Giacomo Castelvetro

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Giacomo Castelvetro.

Giacomo Castelvetro (1546 – 1616), viaggiatore, umanista, accademico e scrittore di viaggi italiano.

Citazioni di Giacomo Castelvetro[modifica]

Brieve racconto di tutte le radici di tutte l'erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano[modifica]

Citazioni[modifica]

  • De' lupoli. Pertanto dico la prima erba, che in così fatta stagione si vegga, il lupulo, è, che non mangiam noi mai cruda; ma, dopo averne in più acque lavata quella quantità ne piace, a cuocere in acqua con un poco di sale mettiamo; e, cotta, di là la traemo, e ben bene sgocciolata in un piatto netto posta, con sale, con assai olio, con poco aceto, od in suo luogo succo di lione, e un poco di pepe franto e non polverizzato l'acconciamo, e inanzi pasto per insalata l'usiamo. Altri, poi, bolliti che hanno i lupuli, gl'infarinano e in olio gli friggono, e sopra vi sparono un poco di sale, di pepe e succo di melaranzi, e così con gusto se gli mangiano. E perché questo simplice è sovrano a rinfrescare e purificare il sangue, gli uomini che non vogliono per ogni leggier cagione molestare il medico, né saziar gli 'ngordi speziali, e pur è loro a cuore la salute de' corpi loro, pigliano un piccicotto di questo simplice e altrettanto fumoterra, cicoria, indivia e boraggine, e tutte insieme, ben lavate, in acqua senza sale fan cuocere. (p. 12)
  • Ora, fra tutte le insalate che in questa stagione si mangiano, le mischianze, quali andrò notando, portano di bontà il vanto, e nella seguente maniera si fanno. Si piglia una parte delle spuntanti foglie della menta riccia, quelle del nasturzio, del basilico, della cidronella, le cime della pimpinella, del dragone, i fiori e le foglie della borana, i fiori dell'erba stella, i germogli del rinascente finocchio, le foglie della ruvola gentile e dell'acetosa e i fiori del rammerino, alcune violette mamole, le più tenere foglie overo i cuori della lattuca e simiglianti. Queste rar' erbe, ben nettate che fiano d'ogni secca foglia e in più acque ben lavate e un po' asciutte con un mondo pannicello di lino, si acconciano come ormai s'è, parlando d'altre, insegnato. (p. 18)
  • Ancora abbiamo noi altro legume appellato cecerchia, ma viene da poche persone stimato, essendo cibo grossolano, ventosissimo e generante sangue grosso, e fuor di modo la malinconia nudrisce. (p. 38)
  • De' verzotti o cavoli lombardi. Comincerò adunque a parlarne, prima, dai verdi di fuori via e bianchissimi nel mezzo e duri, ma aperti e non chiusi come i capucci, e son chiamati verzotti o cavoli lombardi; alcuni de' quali son crespi e altri no, e amendui son buoni, se bene i primi son più stimati, nominando gli altri verze; e due diverse maniere ciascuno cociamo. (p. 41)
  • Abbiamo, di più di molte altre generazioni, i melagrani o pomi granati, che è ottimo frutto per diversi cibi, ma specialmente per ristorare i febricitanti, spegnendo in loro l'ardente sete dalle cocenti febri generata; e de' suoi grani per cotal effetto se ne fa un vino oltre a modo gustevole e sano; ed è molto vago all'occhio di chi lo miri. (p. 54)
  • Delle pigne. Di più, abbiamo le pigne, che sono i frutti de' pini domestici, nelle quali si stanno come in istanze ben sicure i delicati pignuoli, ottimi a mangiar crudi senz'altro, opure col pane, e cotti ne' pieni de' polli; e se son di buon nutrimento, multiplicando lo sperma dell'uomo. Se ne fanno con zucchero i pigni cotti, e separatamente si cuopron di zucchero a guisa delle màndole, e sfogliate e tortelli rari si fanno. (p. 55)
  • Nasce nel reame di Napoli una spezie d'alberi alti e grossi quanto le querce, portanti certi frutti chiamati carobe, le quali, quando altri le vedesse verdi e che non ne avesse mai prima vedute, sarebbero pigliati per baccelli di fava capodica, e secchi son lunghi quanto si sia il più lungo baccello, ma son piatti e non rotondi, come son que' della fava, e il color suo è simile a quello della castagna. Questo frutto è assai dolce quando è secco, ma molto più quando è verde, e nelle parti sue di dentro ha alcuni semi del medesimo colore molto duri. Viene per cibo molto stomachevole stimato; e riscaldato alquanto sopra cenere calda e dopo cena mangiato, consuma il catarro e fa mille altri buoni effetti. (p. 55)
  • De' tartufi. Per la qual cosa altro di questi non dirò, ma mi verrò a ragionare de' tartufi come di frutto speziale d'alcune contrade della nostra Italia. Dico pertanto che questo frutto è (secondo il parere de' simplicista) un fongo che nasce sotterra, né mai a luce viene e ivi sicuro si sta, se i di lui golosi, od i cupidi del denaio che ne guadagnano, nol cavino, il che a due maniere si fa: l'uno è quando la terra si trova scoperta di neve, su la superficie della quale nasce un'erba molto minuta al color giallo tirante, molto bene da que' contadini conosciuta; e quivi, cavando un palmo o poco più, si trova simil frutto. [...] L'altra maniera poi trovarlo è per mezzo del lordo porco, al quale fuor di modo piace, e col suo aguto odorato conosce ove nascosto si stia. (pp. 64-65)

Bibliografia[modifica]

Giacomo Castelvetro, Brieve racconto di tutte le radici di tutte l'erbe e di tutti i frutti che crudi o cotti in Italia si mangiano, a cura di Emilio Faccioli, Gianluigi Arcari Editore, Mantova, 1988.

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