Giuseppe Merzario

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Merzario in una caricatura di Luca Beltrami

Giuseppe Merzario (1825 – 1894), patriota, politico, letterato ed educatore italiano.

I Maestri comancìni[modifica]

  • Ma una fatica sostenuta con paziente intelligenza, della quale a Marco d'Oggiono devono essere grati artisti e arte, fu di ritrarre con fedeltà e vita il Cenacolo di Leonardo alle Grazie, che pochi anni dopo fatto, per il modo tenuto nel frescarlo, andò deperendo e a tal punto, che il Vasari, che venne a Milano e lo esaminò nel 1566, ebbe a scrivere, che «non si vedeva più che una macchia abbagliata». (vol. I, p. 679)
  • Nella galleria di Brera si scorgono due quadri freschi, ben intonati, splendenti di Ambrogio Figino. Uno raffigura Lucio Foppa, maestro di campo, ravvolto in arme d'acciajo, con elmo dorato, sul quale è scritto il nome del pittore, in atteggiamento guerresco, veramente caratteristico secondo lo stile della scuola milanese: l'altro è la Vergine con il Bambino tra S. Giovanni Evangelista e S. Michele che abbatte Lucifero, grande tela con sfoggio di notomia, con contrasti di luce e ombre, con precisione di contorni e vivezza di espressione. Il Mongeri, ravvicinando questi due dipinti, nota come nel primo possa quasi vedersi l'ultimo anello dell'arte caratteristica milanese, e nell'altro l'autore si mostri già travolto dall'influsso dell'eclettismo, e dal predominio della scuola di Michelangelo, che chi non aveva fior d'ingegno e forza propria di resistenza trascinò nei gorghi del secentismo e del barocco. (vol. I, p. 686)
  • Nella Galleria di Brera vi è il suo ritratto, fatto da lui stesso, con viso giovane, roseo, sorridente, colla persona avvolta nell'abito dei soci dell'accademia, della quale era abate, ossia presidente, della Valle di Bregno, stanza amena e tranquilla di gente pastorale ai piedi del boscoso Lucomagno. Se il Lomazzo fosse vissuto di più alla luce del mondo, e avuto avesse il tempo, com'ei sospirava cieco, d'esprimere l'arte co' suoi veri colori: chi sa se non sarebbe salito molto in alto e raggiunto il valore dell'ammirato suo zio Gaudenzio Ferrari[1]. (vol. I, p. 689)

Incipit di Storia del Collegio Cicognini di Prato[modifica]

Niuno è forse che visitando la città di Prato, fiorente per industrie, e ricca di benefici Istituti; e passando la prima volta innanzi al Collegio Cicognini, non si fermi a contemplare quella mole, la quale, come ogni vasto monumento, possiede certa virtù, che opera sulla facoltà visiva non meno che sulle intellettuali. Quella facciata simmetrica, severa, avente più di centoquaranta braccia di lunghezza, e oltre a sessanta di altezza, quantunque guasta e rosa dalle ingiurie di quasi dugento anni, è tale fuor di dubbio da imprimere non so quale sentimento di ammirazione; e le sue linee architettoniche, sebbene accennino a un gusto alquanto depravato, e diano alla fabbrica un'impronta tra il sacro e il profano, manifestano ampiezza di concetti e di mezzi in chi la ideò e la trasse a compimento. Peccato che di fronte al sontuoso palazzo non si stenda un largo piazzale, sicché una proporzionata lontananza giovi a far meglio spiccare le diverse parti, e a rendere più bella l'armonia delle parti col tutto.

Note[modifica]

  1. Gaudenzio Ferrari (fra il 1475 e il 1480 – 1546), pittore e scultore italiano.

Bibliografia[modifica]

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