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Dante Alighieri

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Dante Alighieri

Dante Alighieri (1265 – 1321), il Sommo poeta italiano.

Citazioni di Dante Alighieri[modifica]

  • Che se in Fiorenza per via onorata non s'entra, io non entrerovvi giammai. E che? non potrò io da qualunque angolo della terra mirare il sole e le stelle? non potrò io sotto ogni plaga del cielo meditare le dolcissime verità, se pria non mi renda uom senza gloria, anzi d'ignominia, in faccia al popolo e alla città di Fiorenza? (dall'epistola XII; citato in Piero Fraticelli (a cura di), La Divina Commedia di Dante Alighieri col comento di Pietro Fraticelli, G. Barbèra, Firenze, 1881, p. 20)
  • Il volgare siciliano si attribuisce fama superiore a tutti gli altri per queste ragioni: che tutto quanto gli Italiani producono in fatto di poesia si chiama siciliano; e che troviamo che molti maestri nativi dell'isola hanno cantato con solennità [...] E in verità quegli uomini grandi e illuminati, Federico Cesare e il suo degno figlio Manfredi, seppero esprimere tutta la nobiltà e dirittura del loro spirito, e finché la fortuna lo permise si comportarono da veri uomini, sdegnando di vivere da bestie. Ed è per questo che quanti avevano in sé nobiltà di cuore e ricchezza di doni divini si sforzarono di rimanere a contatto con la maestà di quei grandi principi, cosicché tutto ciò che a quel tempo producevano gli Italiani più nobili d'animo vedeva dapprima la luce nella reggia di quei sovrani così insigni; e poiché sede del trono regale era la Sicilia, ne è venuto che tutto quanto i nostri predecessori hanno prodotto in volgare si chiama siciliano: ciò che anche noi teniamo per fermo, e che i nostri posteri non potranno mutare.[1] (da De vulgari eloquentia, XII cap. del I libro)
  • Venendo subito al punto, che chiamo lingua volgare quella che i bambini apprendono da chi sta loro intorno dal momento che cominciano ad articolare i suoni; oppure per esser più brevi, la lingua volgare è quella che, senza bisogno di regole, impariamo imitando la nostra nutrice. (da De vulgari eloquentia, Milano, Garzanti, 2009, p. 3)

Attribuite[modifica]

  • Dio è Uno; l'Universo è un pensiero di Dio; l'Universo è dunque Uno esso pure. Tutte le cose vengono da Dio. Tutte partecipano, più o meno, della natura divina, a seconda del fine pel quale sono create. L'uomo è nobilissimo fra tutte le cose: Dio ha versato in lui più della sua natura che non sull'altre. Ogni cosa che viene da Dio tende al perfezionamento del quale è capace. La capacità di perfezionamento nell'uomo è indefinita. L'Umanità è Una. Dio non ha fatto cosa inutile; e poiché esiste una Umanità, deve esistere uno scopo unico per tutti gli uomini, un lavoro da compirsi per opera d'essi tutti. Il genere umano dovrebbe dunque lavorare unito sì che tutte le forze intellettuali diffuse in esso ottengano il più alto sviluppo possibile nella sfera del pensiero e dell'azione. Esiste dunque una Religione universale della natura umana.[2]
Mazzini cita queste parole fra virgolette, come scritte da Dante. Si tratta di «una libera esposizione mazziniana del pensiero dantesco», secondo la nota del curatore.[2]
  • Non ti curar di loro, ma guarda e passa.
[Citazione errata] La citazione corretta è: «Non ragioniam di lor, ma guarda e passa.»[3]

Divina Commedia[modifica]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Divina Commedia.

Vita nuova[modifica]

Incipit[modifica]

In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit[4] vita nova. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d'assemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia.
Nove fiate già appresso lo mio nascimento era tornato lo cielo de la luce quasi a uno medesimo punto, quanto a la sua propria girazione, quando a li miei occhi apparve prima la gloriosa donna de la mia mente, la quale fu chiamata da molti Beatrice li quali non sapeano che si chiamare.
Ella era in questa vita già stata tanto, che ne lo suo tempo lo cielo stellato era mosso verso la parte d'oriente de le dodici parti l'una d'un grado, sì che quasi dal principio del suo anno nono apparve a me, ed io la vidi quasi da la fine del mio nono.
Apparve vestita di nobilissimo colore, umile e onesto, sanguigno, cinta e ornata a la guisa che a la sua giovanissima etade si convenia.

Citazioni[modifica]

  • Ecco un iddio più forte di me, che viene a signoreggiarmi. (1857[5])
Ecce deus fortior me, qui veniens dominabitur michi. (Capitolo II)
  • L'anima era tutta data nel pensare di questa gentilissima; onde io divenni in picciolo tempo poi di sì fraile e debole condizione, che a molti amici pesava de la mia vista; e molti pieni d'invidia già si procacciavano di sapere di me quello che io volea del tutto celare ad altrui.
    Ed io, accorgendomi del malvagio domandare che mi faceano [...] rispondea loro che Amore era quelli che così m'avea governato. [...]
    E quando mi domandavano "Per cui t'ha così distrutto questo Amore?", ed io sorridendo li guardava, e nulla dicea loro. (da Capitolo IV)
  • Lo viso mostra lo color del core. (da Capitolo XV)
  • Ingégnati, se puoi, d'esser palese. (da Capitolo XIX)
  • Tanto gentile e tanto onesta pare | la donna mia quand'ella altrui saluta, | ch'ogne lingua deven tremando muta, | e li occhi no l'ardiscon di guardare. (da Capitolo XXVI)

Explicit[modifica]

Appresso questo sonetto apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta infino a tanto che io potesse più degnamente trattare di lei.
E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com'ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di colui a cui tutte le cose vivono, che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d'alcuna.
E poi piaccia a colui che è sire de la cortesia, che la mia anima se ne possa gire a vedere la gloria de la sua donna, cioè di quella benedetta Beatrice, la quale gloriosamente mira ne la faccia di colui qui est per omnia secula benedictus. Amen.

Convivio[modifica]

Incipit[modifica]

Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. La ragione di che puote essere ed è che ciascuna cosa, da providenza di propria natura impinta è inclinabile a la sua propria perfezione; onde, acciò che la scienza è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio semo subietti.

Citazioni[modifica]

  • Dispregiar se medesimo è per sè biasimevole, però che a l'amico dee l'uomo lo suo difetto contare strettamente, e nullo è più amico che l'uomo a sè; onde ne la camera de' suoi pensieri se medesimo riprender dee e piangere li suoi difetti, e non palese. (Trattato I, capitolo II, 5)
  • [...] lo consentire è uno confessare, villania fa chi loda o chi biasima dinanzi al viso alcuno, perché né consentire né negare puote lo così estimato sanza cadere in colpa di lodarsi o di biasimare. (Trattato I, capitolo II, 11)
  • Questi ["gli uomini mutevoli e facili a giudicare"] sono da chiamare pecore, e non uomini; ché se una pecora si gittasse da una ripa di mille passi, tutte l'altre andrebbero dietro; e se una pecora per alcuna cagione al passare d'una strada salta, tutte l'altre saltano, eziandio nulla veggendo da saltare. E io ne vidi già molte in uno pozzo saltare per una che dentro vi saltò, forse credendo saltare uno muro, non ostante che 'l pastore, piangendo e gridando, con le braccia e col petto dinanzi a esse si parava. (Trattato I, capitolo XI, 9)
  • Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete, | udite il ragionar ch'è nel mio core, | ch'io nol so dire altrui, sì mi par novo. (Trattato II, canzone prima, 1-3[6])
  • Chi veder vuol la salute, | faccia che li occhi d'esta donna miri, | sed e' non teme angoscia di sospiri. (Trattato II, canzone prima, 24-26[6])
  • Ma però che non subitamente nasce amore e fassi grande e viene perfetto, ma vuole tempo alcuno e nutrimento di pensieri, massimamente là dove sono pensieri contrari che lo 'mpediscano, convenne, prima che questo nuovo amore fosse perfetto, molta battaglia intra lo pensiero del suo nutrimento e quello che li era contraro, lo quale per quella gloriosa Beatrice tenea ancora la rocca de la mia mente. (Trattato II, capitolo II, 3)
  • Dico che intra tutte le bestialitadi quella è stoltissima, vilissima e dannosissima, chi crede dopo questa vita non essere altra vita; però che, se noi rivolgiamo tutte le scritture, sì de' filosofi come de li altri savi scrittori, tutti concordano in questo, che in noi sia parte alcuna perpetuale. (Trattato II, capitolo VIII [IX], 8)
  • [...] la dottrina veracissima di Cristo, la quale è via, verità e luce: via, perché per essa sanza impedimento andiamo a la felicitade di quella immortalitade; verità, perché non soffera alcuno errore; luce, perché allumina noi ne la tenebra de la ignoranza mondana. (Trattato II, capitolo VIII [IX], 14)
  • [...] non dee l'uomo, per maggiore amico, dimenticare li servigi ricevuti dal minore. (Trattato II, capitolo XV [XVI], 6)
  • Amor che ne la mente mi ragiona | de la mia donna disiosamente, | move cose di lei meco sovente, | che lo 'ntelletto sovr'esse disvia. (Trattato III, canzone seconda, 1-4[7])
  • Non vede il sol, che tutto 'l mondo gira, | cosa tanto gentil, quanto in quell'ora | che luce ne la parte ove dimora | la donna di cui dire Amor mi face. (Trattato III, canzone seconda, 19-22[7])
  • [...] Filosofia non è altro che amistanza a sapienza. (Trattato III, capitolo XI, 6)
  • Nullo sensibile in tutto lo mondo è più degno di farsi essemplo di Dio che 'l sole. (Trattato III, capitolo XII, 7)
  • [...] la moralitade è bellezza de la filosofia. (Trattato III, capitolo XV, 11)
  • Le dolci rime d'amor ch'i' solia | cercar ne' miei pensieri, | convien ch'io lasci; non perch'io non speri | ad esse ritornare, | ma perché li atti disdegnosi e feri | che ne la donna mia | sono appariti m'han chiusa la via | de l'usato parlare. (Trattato IV, canzone terza, 1-8[8])
  • Tale imperò che gentilezza[9] volse, | secondo 'l suo parere, | che fosse antica possession d'avere | con reggimenti belli. (Trattato IV, canzone terza, 21-24[8])
  • È gentilezza dovunqu'è vertute, | ma non vertute ov'ella; | sì com'è 'l cielo dovunqu'è la stella, | ma ciò non e converso. | E noi in donna e in età novella | vedem questa salute, | in quanto vergognose son tenute, | ch'è da vertù diverso. (Trattato IV, canzone terza, 101-108[8])
  • Veramente Aristotile, che Stagirite ebbe sopranome, e Zenocrate Calcedonio, suo compagnone, [e per lo studio loro], e per lo 'ngegno [singulare] e quasi divino che la natura in Aristotile messo avea, questo fine conoscendo per lo modo socratico quasi e academico, limaro e a perfezione la filosofia morale redussero, e massimamente Aristotile. E però che Aristotile cominciò a disputare andando in qua e in lae, chiamati furono – lui dico, e li suoi compagni – Peripatetici, che tanto vale quanto 'deambulatori'. E però che la perfezione di questa moralitade per Aristotile terminata fue, lo nome de li Academici si spense, e tutti quelli che a questa setta si presero Peripatetici sono chiamati; e tiene questa gente oggi lo reggimento del mondo in dottrina per tutte parti, e puotesi appellare quasi cattolica oppinione. Per che vedere si può, Aristotile essere additatore e conduttore de la gente a questo segno. E questo mostrare si volea. (Trattato IV, capitolo VI, 15-16)

Le Rime[modifica]

  • Guido, i' vorrei che tu Lapo ed io | fossimo presi per incantamento | e messi in un vasel, ch'ad ogni vento | per mare andasse al voler vostro e mio. (da Guido, i' vorrei che tu Lapo ed io)
  • Se io sarò là dove sia | Fioretta mia bella [a sentire], | allor dirò la donna mia | che port'in testa i miei sospire. | Ma per crescer disire | mia donna verrà | coronata da Amore. (da Per una ghirlandetta)
  • Tu, Violetta, in forma più che umana, | foco mettesti dentro in la mia mente | col tuo piacer ch'io vidi; | poi con atto di spirito cocente | creasti speme, che in parte mi sana. (da Deh, Violetta, che in ombra d'Amore)
  • «Or ecco leggiadria di gentil core, | per una sì delvaggia dilettanza | lasciar le donne e lor gaia sembianza!» | Allor, temendo non che senta Amore, | prendo vergogna, onde mi ven pesanza. (da Sonar brachetti, e cacciatori aizzare.)
  • Un dì si venne a me Malinconia | e disse: «Io voglio un poco stare teco»; | e parve a me ch'ella menasse seco | Dolore e Ira per sua compagnia. (da Un dì si venne a me Malinconia)

[Dante Alighieri, Rime, Opere Minori, in Letteratura Italiana, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1965]

De Monarchia[modifica]

Incipit[modifica]

Originale[modifica]

Omnium hominum quos ad amorem veritatis natura superior impressit hoc maxime interesse videtur: ut, quemadmodum de labore antiquorum ditati sunt, ita et ipsi posteris prolaborent, quatenus ab eis posteritas habeat quo ditetur.

Traduzione[modifica]

El principale huficio di tutti gli huomini, i quali dalla natura superiore sono tirati ad amare la verità, pare che ·ssia questo: che ·ccome loro sono aricchiti per la fatica degli antichi, così s'affatichino di dare delle medesime riccheze a quelli che dopo loro verranno. (I, I)

Citazioni[modifica]

  • Dovunque può essere litigio, ivi debbe essere g[i]udicio. (I, XII)
  • L'umana generatione, quando è massime libera, hottimamente vive. (I, XIV)

[Monarchia, a cura di Prudence Shaw, traduzione di Marsilio Ficino, in «Studi Danteschi», LI (1978)]

Incipit di alcune opere[modifica]

De vulgari eloquentia[modifica]

De vulgari eloquentia, 1577

Cum neminem ante nos de vulgaris eloquentie doctrina quicquam inveniamus tractasse, atque talem scilicet eloquentiam penitus omnibus necessariam videamus, cum ad eam non tantum viri sed etiam mulieres et parvuli nitantur, in quantum natura permictit, volentes discretionem aliqualiter lucidare illorum qui tanquam ceci ambulant per plateas, plerunque anteriora posteriora putantes, – Verbo aspirante de celis – locutioni vulgarium gentium prodesse temptabimus, non solum aquam nostri ingenii ad tantum poculum aurientes, sed, accipiendo vel compilando ab aliis, potiora miscentes, ut exinde potionare possimus dulcissimum ydromellum.

Egloghe[modifica]

Originale[modifica]

Vidimus in nigris albo patiente lituris
Pyerio demulsa sinu modulamina nobis.
Forte recensentes pastas de more capellas
tunc ego sub quercu meus et Melibeus eramus.

Traduzione[modifica]

Sul foglio bianco deturpato dai neri segni ho visto un carme, spremuto per me dal seno delle Muse. Eravamo soli, io e Melibeo, sotto una quercia, intenti come al solito a contare le sazie caprette.[10]

Epistole[modifica]

Reverendissimo in Christo patri dominorum suorum carissimo domino Nicholao miseratione celesti Ostiensi et Vallatrensi episcopo, Apostolice Sedis legato, necnon in Tuscia Romaniola et Marchia Tervisina et partibus circum adiacentibus paciario per sacrosanctam Ecclesiam ordinato, devotissimi filii A. capitaneus Consilium et Universitas partis Alborum de Florentia semetipsos devotissime atque promptissime recommendant.

Quaestio de aqua et de terra[modifica]

Originale[modifica]

Universis et singulis presentes litteras inspecturis, Dantes Alagherii de Florentia inter vere phylosophantes minimus, in Eo salutem qui est principium veritatis et lumen.

Traduzione[modifica]

A tutti, uno per uno, quelli sotto gli occhi dei quali cadrà questo scritto, Dante Alighieri di Firenze, il più insignificante di tutti i filosofi, augura salute in Colui che è principio e luce di verità.[10]

Citazioni su Dante Alighieri[modifica]

  • Amore, e Carità suo fuoco accese | Dante a cantare i tristi, e lieti Regni, | fior di virtù, e fior di tutti ingegni, | che dall'empireo Ciel fra noi discese. (Burchiello)
  • Altissimo | signor del sommo canto. (Ugo Foscolo)
  • Che Dante non amasse l'Italia, chi vorrà dirlo? Anch'ei fu costretto, come qualunque altro l'ha mai veracemente amata, o mai l'amerà, a flagellarla a sangue, e mostrarle tutta la sua nudità, sì che ne senta vergogna. (Ugo Foscolo)
  • Conoscere e descrivere la mente di Dante sarà mai possibile? Egli eclissa nella profondità del suo pensiero: volontariamente eclissa. (Giovanni Pascoli)
  • Conosceva tutte le passioni umane, proprio tutte. Attratto dalle cose bellissime e dalle cose bassissime. Stava attento ma era attratto anche dal fascino del male. [...] Ma a parte tutte le innovazioni si ama Dante, proprio perché parla di noi, di ognuno di noi. Nessuno conosce meglio le passioni umane, il profondo dell'animo umano come lo conosce Dante. (Roberto Benigni)
  • Credo che tutti i lettori di Dante siano in qualche modo viziati dalla giovanile lettura parcellare imposta dalla scuola. […] Leggendo la Divina Commedia d'un fiato, mi rendevo conto di contrastare una antica malsana usanza; ma di meglio non potevo fare. […] Dante è un enigmatico, e almeno una volta accettiamolo per quel che è. Ha i suoi motivi per non farsi capire subito, e qualche volta per essere assolutamente impenetrabile. È una corsa stremante tra luci e tenebre, stelle, lune, soli, misteriosi frammenti di edifici regali e sacri, con mutile, occulte scritte. Il percorso è talora nitido, geometrico; talora è paludoso, è uno strisciar tra cunicoli ed antri. Non capire è importante. (Giorgio Manganelli)
  • Dante Alighier, s'i' so' bon begolardo, | tu mi tien' bene la lancia a le reni; | s'eo desno con altrui, e tu vi ceni; | s'eo mordo 'l grasso, tu ne sugi 'l lardo; | s'eo cimo 'l panno, e tu vi freghi 'l cardo. (Cecco Angiolieri)
  • Dante Alighieri che sorresse il mondo | in suo pugno ed i fonti | dell'universa vita ebbe in suo cuore. (Gabriele D'Annunzio)
  • Dante alla porta di Paolo e Francesca | spia chi fa meglio di lui: | lì dietro si racconta un amore normale | ma lui saprà poi renderlo tanto geniale. | E il viaggio all'inferno ora fallo da solo | con l'ultima invidia lasciata là sotto un lenzuolo. (Fabrizio De André)
  • Dante, altiero e ghibellino, ritraeva schifamente l'animo da chiunque non fosse conosciuto per fama o per infamia. Il suo cuore era in Alemagna: officina d'ogni tirannia e d'ogni vassallaggio, che per secoli hanno afflitto tutta Europa. E chi, in quella barbarie di tempi, cercava gli abituri della povera plebe, quando non fosse per manometterla o farnela uscire a parteggiare? Dante pellegrinava da castello a castello; né altro vedeva nel mondo fuorché imperatori, e re, e papi; e Cane, e Meroello, e Guido. I villani «gli puzzavano»; e gli doleva di veder «cambiare e mercare» colui il cui avolo aveva limosinato; né gli sarebbe paruto di mal fare, potendo pur rendere la religione stromento di vendette e di carneficine. (Giovita Scalvini)
  • Dante, che è Dante, non ebbe sempre lo stesso culto, stando al numero delle edizioni della sua Commedia, il quale nel sec. XVII fu scarsissimo, a cagione del cattivo gusto predominante.
    La civiltà italiana si può misurare alla stregua della varia fortuna di Dante, come direbbe il Carducci, ossia del culto di Dante rivelato principalmente dalle edizioni e dalle illustrazioni del suo poema. (Carlo Lozzi)
  • Dante ci invita a guardare in alto, ma ci spinge anche a vedere quanto siamo schifosi. Per questo che nel primo girone ci mette i lussuriosi: io mi ci vedrei bene. (Roberto Benigni)
  • Dante, come ogni altro grand'uomo, era pieno di sé – chè senza intima fiducia a nulla di sommo si arriva – e non solo tradisce questo in molte frasi della sua Divina Comedia, ma lo confessa francamente nel C. XIII del Purgatorio (dal v. 133 al 138) dove dice che non ha tanto paura di passare un po' di tempo nel luogo degli invidiosi, quanto in quello de' superbi. (Carlo Dossi)
  • Dante è tal poeta che non sarà mai popolare, né potrà mai destare entusiasmo nelle masse. La natura schiva del suo ingegno lo apparta, lo segrega, e se lo rende più caro a chi s'interna nelle latebre del suo carattere, fa sì però che pel volgo rimanga sempre un libro chiuso con sette suggelli. (Vittorio Imbriani)
  • Dante insegna la strada maestra della norma: l'inferno, il paradiso, il limbo, il premio o la punizione. È la grancassa del cattolicesimo, è un poeta funzionale, bravino ma interessato a compiacere, insomma, spera di essere ben presto a busta paga per i servigi resi. È critico ma solo quel tantino che fa birichino e niente più, in effetti è ligio e monolitico. In altre parole, insegna a piegare il capo e a inginocchiarsi. Tutto in lui è funzionale al potere. (Aldo Busi)
  • Dante non sarebbe forse partito mai da Verona, se il suo costume alquanto aspro e feroce, e il suo parlare troppo libero e franco non l'avessero a poco a poco fatto decadere dalla grazia di Can Grande I, che per un pezzo l'avea avuto carissimo e in sommo onore. [...] Tra la turba d'istrioni e d'altre persone festevoli che lo Scaligero teneva in corte, uno essendone che riusciva a tutti sommamente caro, di lui disse un giorno in presenza di molti Cangrande a Dante: Come sta egli mai, che costui, il quale è un balordo, sia grato a tutti, e tu che vieni riputato sapiente, nol sia? Al che Dante subito rispose: Non è meraviglia, perché la similitudine e l'uniformità de' costumi partorisce grazia e amicizia! (Gaetano Moroni)
  • Dante [...], pur essendo, come poeta, un grande innovatore, fu, come pensatore, alquanto indietro sui tempi. [...] Il pensiero di Dante è interessante, non solo per sé, ma perché è il pensiero d'un laico; ma non ebbe ripercussioni, ed era inoltre disperatamente fuori moda. (Bertrand Russell)
  • Dante sembra il poeta della nostra epoca. (Alphonse de Lamartine)
  • Dell'Italiano che più di niun altro raccolse in sé l'ingegno, le virtù, i vizi, le fortune della patria. Egli ad un tempo uomo d'azioni e di lettere, come furono i migliori nostri; egli uomo di parte; egli esule, ramingo, povero, traente dall'avversità nuove forze e nuova gloria; egli portato dalle ardenti passioni meridionali fuori di quella moderazione che era nella sua altissima mente; egli, più che da niun altro pensiero, accompagnato lungo tutta la vita sua dall'amore; egli, insomma, l'Italiano più italiano che sia stato mai. (Cesare Balbo)
  • Dopo Omero nessun poeta, per mio giudicio, può alzarsi a competere con l'Alighieri, salvo Guglielmo Shakspeare, gloria massima dell'Inghilterra. E per fermo, ne' drammi di lui l'animo e la vita umana vengon ritratti così al vero e scandagliati e disaminati così nel profondo, che mai nol saranno di più. Ma le condizioni peculiari della drammatica e l'indole propria degl'ingegni settentrionali impedirono a Shakspeare di raggiungere quella perfetta unione sì delle diverse materie poetiche e sì di tutte l'eccellenze e prerogative onde facciamo discorso. E veramente nelle composizioni sue la religione si mostra sol di lontano e molto di rado; e tra le specie differenti e delicatissime d'amore ivi entro significate, manca quella eccelsa e spiritualissima di cui si scaldò l'amante di Beatrice. (Terenzio Mamiani)
  • E Dante, che sviene ogni momento! (Jules Renard)
  • È indiscutibile che a Dante spettano i meriti di un demiurgo. Prima di lui alla preponderanza schiacciante del latino, e all'uso occasionale delle due lingue di Francia [lingua d'oc e lingua d'oïl], letterariamente insigni, non si contrapponevano che dialetti in via di dirozzamento, e tentativi sporadici di assurgere all'arte e alla bellezza. Tutta l'opera di Dante ha una «carica» spirituale nuova e potente, che in breve tempo opera un rivolgimento nell'opinione pubblica in Toscana e fuori, e fa d'un balzo assurgere l'italiano al livello di grande lingua, capace di alta poesia e di speculazioni filosofiche. (Bruno Migliorini)
  • E voi, cari ragazzi, di chi è stato il promotore dell'apprendimento sotto la guida del Magistero della Chiesa, continuate come state facendo ad amare e ad interessarvi del nobile poeta, di colui che Noi non esitiamo a chiamare il più eloquente cantante dell'ideale Cristiano. (Papa Benedetto XV)
  • Fu adunque questo nostro poeta di mediocre statura, e, poi che alla matura età fu pervenuto, andò alquanto curvetto, e era il suo andare grave e mansueto, d'onestissimi panni sempre vestito in quell'abito che era alla sua maturità convenevole. Il suo volto fu lungo, e il naso aquilino, e gli occhi anzi grossi che piccioli, le mascelle grandi, e dal labbro di sotto era quel di sopra avanzato; e il colore era bruno, e i capelli e la barba spessi, neri e crespi, e sempre nella faccia malinconico e pensoso. (Giovanni Boccaccio)
  • I fiorentini amano il vino. Dante medesimo fu altissimo poeta e grande bevitore. (Vasco Pratolini)
  • 'Incipit vita nova'. Comincia la vita nuova: così, con solenne ed occulto parlare, l'Alighieri comincia l'opera sua 'La Vita Nuova'. Come molti versi danteschi anche questo diventò popolare, e si usa per significare un mutamento di male in bene nelle operazioni dell'esistenza. (Alfredo Panzini)
  • La provenienza di Dante è aristotelica: scuola, dunque, d'uno che ha prepotentemente creduto nell'uomo animale politico, nella città, nel cittadino... Dire "civis" è lo stesso che dire "civilitas" e difatti su codesti termini punta Dante, assertore della società civile: d'una civiltà ch'è, insieme, ordine giuridico politico religioso, Stato. Viceversa, nel Petrarca è l'"homo" che trova la sua celebrazione, l'individuo che, in quanto creatura, prima ancora che farsi membro di consociazione politica, ha in sé la sua possibilità di redenzione e di perfezione, magari al di fuori della società. E quasi contro la "civilitas" dantesca, è l'"humanitas" che viene rivendicata e curata, quella condizione primaria ed ultima che consente, al di fuori delle strutture sociali, la parentela dell'uomo col Figliuol dell'Uomo. (Rodolfo De Mattei)
  • Legger Dante è un dovere; rileggerlo è bisogno: sentirlo è presagio di grandezza. (Niccolò Tommaseo)
  • L'Omero del medioevo. (Abel-François Villemain)
  • Mi fermerò sopra di Dante, il quale in ogni parte mostrò d'essere per ingegno, per dottrina, e per giudizio uomo eccellente, eccettochè dove egli ebbe a ragionar della patria sua, la quale fuori di ogni umanità e filosofico istituto perseguitò con ogni specie d'ingiuria, e non potendo altro fare che infamarla, accusò quella di ogni vizio, dannò gli uomini, biasimò il sito, disse male de' costumi, e delle leggi di lei, e questo fece non solo in una parte della sua Cantica, ma in tutta, e diversamente, e in diversi modi; tanto l'offese l'ingiuria dell'esilio, tanta vendetta ne desiderava, e però ne fece tanta quanta egli poté; e se per sorte de' mali ch'egli le predisse, le ne fosse accaduto alcuno, Firenze arebbe più da dolersi d'aver nutrito quell'uomo, che d'alcuna altra sua rovina. (Niccolò Machiavelli)
  • O gran padre Alighier... (Vittorio Alfieri)
  • Orma di Dante non si cancella. (Achille Pellizzari)
  • Proteo del medioevo che riveste tutte le forme del mondo civilizzato e del mondo barbaro. (Abel-François Villemain)
  • Quando si ha una salda educazione nazionale, e si è radicati nel giusto della nostra letteratura indigena, bisogna sapersi guardare attorno e porre mente all'altro polo, così come faceva Dante per le quattro luci sante, lassù, nel suo bel Purgatorio:
    Goder pareva il ciel di lor fiammelle:
    Oh settentrional vedovo sito,
    Poi che privato se' di mirar quelle!
    (Luigi Russo)
  • Sfuggire a Dante è impossibile, come sfuggire alla propria coscienza. (Ismail Kadare)
  • Solo là dove il bambino e l'uomo coesistono, in forme il più possibile estreme, nella stessa persona, nasce – molte altre circostanze aiutando – il miracolo: nasce Dante. Dante è un piccolo bambino, continuamente stupito di quello che avviene a un uomo grandissimo; sono veramente «due in uno». (Umberto Saba)
  • Soltanto l'artista universale, il moralista intransigente attirano il lettore moderno, meravigliato che ci sia stato al mondo un carattere così potente. (Giuseppe Prezzolini)
  • – Vi piace Dante?
    – Un inferno assai affollato quello che descrive.
    – Oppositori politici, gente che gli aveva fatto torto. La sua penna taglia quanto una lama.
    – Sì. Un modo sottile di ottenere vendetta. (Assassin's Creed: Revelations)

Giosuè Carducci[modifica]

  • Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico | tempio avvolgendosi, l'Alighier trepido | cercò l'immagine di Dio nel gemmeo | pallore d'una femina.
  • Dante, onde avvien che i vóti e la favella | levo adorando al tuo fier simulacro, | e me sul verso che ti fè già macro | lascia il sol, trova ancor l'alba novella? | [...] | Son chiesa e impero una ruina mesta | cui sorvola il tuo canto e al ciel risona: | muor Giove, e l'inno del poeta resta.
  • Forti sembianze di novella vita | circondar la tua cuna, | o re del canto che più alto mira. | Gentil virago ardita, | quale non vider mai le argive sponde | né le latine, e d'amor balda e d'ira, | te venìa la bella | Toscana libertade; e il pargoletto | già magnanimo petto | ti confortava de la sua mammella. | Tutta accesa ne' raggi di sua sfera, | mite insieme ed austera, | venne la fede; e per un popoloso | di visioni e d'ombre oscuro lito | la porta ti mostrò dell'infinito.

Giuseppe Mazzini[modifica]

  • Ogni città d'Italia quando l'Italia sarà libera ed una, dovrebbe innalzargli una statua.
  • Un uomo Italiano, il più grande fra gl'Italiani che io mi conosca.
  • Volete voi, Operai Italiani, onorare davvero la memoria de' vostri Grandi e dar pace all'anima di Dante Allighieri? Verificate il concetto che lo affaticò nella sua vita terrestre. Fate UNA e potente e libera la vostra contrada. Spegnete fra voi tutte quelle meschinissime divisioni contro le quali Dante predicò tanto, che condannarono lui, l'uomo che più di tutti sentiva ed amava il vostro avvenire, alla sventura e all'esilio, e voi a una impotenza di secoli che ancor dura. Liberate le sepolture de' vostri Grandi, degli uomini che hanno messo una corona di gloria sulla vostra Patria, dall'onta d'essere calpeste dal piede d'un soldato straniero. E quando sarete fatti degni di Dante nell'amore e nell'odio — quando la terra vostra sarà vostra e non d'altri — quando l'anima di Dante potrà guardare in voi senza dolore e lieta di tutto il santo orgoglio Italiano — noi innalzeremo la statua del Poeta sulla maggiore altezza di Roma, e scriveremo sulla base: AL PROFETA DELLA NAZIONE ITALIANA GLI ITALIANI DEGNI DI LUI.

Ezra Pound[modifica]

  • Chaucer aveva una conoscenza della vita più profonda di Shakespeare... Era più comprendioso di Dante.
  • Ci sono voluti due secoli di Provenza e uno di Toscana per sviluppare i mezzi del capolavoro di Dante.
  • Il Dio di Dante è divinità ineffabile, Il Dio di Milton è un essere pignolo con un hobby, Dante è metafisico, mentre Milton è solamente settario.
  • La visione di Dante è reale, perché egli la vide; la poesia di Villon è reale, perché egli la visse.

Note[modifica]

  1. Citato in [1]
  2. a b Citato in Giuseppe Mazzini, Dei doveri dell'uomo, in Dei doveri dell'uomo – Fede e avvenire, a cura di Paolo Rossi, Mursia, Milano, cap. VII, p. 78.
  3. Cfr. Ragioniamo di Dante (ma senza sbagliare citazione!), Corriere.it, 7 gennaio 2006.
  4. Questo incipit costituisce anche l'incipit del libro di Fruttero & Lucentini, appunto Íncipit, Mondadori, 1993.
  5. Traduzione di Pietro Fraticelli, p. 56. Tale iddio è Amore.
  6. a b Presente anche in Rime, LXXIX, Voi che 'ntendendo il terzo ciel movete.
  7. a b Presente anche in Rime, LXXXI, Amor che ne la mente mi ragiona.
  8. a b c Presente anche in Rime, LXXXII, Le dolci rime d'amor ch'i' solia.
  9. Qui "gentilezza" ha il significato di nobiltà. Il tale che imperò, a cui è attribuita la convinzione è Federico II di Svevia.
  10. a b da Dante Alighieri Opere Minori, Letteratura Italiana, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1965.

Bibliografia[modifica]

  • Dante Alighieri, Convivio, (edizione critica di G. Busnelli e G. Vandelli), Le Monnier, 1964.
  • Dante Alighieri, De vulgari eloquentia, a cura di Aristide Marigo, Le Monnier, 1948.
  • Dante Alighieri, Egloghe, in "Tutte le opere" di Dante Alighieri, Newton Compton.
  • Dante Alighieri, Epistole, in "Dante-Tutte le opere", a cura di Luigi Blasucci, Sansoni editore, 1965.
  • Dante Alighieri, De Monarchia, tratto da "Enciclopedia Dantesca. Appendice: biografia, lingua e stile, opere", Istituto dell'Enciclopedia Italiana fondato da Giovanni Treccani, Roma, 1978.
  • Dante Alighieri, Quaestio de aqua et de terra, in "Tutte le opere" di Dante Alighieri, Newton Compton.
  • Dante Alighieri, Opere Minori, Letteratura Italiana, Fratelli Fabbri Editori, Milano 1965.
  • Dante Alighieri, Vita nuova, in Opere minori di Dante Alighieri, volume II, commento e traduzione di Pietro Fraticelli, Barbèra, Bianchi e comp., Firenze, 1857.

Voci correlate[modifica]

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