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Gigi Di Fiore

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Gigi Di Fiore, all'anagrafe Luigi Di Fiore, (1960 – vivente), giornalista e saggista italiano.

Citazioni di Gigi Di Fiore[modifica]

  • Il confronto, su posizioni non sempre coincidenti, è ricchezza. E come [Giuseppe Galasso] la pensava sui miei libri, lo scrisse in maniera esplicita sempre nella sua rubrica sul Corriere del Mezzogiorno. Era il 13 luglio del 2015, quell'articolo è sempre in Rete e si intitolava "Il paradiso borbonico? È solo un'invenzione nostalgica".
    Vi analizzava le ragioni della diffusa attenzione su come avvenne l'unificazione e espresse molte riserve sulla serietà di molti libri pubblicati sull'argomento negli ultimi anni. Parlò di "pseudo letteratura storica (con poche eccezioni)". Tra le eccezioni, incluse anche me e i miei lavori. Scrisse: "Le clamorose fortune di questa pseudo-letteratura storica, se hanno potenziato il moto di opinione da cui essa è nata, hanno fatto torto alle invero poche opere che sulle stesse note di rivalutazione e nostalgia hanno dato (da Zitara a Di Fiore) contributi poco accettabili, ma sono state scritte con ben altro scrupolo e serietà".
    Aggiunse poi una chiosa: "Questa è una legge comune dell'economia, che non risparmia nessun altro campo. Ovunque la moneta cattiva espelle la moneta buona". Ancora una volta, gli scrissi una mail ringraziandolo per la lusinghiera citazione. Mi rispose, rimarcando il suo pensiero il 13 luglio del 2015: "Bisogna sempre distinguere la qualità anche fra coloro con i quali si può essere in dissenso". Una frase che, alla vigilia dell'apertura della camera ardente all'Istituto di Storia patria nella sede del Maschio angioino, mi sento di sottoscrivere, perché è un insegnamento per le sterili e stizzose polemiche da social. Onore al professore Giuseppe Galasso, studioso e storico crociano. Tutti dovremmo sempre ripeterci che la qualità va sempre riconosciuta, "anche fra coloro con i quali si può essere in dissenso".[1]
  • L'immagine di Napoli, la città dove sono nato, la città dalla storia vituperata e per 150 anni raccontata con omissioni e falsità, la città da migliaia di abusi subiti, calpestata da conquistatori sanguisughe, sembra essere diventata male che si fa alibi, protesta che si fa sistema, specialità che si fa giustifica. L'immagine di Napoli, probabilmente, è un progetto che non esiste più, una collettività che non trova ragioni di condivisioni, nella stratificazione di tante città che non diventano squadra. L'immagine di Napoli è una squadra di calcio riempita quasi tutta da stranieri, che riesce ad unire nel tifo, come per miracolo e solo per poco, gente che nella vita di tutti i giorni è lontana anni luce. L'immagine di Napoli è tante immagini, tutte diverse e tutte vere. La sintesi è difficile, la spiegazione, a chi vive lontano, non è sempre agevole. Sì, vero, al Nord tanti ci bollano con razzismo, prevenzione, puzza sotto al naso. Sta a noi, allora, lavorare sulla nostra immagine di Napoli. Trasformarla, modificarla, renderla sempre positiva. Allontanando populismo, plebeismi, giustificazionismi e arroccamenti. Che la nostra immagine diventi quella giusta, quella buona, quella di cui andare sempre fieri. Senza alibi, ad ogni costo. Perché siamo orgogliosi di essere napoletani e vorremmo sempre poterlo urlare al mondo.[2]
  • Prendete un tizio che urla, gesticola, si agita, si lamenta, che parla solo in dialetto, che addossa la colpa di ogni cosa agli altri... e poi ruba, fa il furbo, non rispetta mai le regole. Ecco, in questa miscela avrete tutti gli ingredienti giusti per rappresentare il napoletano che tanto piace, che fa ascolti, indigna.
    È la napoletaneria, degenerazione infida della napoletanità. La napoletaneria che piace a tanti programmi televisivi, che fanno audience e raccolgono pubblicità. [...]
    Ci si chiede spesso perché i napoletani, in questa confezione preincartata in Tv, siano sempre e solo condannati a recitare a "fare i napoletani" anche se non ne hanno voglia, non amano urlare, né gesticolare, né dare la colpa agli altri, ma analizzano, si rimboccano le maniche, lavorano. Ma quel napoletano non esiste, non vende, non serve allo sfruttamento commerciale.
    È l'eterno contrasto tra la napoletanità di radici, storia, identità, rigore, e la napoletaneria becera da sottocultura, folklore, stereotipo e pregiudizio che anche Pino Daniele odiava. Una città come Napoli, così complessa, conosciuta in tutto il mondo, sempre sotto i riflettori e sempre fuori dalle righe non può essere ridotta a luogo comune.[3]
  • [Sui militari dell'esercito del Regno di Napoli rimasti fedeli al giuramento al loro Re, Francesco II delle Due Sicilie] Prigionie di mesi, in condizioni difficilissime e con il continuo ricatto morale dell'arruolamento. Molti tornarono, per raccontarlo. In tanti vi morirono. Ma, fino alla capitolazione di Gaeta, si era di fronte a situazioni non regolate da accordi. Quello che avvenne dopo il 13 febbraio 1861 fu invece un vero e proprio arbitrio. Molti ufficiali furono tenuti nelle carceri del nord parecchi mesi. Alcuni non tornarono più a Napoli, trasferendosi a Roma. Altri si isolarono nella loro vita privata. A porre fine giuridicamente alla persecuzione nei loro confronti, arrivò l'amnistia disposta dal re nel 1863, concessa soprattutto come atto di riconciliazione verso i garibaldini dopo l'Aspromonte. Ma le sofferenze dei soldati napoletani continuavano. Oltre ai centri di raccolta, i piemontesi avevano realizzato due veri e propri campi di prigionia. Il più noto era nell'inaccessibile fortezza di Fenestrelle, vicino Torino.
    Se la maggior parte dei soldati borbonici prigionieri veniva considerata irrecuperabile, con scarse possibilità di inserimento nell'esercito nazionale, allora bisognava cercare di "rieducare" i più irrequieti, tenendoli lontani dai loro paesi, dove avrebbero potuto alimentare la ribellione armata. Un obiettivo affidato al regime detentivo. Le carceri più dure furono istituite essenzialmente nel forte di San Maurizio Canavese e nella fortezza di Fenestrelle [...]. Formata da una serie di roccaforti in successione, quasi incastrata tra le montagne, Fenestrelle venne costruita ai primi del '700 dai Savoia per difendere i confini del Regno. Scrisse, nel confermare il ruolo di quella fortezza nei confronti dei soldati napoletani, la Civiltà cattolica [del 25 gennaio 1861[4]]: «Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e di altri luoghi posti nei più aspri siti delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento tra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro giuramento militare ed al legittimo Re!»[5]

Note[modifica]

  1. Da Galasso, il pensiero di Croce e il "neoborbonismo", ilmattino.it, 13 febbraio 2018.
  2. Da L'immagine di Napoli, ilmattino.it, 12 ottobre 2014.
  3. Da La napoletaneria che tanto piace in Tv, ilmattino.it, 16 Gennaio 2020.
  4. Cfr. Giordano Bruno Guerri, Il sangue del Sud: antistoria del Risorgimento e del brigantaggio, Mondadori, Milano, p. 47. ISBN 9788852048302
  5. Da I vinti del Risorgimento: storia e storie di chi combattè per i Borbone di Napoli, Utet, Torino, 2004, cap. IX. ISBN 88-7750-861-2; riportato in Quelle fortezze-carceri dove i «terroni» morivano decimati da stenti e malattie: l'odissea dei soldati borbonici in mano ai piemontesi, corriere.it, 22 novembre 2010.

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