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Giuseppe Merzario

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Merzario in una caricatura di Luca Beltrami

Giuseppe Merzario (1825 – 1894), patriota, politico, letterato ed educatore italiano.

I Maestri comacìni

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Volume I

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  • [Maestri comacini] Essendoci noi proposto di scrivere la storia di questi Maestri o artisti; ragion vuole che la si incominci colà dove deve incominciare, cioè dai primordi dell'età medioevale, e quasi quasi dalla caduta dell'Impero Romano, che secondo le nostre indagini, è il tempo della loro manifestazione. I nostri studi sui più credibili autori e documenti mettono in chiaro e ci pongono innanzi il succedersi e diffondersi di uomini e famiglie, ora più ora meno numerose, di artefici e di artisti, che sbucano in gran parte dai tre laghi e dalle valli e dai colli adiacenti e circostanti, e per il corso di mille e più anni migrano regolarmente, come per istinto, al pari delle rondini e delle grù, dai loro paesi di nascita, si uniscono con altri delle contrade finitime, uguali di dialetto e di abitudini, e in squadre si recano colà dove si stanno per imprendere, o incominciano a fervere grandi lavori edilizi, e ovunque lasciano un'impronta onorata, sempre quella della forte resistenza, non di rado l'altra di un'elevata intelligenza, talvolta perfino quella del genio. È un fatto, che si può dire meraviglioso e quasi miracoloso, la esistenza e la persistenza di un piccolo popolo, che vive dell'arte e per l'arte attraverso molti secoli, in mezza a migliaia di cambiamenti di persone e di cose e a continue vicissitudini delle condizioni politiche e sociali. (vol. I, Proemio, p. 24)
  • [...] la storia dei Maestri nostri si mantiene tutt'altro che ristretta, e isolata in breve cerchia; ma si allarga, e via via si intreccia colla storia civile e artistica d'Italia, e un po' anche con quella forastiera. E la successione e trasmissione, per così dire, ereditaria di generazione in generazione, di secolo in secolo, dal 600 al 1800, dell'arte proteiforme ma ferma e stabile in una agglomerata unione di paese, quasi fosse una famiglia, legittima la conservazione del titolo d'antica data, ch'ebbe fino da' suoi primordî questa famiglia sempre vivente di Maestri Comacìni. (vol. I, Proemio, p. 27)
  • Leonardo [da Besozzo] si recò pure a Napoli, ove deve aver soggiornato qualche tempo, ed eseguite opere importanti. Nella chiesa di S. Giovanni a Carbonara frescò la Cappella gentilizia della nobile famiglia Caracciolo del Sole, lavoro grandioso e pregevolissimo, ch'era stato attribuito a parecchi pittori napoletani, e venne rivendicato al maestro comacìno, essendosi potuto rilevare e leggere sulle pareti le parole: «Leonardus de Besuccio de Mediolano hanc capellam et hoc sepulcrum pinxit.»: Leonardo da Besozzo di Milano dipinse questa cappella e questo sepolcro. (vol. I, cap. IX, p. 265)
  • Salutiamo la Certosa [di Pavia], che può dirsi una permanente esposizione di dipinti i più graziosi, di sculture le più eleganti, di bronzi e intagli i più preziosi: è una vera scuola di architettura e dei diversi stili che si succedettero, dal gotico-lombardo, che spiegasi severo nelle vòlte arcuate e nei piloni massicci, e dal lombardo-bramantesco, che sorride nei rigiri del chiostro a vari colori e nelle pietre cotte dei fianchi, del retrocoro, della cupola, delle guglie, fino al classico Michelangiolesco e ai principi del barocco. Qui vi sono fasci di luce del genio, pagine immortali della storia dell'arte! (vol. I, cap. XVII, p. 505)
  • Intorno al carattere di Bernardino [Luini] si tramandarono talune curiose storielle. Si disse che amasse recarsi di preferenza ai conventi dei frati e ai presbiteri di qualche buon piovano, ove accontentavasi della scodella della minestra e di un magro soldo. Ciò starebbe in relazione colle abitudini di altri pittori del tempo, per esempio di Andrea del Sarto. È certo e gli fa onore il non aver mai bussato alle porte dei principi, e il non essersi seduto lautamente salariato nelle sale e alle mense, come il Vinci, dei duchi di Milano, dei Borgia, dei re e magnati di Francia. (vol. I, cap. XXI, p. 646)
  • Il Luini nel dipingere fu di una fecondità e operosità maravigliosa: forse la sua natura energica lo incitava al lavoro; forse le scarse sue pretese gli accrescevano la cerchia dei clienti; fatto è che il numero dei prodotti accertati del suo pennello, esistenti ancora in Italia e all'estero, passa il quattrocento. (vol. I, cap. XXI, p. 647)
  • Ma una fatica sostenuta con paziente intelligenza, della quale a Marco d'Oggiono devono essere grati artisti e arte, fu di ritrarre con fedeltà e vita il Cenacolo di Leonardo alle Grazie, che pochi anni dopo fatto, per il modo tenuto nel frescarlo, andò deperendo e a tal punto, che il Vasari, che venne a Milano e lo esaminò nel 1566, ebbe a scrivere, che «non si vedeva più che una macchia abbagliata». (vol. I, cap. XXI, p. 679)
  • Nella galleria di Brera si scorgono due quadri freschi, ben intonati, splendenti di Ambrogio Figino. Uno raffigura Lucio Foppa, maestro di campo, ravvolto in arme d'acciajo, con elmo dorato, sul quale è scritto il nome del pittore, in atteggiamento guerresco, veramente caratteristico secondo lo stile della scuola milanese: l'altro è la Vergine con il Bambino tra S. Giovanni Evangelista e S. Michele che abbatte Lucifero, grande tela con sfoggio di notomia, con contrasti di luce e ombre, con precisione di contorni e vivezza di espressione. Il Mongeri, ravvicinando questi due dipinti, nota come nel primo possa quasi vedersi l'ultimo anello dell'arte caratteristica milanese, e nell'altro l'autore si mostri già travolto dall'influsso dell'eclettismo, e dal predominio della scuola di Michelangelo, che chi non aveva fior d'ingegno e forza propria di resistenza trascinò nei gorghi del secentismo e del barocco. (vol. I, cap. XXI, p. 686)
  • Nella Galleria di Brera vi è il suo ritratto, fatto da lui stesso, con viso giovane, roseo, sorridente, colla persona avvolta nell'abito dei soci dell'accademia, della quale era abate, ossia presidente, della Valle di Bregno, stanza amena e tranquilla di gente pastorale ai piedi del boscoso Lucomagno. Se il Lomazzo fosse vissuto di più alla luce del mondo, e avuto avesse il tempo, com'ei sospirava cieco, d'esprimere l'arte co' suoi veri colori: chi sa se non sarebbe salito molto in alto e raggiunto il valore dell'ammirato suo zio Gaudenzio Ferrari. (vol. I, cap. XXI, p. 689)

Volume II

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  • Non v'ha dubbio che le due statuette intagliate da maestro Pietro [Lombardo] nella chiesa di S. Stefano, una segnata col suo nome, valgono a dar argomento per attribuire a lui anche questo capolavoro di scoltura. Della statua rappresentante S. Antonio, che è in S. Stefano, dice infatti il Selvatico; che gli pare «una fra le più avvivate di religioso sentire che serbi Venezia.» (vol. II, cap. XXIII, p. 46)
  • Andrea Rizzo è ritenuto autore del disegno architettonico della magnifica cappella di S. Antonio, già attribuita al Sansovino. Il padre Gonzati pubblicò le annotazioni dei registri d'amministrazione del 1499-1500, nei quali stanno segnate le spese per il disegno de modelo e diverse fatture pagate al Rizzo; e altre spese per l'esecuzione delle opere a Minello de' Bardi, a Giov. Maria Falconetto e ad altri; e nessun accenno vien fatto del Sansovino. (vol. II, cap. XXV, p. 79)
  • Per certo il Rizzo superò nella fusione e cesellatura dei bronzi il Ghiberti, il Donatello, il Cellini e i migliori che lo precedettero: e a ragione il Cicognara lo chiama il Lisippo dei bronzi veneziani. (vol. II, cap. XXV, p. 79)
  • L'infaticabile Sisto V si giovò dell'ingegno di Domenico Fontana anche per i miglioramenti del palazzo pontificio: gli commise di edificare quella parte, che da allora servì per la dimora dei Papi; e inoltre le sale, che servissero da Biblioteca per accogliere l'immensa copia di volumi antichi e nuovi, di codici preziosi e di manoscritti speciali, che colavano nel Vaticano. Il Fontana, buon conoscitore dell'indole del suo padrone, in quello spazio di tempo che altri avrebbe impiegato nello studiare il disegno, compì l'opera. In meno di due anni consegnò finita di tutto punto la libreria, di giuste proporzioni, di nobile apparenza, perfettamente adatta a' suoi scopi. Questa può dirsi l'ultimo grande lavoro avvenuto nel Vaticano. (vol. II, cap. XXXIX, p. 454)

Incipit di Storia del Collegio Cicognini di Prato

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Niuno è forse che visitando la città di Prato, fiorente per industrie, e ricca di benefici Istituti; e passando la prima volta innanzi al Collegio Cicognini, non si fermi a contemplare quella mole, la quale, come ogni vasto monumento, possiede certa virtù, che opera sulla facoltà visiva non meno che sulle intellettuali. Quella facciata simmetrica, severa, avente più di centoquaranta braccia di lunghezza, e oltre a sessanta di altezza, quantunque guasta e rosa dalle ingiurie di quasi dugento anni, è tale fuor di dubbio da imprimere non so quale sentimento di ammirazione; e le sue linee architettoniche, sebbene accennino a un gusto alquanto depravato, e diano alla fabbrica un'impronta tra il sacro e il profano, manifestano ampiezza di concetti e di mezzi in chi la ideò e la trasse a compimento. Peccato che di fronte al sontuoso palazzo non si stenda un largo piazzale, sicché una proporzionata lontananza giovi a far meglio spiccare le diverse parti, e a rendere più bella l'armonia delle parti col tutto.

Bibliografia

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Altri progetti

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