Elena Ferrante

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Elena Ferrante (1943 – vivente), scrittrice italiana.

Citazioni di Elena Ferrante[modifica]

  • Le città non hanno un'energia propria. Deriva dalla densità della loro storia, dal potere della loro letteratura e delle loro arti, dalla ricchezza emozionale degli eventi umani che vi hanno luogo. Spero che il racconto visivo provocherà emozioni autentiche, sentimenti complessi e anche contraddittori. Questo è ciò che ci fa innamorare delle città.[1]

I giorni dell'abbandono[modifica]

Incipit[modifica]

Un pomeriggio d'aprile, subito dopo pranzo, mio marito mi annunciò che voleva lasciarmi. Lo fece mentre sparecchiavamo la tavola, i bambini litigavano come al solito nell'altra stanza, il cane sognava brontolando accanto al termosifone. Mi disse che era confuso, stava vivendo brutti momenti di stanchezza, di insoddisfazione, forse di viltà. Parlò a lungo dei nostri quindici anni di matrimonio, dei figli, e ammise che non aveva nulla da rimproverare né a loro né a me. Tenne un atteggiamento composto come sempre, a parte un gesto eccessivo della mano destra quando mi spiegò con una smorfia infantile che voci lievi, una specie di sussurro, lo stavano spingendo altrove. Poi si assunse la colpa di tutto quello che stava accadendo e si chiuse con cautela la porta di casa alle spalle lasciandomi impietrita accanto al lavandino.

Citazioni[modifica]

  • Torino mi sembrava una grande fortezza dalle mura ferrigne, pareti di un grigio gelato che il sole di primavera non riusciva a scaldare. (p. 34)
  • Esistere è questo, pensai, un sussulto di gioia, una fitta di dolore, un piacere intenso, vene che pulsano sotto la pelle, non c'è nient'altro di vero da raccontare.

L'amica geniale[modifica]

  • Vediamo chi la spunta questa volta, mi sono detta. Ho acceso il computer e ho cominciato a scrivere ogni dettaglio della nostra storia, tutto ciò che mi è rimasto in mente. (volume primo)
  • Non ho nostalgia della nostra infanzia, è piena di violenza. Ci succedeva di tutto, in casa e fuori, ma non ricordo di aver mai pensato che la vita che c'era capitata fosse particolarmente brutta. La vita era così e basta, crescevamo con l'obbligo di renderla difficile agli altri prima che gli altri la rendessero difficile a noi. (volume primo)
  • "Lo sai cos'è la plebe, Greco?" "Sì: la plebe, i tribuni della plebe, i Gracchi". "La plebe è una cosa assai brutta". "Sì". "E se uno vuole restare plebe, lui, i suoi figli, i figli dei suoi figli, non si merita niente. Lascia perdere Cerullo e pensa a te".
  • La bellezza che Cerullo aveva nella testa fin da piccola non ha trovato sbocco, Greco, e le è finita tutta in faccia, nel petto, nelle cosce e nel culo, posti dove passa presto ed è come se non ce l'avessi mai avuta. (volume primo)
  • Quando si è al mondo da poco è difficile capire quali sono i disastri all'origine del nostro sentimento del disastro, forse non se ne sente nemmeno la necessità. I grandi, in attesa di domani, si muovono in un presente dietro al quale c'è ieri o l'altro ieri o al massimo la settimana scorsa: al resto non vogliono pensare. I piccoli non sanno il significato di ieri, dell'altro ieri, e nemmeno di domani, tutto è questo, ora. (volume primo)
  • Forse devo cancellare Lila da me come un disegno sulla lavagna, pensai, e fu, credo, la prima volta. Mi sentivo fragile, esposta a tutto, non potevo passare il mio tempo a inseguirla o a scoprire che lei mi inseguiva, e nell'un caso e nell'altro sentirmi da meno. (volume primo)
  • "Sai cos'è la plebe?". "Sì, maestra". Cos'era la plebe lo seppi in quel momento, e molto più chiaramente di quando anni prima la Oliviero me l'aveva chiesto. La plebe eravamo noi. La plebe era quel contendersi il cibo insieme al vino, quel litigare per chi veniva servito per primo e meglio, quel pavimento lurido su cui passavano e ripassavano i camerieri, quei brindisi sempre più volgari. Ridevano tutti, anche Lila, con l'aria di chi ha un ruolo e lo porta fino in fondo. (volume primo)
  • "Quando ci facciamo grandi ti voglio sposare". Poi mi chiese se nel frattempo mi volevo fidanzare con lui. Era un po' più alto di me, magrissimo, il collo lungo, le orecchie un po' scostate dalla testa. Aveva capelli ribelli, occhi intensi con ciglia lunghe. Era commovente lo sforzo che stava facendo per contenere la sua timidezza. Sebbene volessi sposarlo anch'io mi venne di rispondergli: "No, non posso." (volume primo)
  • "Mi hai confuso le idee. Perché sei come una goccia d'acqua: teng teng teng. Finché non si fa a modo tuo, non la finisci". (volume secondo)
  • Fu un attimo, poi mi lasciò con un movimento leggero, una carezza al palmo con le dita, e andò via verso il Rettifilo. Restai a guardarlo mentre si allontanava senza mai girarsi, con la sua andatura da condottiero svagato che non temeva niente del mondo perché il mondo esisteva solo per piegarsi a lui. (volume secondo)
  • "Cos'è successo quando ti ho fatta? Un incidente, un singhiozzo, una convulsione, è mancata la luce, s'è fulminata una lampadina, è caduta la bacinella con l'acqua dal comò? Certo qualcosa ci dev'essere stato, se sei nata così insopportabile, così diversa dalle altre". (volume secondo)
  • Ogni cosa del mondo era in bilico, puro rischio, e chi non accettava di rischiare deperiva in un angolo, senza confidenza con la vita. Capii all'improvviso perché non avevo avuto Nino, perché lo aveva avuto Lila. Non ero capace di affidarmi a sentimenti veri. Non sapevo farmi trascinare oltre i limiti. Non possedevo quella potenza emotiva che aveva spinto Lila a fare di tutto per godersi quella giornata e quella nottata. Restavo indietro, in attesa. Lei invece si prendeva le cose, le voleva davvero, se ne appassionava, giocava al tutto o niente, e non temeva il disprezzo, lo scherno, gli sputi, le mazzate. Lei insomma s'era meritata Nino perché riteneva che amarlo significasse provare ad averlo, non aspettare che lui la volesse. (volume secondo)
  • Capii che ero arrivata lì piena di superbia e mi resi conto che -in buona fede certo, con affetto- avevo fatto tutto quel viaggio soprattutto per mostrarle ciò che lei aveva perso e ciò che io avevo vinto. Ma lei se ne era accorta fin dal momento in cui le ero comparsa davanti e ora, rischiando attriti coi compagni di lavoro e multe, stava reagendo spiegandomi di fatto che non avevo vinto niente, che al mondo non c'era alcunché da vincere, che la sua vita era piena di avventure diverse e scriteriate proprio quanto la mia, e che il tempo semplicemente scivolava via senza alcun senso, ed era bello solo vedersi ogni tanto per sentire il suono folle del cervello dell'una echeggiare dentro il suono folle del cervello dell'altra. (volume secondo)
  • Questo distratto inseminare dei maschi, storditi dal piacere. Ci fecondano sopraffatti dal loro orgasmo. Si affacciano dentro di noi e si ritraggono lasciandoci, celato nella carne, il loro fantasma come un oggetto smarrito. (volume terzo)
  • La maturità consisteva nell'accettare la piega che aveva preso l'esistenza senza agitarsi troppo, tracciare un solco tra prassi quotidiana e acquisizioni teoriche, imparare a vedersi, a conoscersi in attesa di grandi cambiamenti. (volume terzo)
  • Questi tradimenti, mormorò, se uno non li viene a sapere al momento giusto non servono, quando sei innamorato perdoni tutto. Perché i tradimenti abbiano il loro peso effettivo deve prima maturare un poco di disamore. (volume terzo)
  • Diventammo l'una per l'altra frammenti di voce, senza mai nessuna verifica dello sguardo. (volume terzo)
  • Quanto pesa un corpo che è stato attraversato dalla morte. La vita è leggera, non bisogna permettere a nessuno di renderla greve. (volume quarto)
  • Mi lasciava portandosi via tutto quel tempo, tutte quelle energie, tutte quelle fatiche che gli avevo regalato, di punto in bianco. (volume quarto)

Citazioni su L'amica geniale[modifica]

  • Nei romanzi lunghi, come "L'amica geniale" di Elena Ferrante, si trova un antidoto agli intervalli di attenzione. (Jonathan Coe)

Storia della bambina perduta[modifica]

Incipit[modifica]

  • A partire dall’ottobre 1976 e fino a quando, nel 1979, non tornai a vivere a Napoli, evitai di riallacciare rapporti stabili con Lila. Ma non fu facile. Lei cercò quasi subito di rientrare a forza nella mia vita e io la ignorai, la tollerai, la subii. Anche se si comportava come se non desiderasse altro che starmi vicina in un momento difficile, non riuscivo a dimenticare il disprezzo con cui mi aveva trattata.

Citazioni[modifica]

  • Che fare dunque? Darle ancora una volta ragione? Accettare che essere adulti è smettere di mostrarsi, è imparare a nascondersi fino a svanire? Ammettere che più gli anni avanzano, meno so di Lila? (p. 12)
  • A Montpellier avvertii la limitatezza dello sguardo che avevo, della lingua in cui mi esprimevo e con cui avevo scritto. A Montpellier mi sembrò evidente quanto potesse risultare angusto, a trentadue anni, essere moglie e madre. (p. 13)
  • [A Nino Sarratore] Volli ricordargli che avevo una vita mia di soddisfazioni, che se ero stata capace di abbandonare le mie figlie e Pietro, potevo anche fare a meno di lui, e non tra una settimana, non tra dieci giorni: subito. (p. 50)
  • [Adele rivolgendosi a Elena] Una donna separata, con due figlie e le tue ambizioni, deve fare i conti con la realtà e stabilire a cosa può rinunciare e a cosa no. (p. 58)
  • [Franco Mari rivolgendosi a Elena] Noi che volevamo fare la rivoluzione siamo stati quelli che anche in mezzo al caos si inventavano sempre un ordine e facevano finta di sapere esattamente come stavano andando le cose. (p. 71)
  • Qui dico solo che quando vidi privo di vita quel corpo che conoscevo intimamente, che era stato felice e attivo, che aveva letto tanti libri e si era esposto a tante esperienze, provai insieme repulsione e pietà. Franco [Franco Mari] era stato una materia viva intrisa di cultura politica, di propositi generosi e speranze, di buone maniere. Ora dava un orribile spettacolo di sé. Si era sbarazzato in un modo così feroce di memoria, linguaggio, capacità di attribuire senso, che mi sembrò evidente l’odio per se stesso, per la propria epidermide, per gli umori, per i pensieri e le parole, per la piega brutta del mondo che l’aveva avvolto. (p.110)
  • [La madre rivolgendosi a Elena] Non ti vantare con me, non sei nessuno. Quello che ti credi di essere, per la gente normale è niente. Io qui sono rispettata non perché ho fatto te, ma perché ho fatto Elisa. Lei, che non ha studiato, che non s’è presa nemmeno la licenza media, è diventata una signora. E tu che hai preso la laurea dove sei finita? Mi dispiace solo per le due bambine che sono così belle e parlano così bene. A loro non hai pensato? Con quel padre stavano crescendo come i bambini della televisione, e tu che fai, le porti a stare a Napoli? (p.118)
  • Il terremoto – il terremoto del 23 novembre 1980 con quel suo frantumare infinito – ci entrò dentro le ossa. Cacciò via la consuetudine della stabilità e della solidità, la certezza che ogni attimo sarebbe stato identico a quello seguente, la familiarità dei suoni e dei gesti, la loro sicura riconoscibilità. Subentrò il sospetto verso ogni rassicurazione, la tendenza a credere a ogni profezia di sventura, un’attenzione angosciata ai segni della friabilità del mondo, e fu arduo riprendere il controllo. Secondi e secondi e secondi che non finivano. (p.179)
  • [Nino rivolgendosi a Elena] Voglio dire che un partito non può essere altro che un distributore di favori in cambio di consenso, gli ideali fanno parte dell’arredamento. (p. 244)
  • La sua propensione a chiavare non proveniva da una grezza, ingenua esibizione di virilità fondata su luoghi comuni mezzo fascisti mezzo meridionali. Ciò che mi aveva fatto, ciò che mi stava facendo, era filtrato da una consapevolezza molto affinata. Lui maneggiava concetti complessi, lui sapeva che a quel modo mi avrebbe offesa fino a distruggermi. Ma lo aveva fatto ugualmente. Aveva pensato: non posso rinunciare al mio piacere solo perché quella stronza può rompermi il cazzo. (p. 261)
  • Anche ora che sapevo della malattia di mia figlia, non riuscivo a cacciare via la soddisfazione per ciò che ero diventata, il gusto di sentirmi libera spostandomi per l’Italia, il piacere di disporre di me come se non avessi un passato e tutto stesse cominciando adesso. (p. 317)
  • Lila ha ragione, non si scrive tanto per scrivere, si scrive per fare male a chi vuole far male. Un male di parole contro un male di pugni e calci e strumenti di morte. (p. 334)
  • Chiamo io L’Espresso, [il direttore della casa editrice] mi propose, in questo momento se tu esci con un pezzo del genere fai un gesto importante per te, per il tuo pubblico, per tutti, mostri che l’Italia in cui viviamo è assai peggio di quella che ci raccontiamo. (p. 339)
  • Non le dissi: ti avevo avvisata che i Solara ne sarebbero usciti senza danno, in casa editrice me l’avevano detto, ora è inutile che ci soffri. Ma le si stampò ugualmente in faccia il rammarico di aver sbagliato valutazione. In quelle settimane si sentì umiliata per essere vissuta attribuendo un potere a cose che nelle gerarchie correnti contavano poco: l’alfabeto, la scrittura, i libri. Lei che pareva così disincantata, così adulta, mise fine alla sua infanzia – oggi penso – solo in quei giorni. (p. 344)
  • Napoli era la grande metropoli europea dove con maggiore chiarezza la fiducia nelle tecniche, nella scienza, nello sviluppo economico, nella bontà della natura, nella storia che porta necessariamente verso il meglio, nella democrazia si era rivelata con largo anticipo del tutto priva di fondamento. Essere nati in questa città – arrivai a scrivere una volta, pensando non a me ma al pessimismo di Lila – serve a una sola cosa: sapere da sempre, quasi per istinto, ciò che oggi tra mille distinguo cominciano a sostenere tutti: il sogno di progresso senza limiti è in realtà un incubo pieno di ferocia e di morte. (p. 366)
  • Mi ero accorta da tempo che ognuno si organizza la memoria come gli conviene, tuttora mi sorprendo a farlo anch’io. (p. 391)
  • Sapevo che da ragazzine i Solara ci erano sembrati molto belli, che andavano avanti e indietro per il rione sul loro Millecento come i guerrieri antichi sui carri da guerra, che una sera ci avevano difeso in piazza dei Martiri dalla gioventù agiata di Chiaia, che Marcello avrebbe voluto sposare Lila ma che poi aveva sposato mia sorella Elisa, che Michele aveva capito con grande anticipo le qualità straordinarie della mia amica e l’aveva amata per anni in un modo così assoluto che aveva finito per smarrire se stesso. Proprio mentre mi accorgevo di sapere quelle cose scoprii che erano importanti. Segnalavano come io e mille e mille altre persone perbene di tutta Napoli eravamo state dentro il mondo dei Solara, avevamo partecipato all’inaugurazione dei loro negozi, avevamo comprato paste nel loro bar, avevamo festeggiato i loro matrimoni, avevamo comprato le loro scarpe, eravamo stati ospiti nelle loro case, avevamo mangiato alla stessa tavola, avevamo preso in modo diretto o indiretto il loro denaro, avevamo subìto la loro violenza, e avevamo fatto finta di niente. Marcello e Michele erano volenti o nolenti parte di noi come lo era Pasquale. Ma mentre nei confronti di Pasquale, pur tra mille distinguo, era stata tracciata subito una linea di separazione netta, la linea di separazione nei confronti di persone come i Solara era stata ed era, a Napoli, in Italia, incerta. Più saltavamo indietro inorriditi, più la linea ci includeva. (p. 410)
  • Mi immaginavo che [Lila] si rifugiasse in biblioteca, come mi aveva raccontato Pietro. O che vagasse per Napoli, facendo caso a ogni palazzo, a ogni chiesa, a ogni monumento, a ogni lapide. O che mescolasse le due cose: prima esplorava la città, poi frugava nei libri per informarsi. (p. 468)
  • Nino si amareggiò, diventò intrattabile. Per un po’ ci sembrò la sola vittima di quelle elezioni, ma non era così, presto l’intero sistema dei partiti fu travolto e di lui perdemmo le tracce. Gli elettori se l’erano presa coi vecchi, coi nuovi e coi nuovissimi. Se la gente si era ritratta inorridita di fronte a chi voleva abbattere lo stato, ora balzava indietro disgustata davanti a chi, fingendo a vario titolo di servirlo, se l’era divorato come un verme grasso nella mela. Un’onda nera, prima nascosta sotto fastose scenografie di potere e una logorrea tanto sfrontata quanto proterva, ecco che diventava sempre più visibile e dilagava in ogni angolo d’Italia. (p. 482)
  • Ma qualche volta si accendeva come sapeva fare lei [Lila] e attaccava a parlare della città quasi che non fosse fatta delle solite strade, della normalità dei luoghi di ogni giorno, ma avesse svelato solo a lei un suo luccichio segreto. Così in un breve giro di frasi la trasformava nel posto più memorabile del mondo, in quello più ricco di significati, tanto che dopo un po’ di chiacchiere tornavo alle mie cose con il fuoco nella testa. Che grave negligenza era stata nascere e vivere a Napoli senza sforzarmi di conoscerla. Stavo per lasciare la città per la seconda volta, ci ero rimasta complessivamente per trent’anni pieni della mia vita, e tuttavia del luogo dov’ero nata non sapevo granché. (p. 496)
  • Ora cercava testimonianze di viaggiatori stranieri dentro cui le pareva di rintracciare incanto e repulsione mescolati insieme. Tutti, diceva, tutti, di secolo in secolo, hanno lodato il grande porto, il mare, le navi, i castelli, il Vesuvio alto e nero con le sue fiamme sdegnate, la città ad anfiteatro, i giardini, gli orti e i palazzi. Ma poi, sempre di secolo in secolo, sono passati a lagnarsi dell’inefficienza, della corruzione, della miseria fisica e morale. Nessuna istituzione che dietro la facciata, dietro il nome pomposo e i numerosi stipendiati, funzionasse davvero. Nessun ordine decifrabile, solo una folla sregolata e incontenibile per le strade ingombre di venditori d’ogni possibile mercanzia, gente che parla a voce altissima, scugnizzi, pitocchi. Ah, non c’è città che diffonda tanto rumore e tanto strepito come Napoli (p. 497)

Incipit di alcune opere[modifica]

L'amore molesto[modifica]

Mia madre annegò la notte del 23 maggio, giorno del mio compleanno, nel tratto di mare di fronte alla alla località che chiamano Spaccavento, a pochi chilometri da Minturno. Proprio in quella zona, alla fine degli anni Cinquanta, quando mio padre viveva ancora con noi, d'estate affittavamo una stanza in una casa contadina e trascorrevamo il mese di luglio dormendo in cinque dentro pochi roventi metri quadrati.

Storia del nuovo cognome[modifica]

Nella primavera del 1966 Lila, in uno stato di grande agitazione, mi affidò una scatola di metallo che conteneva otto quaderni. Disse che non poteva più tenerli in casa, temeva che il marito li leggesse. Portai via la scatola senza fare commenti, a parte qualche accenno ironico al troppo spago che le aveva stretto intorno. In quella fase i nostri rapporti erano pessimi, ma pareva che li considerassi tali solo io. Lei, le rare volte che ci vedevamo, non manifestava nessun imbarazzo, era affettuosa, mai che le sfuggisse una parola ostile.

Note[modifica]

  1. Citato in Silvia Fumarola, Ferrante: "Spero che 'L'amica geniale' in tv dia emozioni vere", Repubblica.it, 28 maggio 2017

Bibliografia[modifica]

  • Elena Ferrante, I giorni dell'abbandono, Edizioni e/o, 2002.
  • Elena Ferrante, L'amica geniale, Edizioni e/o, 2011.
  • Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome, Edizioni e/o, 2012.

Elena Ferrante, Storia del nuovo cognome, Edizioni e/o, 2014.

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]