Vai al contenuto

Giovanni Faldella

Al 2026 le opere di un autore italiano morto prima del 1956 sono di pubblico dominio in Italia. PD
Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
Giovanni Faldella

Giovanni Faldella (1846 – 1928), scrittore, giornalista e politico italiano.

Dai fratelli Bandiera alla dissidenza

[modifica]
  • Nicotera è il tipo più vivido e più pregno di moto dell'antico congiurato patriottico e ribelle eroico.
    Quanto diverso questo tipo poetico di congiurato e ribelle patriottico, scaturito nei tempi eroici, quanto diverso dal tipo prosaico del congiurato parlamentare e dell'avventuriero politico, che cresce nella gioventù meschina e faccendiera dei bassi tempi! Forse lo vedremo altrove. (parte quarta, p. 9)
  • [Carlo Pisacane] Il motto della sua bandiera era vittoria immediata o martirio. Egli non si acquetava alle salmodie parlamentari, agli inni sacri, recitati con religioso atticismo da Terenzio Mamiani nella Camera Sarda; si impazientiva delle arringhe diplomatiche del Cavour e della politica del carciofo di Casa Savoia; non si commoveva se Francia ed Inghilterra ritiravano gli ambasciatori dal regno di Napoli, per dimostrargli il loro malcontento; notava con sarcasmo, che la maggiore concessione strappata al Borbone dalle rimostranze inglesi era stata la promessa di migliorare le condizioni dei detenuti politici trasportandoli in America ed esclamava: «Quale più solenne smentita alle previsioni ed alle speranze del signor Mamiani!» (parte quarta, pp. 19-20)
  • In quel paese [la Sicilia, nel corso della spedizione dei Mille], dove la donna è più cara della vita, ed è più cara della libertà, le monache, aggiunse il Mario[1], non solo mandavano al Generale [Garibaldi] canditi in copia e cotognate, e buccellati, e bocche di dama, e castelli, e tempietti, e gli erigevano statue in zucchero, adorne di filigrana, di nastri ricamati e d'ogni altro lavorio della paziente e dolce industria claustrale; ma, quando ne vedevano la fisionomia soave e gloriosa, susurravano: Come somiglia a nostro Signore! e le più ardimentose volevano baciargli le mani; e siccome egli le ritirava, allora esse si avvinghiavano alla sua camicia rossa ed arrivavano a baciarlo in bocca. Il contagio di quell'arditezza giovanile toccava persino la matura badessa, che dapprima voleva sgridare le sue pecorelle dello scandalo; e poi finì anch'essa per baciare il Generale in bocca. (parte quarta, p. 59)
  • Pei loro studi naturali e positivi i medici sono i più lontani dai pregiudizi metafisici: accostando il maggior numero di sofferenze umane sono i più caritatevoli e democratici. Quindi anche nei paesucoli più remoti, se troviamo un liberale nelle elezioni, nella lettura e nella diffusione di libri e giornali, è desso d'ordinario il medico condotto. (parte quarta, p. 244)

Le figurine

[modifica]

Carluccio, búttero di un paesello in riva alla Sesia, conduceva tutti i giorni mezza serqua di giovenche e un paio di capre al pascolo; e, quando passava davanti la casa del pievano, soleva aggrapparsi alle inferriate di una finestra al piano terreno a fine di vedere le scansie alte e polverose della libreria parrocchiale.
Allorché poi sedeva coccoloni nel prato colle gambe incrociate intento a stracciare la tiglia da alcuni fusti di canapa e poi a intrecciarla per farne un frustino villereccio che sapeva schioccare benissimo ritornando nel villaggio, — egli spesso almanaccava intorno a quei libri che egli non sarebbe stato buono mai a leggere, e il poverino si beccava il cervello e tutto si ammattiva per la bramosia di conoscere che diavolo potessero contenere.

Citazioni

[modifica]
  • Il vero galateo è puramente e semplicemente la moneta spicciola di quel biglietto da mille lire che è la Bontà.[2] (p. 10)
  • [...] la famiglia [...] è il nido dell'uomo.[2] (p. 30)

Verbanine

[modifica]
  • Ieri adunque ho dovuto dire in istrada ferrata: viaggio in cereali; e quest'oggi ho scritto viaggiatore accanto al mio nome e cognome sul registro dell'Hôtel des Iles Borromées. Eh? Come è curioso il vocabolario commerciale! Viaggiatore io? Viaggiatore io, viaggiatore propriamente detto, viaggiatore di professione come Cristoforo Colombo, come Amerigo Vespucci, come il capitano Martini, come Edmondo De Amicis e come gl'inglesi messisi a far economia! Io viaggiatore della casa Cugini Zenzero e Comp., cereali, coloniali, legumi ed agrumi, Genova, Marsiglia ed Odessa, — io che viaggio principalmente da Carmagnola a Chivasso e da Vercelli a Pinerolo, con qualche rara capatina alla capitale per gli incanti della Amministrazione militare, sempre tardivi; io che ieri ho spedito il seguente dispaccio al mio principale: — riso bertone sostenutissimo, — riso fioretto calmo, — lupini animatissimi, segala stazionaria da 19,50 a 20,50; e ricevetti dal signor Bacciccia Zenzero quest'altro: — Fichi secchi preso slancio: pepe freddo — caricate X Lugano: io, che sotto questo mistero telegrafico nascondo una tonnellata di lupini animatissimi; — io adunque viaggiatore come i predetti Colombo, Martini, De Amicis, ecc.? (p. 4)
  • Devi sapere che tutti gli inglesi e le inglesine e gli inglesoni che si trovano in questo albergo, come quando sono in altri alberghi, dopo aver notato di giorno sul taccuino ogni cosa che hanno veduto: iscrizioni, monumenti, nomi botanici, numeri metereologici e titoli di uccelli imbalsamati, alla sera poi rifondono e riversano queste note nella prosa abbondantissima delle loro lettere, che scrivono alle sorelle, ai fratelli, agli amici, alle amiche, ai cognati, agli zii e in loro mancanza ai reverendi loro Pastori. In queste lettere descrittive si trovano magnifici saggi di letteratura inedita. (p. 5)
  • D'ordinario questi letterati e letterate pescano la loro erudizione nelle Guide; e siccome gli scrittori delle Guide, per far insuperbire i forestieri di ciò che hanno visto, non mettono né sale né pepe nel dare una presa di celebrità a un minchione qualsiasi, così i suddetti viaggiatori scrivono e mandano lontano mille leghe le loro meraviglie sopra le célèbre peintre Polinaccio o altro ignoto Michelangelo Buonascopa. (pp. 5-6)
  • Onde, non solo per affezione, ma eziandio per gratitudine alla letteratura e alla coltura in genere, trovandomi qui a Stresa, ho voluto visitare per la prima cosa il Collegio dei Rosminiani.
    Attraversai Stresa nei suoi zig-zag e saliscendi, Stresa, che è come una manata di case e di palazzine nuove o ritoccate, disseminate nell'ultima gradazione della collina che muore nel lago. E mi trovai sopra una strada dolcemente ripida e gentilmente granita, come le pareti delle case svizzere.
    Di tanto in tanto è necessario fermarsi per guardare indietro. Il polmone si pascola d'aria ognora più ossigenata e la vista si pascola di un panorama ognora più esteso. Che bell'azzurro! Che bella rispondenza fra le montagne, il cielo e l'acqua! Ecco il scenario teatrale, anzi coreografico dell'Isola Bella, ecco l'Isola Madre che verdeggia, ecco il grigiolato delle case che compongono l'Isola dei Pescatori. Ecco tutta la bella distesa azzurra del lago, costellata di luce e traversata dagli sbuffi di un battello a vapore [...]. Ecco la scia.... (non cercare nemmanco la parola nel dizionario) voglio dire il solco, ossia la squama d'argento, che si lascia di dietro il piroscafo.... E là in fondo c'è una superba stuoia di luce.... Pare che l'acqua bolla e che quel bollire sia oro. (pp. 10-11)
  • Alcuni anni sono la Comunità non aveva ancora fatto mettere colà alcun riparo, ed un prete forestiere, ritornando una sera alla sua montagna, passò di là con il tricorno che gli barcollava sulla testa e con i piedi rotondi, perché era un po', anzi molto, cotto dal vino. Ponfate! tombolò giù nell'acqua e vi rimase in guazzo per molte ore di notte. [...] Ritornato alla sua parrocchia, di li mandò lettere fierissime al municipio di Stresa, minacciandogli una lite per mancanza di parapetto. Il municipio gli rispose scherzosamente, che se egli non si chetava, esso avrebbe fatto citare lui per farsi pagare il parapetto nuovo, di cui non si era mai riconosciuto nel paese la necessità, prima di quella fulminante sbornia del reverendo. (pp. 11-12)
  • Qui a Stresa c'è una grossa fabbrica di confetti dei fratelli Bolongaro. Figurati che li fabbricano a grande velocità con una macchina speciale inventata dai detti fratelli e girata da un asino. Capisci, Rosina!
    I confetti girati da un asino come le paste della minestra! Pensa, quindi, se questa non è una fabbrica all'ingrosso, e se non può fare i prezzi più convenienti. (p. 16)
  • [...] ti ho lasciata sulla spianata del Collegio Rosminiano.
    Quando fui là sopra, dovetti premermi il petto con la palma della mano, non già per debolezza di stomaco; [...] e rimasi nella posizione dei preti, quando giurano, avendo essi il privilegio di toccare il petto in luogo del Vangelo.... rimasi in detta posizione a fine di comprimere il mio entusiasmo per il panorama, che mi si parava innanzi.
    Allora mi venne subito un pensiero: Io così piccino veggo tante cose di qui; e chi sa quante ne avrà vedute quel grande che ha fatto fabbricare questo collegio! E chi sa quante glie ne avrà dette a lui quel buon vecchietto di Alessandro Manzoni, che girava anch'egli per queste parti! (p. 16)
  • Questa enciclopedia umana, che si chiamò al secolo Antonio Rosmini, fu egregiamente scolpita dal Vela in una statua, che rappresenta il fondatore dei Preti della Carità inginocchiato a pregare nella navata sinistra della chiesa.
    Quel Rosmini di marmo prega, ma pensa, e pensando ha un sorriso di artista contento, perché sente giocherellare sulla fronte i riverberi del Santo Vero. (p. 18)
  • E Stresa è proprio un fomite di industria. Qui c'è veramente il tipo del giovinetto, che se ne parte dal suo nudo terreno e tira via a farsi una fortuna nel formaggio, nel curaçao, o negli alberghi, dove incomincierà la sua carriera da piccolo per finire, se va bene, da padrone.
    Ogni volta che mi affaccio alla finestra, vedo sulla strada del Sempione uno di questi giovani con la ghigna da ombrellaio, con l'ombrello sulla spalla e col fagotto sulla punta dell'ombrello.
    Buon viaggio! Buona fortuna! Buona onestà! Buona accortezza! e buon salvadanari!
    Sono parecchie le famiglie di qui, che dal niente si fecero strepitose fortune in Olanda e altrove.
    Per queste ragioni io ho voluto visitare con predilezione l'isolotto dei Pescatori, anziché l'Isola Bella e l'Isola Madre. (pp. 19-20)
  • L'Isola Bella è sicuramente bella; anzi è persino troppo bella; e troppi sanno che è bella.
    Chi non l'ha vista da bambino o da collegiale? Chi non è rimasto ammirato per quelle gradinate e quei palazzoni e quei muraglioni che pescano nell'acqua in modo venezievole? [...] E le maestose terrazze dei giardini, che discendono nel lago con incesso di maestose regine?
    E i boschetti, dove, in mezzo al verde fitto, secco, lucido, metallico, le grosse bacche degli aranci fanno una illuminazione dorata di pieno giorno?
    E le arcate, e le balaustre babilonesi?
    Oh, Isola Bella, isola elegante, isola incantata, quanti collegiali e quante sposine ti hanno ammirata, dopo che il conte Vitaliano Borromeo ti ha tirata fuori dell'acqua, tutta rugiadosa di perle, come una Venere neo-nata! (p. 20)
  • La prima volta che ti ho vista, insieme con i miei compagni di collegio, io era diretto da due professori, l'uno sballone e l'altro critichino.
    Il professore sballone mostrandoci i leoni di marmo, che ruggono ai piedi delle gradinate, protese un braccio e disse:
    — In certi giorni di feste solenni, come quando si marita qualche Borromeo o qualche Borromea, qui si fanno degli straordinari giochi d'acqua; e da queste bocche di leone saltano fuori veri fiumi per le battaglie navali, naumachìe, come si dice con parola derivata da greco fonte. (p. 21)
  • L'Isola Madre è una verde tacchina che cova nel lago.
    Ha dei cacti cresciuti con lusso australiano, con certe lingue che paiono armi di selvaggi, e certe spine che sembrano denti di pesce-cane; — ha viali, ha prati, ha sentieri coperti da un tappeto di foglioline, che sibilano al sibilare del vento con voce sibillina; — ha piante dalle foglie larghe, sbardellate, che sembrano vestiari da paradiso terrestre, ed ha piante con barboline di fiori, che disegnano nel sereno arabeschi calligrafici. — Vi sono macchie piene di silenzi, interrotti da echi tortoreggianti. (pp. 21-22)
  • [Sull'isola dei Pescatori] Sono partito dalle isole del lusso, dell'artificio, della ricchezza ereditaria, del casato che abbonda di cardinali, di santi, di guerrieri, di legislatori, di gentiluomini, — sono partito dalle isole della gente che da secoli è riuscita, e mi avvicino all'isolotto magro, secco, greggio della gente che lavora per riuscire. Mi pare di avviarmi a casa mia. (p. 22)
  • Dalla riva di Baveno mi si spiattellano innanzi le pareti rosate e le torri acuminate della villa Clara che l'ingegnere Henfrey dedicò alla propria moglie. La diresti un castello di un recente conquistatore normanno. E l'ingegnere Henfrey è un vero conquistatore venuto già dal Settentrione; ma non è un conquistatore della spada, della violenza, della ferocia; — è un conquistatore della nobiltà nuovissima, che deriva dall'utile, dalla scienza e dal lavoro. [...] Ora l'ingegnere Henfrey in particolare è una beneficenza milionaria a Baveno.
    Egli fu ben degno di ospitare nella sua Villa Clara la sua regina d'Inghilterra, che qui venne debitamente illustrata dal mio caro amico Gustavo Minelli, il più immaginoso, coraggioso e solerte dei reporters. (p. 22)
  • L'Isola dei Pescatori è un palmo di terreno petroso, in cui si incatricchiano le proprietà di centinaia di abitanti.
    Sulla riviera c'è un drappello di scolaretti pieni di brio, di salute e di impertinenza, i quali ci fanno corteo cantandoci dietro l'inno della Giobiascia (il giovedì grasso di Stresa).
    Troviamo vicoletti, callaiette, traghetti formati da scale e da portoni; e in co' dell'isola un po' di viale borghese che dà nel lago.
    Dappertutto: reti, odore, squame argentine di pesci, — uno schiaffeggìo e una frescura del lago, che si sente nel petto. (pp. 23-24)
  • Sicuro! da quelle nude rocce, che non danno nemmeno un buco per una sepoltura, tantoché i morti dell'isola si mettono in barca e si portano con un funerale nautico a seppellire in terraferma, — sicuro! da quelle rocce nude uscirono i fratelli Bocconi [...]. Oh benedetto questo piccolo terreno; che fa sciamare questi laboriosi figliuoli verso la colossale e splendida industria! (p. 24)
  • Ti spedisco un bel ritratto con alcune vedute dello stabilimento fotografico Boggiani e BacmeisterStresa, Lago Maggiore.
    Il cavalier Boggiani, padre dell'esimio pittore, è un bravo signore di qui, che ha sul lago un elegante vaporino di sua particolare proprietà. Spiacendogli stare con le mani in mano e fare delle svaporate senza costrutto, egli ha pensato di ritrarre più fedelmente che poteva il prossimo e le cose pittoresche del suo lago.
    Perciò imperlò sopra un ameno poggio una amena palazzina, e di detta palazzina fece uno stabilimento fotografico, che nella sua ampiezza è uno scatolino di confetti e d'amore. Ci sono gallerie e salotti con magnifici albums, magnifiche vedute, magnifici ritratti inquadrati e magnifici libri, fra cui il Vocabolario del Fanfani, che il cav. Boggiani consulta per far parlare la luce in ischietto italiano. (pp. 27-28)
  • Guarda questa veduta di Santa Caterina del Sasso. Come ci capisci l'orrido, lo scosceso del perpendicolo, e l'arco, l'ogiva del convento appiccicata al verde cupo, quasi nereggiante della roccia, che dirupa nel lago! (pp. 28-29)
  • Guarda questo mausoleo del Rosmini. Il marmo del Vela non fu per nulla tradito; c'è tutta la profondità serena del pensiero, che ti ho detto ieri, tutta l'eleganza e la ricchezza del panneggiato di marmo. Il cuscino, su cui è inginocchiata la statua del filosofo, pare morbido come ricotta. Leggi persino l'epitaffio: — Antonio Rosmini — Viro excellenti ac praestanti, ecc. (p. 29)
  • Guarda questo paesaggio di Stresa. A me pare di volarci sopra come un uccello.
    Guarda quest'Isola Bella! Come è nitido il fondo delle montagne a cui si addossa la fotografia dell'Isola. E l'Isola come è completa, e come spicca in tutte le sue particolarità, nei suoi spigoli, nei suoi alberi, nelle sue balaustrate, ecc...! E come stilla giù il riflesso perpendicolare della sua immagine capovolta nel lago! Non ho mai visto niuna fotografia rendere l'acqua con una verità come questa, che è un tradimento.
    Guarda questo palazzo della Duchessa di Genova. Pare un capello rosato da carabiniere di una Corte del settecento. (p. 29)
  • Il palazzo della Duchessa di Genova era del Rosmini, che lo aveva ereditato dalla vedova Bolongaro; e dal Rosmini o dai Rosminiani venne ceduto alla Duchessa.
    Ho potuto visitarlo.
    Ho voluto respirare anch'io, dove respirò da signorina la regina d'Italia, che qui è amata come un angelo e come una ragazza del paese.
    Quelle sale, quelle stanze sono di una fragranza e di una modestia che innamorano. Ho palpitato davanti a qualche ritratto storico contemporaneo; ho ammirato la modestia borghese, con cui sono arredate le stanze del principe Tommaso; ed ho rivedute come care conoscenze alcuni quadri, che la Duchessa aveva comperati alle mostre torinesi della Società Promotrice di Belle Arti. (p. 29)
  • Guarda quest'ultima veduta.
    È lo stabilimento dei fratelli Omarini. Vedi una cancellata lunga ed alta che sembra d'argento, davanti a un caseggiato imponente, tutto luce, finestre e balconi, reso allegro dai fiori e dagli arbusti che lo circondano, e reso acuminato dalle bandiere e dai parafulmini.
    L'Hôtel des Iles Borromées è il primo dei grandi alberghi capitali, che si sia piantato in Italia a rivaleggiare col Beau-Rivage del lago Lemano e con lo Schweizer-Hof di Lucerna.
    Pare un ministero. (p. 31)
  • Nel parco dell'Hôtel des Iles Borromées c'è una palazzina svizzera, che pare un nido di amanti. Ed è invece l'ufficio telegrafico dello stabilimento.
    Nel pianterreno dell'albergo c'è la sala del bigliardo, e poi la biblioteca quasi tutta composta d'opere di letteratura amena (mancomale straniera, se no, non sarebbe più amena). Queste sale hanno i loro regolamenti stampati e appiccicati alle pareti, proprio come nei ministeri. (pp. 31-32)
  • Un imponente spettacolo è quello del refettorio. (Ora che hanno abolito i conventi, mi piace chiamare cosi la table d'hôte; tanto più che questa qui degli Omarini non potrei chiamarla, italianamente, tavola rotonda, essendo bislunga, bislunghissima).
    Quanti rappresentanti di popoli e di razze mangiano insieme dentro questo salone! Lungo lo scintillìo interminabile delle porcellane e delle posate si vede innalzarsi la gesticolazione animata dei meridionali, e aprire la bocca, come automi, certi quacqueri del settentrione, per la cui musoneria il pranzo venne definito una funzione funebre. (p. 33)
  • Qui dietro, alla distanza di una camminata di poche ore, abbiamo la cima del Motterone, che fu meritamente soprannominato il Righi italiano. Ha 1468 metri di altezza e forma una penisola fra il lago Maggiore e quello di Orta.
    Di lì sopra si vede tutto il panorama dei laghi alpini, che si torcono, si prolungano e si incorniciano lucentemente fra le montagne; si vede l'onda solidificata di esse montagne dal monte Bianco all'Oertler-pitz con il monte Rosa, che piglia volentieri dal sole la tinta rosea che gli dà il nome; si vede lo scaglionarsi e l'ammucchiarsi delle balze, che paiono procedere e ristare come nubi e come pecore.
    E dalla parte della pianura.... Oh! bisogna allargare le braccia nel vedere il panorama della pianura.
    Ecco cento puntolini.... Sono le cento cittadi, onde l'italica contrada si imborga, come direbbe un oratore classico in una distribuzione dei premi.
    Ecco le guglie del duomo di Milano.
    E là in fondo.... sicuro! là in fondo, c'è qualcheduno, che, favorito da occhi di lince, pretende di veder tremolare la marina del Mediterraneo, che gli mandi un fascio di raggi ad inargentargli la punta degli stivaletti. (p. 34)
  • [Sul Colosso di san Carlo Borromeo] In poche parole è un campanile in forma di cardinale. Questo gigante mansueto è lì che benedice ai pesci e ai battelli del lago, non che ai popoli, alle messi e ai vigneti delle due rive.
    Si entra nel San Carlone per una piega della sua cotta. Nella sua testa si può fare una partita a tarocchi in quattro, e il suo naso è passibile di una avventura amorosa in due, come mi osservò un caposezione. (p. 35)
  • Ieri l'altro, predominato dal concetto di quel laghista, feci il viaggio a Locarno con l'immaginazione di avere in compagnia il conte Cavour, Massimo d'Azeglio e Angelo Brofferio.
    Passando davanti all'Orrido di Sant'Anna e ai castelli di Cannero, non solo sentii dentro me stesso le briose pagine descrittive di Giuseppe Torelli, ma vidi.... vidi in visione Massimo d'Azeglio, lui, quel tipo, quel carattere, quell'alta figura di perfetto gentiluomo e galantuomo, quell'acciaio purissimo, fortissimo, tersissimo.
    Presso Locarno, guardando la Verbanella, che fu già villa di Angelo Brofferio, vidi nell'immaginazione una scena che potrebbe formare il soggetto magnifico di un quadro di genere.... storico. (pp. 39-40)
  • [Su Gattico] Dopo avere fatto il mio acquisto di vino, il sindaco mi conduce a visitare i vigneti.
    Strada facendo osservo una gora che non ha niente della pozzanghera; anzi è fresca come un laghetto; un catino verde d'acqua cristallina circondato da lavandaie, che coi loro scanni pescano nell'acqua fino alle ginocchia; e fra il bianco delle loro maniche rimboccate si veggono battere, strizzare i panni spumanti di insaponatura.
    Queste contadine novaresi hanno visetti bruni ed ovali, e portano coltelli nelle trecce nerissime, come le madonne della campagna di Velletri.
    Io guardo le loro estremità rosse di salute... Che belle estremità da Driadi!... (pp. 121-122)
  • La villeggiatura del conte L. [Leonardi] a G. [Gattico] è una verde e boscosa ondulazione di terreno fra le vedute pittoresche del Lago Maggiore e del Lago d'Orta.
    A C, nel punto più trigonometrico e più fotografico del parco c'è il castello, architettato come la mezza gonna o i mezzi calzoni festosi della figlia di Madama Angot; cioè da una parte medio evo scolpito; ogive; portoni a sesto acuto; merletti del più nitido color di ruggine, che corrono pei cornicioni e intorno alle finestre; diresti che vi è passato sotto or ora Giovanni Aguto coi suoi berrovieri alabardati; e poi per l'altra metà un villino fresco come un giornale onesto stampato or ora, sbocciato come rosa di un minuto fa, civettuolo, come un domino dello stesso colore, allegro e ricco come un recente sposalizio signorile, un villino che farebbe furore in quella baldoria di villini, di cui va adornandosi la vostra ex-piazza d'armi. (p. 129)
  • Nella più bella fronte del villino c'è la biblioteca del conte, tutta impiallicciata dello stesso legno lucente come specchio, tanto nel soffitto, quanto sul pavimento: una bella stanza di forma ottagonale, cosicché pare costringa il pensiero al raccoglimento, tappezzata riccamente di buoni libri, la più parte di economia e di agricoltura; e davanti: un magnifico parterre, che pare allarghi l'orizzonte materiale e intellettuale.
    Che bellezza e che giocondità vedere dalla soglia di quella libreria scorrazzare per quei viali sconfinati e per quei cespugli odorosi amori di bambini, ricche e spigliate speranze di una famiglia e di un paese; ed uno di essi, elegante come un paladino e sicuro come una legge dinamica, trascorrere lestissimo sopra la ruota vellutata di un velocipede, scintillante come la corsa di uno scudo d'argento...! (p. 129)
  • Sulla soglia di quella libreria, con la faccia imbevuta di sole, io compresi tutta la provvidenza della campagna, che alimenta, non solo l'umanità nei tempi normali, ma la ricostruisce fisicamente e moralmente nei tempi critici, specialmente in quelle età di mezzo che corrono fra una civiltà e un'altra. Imperocché l'umanità a forza di agglomerarsi, durante una certa civiltà, produce poi tanto immondezzaio, che questo la ammorba e quasi la rimangia; — allora essa sgretolata e appestata è gettata a purificarsi e a rifabbricarsi nei varii punti della campagna; così il monastero e il castello del medio evo conservarono le lettere e le arti; si rinverginò nella cavalleria errante pei boschi il sentimento dell'onore; — scemò l'importanza delle città grosse e fiacche; e pullulò nelle sterminate foggie della natura campestre il rigoglio dei villaggi piccoli e vigorosi...
    Rosina! Ho a dirtelo con la testa ancora piena di quel sole che mi indorava il panciotto davanti alla biblioteca del conte?... Io credo prossimo un nuovo medio evo. La civiltà presente è una cambiale di prossima scadenza; la sua fede morale oggimai si regge soltanto sugli interessi materiali: e gli interessi materiali sono la più tarlata delle travature....
    Quindi, attenti ai villaggi!... e si badi a non maltrattarli né con le facezie dei giornali né con le imposte del Governo. (pp. 129-130)
  • Il lago è bigio, il cielo è bigio, ed anch'io ho l'anima bigia.
    I forestieri della bella stagione se ne stanno ammusiti; e trionfano quelli, a cui piace il lago anche d'inverno.
    È uno di quei giorni, in cui la musica più invidiabile pare che sia il borbottio delle castagne, che si lessano nella pentola. (p. 229)
  • Da principio, per una commissione del Rosmini, egli aveva puramente in animo di fare il panegirico dei quattro Santi del Lago Maggiore, di cui si inauguravano le statue nella chiesa dell'oratorio sul colle di Stresa. Poi dai Santi passò alle notizie storiche di Stresa, da questa a tutto il Vergante, e dal Vergante a tutto l'orbe terraqueo.
    L'intiera opera di quattro grossi volumi in 4.° (a cui manca tuttavia un fascicolo) è finora di 2040 pagine, e si può dividere ragionevolmente in tre parti: 1.ª Storia generale del mondo, che coinvolge quella del Lago Maggiore; 2.ª monografie locali; 3.ª biografie delle persone distinte, che nacquero presso il Lago, o vi ebbero qualche cosa a dire o a fare. (p. 236)
  • Si tratta di un lago. Quindi, anzitratto, che bazza per una descrizione preistorica della vita nell'epoca lacustre! Quanta libertà di fantasia! Sopra il lago forse veleggiò lungamente Nubicuculina, la città formata dal cuculo fra le nubi, e scoperta e descritta in un frammento di epopea preistorica da X Y, che mi fu supposto sia Michele Kerbaker, distinto grecista e orientalista, professore di sanscrito nell'Università di Napoli. [...] Ad ogni modo, sotto o non sotto la fantastica Nubicuculina, si può travedere un imaginario Lago Maggiore. (pp. 241-242)
  • Domina e si squassa nel Lago Maggiore il biscione dei Visconti, i quali, come molte altre grandi famiglie del medio evo, pretendevano discendere dagli antichi Romani e per essi dai Troiani:
    So pare a ven da Enea,
    Soa mare a ven da August.

    Raccontavano, che Anglo, progenitore dei Visconti e nipote di Enea, avesse fondata Anghera.
    Infatti parecchi Visconti ostentarono nella litania dei loro nomi sulle monete e sulla intestazione delle pergamene, ecc., il nome di Anglo.
    Quei tempi di smaccate vanterie genealogiche, furono altresì tempi di prepotenze, crudeltà e superstizioni esorbitanti. I nemici si rinchiudevano in gabbie di ferro; si educavano mastini ad azzannare le gambe dei prigionieri, e alla nascita di Matteo Visconti si favoleggiò, che muggissero nelle stalle tutti gli armenti. (pp. 255-256)
  • I predoni Mazzarditi avevano radunato nei castelli di Cannero una comitiva sgherra di tagliacantoni, fra cui era di molta reputazione il Bianco di Legiuno; e coll'aiuto del braccio secolare di costoro comperavano per forza qualsiasi proprietà, da chi non aveva nessuna volontà di alienarla; erano poi lesti a ripigliarsi il prezzo sborsato per cerimonia nell'atto, ed erano molto caritatevoli, se non costringevano i venditori di contraggenio a spiccare un volo nel lago dal Sasso Carmino.
    Or bene questi predoni analitici rappresentanti del medio evo furono sopraffatti dalla tirannide estesa, che si incamminava a statolatria, sintesi dei tempi moderni; i castelli dei Mazzardini furono smantellati nel 1414 dai Visconti. (p. 256)
  • Ma come nella mente dell'uomo pensier rampolla sovra pensier e la foga l'un dell'altro insolla, così nel giro e nell'impasto della potenza umana la forza di una famiglia intallisce alle radici un'altra, cresce, la guadagna, la soverchia e le succede.
    Così nel Lago Maggiore a quella dei Visconti succede la famiglia dei Borromei. Questa non ha la ferocia viscontea; ma una calma medicea, un'accortezza fastosa, nobiliare e ad un tempo un senso pratico popolare, un olfatto della opportunità; per cui quasi sempre le spettano virtus, honor, laus et jubilatio, tutti gli attributi del Tantum ergo. (pp. 256-257)
  • [...] quindi adottò, come figliuolo erede del suo nome, Vitaliano figlio della sorella maritata nei Vitaliani. Questi fu il capostipite dei Borromei di Milano e del Lago Maggiore.
    Essi ebbero quasi sempre costante il favore delle reggie e dei popoli, secondo le occasioni; ottennero le investitutre dei castelli del Lago Maggiore; e vi occuparono le fabbriche di panni già tenute dai soppressi Umiliati; onde borromée si chiamò una qualità di panno che usciva da quei lanificii, e borometa si chiamarono gli ambulanti mercantini di stoffe. (pp. 257-258)
  • Fra le onoranze, che seguitarono a fioccare ai Borromei, sono degne di menzione le visite di persone insigni alle loro isole, coi relativi famosi ricevimenti, feste ed opere in musica, e favolose accorte imbandigioni, in cui si gittavano, ad ogni nuova portata, i piatti d'oro dalla finestra e poi si raccoglievano in una rete nascosta nel lago. [...] ecco un elenco saltuario di visitatori: Carlo Emanuele di Savoia che nel 1599 fece la quarantena nelle isole durante il contagio, — il cardinale Odescalchi, che fu poi Innocenzo XI, — una serie di grandi cancellieri e governatori di Milano, — il duca di Mantova, — Isabella Cristina sposa di Carlo III (1708) — Napoleone I, che passeggiando con Giuseppina incise sulla corteccia di una gigantesca pianta d'alloro la parola battaglia, — il viceré Eugenio, — la regina Ortensia, — la principessa di Galles, — il re di Napoli (1825), — Carlo Felice, primo di Casa Savoja ad onestare la faccia del lago colla sua presenza di regnante mangiatore di grissini, — il re di Portogallo, — la ex-regina di Francia Maria Amalia d'Orléans, — l'imperatrice di Russia e la regina Vittoria d'Inghilterra e imperatrice delle Indie (1879). (p. 260)
  • Siccome le sponde orientale ed occidentale del lago appartenevano a governi diversi, il conte Giberto ebbe cariche ed onoranze per ciascuna delle due sponde. Così per la sponda piemontese ricevette da Carlo Alberto il collare dell'Annunziata che importa la cuginanza col Re.
    Giberto morì colmo d'anni e d'onori nel 1837 a Milano.
    Il figlio Vitaliano VIII seguitò il sentiero luminoso delle cariche paterne: fu gran coppiere e gran siniscalco del Regno Lombardo-Veneto; ma si rese vieppiù insigne per amore della scienza, della patria e del progresso umano. Comperò un rinomato museo mineralogico, prese parte alla Società di Navigazione sul Lago Maggiore e a quella della escavazione dei fossili in Lombardia, e all'altra della strada ferrata da Milano a Venezia. Fu nominato membro dello Istituto Lombardo di scienze e lettere; e fu Presidente generale del Congresso dei dotti a Milano nel 1844, quando Brofferio cantò:
    Borromeo, sour Vitalian,
    Che discours l'a tirà a man!
    A proposit d'j sapient,
    L'è vnù fora bravament
    A lodè 'l bast e 'l baston.
    Che discours! Che discorson!
    (p. 261)
  • In questo mezzo tempo un'altra famiglia spunta sul lago a promettere un'altra ramificazione [...]. È la stirpe dei Bolongaro, che si mantiene alteramente borghese, e cristianamente umile e devota. Con fredda costanza di bonomia mercantile, Giacomo Bolongaro conserva le forbici da sarto, che furono inizio benedetto della sua fortuna; ed ogni anno ingrassa un agnello per convitare a Pasqua i barcaiuoli e far carità in loro compagnia. [...] Così, narrà il mio onorando amico Enrico Bianchetti, "Giovanni Maria Farina, nativo di Santa Maria Maggiore in valle Vigezzo, si procacciò fama e colossale foruna con la fabbricazione e lo spaccio della rinomatissima acqua di Colonia, inventata da Gian Paolo De-Feminis, suo compatriota, che morendo glie ne aveva trasmesso il segreto." (pp. 262-263)
  • Così la ricchezza della nuova famiglia ritornò presto nella comune circolazione, trasfondendosi in nuovi altari, in nuove chiese, in nuovi alloggi per Francescani, in nuove scuole pie, in nuove altre beneficenze e sopratutto nella floridezza del nuovo Istituto Rosminiano, ed anche in opere di utilità borghese, come nella prima farmacia e nel primo ufficio di posta a Stresa. (p. 263)
  • La rocca di Arona si era rovesciata irremissibilmente; e coi ruderi di essa si erano rizzate le spalle alla nuova imperiale strada del Sempione.
    Si erano costruiti i cimiteri anche nei piccoli comuni, già ammorbati dal lezzo cadaverico del sagrato.
    Le comunicazioni, l'igiene, la dignità umana, il diritto civile, il benessere sociale privato e delle genti, tutto si era migliorato e aumentato.
    L'albero della libertà si piantò ed attecchì anche nelle zone montuose, sottomesse al vincolo forestale, fra le dure roccie, che il cardinale Federico Borromeo nella sua arditezza da secentista avrebbe voluto ammollire col mazzapicchio pastorale. (p. 264)
  • Per la libertà si combatté a Domodossola il 22 aprile 1798; e si ebbero valorosi soccombenti, e martiri fucilati a Domodossola e a Casale.
    Accaddero le reazioni plebee, come quelle delle Masse Cristiane e di Brandalucioni sotto la protezione e lo stimolo degli Austro-Russi, della fame e della sacristia; e queste reazioni irruppero più violente al declinare della stella napoleonica, quando più ne stremava la rabbia delle imposte e della leva militare. (p. 264)
  • Nel 1859, il generale liberatore, Garibaldi, prima delle altre forze alleate, fece il suo bel passaggio in Lombardia, e per quanto siano dotte le critiche di certi strategici contro di lui e spiacevoli le simpatie del reverendo De-Vit per il tedesco Urban, Garibaldi è magicamente vittorioso; e le due sponde del Lago Maggiore fruiscono della stessa libertà italiana.
    A Luino, le società operaie nelle loro feste annuali (con economiche gite di piacere) salutano in un giardino pubblico un bel Garibaldi, fresco di sasso, capelluto, nazareno. (pp. 264-265)
  • Nella filastrocca di uomini insigni appartenenti o appertenuti al Lago Maggiore, il De-Vit ha infilzato un prete Botino del 1600. [...] Or bene, quel colmo di scienza e di carità cristiana moderna, che fu il Rosmini, alcune volte faceva qualche cosa di somigliante.
    Nel 1830, quando il cardinale Morozzo, vescovo di Novara, si recò per visitarlo sul Monte Calvario presso Domodossola, lo trovò col grembiule allacciato ai fianchi, mentre attendeva per turno agli uffici di sottocuoco e portinaio del proprio istituto. (pp. 269-270)
  • Senza citare i classici frati regicidi di Francia, abbiamo già scoperto nella Storia Universale del Lago Maggiore il frate Umiliato, che tirò una superba archibugiata a san Carlo Borromeo.
    Fra gli illustri del Lago, il De-Vit ricorda altresì il padre Giuseppe Antonio Monti da Mergozzo, professore di istituzioni canoniche e segretario della Sacra Visita per le Case dei Regolari. Ebbene questo ispettore di frati, una volta, in un convento di Savoia, acchiappò alcuni sconci cappuccini smutandati in flagrante obbrobrio. (p. 275)
  • [...] Rosmini, i cui fasti si svolsero appunto sul Lago Maggiore. Egli morì, pur troppo, di lento misterioso veleno, forse ammannitogli da un azzurro inferraiolato, che comparve il mattino delle Ceneri del 1852 nel giardino rosminiano, ora della Duchessa di Genova, comparve con una boccetta per dare la goccia delle undici ore al caffè del Padre. Ma respinto da un servo dilungossi velocemente saltando sopra una barca, che tenevano apprestata quattro robusti barcaiuoli. (Vedi oltre alle Notizie del De-Vit, il Giocoliere di Piazza Castello pubblicato dal Ficcanaso).
    Or bene, la tomba del Rosmini è ricercata, visitata, venerata, come il sepolcro di un santo, dagli uomini e sopratutto dalle donne devote, che vengono anche dal Tirolo in devoto pellegrinaggio a Stresa. (pp. 277-278)
  • Per avere una misura del progresso moderno, ricordiamo, che tuttavia sul finire del secolo scorso gli industriali d'Intra (così fu chiamata, perché si trova fra due fiumi, intra amnes), prosperavano coll'arte dell'imbiancare le tele, le quali venivano a farsi inalbare da loro fin dalla Svizzera e dalla Germania. Ebbene, quella rinomanza e quella felicità avevano accesa tanta gelosia e tanta invidia superstiziosa, che le fantasie dei vicini vedevano i morti e specialmente le anime dannate imbiancare la tela con infernale secreto e poi ballarvi sopra in tregenda un correntone macabro. Quindi tanto gridarono contro ai Maghi d'Intra, che la legge dovette dar forza alla superstizione; e si abbassarono ordini superiori per proibire addirittura quell'industria. (p. 280)
  • Il cielo si è imbiancato serenamente; l'aura verbanina si è fatta profumata e frizzante, e come nei migliori versi descrittivi del Cavallotti; il lago è intagliato da splendori. Io veggo sorgere fra quegli splendori la tua immagine femminina, più bella e più cara di tutte le immagini, che ho trovate nelle mie scorribande storiche; più bella dell'Eva di Milton e della dama del medio evo; più pura e più savia della vergine selvaggia, eremitica.... Sì! (p. 291)

Incipit di alcune opere

[modifica]

Donna Folgore

[modifica]

Come sappiamo dal romanzo di Tota Nerina, la paesanotta Gilda rimestava con il tridente il letamaio, quando il giovane prof. Adriano Meraldi ritornò vittorioso del concorso di Pompei a San Gerolamo Canavese.
Essa era figliuola unica di Simone il falegname, curvo come un quarto di luna, senza essere molto gobbo, imperocché la curva riguardava piuttosto la testa che la schiena. Simone era un vecchio semplice con i capelli bianchi pallidi che in gioventù erano stati biondi lucenti. Pareva un San Giuseppe ricamato. Era buono, sottomesso a tutti. Avrebbe voluto che il Sindaco e il Parroco, Vittorio Emanuele II e Pio IX fossero sempre stati in concordia, come pane e cacio.

Un viaggio a Roma senza vedere il Papa

[modifica]

Il titolo è un po' lungo e coniato all'antica. Infatti i nostri vecchi, se avevano da intitolare qualche frittella, piantavano sul frontespizio un rombo o per lo meno un triangolo di parole, che spiegavano tutto il contenuto del libro.
Ad esempio: Della necessità del Padre Eterno con disquisizioni sugli Angeli, sui santi e su tutta la Coorte del paradiso, libri nove di Abelardo Nespola, con postille ed un indice copioso.
Altro esempio: Le prose di Leprone Mignatta, dove si passano in rassegna tutte le sorta di reti, paste, trappole ed istrumenti da pigliar pesci, e si insegnano nuovi modi di star sotto l'acqua, divise in sette capitoli, purgate e di nuovo con somma diligenza, ecc.

Una serenata ai morti

[modifica]

Un verde da vetriolo ammutolisce nei prati, le camere da pranzo sentono l'autunnale tanfo delle castagne lessate, e le cortine delle finestre prospicienti all'orto putono come una malora alla caduta delle pulverolente cimici selvatiche. Ridiventa buono l'interno dell'osteria.
Le partite a tarocchi e a bazzica, cui l'estate avea disperse o confinate in un angolo del pergolato per poche ore del vespro, si riuniscono di nuovo gagliardamente dietro la ghisa della cucina, e si protraggono fino a notte tarda.
L'osteria di Borgo Grezzo non ha titolo speciale, perché è unica; e le basta l'insegna della frasca; e la rinomanza dell'ostessa Ghitona. Un cacciatore, dopo averla assaggiata l'aveva dichiarata "non bella ma pulita".

Citazioni su Giovanni Faldella

[modifica]
  • Faldella possiede, come artista, un carattere pel quale si fa distinguere da tutti i giovani scrittori suoi coetanei. Ha una fisonomia propria, e gli stessi suoi difetti non dipendono da imitazioni, né da studi mal digeriti; sono suoi, proprio suoi e danno una cert'aria di originalità allo scrittore. Però quest'originalità, che spesso è naturale, diventa alle volte un vezzo ammanierato. Il suo singolare modo di scrivere è troppo ricercato, e quella studiata mescolanza di piemontesismi e di toscanesimi finisce per uggire.
  • Io lo seguo nelle sue passeggiate solitarie pei campi e pei colli. Nulla sfugge al suo sguardo attento e indagatore, e la vita campestre si rivela a lui sotto un nuovo e pittoresco aspetto. Nell'estate e nella primavera egli guarda minutamente ogni cosa: dalle allegre feste di un raggio di sole fra i rami degli alberi alle galline che razzolano nel cortile, dai prati pieni di quiete solenne alla chiesuola bianca e romita. I misteri del silenzio, i bisbigli sommessi delle foglie gli risvegliano nell'animo dolcezze misteriose, blande memorie, orizzonti infiniti. – E quando la campagna è squallida, quando la neve nasconde il terreno, egli dipinge con rara evidenza i candidi cappucci che coprono i comignoli, i tetti, i campanili. Il Faldella adopera il pennello più che la penna e ritrae la realtà nei suoi contorni più tenui.
  • Io vedo il Faldella nella quiete del suo paesello natio, dove lo tira a quando a quando l'affetto de' suoi compaesani, i quali lo fecero loro sovraintendente scolastico e presidente operaio e consigliere provinciale. Se potessero lo farebbero anche parroco.

Note

[modifica]
  1. Alberto Mario, autore de I Mille.
  2. a b Citato in Frasi celebri della letteratura italiana, Vallardi, Milano, 1994, p. 119. ISBN 88-11-93614-4

Bibliografia

[modifica]

Altri progetti

[modifica]