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Giacomo Zanella

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Giacomo Zanella

Giacomo Zanella (1820 – 1889), presbitero, poeta e traduttore italiano.

Citazioni di Giacomo Zanella[modifica]

  • Il nulla | A più veggenti savj: | Io nella tomba troverò la culla. (da La veglia, 18)

A Camillo Cavour[modifica]

Incipit[modifica]

Nel 1867
O nell'ora del nembo e del periglio | Sempre invocato, che più grande appari | Quanto più gonfi il trepido naviglio | Battono i mari; | Chiuse son l'Alpi allo stranier; clemente | Rise una volta a' popoli fortuna: | Tutte al suo desso le città ridente | Italia aduna.

Citazioni[modifica]

  • Quando dell'Etna alla fremente riva | I Mille veleggiavano; portavi, | Celando sotto il mar la man furtiva, | Le baldi navi.

[Giacomo Zanella, A Camillo Cavour, da un libro anonimo del 1929.]

Il falco e il gallo[modifica]

Sotto le nubi altissimo si gira | Con lenta rota il falco; e la gallina | Che del grifagno l'animo indovina, | Sotto la siepe i pargoli ritira. | Ma sull'entrata pien d'orgogli e d'ira | Piantasi il gallo, e lui che s'avvicina | Di sangue desioso e di rapina | con erto collo e fermo ciglio mira. | Quasi cala come folgore; d'un salto | Questi li respinge e de' ricurvi artigli | Pie' e rostro oppone all'iterato assalto. | Ma l'unghiato la pugna ecco abbandona: | Con gli sproni di sangue ancor vermigli, | L'altro il peana del trionfo intuona. (da un libro anonimo del 1929)

Scritti varii[modifica]

  • Si dice che l'uomo è figlio delle occasioni; a me sembra più vera l'altra sentenza, che ciascuno è autore a sé stesso della propria fortuna. (pp. 72-73)
  • [...] Palemone al suono del pettine e della spola[1] è credibile coltivasse il suo spirito colla gentilezza delle lettere; poiché troviamo che la sua discreta padrona lo toglieva al telajo, e gli affidava il nobile incarico di accompagnare il suo figliuoletto alla scuola. Que' libri di elementari dottrine, odiosi forse al fanciullo, furono in mano di Palemone la chiave che gli aperse il segreto della sua vocazione; sentì che l'ingegno gli bastava per emanciparsi dai rigori della fortuna, e cancellare colla gloria degli studii l'immeritata ignominia de' bassi' natali. (p. 73)
  • Come Palemone in quell'immensa folla di eruditi e diremo pure, di pedanti [presenti nella Roma imperiale] potesse elevarsi e segnalarsi, ci viene dichiarato da Svetonio, ove narra ch'egli si traeva dietro le genti colla bellezza e facilità del suo dire, e colla miracolosa memoria che aveva di tutte le cose. La sua scuola era numerosissima; circa quali materie poi versasse il suo insegnamento, possiamo apprenderlo da Quintiliano, dove parla dell'officio del perfetto grammatico. (p. 78)
  • [...] questa dissonanza di opinioni che troviamo nella vita letteraria del nostro Autore [Palemone], io vorrei che fosse piuttosto nella sua vita privata: perocché tutte le memorie del tempo pur troppo si accordano nel dipingerlo come uomo di laido costume e d'incredibile oltracotanza. [...] Che se la riverenza, che ho dell'ingegno veramente singolare di Palemone, ed il sentimento di patria che tira il velo sulle colpe domestiche, non mel vietassero, io non dubiterei di assomigliare Palemone al famoso [Pietro Aretino] amico di Tiziano e dell'Ariosto. (p. 85)
  • [Gli imperatori] Tiberio e Claudio, che in fatto di continenza non erano certamente Senocrati[2], diceano apertamente che ad ogni altro, prima che a Palemone, era da commettersi l'educazione dei giovinetti. Delicato, effemminato, ammorbato nei vizii, egli si lavava e profumava più volte alla giornata; inverecondo poi e sfacciato per modo da non guardarsi né della luce, né della frequenza delle pubbliche vie. Aggiungi a questo una vanagloria, una burbanza, un'alterigia senza confini; chiamava porco il Muratori dell'antichità, Marco Varrone; vantava che non a caso era posto il suo nome nella Bucolica, presagendo Virgilio, che col tempo sarebbe stato un Palemone giudice dei poeti e delle poesie; che i masnadieri per riverenza del nome gli aveano perdonata la vita; infine che le lettere erano nate seco, e seco sarebbero morte. Tuttavia questo superbissimo sentire di sé non impediva che Palemone si abbassasse ai nojosi officii della scuola, alla quale attendeva diligentemente. (pp. 85-86)
  • [Giuseppina Turrisi Colonna] Leggendo il volume de' suoi versi, e contemplando la sua effigie, che la cortesia del vedovo marito, l'illustre traduttore di Euripide, principe Giuseppe de Spuches, settimane sono mi mandava, la somiglianza di queste due grandi anime mi ha fortemente colpito; in guisa da farmi credere che se il Leopardi può dirsi in qualche modo l'Alceo de' tempi nostri, la Turrisi Colonna, se fosse vissuta più a lungo, avrebbe potuto diventarne la Saffo. (pp. 294-295)

Citazioni su Giacomo Zanella[modifica]

  • L'ingegno di Giacomo Zanella fu per eccellenza italiano. Nessuno fra i nostri poeti di questo secolo si è intinto, direi, quanto lui, alla superficie, nelle letterature straniere, restandone, quanto lui, intatto nel cuore. Egli si assimilò tutto che poté trovare nei poeti stranieri di chiaro, di corretto, di misurato, di conforme all'indole italica; la sua natura respinse inesorabilmente il resto. [...] Trovo poi che la profonda italianità sua fu temperata, colorata d'un carattere regionale spiccatissimo, che fu per eccellenza una italianità veneta. (Antonio Fogazzaro)
  • Quella poesia in cui Giacomo Zanella, giunto alla maturità dell'ingegno, meglio specchiò sé stesso, è [...] latinamente grave, precisa, chiara, religiosa, venetamente conservatrice, conciliatrice, sempre mite, talvolta molle.
    Essa venne sorgendo in mezzo all'opera abbondante dello scrittore come, in qualche solitudine, un insigne monumento sacro sorge fra le pietre sparse e le minori dimore di coloro che vi lavorano. Essenzialmente lirica, quindi disgregata e frammentaria in apparenza, ha veramente l'organismo di una potente unità. (Antonio Fogazzaro)

Note[modifica]

  1. Palemone, nato schiavo in una famiglia di Vicenza, era addetto alla tessitura dei panni.
  2. Senocrate (396 a.C. – 314 a.C.), filosofo greco antico.

Bibliografia[modifica]

  • Giacomo Zanella, Scritti varii, Successori Le Monnier, Firenze, 1877.

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