Ibn Hamdis

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Abd Gabbar ibn Mohamed ibn Hamdis (1056 circa – 1133), poeta arabo-siciliano.

Antologia poetica[modifica]

  • La ninfea or ora mi sembra, | sulle tue dita, || una boccetta rossa di rubino, | con stimme di zafferano. (La ninfea)
  • Bevi su una vasca di ninfea verde, | dai fiori rosseggianti || che sembrano cacciare | fuori dall'acqua lingue di fuoco. (Sullo stesso argomento)
  • Oh, la bellezza di una coppiera che allunga | le dita con la sposa del vino, cinta di collane | di schiuma! || Ti ha dissetato con un vino puro, fatto veramente | d'uva, splendido qual sole che sorga | d'un tratto sulla sua sfera vermiglia. || Ah, come si risveglia in seno a colei | i cui canti fugano gli affanni! || Diventa il corpo — grazie al suo benefico | agire — come pervaso di dolci aliti di piacere, || e la mano della coppiera sembra quasi parlare | fascinose parole, e trar suoni | da incantevoli cetre… (Una coppiera)
  • Eccolo verdeggiante; l'anima per esso si sente | schiantare e se ne va. Il timore che incute | non abbandona mai il mio cuore. || Mugge e spumeggia ed il vento lo irrita: | pare un epilettico invaso dal demonio. (Il mare)
  • Guarda la bellezza della luna nuova che spunta | e squarcia con il suo lume le tenebre || Sembra una falce tutta d'oro che miete il narciso | tra i fiori dei giardini. (La falce lunare)
  • Vino di colore e odor di rosa, mescolato all'acqua | ti mostra stelle fra raggi di sole. || Con esso cacciai le cure dell'animo | con una bevuta il cui ardore serpeggia sottile | quasi inavvertibile. || L'argentea mia mano, stringendo il bicchiere, | ne ritrae le cinque dita dorate. (Il vino)
  • Ci affascinano le belle che muovono gli occhi | di gazzella in visi rotondi come lune. || Dalle chiome fluenti, dall'incedere aggraziato, | dai glutei pieni, dalla vita sottile. || La fresca giovinezza | profuma la loro bocca dalle labbra di corallo, | dai denti di perla, || come quando lo zefiro, impregnato di abir, | scorre sulla rosa e sulla camomilla. (Le belle)
  • Ah, da nuvola folgoreggiante in patria | brillò lieve un lampo, leggero come il saluto | che una mano accenna con la punta delle dita! || (Esso) fece sgorgare | da occhi insonni lacrime nascoste, e li illuminò di luce | benché fosse notte scura || Oh, meravigliosa visita! | Apparve l'immagine a (visitare) palpebre che, | quando mi rinvenni, ritenevano ancora l'illusione… || Soggiorno in Saqi Ahra, | al confine di un deserto arido e brullo | vicino ad un lembo di terra schiaffeggiato dal vento, | quando soffia umido e freddo. || Mi giunge un soffio dell'odore del muschio, dal deserto; a chi volesse avventurarsi | in questi orridi luoghi sono (da superare) | un immenso mare e vaste pianure || Con l'aurora le tenebre si rivestono di luce, | come si riveste di sudore, per la lunga corsa, | il petto di un morello || Sospiro di nostalgia per la mia terra, | nella cui polvere si son consunte le membra | e le ossa dei miei, || come sospira verso casa, avendo smarrito la strada, | un vecchio cammello sfinito, | impacciato dalle tenebre. || Già è svanito dalle mie mani | il fiore dell'amor giovanile, | ma la bocca è piena del suo ricordo. (La terra degli avi)
  • Un paese a cui la colomba | diede in prestito il suo collare, e il pavone | rivestì dal manto delle sue penne || Par che quei papaveri sian vino | e i piazzali delle case siano i bicchieri. (La Sicilia)
  • Ricordo la Sicilia, e il dolore ne suscita nell'anima il ricordo. | Un luogo di giovanili follìe ora deserto, animato un dì dal fiore dei nobili ingegni. | Se sono stato cacciato da un Paradiso, come posso darne notizia? | Se non fosse l'amarezza delle lacrime, le crederei i fiumi di quel paradiso.[1]

Citazioni su Ibn Hamdis[modifica]

  • Di Salvatore Quasimodo nella cui poesia il tema dell'esilio (l'esilio che generazioni di siciliani, per sfuggire alla povertà dell'isola, hanno sofferto e soffrono) si lega amaro e dolente, ma splendido nella memoria dei luoghi perduti, a quello del poeta arabo Ibn Hamdis, siciliano di Noto. E questa può anche essere una chiave per capire la Sicilia: che alla distanza di più di otto secoli un poeta di lingua araba e un poeta di lingua italiana hanno cantato la loro pena d'esilio con gli stessi accenti: "vuote le mani, – dice Ibn Hamdis, – ma pieni gli occhi del ricordo di lei". (Leonardo Sciascia)

Note[modifica]

  1. Citato in Sicilia, Touring Club Italiano, 1989, p. 13. ISBN 88-365-0350-0

Bibliografia[modifica]

  • Ibn Hamdis, Antologia poetica, traduzione di Andrea Borruso, Tallone, Alpignano, 1993.

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