Pompeo Gherardo Molmenti

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Pompeo Gherardo Molmenti (1900 circa)

Pompeo Gherardo Molmenti (1852 – 1928), scrittore, storico e politico italiano.

Citazioni di Pompeo Gherardo Molmenti[modifica]

  • Il nome di Antonio Rotta è da molti anni conosciuto in Italia e all'estero. Il suo nuovo quadro rappresenta una vecchia, tutta grinze, che ha levato dall'armadio uno sciupato corsetto di seta, dalla foggia del secolo scorso, un corsetto che le avrà frenato le audacie del seno negli anni giulivi della giovinezza, e sarà stato testimonio di gioie, di feste, di esultanze, e forse, Dio nol voglia, di qualche scappatella. Il pensiero, prima di tuffarsi nel buio dell'eternità, si compiace di ritornare al passato. I ricordi si trasformano in rimpianti. Quel tumulto di passioni e di pentimenti sotto la fronte rugosa di quella vecchia! Combien je regrette | mon bras si dodu. | Ma jambe bien faite | et le temps perdu.[1] Tempo perduto niente. Ce lo assicura il lampo malizioso di quegli occhietti cisposi, che scintillano come brage fra le ceneri spente. Dio sa quante volte, ai tempi della Serenissima, la bella popolana, adorna del suo roseo corsetto, avrà ballato la furlana nelle sagre di Santa Marta, e Dio sa qunte volte su quella seta rosea si sarà posata la mano robusta e tremante di desiderio di un elegante gondoliere della Signoria, dalla cappa di velluto rosso e dal berretto all'albanese! No, c'è da scommettere che quella vecchia non deplora il tempo perduto, ma il braccio tornito e il seno bianchissimo. Il quadro del Rotta è dipinto con una leggiadria, una grazia, una nitidezza meglio uniche che rare. Forse l'eleganza rasenta la leziosaggine, liscia e minuziosa, ma l'imitazione perfetta del vero fa dimenticare la cura soverchia dei particolari.[2]
  • Marco Tabarrini, che parlò nobilmente dell'ingegno di Erminia Fuà-Fusinato, scrisse che la poesia di questa donna gentile è poesia vera, e non l'arte misera di far versi sopra argomenti accattati, vestendo poveri concetti in forme fantastiche e prosaicamente volgari. Quando si guarda da vicino la vita di un poeta s'incontra una grande diversità fra i suoi versi e le sue azioni. Nella vita d'Erminia invece, da ogni pensiero, da ogni azione, da ogni parola scaturisce quella poesia vivificante e serena, che si può dire l'eco dell'anima sua. La forma stessa linda e composta è uno specchio in cui si riflette il pensiero; non c'è niente di troppo, né concetti, né immagini, né eleganze. Essa non cade, come è vezzo moderno, nello strano e nel paradossale, per far che le sue idee acquistino aria di novità, ma esprime semplicemente ciò che sente e pensa, sincera nell'arte come nella vita.[3]

Impressioni letterarie[modifica]

  • In tutti i versi che il povero Teobaldo [Ciconi] ha lasciato non ci sarà la finezza dell'artista, ma in tutti si sente l'anima serena del poeta. (p. 25)
  • Come poeta drammatico egli lascia una traccia non cancellabile nella storia del nostro teatro. Sebbene i lavori del Ciconi sieno stati scritti sotto l'impressione di sentimenti e di fatti che non giungono all'animo nostro che come un caro ricordo, pure crediamo che non subiranno la sorte comune ai lavori di questo genere, che nati con l'occasione muoiono con quella. (p. 27)
  • Giuseppe Torelli fu un galantuomo, ed ebbe per guida nella vita quel vero buon senso, che non è da confondersi con quello che ha l'appellativo di comune e che corre le strade. Non ascoltò che la voce secura della coscienza, non conobbe le ipocrisie sociali, e chiamò sempre le cose col loro nome. Il Torelli, come tutti gli uomini onesti, possedeva quell'energia tranquilla che impone. Visse qualche tempo in corte, e non fu cortigiano. Fu un nobile esempio di quella democrazia che in generale è scritta nei codici, nei giornali, ma raramente nei cuori. (pp. 34-35)
  • Un critico originale ed ardito, che, fra i primi, ebbe il coraggio di francarsi dalla soggezione delle vecchie tradizioni, è il Camerini, nei cui scritti non si trova tutta la vita letteraria del popolo italiano, ma alcune delle sue faccie più caratteristiche. Egli vede ed apprezza tutto quello che é di buono nella nostra letteratura, e vede e nota molte cose, che mancano. Sdegnoso di calcare le strade battute, anima artistica e culta, severo con sé stesso, troppo indulgente verso gli altri, non è però sempre risoluto ne' suoi giudizi, e oscilla tra il determinato e un non so che di vago e di nebbioso. (pp. 40-41)
  • Il Locatelli non riescì tanto valente critico, quanto mirabile pittore di costumi. Quello che più s'ammira in lui è quella potenza descrittiva che vi fa sorgere dinanzi chiaramente e distintamente una persona, un paesaggio, una festa. (p. 69)
  • Il Locatelli è un vivace pittore del vero, è un accuratissimo osservatore delle idee e dei gusti del suo tempo, ma non lo si può ammirare altrettanto allorché vi discorre d'arte, di teatri, di lettere. Egli ha ereditato dal Gozzi il brio dello stile, ma non già la mente profonda, la vastità del pensiero. Però anche nelle sue critiche la stessa grazia amabilissima, la stessa purezza e la stessa eleganza della forma. Anche ne' suoi scritti critici lo spirito non è mai importuno: aneddoti, facezie, tutto egli sa collocare a suo posto. Non c'è mai nulla di troppo. Egli punge, ma non ferisce, e sa dire la verità con quel garbo di buona lega, che i nostri vecchi conoscevano così bene. (p. 70)
  • [...] se il Locatelli scrive alle volte come un poeta, non pensa però quasi mai colla profonda severità del filosofo. Il Locatelli nel giudicare le opere d'arte non è guidato da principî serî ed elevati, non guarda all'armonia dell'insieme, non considera che il freddo particolare. Non è una critica alta e filosofica, ma un seguito di argute e fine osservazioni. Certo non mancano al Locatelli né lo studio attento, né l'onesta franchezza, ma gli fanno difetto l'ardimento del pensiero e la larghezza degli intendimenti. (p. 71)
  • Innanzi alla tomba di Laura Mancini le donne italiane dovrebbero seriamente pensare, per ispirarsi ad un nobilissimo esempio di fede, di coraggio, di affetto. Era uno di quegli esseri che, nei momenti di sconforto, fanno ancora sperare del mondo e degli uomini.
    Da ogni suo lineamento traspariva una soavità, una distanza dalle cose mondane; e il delicato ovale del viso, il naso profilato, la fronte ampia rivelavano a prima vista la bellezza dell'animo e dell'ingegno. (p. 72)
  • Laura Mancini cantò tutte le fasi del risorgimento nazionale da Solferino a Villafranca, da Marsala al Volturno, da Aspromonte a Mentana. In mezzo alla rapida ispirazione, le sue poesie riescirono molto trascurate nella forma, eppure vi piacciono come una donna virtuosa in cui la non bella forma del volto viene largamente ricompensata dalla gioia dell'innocenza che le si diffonde sulla fronte. (p. 76)
  • Perché, o bizzarra natura, invece di creare del Prati un vero poeta, ti sei stancata a mezza via, ed hai stampato un misto di giullare di corte e di poeta? Perché, o bizzarra natura, hai voluto permettere che quegli il quale scriveva quei versi dell'Edmenegarda, che han fatto brillare tante, lacrime in tanti begli occhi, abbia potuto scrivere ancora che il monte fa intorno a sé un mantello di lampi e di paure? I versi del Prati ci danno l'idea di quei sigari svizzeri, eccellenti fino alla metà, e che dalla metà in giù conviene buttare da un canto. (p. 78)
  • In Prati vi sono due poeti; v'è quello che scrive come amore gli detta, e v'è quello che butta giù endecasillabi, ottonari, quinari, solo per mettersi un nastro da cavaliere sull'occhiello dell'abito. (p. 78)
  • La fama dell'Aleardi è dovuta alle donne. Un bell'uomo, che s'atteggiava un pochino a martire (allora la cosa era di moda e ci si credeva), che parlava bene, sempre pronto a scrivere su per ogni albo versi gentili, che aveva modi così garbati... c'era più di quanto occorreva per riescire simpatico alle donne. Aleardi era divenuto il beniamino delle signore. (p. 85)
  • [...] c'era una cosa che turbava i sonni del nostro poeta. Il suo babbo aveva creduto bene di battezzarlo col nome di Gaetano, e all'Aleardi non garbava punto un tal nome; figuratevi niente di più prosaico che un sor Gaetanino. Ma un dì ei ci trovò rimedio e si ribattezzò col nome di Aleardo: nome, per dirla con un buon francese, qui attire et sonne bien. (p. 85-86)
  • Giosuè Carducci in mezzo al culto amoroso della poesia non ha abbandonato gli studi severi della critica. Nel Carducci conviene distinguere due persone, il poeta ed il critico; il primo non rassomiglia punto al secondo. Enotrio[4] poeta è impetuoso, irrequieto, impaziente d'ogni difficoltà, e sempre pronto a rompere, come il Duca di Borgogna, l'orologio se suoni un'ora che lo chiami a ciò ch'egli non vuole. Il critico invece medita lungamente e scrive avvisato ed arguto, sapendo unire agli splendori dell'immaginazione la forma culta ed elegante, l'erudizione profonda. Il Carducci sa tenersi lontano dalla nebulosità del De Sanctis, dalla elegante leggerezza del Settembrini, dalla troppo minuziosa analisi del Camerini e si manifesta co' suoi Studi letterarî uno dei più dotti ed arguti critici d'Italia, accoppiando alla serietà alemanna, la vivacità ed il calore degli ingegni del mezzogiorno. (pp. 98-99)
  • Il Caccianiga ha [...] il torto di giudicare la società senza risentire le passioni che la agitano. Dal riposo e dall'innocenza della vita campestre egli crede dipingere la vita, ma la mano trema, esagera i contorni e il quadro riesce un po' di maniera. La sua voce spesse volte giunge come un'eco simpatica, ma languida, e i suoi apprezzamenti restano sempre nei campi della teoria, sicché non se ne può trarre utilità. Il Caccianiga ha il torto di voler troppo moralizzare e di assidersi Geremia novello sulle rovine della patria, lamentando la miseria dei tempi e degli uomini. Ma allorché il Caccianiga sveste la giornèa del moralista[5], scrive qualche bozzetto con una verità e leggiadria inimitabili. (p. 117)
  • I calmi sentimenti, le soavi ispirazioni che ci desta la mestizia dell'autunno, s'incontrano nei racconti di Caterina Percoto. Da ogni scritto di questa donna spira il casto olezzo della virtù, e un candore di pensiero che lascia una certa posatura di dolcezza in fondo al cuore. (p.121)

La pittura veneziana[modifica]

Incipit[modifica]

  • Venezia non comparisce degnamente nel campo dell'arte se non nel secolo XV, quando già l'architettura e la scultura erano in fiore. Non è peraltro da credere che l'arte del disegno e dei colori fosse ignota negli albori della vita veneziana. Se, nei primi secoli, le case private dei veneziani erano umili, non così può dirsi delle chiese, che sorgevano numerose, quasi per attestare che la fede in Dio era guarentigia della libertà della nuova patria. E le chiese, come quelle di Grado e di Torcello, scintillavano per i mosaici degli artefici venuti da Bisanzio, con cui le isole della laguna avevano continue relazioni politiche e commerciali.

Citazioni[modifica]

  • Dopo la metà del trecento, un artefice, conosciuto con il nome di Antonio Veneziano, fu chiamato a dipingere la sala del Maggior Consiglio in Palazzo Ducale [a Venezia]. Ma sebbene, al dir del Vasari, avesse dato eccellenti saggi del suo valore, fu congedato, onde avvilito si condusse in Toscana e considerò sempre come sua patria Firenze. (cap. 1, p. 8)
  • Rosalba Carriera, fine, espressiva, delicata anima d'artista, [...], dipinse ritratti a pastello con maravigliosa finezza di tocco e facilità di disegno. Ne' suoi pastelli c'è la verità illuminata dal raggio della poesia: le sue patrizie non sono proprio come erano, ma come volevano essere. (cap. 5, pp. 112-113)
  • Come il Gallina riproduceva sul teatro la Venezia odierna, così il Favretto sulle tele. Giacomo Favretto e Giacinto Gallina, questi due gemelli dell'arte veneziana, così somiglianti nell'indole dell'ingegno, nella bontà dell'animo, nel modesto aspetto della persona, nella morte immatura, penetrarono senza sforzo, per un'intuizione nativa, nell'intima vita del popolo. L'arte del Gallina è più profonda, più dominata dal sentimento, ma la superficialità delle impressioni del Favretto è compensata dal brio della osservazione. (cap. 7, p, 152)
  • Quando, per la Mostra internazionale del 1899, si pensò alle Esposizioni individuali collettive, e si raccolsero in una sala più di quaranta quadri del Favretto, fu un grido di ammirazione. Sebbene in alcune tele, dopo così breve tempo, apparissero fosche e cupe le tinte, appannate le luci, come nel Liston del 700, da tutto l'insieme di quella esposizione emanava uno splendor così lieto, che nulla di più dolce agli occhi e allo spirito. La sua gloria in vero non corre pericolo di essere sommersa dal flutto di nuove idee, il gusto mutato non scema la grazia spirituale dell'arte fravettiana, e la pupilla si abbandona ancora con voluttà su quell'armonia di tinte, rivelatrice dell'animo dell'artefice sereno, che inebriò la pittura veneziana di sole, di aria, di vita. (cap. 7, p. 155)
  • Artista virile, il Ciardi sa rendere la forte poesia del vero sia ch'egli ritragga i monumenti veneziani, o le larghe pagine virgiliane dei meriggi campestri, o le borgate pittoresche alle falde delle Alpi dolomitiche, tra i gravi silenzi delle selve. (cap. 7, p. 163)
  • Non al vivido sole, ma alle più cupe fantasie e alle più strane visioni, sembra invece ispirarsi quell'originalissimo ingegno di Mario de Maria, meglio conosciuto sotto il nome di Marius Pictor. È nato a Bologna nel 1853, ma vive ora a Venezia, che nella sua solitudine piena di visioni, nella sua pace piena di memorie, può considerarsi la patria ideale del bizzarro pittore. Il quale ama le solitudini strane, i gagliardi contrasti della luce e dell'ombra, gli oscuri contorni delle case, che staccano sul grigio dei cieli d'autunno, e le notti tragiche, funeree, illuminate dalla luna fuggente dietro le nuvole. Certi suoi quadri fanno pensare ai racconti di Edgardo Poë. (cap. 7, pp. 165-167)

Studi e ricerche di storia e d'arte[modifica]

  • Guardate san Marco! E una sublime bizzarria. I rosoni, i rabeschi, gl'intrecci, i pinacoli, slanciantisi al cielo, hanno l'aspetto di una lussureggiante vegetazione di pietra. Le arcate a trifoglio, le aguglie traforate, l'innesto dell'arco acuto sul bizantino, tutta l'opera in fine, con la sua ricca veste di sculture e di cesellature, sembra una vasta sinfonia nel marmo, o meglio, per dirla col Tommaseo, tutto l'edificio par quasi una divina poesia, che riempie di sé l'anima e la abbraccia di un tratto. (pp. 3-4)
  • Anche nelle questioni religiose, il popolo veneto, con retto giudizio, seppe tenersi lontano dalle inquietudini dell'ascetismo e dai furori de' scismi, seppe dividere i diritti della Chiesa da quelli dello Stato, incarnare il pensiero di un grande, il quale affermava la vera religione cristiana dover camminare per la via del cielo e non poter, per conseguenza, incontrarsi col governo politico, che cammina per la via del mondo. (p. 83)
  • Tra Francia e Venezia c'è sempre stata, nella vita intellettuale, una partita aperta di dare e avere. Ha detto bene Madama di Staël: «nous avons besoin les uns des autres, la littérature de chaque pays découvre une nouvelle sphère d'idées». La città, circonfusa di mistero gentile e melanconico, apparve sempre di una bellezza famigliare all'animo, nelle fantasie dei poeti e dei pittori francesi. E noi, di ricambio, abbiamo amato la Francia nelle pagine de' suoi grandi scrittori, che ci hanno appreso a onorare il suo nome e ad ammirare la sua gloria. (p. 139)
  • La Francia è stata sempre impetuosa, generosamente irriflessiva, pronta alla gioia e all'abbattimento: Venezia, per converso, calma, fredda, ricca di senso pratico, qualche volta fino un po' troppo calcolatrice. L'una ebbe fiamma d'entusiasmo, l'altra potenza di volontà; l'una ebbe forte la fantasia, l'altra la riflessione; l'una sopportò spesso mal volentieri e fra le agitazioni i suoi governi, l'altra mantenne il suo per quattordici secoli, quasi immutato; l'una ebbe le donne inspiratrici della cosa pubblica, reggenti, regine; l'altra non permise mai alla donna di uscire dalla naturale sua cerchia; l'una fu insanguinata dalle lotte religiose più fiere; l'altra seppe, fin dalle prime, separare i dritti del cielo da quelli della terra. Pochi paesi furono, più di questi due, dissimili, pochi più amici. (p. 140)

Venezia. Nuovi studi di storia e d'arte[modifica]

  • Fra quelli che [in Francia] richiamarono la pittura dalla convenzionalità alla inspirazione diretta della natura presto si manifestarono due correnti: l'una con Edoardo Manet, iniziatore, insieme col Degas, della scuola dell'aria aperta, artefice luminoso, vibrante, ricercatore della macchia; l'altra con Gustavo Courbet, franco, vigoroso, solido, nemico di ogni volgarità, d'ogni falsa eleganza nell'Enterrement à Ornans, nella Biche forcée à la nage, nella Curée, ma duro, fosco, quasi repulsivo nella Chasse au renard e in altri quadri, dove l'originalità si cambia in stranezza, la scioltezza in esagerazione. (p. 376)
  • [...] dalla Spagna giunge in Italia un artista, allietato da tutti i sorrisi della fortuna, da tutte le voluttà del trionfo. Nei quadri di Mariano Fortuny la luce vibra, sfavilla, sfolgora, trionfa: i colori più allegri, le tinte più calde, i moltiplicati riflessi, i più luminosi rifrangimenti producono un barbaglio da far parer pallido e opaco qualunque altro oggetto su cui posiamo lo sguardo. Questa pittura svolgentesi tutta ardori e colori ebbe azione profonda, ma non sempre benefica, sulla giovane arte italiana, la quale si lasciò affascinare dalla impressione gradevole, dalla mirabile virtuosità. (p. 377)
  • Il Favretto, pur mantenendo la sua ricca e fervida originalità, seppe far tesoro degli esperimenti altrui. Era istruito tanto da comprendere ogni ragione dell'arte, se non per istudio e cultura appresa, per certa felice intuizione. Fu un ribelle temperato dal freno dell'arte, arte ch'egli seppe agitare, con certa salutare inquietudine, la quale non ha nulla di comune con le furiose e torbide innovazioni. L'impeto riformatore non poté mai trascinar la sua mente oltre i limiti del giusto; il suo genio non era fiamma viva che abbrucia, ma virtù riposata che illumina. Lasciando il cammino tracciato dai vecchi, seppe aprirsene uno nuovo, conservando sempre la misura; allargò con temperanza le forme dell'arte, e con la eccitabilità imaginosa, coloritrice del suo ingegno, ristaurò e rifece, inspirandosi al presente, non disprezzando il passato, conservando tutto ciò ch'era degno ed utile. (p. 388)

Incipit de L'arte veneziana del Rinascimento[modifica]

Correva l'anno 1495 (perdonate, o Signori, se incomincio come usava nei vecchi romanzi storici di mezzo secolo fa), correva l'anno 1495 e Filippo de Commines, ambasciatore di Carlo VIII, entrando a Venezia, esclamava ammaliato: — la più trionfante città che io abbia mai veduta!

Note[modifica]

  1. I versi sono tratti da Ma grand'mere di Béranger (in Œuvres complètes de Béranger, H. Fournier, Parigi, 1839, vol. I, p. 20). Traduzione: Come rimpiango | il mio braccio così tornito. | La mia gamba ben fatta | e il tempo perduto.
  2. Da L'arte veneta all'esposizione di Parigi, in L'illustrazione italiana, anno V, 1° semestre, Fratelli Treves, Milano, 1878, p. 234.
  3. Da Erminia Fuà-Fusinato e i suoi ricordi, Fratelli Treves editori, Milano, 1877, cap. VI, p. 233-234.
  4. Enotrio Romano: pseudonimo utilizzato dal Carducci.
  5. Smette di atteggiarsi a (o assumere il tono di) moralista.

Bibliografia[modifica]

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