Non mi rese il bacio, ma le sue labbra restaron socchiuse come se lo respirassero. (p. 41)

Incipit di alcune opere[modifica]

Giovani prede[modifica]

Mi trovavo alle prese col lutto più crudele, quando ricevetti da un giovane belga una lettera, che mi restituì il gusto della vita:
Signore,
sei mesi fa, quando avevo ancora quattordici anni, sottrassi alla biblioteca di mio fratello un libro, il cui titolo mi sembrò curioso. Les amitiés particulaiéres. Non potevo sapere lo sconvolgimento che mi avrebbe prodotto. Voglio dirvelo oggi e ringraziarvene.
Questo libro, signore, contiene assai più di tutti i miei sogni: la scottante verità. Come è vero Georges, il quale cerca l'amicizia e la trova, perfino più bella di quanto sperasse, e che tuttavia son veri Lucien e il piccolo Alexandre. Ma di ciò bisogna che vi parli fra poco.

La fine delle ambasciate[modifica]

Crapote premette le lenti contro la finestra dell'ufficio per vedere Ribbentrop uscire dalla stazione degli Invalidi.
«Ecco l'uomo da far fuori!» esclamò.
«Accontentiamoci di aver fatto fuori, qui, uno dei diplomatici», disse Giorgio de Sarre.
Comunque dal disordine che l'accolse, il ministro degli esteri del Reich poté capire molte cose della Francia: sballottato dai giornalisti, preso d'assalto dai fotografi, mentre i funzionari che avrebbero dovuto seguire il suo bagaglio erano sfilati prima di lui. Così ebbe inizio quella storica giornata di dicembre 1938, in cui doveva essere firmato un patto di amicizia tra la Germania di Hitler e la repubblica francese. L'assassinio di un segretario dell'ambasciata tedesca a Parigi, avvenuto soltanto un mese prima, non aveva per nulla intiepidito il desiderio dei nostri vicini di firmare questo patto, ma le prevenzioni del Quai d'Orsay avevano finito col diminuirne l'importanza.

Le amicizie particolari[modifica]

Era la sua prima cerimonia degli addii. Ora, Georges non era più tanto sicuro di cavarsela con onore. Con il cuore stretto, si appoggiava allo sportello dell'automobile che stava per portar via i suoi genitori. Sentiva venire le lagrime.
«Via» gli disse suo padre, «si è uomini a quattordici anni. Lo scolaro Bonaparte non aveva neppure la tua età, quando a un professore di Brienne, che gli chiedeva chi mai si credesse, rispose: "Un uomo!".»
Gli importava davvero assai che lo scolaro Bonaparte s prendesse per un uomo! Quando si vide sparire la macchina alla svolta della strada, gli sembrò di essere abbandonato, del tutto solo sulla terra. Ma, a quel momento, sentì le grida dei suoi nuovi compagni, e il suo smarrimento svanì come per incanto. A quei ragazzi pieni di brio, si mostrerebbe come un pulcino bagnato? Si curava poco di esser un uomo, ma molto di non essere una femminuccia.

Note[modifica]

  1. a b Citato in Rina La Mesa, Viaggiatori stranieri in Sicilia, Cappelli, 1961.

Bibliografia[modifica]

  • Roger Peyrefitte, Dal Vesuvio all'Etna (Du Vèsuve à l'Etna), traduzione di S. Montanelli, Leonardo da Vinci, Bari, 1954.
  • Roger Peyrefitte, Dal Vesuvio all'Etna (Du Vèsuve à l'Etna), traduzione di Francesca Lombardi, introduzione di Emanuele Giliberti, prefazione di Roger Peyrefitte, Ediprint, Siracusa, 1991.
  • Roger Peyrefitte, La chiavi di san Pietro (Le clés de Saint Pierre), traduzione di Adriana Pellegrini, Longanesi & C., Milano, 1968.
  • Roger Peyrefitte, Eccentrici amori (Lex Amours Singulières), traduzione di Maria Lilith, Longanesi & C., 1958.
  • Roger Peyrefitte, Giovani prede (Jeunes Proies), traduzione di Carlo Orsolini, Longanesi & C., Milano, 1967.
  • Roger Peyrefitte, La fine delle ambasciate (La Fin des Ambassades ), traduzione di Antoni Fini, Longanesi & C., Milano, 1968.
  • Roger Peyrefitte, Le amicizie particolari (Les Amitiés particulières), traduzione di Glauco Natoli, Oscar, Arnoldo Mondadori Editore, 1972.

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