Giulio Salierno

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Giulio Salierno (1935 – 2006), sociologo e scrittore italiano.

Autobiografia di un picchiatore fascista[modifica]

  • Per quanto potevo ricordare ero sempre stato fascista. In modo naturale, ineluttabile, come si digerisce, come si respira. Ero un bravo bambino borghese, benvestito, educato. Una famiglia di militari. Il padre funzionario del ministero di grazia e giustizia, ex ufficiale. Uno zio ufficiale della marina morto in guerra. Un terzo zio, ufficiale anche lui in marina, fatto prigioniero in Grecia. Fascisti? Dipende da cosa si intende per fascismo. Allora, per me, s'identificava con le aquile, la camicia nera, l'immagine e i discorsi del duce. (cap. I, p. 15)
  • Avevo deciso di iscrivermi al Movimento Sociale soprattutto a causa di Trieste. Il MSI era il più strenuo difensore della italianità di quelle terre. A scuola non si faceva altro che parlare di Trieste, il concetto di patria era molto forte in noi, nel senso più viscerale, più gretto. In massima parte eravamo studenti di destra, figli di funzionari fascisti o ex fascisti. Il fascismo dei genitori s'era trasmesso a noi attraverso l'ideale di patria. (cap. I, p. 18)
  • Vivevamo tutti come in un limbo. Dai dieci ai quattordici anni non seppi mai che ci fosse stata una cosa chiamata Resistenza. A scuola, la professoressa diceva soltanto che, dopo il 1943, c'era stata una guerra civile in Italia: da una parte i fascisti e dall'altra gli antifascisti. Quando qualcuno le chiedeva di spiegarsi meglio eludeva la domanda o rispondeva che dare un giudizio era impossibile perché si trattava di fatti troppo recenti. A me ogni tanto veniva un dubbio; chi aveva torto, chi ragione? Nessuno mi aiutava a risolverlo, soprattutto a scuola. Sapevo tutto su Garibaldi, e nulla su ciò che era successo dal momento in cui ero nato. L'insegnamento della storia si arrestava alla prima guerra mondiale. (cap. I, pp. 18-19)
  • Le pistole e i fucili occultavano l'insicurezza e offrivano una maschera di virilità. La prima volta che avevo impugnato un Thompson calibro 45 avevo provato una indescrivibile sensazione di potenza. Avevo in mano un oggetto capace di sparare quaranta colpi, ciascuno dei quali mortale. Mi ero sentito subito diverso. Più forte, più coraggioso. Mi era parso di crescere di statura. (cap. V, p. 106)
  • Per noi attivisti le parole di Almirante significavano una cosa sola: fare attentati, picchiare. Il MSI non sarebbe mai dovuto diventare un partito d'opinione, ma un organismo militarizzato. Immagine legale, ma struttura da OP. Certo nessun dirigente di vertice era mai stato così folle da ordinarci di mettere una bomba alla CGIL o a una sede del PCI. Al contrario, i consigli, le disposizioni erano di star calmi, temporeggiare, riflettere. Poi, però, venivano certi discorsi, certe mezze frasi, certe affermazioni come: «La violenza è un mezzo razionale e purificatore». A tradurle nella realtà ci pensavamo noi. (cap. VIII, p. 150)
  • Era giovane allora Almirante, non aveva quarant'anni, e, a differenza di Michelini[1], mi era simpatico anche sul piano personale. Aveva forse ereditato dalla famiglia il gusto del palcoscenico, della battuta pronta. Ma non ricordo mai di averlo sentito dire una volgarità, anche spiritosa. (cap. VIII, pp. 150-151)
  • Avevo scoperto in prigione che la differenza effettiva tra il MSI e i partiti governativi era data soprattutto dal diverso apprezzamento dei metodi di lotta al comunismo. Il MSI, il neofascismo non era un residuo del passato, ma uno dei fattori oppressivi espressi nel presente dalla classe dominante; Michelini o Almirante erano facce della stessa medaglia reazionaria espressa nello stato sorto sulle ceneri del dopoguerra. Anche se il MSI si configurava come semplice gruppo di manovra, movimento ausiliare, raccogliticcio e mercenario che non poteva neppure aspirare allo stato di partito della borghesia. Come fascista, mi ero illuso di essere fuori dal sistema, mentre c'ero dentro fino al collo. Io e gli altri attivisti, compiendo attentati e aggredendo i rossi, eravamo persuasi di agire nell'interesse della nazione; invece difendevamo il profitto di pochi. (cap. VIII, p. 170-171)

Note[modifica]

  1. Arturo Michelini (1909 – 1969), segretario del MSI dal 1954 al 1969.

Bibliografia[modifica]

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