Encyclopédie

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1leftarrow blue.svgVoce principale: Denis Diderot.

L'Encyclopédie (Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers nel titolo originale) di Denis Diderot e di Jean Baptiste Le Rond d'Alembert è la prima enciclopedia moderna e un importante manifesto degli ideali dell'Illuminismo.

Incipit[modifica]

  • L'opera che iniziamo [...] ha due scopi: in quanto enciclopedia, deve esporre quanto più è possibile l'ordine e la connessione delle conoscenze umane; in quanto Dizionario ragionato delle scienze, delle arti e dei mestieri, deve spiegare i principi generali su cui si fonda ogni scienza e arte, liberale o meccanica, e i più notevoli particolari che ne costituiscono il corpo e l'essenza.

Agricoltura[modifica]

  • In America, la terra produce naturalmente abbondanza di frutti di cui ci si può nutrire; se in Europa si lasciasse la terra incolta non vi crescerebbero più foreste, querce, pini e altri alberi sterili. Così per far rendere la terra in Europa, era necessario molto lavoro, industria e conoscenze; perché i bisogni, l'industria e le conoscenze avanzano sempre di pari passo. È perciò che negli stati europei si deve proteggere al massimo, ricompensare gli agricoltori e gli uomini utilmente industriosi. Il motivo è evidente; ogni accrescimento nella coltivazione e ogni industria moltiplicano i prodotti, le merci, e attirano nello stato il denaro che è il segno della loro valutazione.[1]

Industria[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Louis de Jaucourt.
  • Industria, questa parola significa due cose: sia il semplice lavoro delle mani, sia le invenzioni dello spirito in macchine utili nelle sfera delle arti e dei mestieri; l'industria comprende ora l'una, ora l'altra di queste due cose, e spesso le riunisce tutte e due. Essa si applica alla coltivazione delle terre, alle manifatture ed alle arti; essa rende tutto fertile e spande dappertutto l'abbondanza e la vita; come le nazioni distruttrici sono dei mali che durano più della loro esistenza, così anche le nazioni industriose sono dei beni che non si esauriscono con se stesse.[1]
  • È una verità abusata che è quasi vergognoso ripetere: ma, in certi paesi, vi sono delle persone che eludono i ritrovati che vengono loro dati per far fruttificare l'industria e sacrificano puntualmente i principi di questa specie ai pregiudizi che li dominano. Essi ignorano che gli ostacoli frapposti all'industria la distruggono completamente; e che, al contrario, gli sforzi dell'industria che vengono incoraggiati la fanno prosperare in modo meraviglioso per via dell'emulazione e del profitto che ne risulta. Ben lungi dal porre tasse sull'industria, è necessario premiare coloro che avranno meglio coltivato i loro campi e gli operai che avranno spinto più lontano le capacità nella loro opera.[1]
  • Come il consumo delle merci aumenta quando il prezzo della manodopera è basso, così l'industria influisce sul prezzo di questa manodopera tutte le volte che può diminuire il lavoro o il numero delle mani impiegate.[1]
  • Le possibilità d'impiego per i manifatturieri non conoscono altri limiti oltre quelli del consumo; e il consumo non ne incontra che nel prezzo del lavoro. Dunque, a parità di tutte le altre condizioni, la nazione che avrà la mano d'opera al prezzo più basso e i cui negozianti si contenteranno del guadagno più moderato, realizzerà il commercio più redditizio. Tale è il potere dell'industria, quando, contemporaneamente, le vie del commercio interno ed estero sono libere. Allora essa fa aprire al consumo nuovi mercati e forza anche l'entrata di quelli che le sono preclusi.[1]
  • Non ci si venga più ad obiettare, contro l'utilità delle invenzioni dell'industria, che ogni macchina che diminuisce di metà la mano d'opera, toglie immediatamente alla metà dei lavoratori di quel mestiere i mezzi di sussistenza; che gli operai disoccupati diverranno mendicanti a carico dello stato piuttosto che apprendere un nuovo mestiere; che il consumo ha dei limiti, per il fatto che anche supponendolo raddoppiato per via delle risorse che vantiamo tanto, esso diminuirà appena all'estero si saranno procurate macchine simili alle nostre; e, infine, che al paese inventore non resterà alcun vantaggio per le sue invenzioni industriali.[1]
  • È meglio prevenire l'industria degli altri paesi nell'impiego delle macchine, oppure attendere che ci costringano ad adottarne l'uso, per tener testa alla concorrenza sugli stessi mercati? Il profitto più sicuro sarà sempre della nazione che sarà all'avanguardia nell'industrializzazione; e, a parità delle altre condizioni, la nazione la cui industria sarà più libera, sarà anche la più industrializzata.[1]
  • Non vogliamo tuttavia disapprovare gli accorgimenti che avrà un governo nel far introdurre con prudenza l'uso di macchine industriali, capaci di arrecare un danno troppo grande a quelle professioni che prevedono l'impiego di molti uomini; tuttavia questa prudenza è necessaria solo in una economia impastoiata da limiti, primo vizio che bisogna cominciare col distruggere. Del resto, sia scoraggiamento dell'inventiva, sia progresso nelle arti meccaniche, l'industria sembra giunta al punto che i suoi progressi sono molto leggeri e le sue scosse violente poco temibili.[1]

Note[modifica]

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