Gioacchino da Fiore

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Busto di Gioacchino da Fiore nella cripta dell'Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore

Gioacchino da Fiore (1130 circa – 1202), abate, teologo e scrittore italiano.

Citazioni su Gioacchino da Fiore[modifica]

  • [Riccardo I d'Inghilterra] chiese di vedere un eremita calabrese, di nome Gioacchino, che viveva in una caverna sui monti della Sila e godeva fama di profeta. Raccontavano che durante un pellegrinaggio a Gerusalemme Gioacchino aveva visto Cristo che gli aveva consegnato il libro dell'Apocalisse perché vi leggesse il futuro. Riccardo lo interrogò sull'esito della Crociata. Gioacchino disse che Gerusalemme sarebbe stata riconquistata dopo sette anni di dominazione musulmana. Poiché Saladino l'aveva strappata ai Cristiani da appena tre, Riccardo ribatté che allora era inutile andare in Terrasanta. Ma l'eremita rispose che facendo l'oroscopo non aveva tenuto conto dei miracoli, e che i sette anni dovevano perciò essere ridotti a tre o quattro al massimo. (Indro Montanelli e Roberto Gervaso)
  • In Gioacchino da Fiore urgeva l'impazienza per i troppi compromessi della Chiesa, e quel decadimento gli pareva sicuro preludio al regno dello Spirito. La storia del mondo si ritmava anch'essa sul modello trinitario; alla profezia del Vecchio Testamento corrisponde quella del Nuovo; l'età del Padre, signore di giustizia, fu preludio a quella del Figlio; questa è preludio alla terza età, all'età dello Spirito. (Eugenio Garin)
  • Non è tuttavia qui, in queste discussioni scolastiche, dove si riflettono le formulazioni del problema degli universali, che è la parte vitale della predicazione gioachimita, e neppure in quell'orgia di virtuosismi ermeneutici con cui affrontava le Scritture, e che probabilmente fecero impressione anche a Dante. La verità del solitario monaco calabrese fu quel fuoco che lo bruciava dentro, e ne faceva un vivo appello all'intera umanità; quel risolversi tutto nell'amore di Dio che gli strappava lacrime nella celebrazione della Messa («lacrymantem nonnumquam eum in celebratione missae conspexi», e che anche nelle prediche più lunghe lo faceva apparire piuttosto un essere angelico che un uomo: «non iam ut homo, set vere ut angelus». (Eugenio Garin)

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