Salvatore Quasimodo

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Medaglia del Premio Nobel
Premio Nobel
Per la letteratura (1959)
Salvatore Quasimodo

Salvatore Quasimodo (1901 − 1968), poeta italiano.

Citazioni di Salvatore Quasimodo[modifica]

  • I filosofi, i nemici naturali dei poeti, e gli schedatori fissi del pensiero critico, affermano che la poesia (e tutte le arti), come le opere della natura, non subiscono mutamenti né attraverso né dopo una guerra. Illusione; perché la guerra muta la vita morale d'un popolo, e l'uomo, al suo ritorno, non trova più misure di certezza in un modus di vita interno, dimenticato o ironizzato durante le sue prove con la morte.[1]
  • La rassegnazione alla solitudine, opposta al dolore lucreziano, avvicina a noi Virgilio più degli altri poeti latini dell'antichità classica.[2]
  • Ma c'è in Esenin, evocatore di ritmi, luci, colori, odori, un'altra realtà; l'infanzia del suo linguaggio con immagini strappate ad ogni spirale logica e segni, quasi discografia distorta, che sfuggono alle architetture sintattiche abituali... "Io non sono un mercante di parole", scrive in una sua lirica, quasi a voler stringere i propri giudici su un terreno di humus sacrale, in un prodigio di itinerari ignoti alla cifra grafica.[3]
  • Ogni incontro, discorso, paesaggio si trasforma attraverso la voce di Zavattini in categoria della sua anima che agisce in armonia con la natura e la società.[4]

Ed è subito sera[modifica]

Incipit[modifica]

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

Acque e terre[modifica]

  • Avidamente allargo la mia mano: | dammi dolore cibo cotidiano.
  • Desiderio delle tue mani chiare | nella penombra della fiamma: | sapevano di rovere e di rose; | di morte. Antico inverno.
  • Dolore di cose che ignoro | mi nasce: non basta una morte | se ecco più volte mi pesa | con l'erba, sul cuore, una zolla.
  • E quel gettarmi alla terra, | quel gridare alto il nome del silenzio, | era dolcezza di sentirmi vivo.
  • Fatica d'amore, tristezza, | tu chiami una vita | che dentro, profonda, ha nomi | di cieli e giardini. | E fosse mia carne | che dono di male trasforma.
  • Mi trovi deserto, Signore, | nel tuo giorno, | serrato ad ogni luce. | Di te privo spauro, | perduta strada d'amore, | e non m'è grazia | nemmeno trepido cantarmi | che fa secche mie voglie.
  • Se mi desti t'ascolto, | e ogni pausa è cielo in cui mi perdo, | serenità d'alberi a chiaro della notte.
  • Si china il giorno | e colgo ombre dai cieli: | che tristezza il mio cuore | di carne!
  • S'udivano stagioni aeree passare, | nudità di mattini, | labili raggi urtarsi.
  • Tindari, mite ti so | fra larghi colli pensile sull'acque | dell'isole dolci del dio, | oggi m'assali | e ti chini in cuore. (Vento a Tindari)
  • Ti rivedo. Parole | avevi chiuse e rapide, | che mettevano cuore | nel peso di una vita | che sapeva di circo.
  • Un po' di sole, una raggera d'angelo, | e poi la nebbia; e gli alberi, | e noi fatti d'aria al mattino.

Òboe sommerso[modifica]

  • Ali oscillano in fioco cielo, | labili: il cuore trasmigra | ed io son gerbido, | e i giorni una maceria. (Òboe sommerso)
  • Autunno mansueto, io mi posseggo | e piego alle tue acque a bermi il cielo, | fuga soave d'alberi e d'abissi. (Autunno)
  • Avara pena, tarda il tuo dono | in questa mia ora | di sospirati abbandoni. (Òboe sommerso)
  • Camminano angeli, muti | con me; non hanno respiro le cose; | in pietra mutata ogni voce, | silenzio di cieli sepolti. (Alla notte)
  • Città d'isola | sommersa nel mio cuore, | ecco discendo nell'antica luce | delle maree, presso sepolcri | in riva d'acque | che una letizia scioglie | d'alberi sognati. (Nell'antica luce delle maree)
  • Di te amore m'attrista, | mia terra, se oscuri profumi | perde la sera d'aranci, | cammina con rose il torrente | che quasi n'è tocca la foce. (Isola)
  • Ed è morte | uno spazio nel cuore. (Fresce di fiumi in sonno)
  • Farsi amore un'altra morte sento | ignota a me, ma più di questa tarda, | che mi spinge sovente alle sue forme. (Convalescenza)
  • I morti maturano, | il mio cuore con essi. | Pietà di sé | nell'ultimo umore hsa la terra. (Metamorfosi nell'urna del Santo)
  • In te mi getto: un fresco | di navate posa nel cuore; | passi nudi d'angeli | vi s'ascoltano, al buio. (Alla mia terra)
  • Io tento una vita: | ognuno si scalza e vacilla | in ricerca. (Curva minore)
  • Lievita la mia vita di caduto, | esilio morituro. (Foce del fiume Roja)
  • Non so odiarti: così lieve | il mio cuore d'uragano. (Dormono selve)
  • Non una dolcezza mi matura, | e fu di pena deriva | ad ogni giorno | il tempo che rinnova | a fiato d'aspre resine. (L'eucalyptus)
  • Odore buono del cielo | sull'erbe, | pioggia di prima sera. (Preghiera alla pioggia)
  • Un sole rompe gonfio nel sonno | e urlano alberi; | avventurosa aurora | in cui disancorata navighi, | e le stagioni marine | dolci fermentano rive nasciture. (Alla mia terra)
  • Seguiremo case silenziose, | dove morti stanno ad occhi aperti | e bambini già adulti | nel riso che li attrista, | e fronde battono a vetri taciti | a mezzo delle notti. (Dove morti stanno ad occhi aperti)
  • Ti cammino sul cuore, | ed è un trovarsi d'astri | in arcipelaghi insonni, | notte, fraterni a me | fossile emerso da uno stanco flutto. (Dammi il mio giorno)

Citazioni sul libro[modifica]

  • Con Òboe sommerso Quasimodo rinunciò coraggiosamente ad ogni giovanile indugio in cadenze prestabilite, in stasi descrittive e narrative, per organizzare tutte le sue espressioni attorno al suo nucleo lirico più profondo... (Sergio Solmi)

Erato e Apòllion[modifica]

  • A te piega il cuore in solitudine, | esilio d'oscuri sensi | in cui trasmuta ed ama | ciò che parve nostro ieri, | e ora è sepolto nella notte. (Sillabe a Erato)
  • Ad una fronda, docile | la luce oscilla | alle nozze con l'aria; | nel senso di morte, | eccomi, spaventato d'amore. (Nel senso di morte)
  • Alle sponde odo l'acqua colomba, | Ànapo mio, nella memoria geme | al suo cordoglio | uno stormire altissimo. (L'ànapo)
  • Dal giorno, superstite | con gli alberi mi umilio. (Sul colle delle "Terre bianche")
  • I monti a cupo sonno | supini giacciono affranti. (Apòllion)
  • Mansueti animali, | le pupille d'aria, | bevono in sogno. (L'ànapo)
  • Nella palude calda confitto al limo, | caro agli insetti, in me dolora | un airone morto. (Airone morto)
  • Per averti ti perdo, | e non mi dolgo: sei bella ancora, | ferma in posa dolce di sonno: | serenità di morte estrema gioia. (Sillabe a Erato)
  • Sillabe d'ombre e foglie, | sull'erbe abbandonati | si amano i morti. (Latomìe)
  • Terrena notte, al tuo esiguo fuoco | mi piacqui talvolta, e scesi fra i mortali. (Canto di Apòllion)

Poesie[modifica]

  • Ancora un anno è bruciato, | senza un lamento, senza un grido | levato a vincere d'improvviso un giorno.
  • Illeso sparì da noi quel giorno | nell'acqua coi velieri capovolti.
  • Nello spazio dei colli, | tutto inverno, il silenzio | del lume dei velieri: | fredda immagine eterna | navigante! E qui risorge.
  • Isole che ho abitato | verdi su mari immobili.
  • Ancora un verde fiume mi rapina | e concordia d'erbe e pioppi, | ove s'oblia lume di neve morta.

Giorno dopo giorno[modifica]

  • E come potevamo noi cantare | con il piede straniero sopra il cuore, | fra i morti abbandonati nelle piazze | sull'erba dura di ghiaccio, al lamento | d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero | della madre che andava incontro al figlio | crocifisso sul palo del telegrafo? (da Alle fronde dei salici)
  • Scende la sera: ancora ci lasciate, | o immagini care della terra, alberi, | animali, povera gente chiusa | dentro i mantelli dei soldati, madri | dal ventre inaridito dalle lacrime. (da Neve)
  • Giorno dopo giorno: parole maledette e il sangue | e l'oro. Vi riconosco, miei simili, o mostri | della terra. Al vostro morso è caduta la pietà, | e la croce gentile ci ha lasciati. (da Giorno dopo giorno)
  • Invano cerchi tra la polvere, | povera mano, la città è morta. (da Milano, agosto 1943)
  • Ora l'autunno guasta il verde ai colli, | o miei dolci animali. Ancora udremo, | prima di notte, l'ultimo lamento | degli uccelli, il richiamo della grigia | pianura che va incontro a quel rumore | alto di mare. E l'odore di legno | alla pioggia, l'odore delle tane, | com'è vivo qui fra le case, | fra gli uomini, o miei dolci animali. | Questo volto che gira gli occhi lenti, | questa mano che segna il cielo dove | romba un tuono, sono vostri, o miei lupi, | mie volpi bruciate dal sangue. | Ogni mano, ogni volto, sono vostri. (da O miei dolci animali)

La vita non è sogno[modifica]

  • La luna rossa, il vento, il tuo colore | di donna del Nord, la distesa di neve... | Il mio cuore è ormai su queste praterie, | in queste acque annuvolate dalle nebbie.
  • Dicevi: morte, silenzio, solitudine; | come amore, vita. Parole | delle nostre provvisorie immagini.
  • Con gli occhi alla pioggia e agli elfi della notte, | è là, nel campo quindici a Musocco, | la donna emiliana da me amata | nel tempo triste della giovinezza. (Epitaffio per Bice Donetti)

Il falso e vero verde[modifica]

  • La mia terra è sui fiumi stretta al mare, | non altro luogo ha voce così lenta | dove i miei piedi vagano | tra giunchi pesanti di lumache.
  • Tu non m'aspetti più col cuore vile | dell'orologio. Non importa se apri | o fissi lo squallore: restano ore | irte, brulle, con battito di foglie | improvvise sui vetri della tua | finestra, alta su due strade di nuvole.

La terra impareggiabile[modifica]

  • Dalla natura deforme la foglia | simmetrica fugge, l'àncora più | non la tiene. Già inverno, non inverno, | fuma un falò presso il Naviglio.

Visibile, invisibile[modifica]

  • Visibile, invisibile | il carettiere all'orizzonte | nelle braccia della strada chiama | risponde alla voce delle isole. (Visibile, invisibile)
  • Dove sull'acque viola | era Messina, tra fili spezzati | e macerie tu vai lungo binari | e scambi col tuo berretto di gallo | isolano. Il terremoto ribolle | da due giorni, è dicembre d'uragani | e mare avvelenato. (Al Padre)

Dalla Grecia[modifica]

  • Io non cerco | che dissonanze, Alfeo | qualcosa di più della perfezione | Potessi dirottare ora da Olimpia | dall'intreccio di pini, ancora forme | respinte dalla morte, oltrepassare | l'arco chiuso che conosco... Non un luogo dell'infanzia | cerco, e seguendo sottomare il fiume | già prima della foce in Aretusa | annodare la corda | spezzata dell'arrivo. | La continuazione quieta e indistinta | da Olimpia, come Zeus e come Era. | Guardo il tuo capo staccato sul verde, | con una luna di paglia accesa. (Seguendo l'Alfeo)

Domande e risposte[modifica]

  • In principio Dio creò il cielo | E la terra, poi nel suo giorno | Esatto mise i luminari in cielo | E al settimo giorno si riposò | Dopo miliardi di anni l'uomo, | fatto a sua immagine e somiglianza, | senza mai riposare, con la sua | intelligenza laica, | senza timore, nel cielo sereno | d'una notte d'ottobre | mise altri luminari uguali | a quelli che giravano | dalla creazione del mondo. Amen. (Alla nuova luna)

Due epigrafi[modifica]

  • La loro morte copre uno spazio immenso, | in esso uomini d'ogni terra | non dimenticano Marzabotto | il suo feroce evo | di barbarie contemporanea. (Epigrafe per i Caduti di Marzabotto)
  • Non maledire, eterno straniero nella tua patria, | e tu saluta, amico della libertà. | Il loro sangue è ancora fresco, silenzioso | il suo frutto. | Gli eroi sono diventati uomini: fortuna | per la civiltà. Di questi uomini | non resti mai poveral'Italia. (Epigrafe per i partigiani di Valenza)

Citazioni su Salvatore Quasimodo[modifica]

  • Il mito di Quasimodo sorge dalla maturità di Oboe sommerso e Erato e Apôllion: ed è il mito della solitudine psicologica e metafisica dell'uomo nel dolore della vita, il nulla delle macerie del cuore, la frustrazione totale dell'esistenza, che si fanno canto e poesia nel punto stesso della massima astratta disperazione. (Gilberto Finzi)
  • L'antimito (o il nuovo mito) di Quasimodo è ora un valore morale e civile entro il quale il singolo possa riconoscersi, integro e psicologicamente, socialmente, politicamente libero. (Gilberto Finzi)
  • Non è stato un tradimento e non è stato neppure una stagione di debolezza; questi accenti nuovi, queste forme più distese e, insomma, questa voce finalmente spiegata denunciano la vitalità della sua presenza, il suo modo di resistere nella propria verità contro le suggestioni del tempo... (Carlo Bo)

Bibliografia[modifica]

  • Salvatore Quasimodo, Ed è subito sera, Mondadori, Milano 1942.
  • Salvatore Quasimodo, Acque e terre (1920-1929), Edizioni Solaria, Firenze 1930.
  • Salvatore Quasimodo, Òboe sommerso (1930-1932), Edizioni Circoli, Genova 1932.
  • Salvatore Quasimodo, Erato e Apòllion (1932-1936), pref. di S. Solmi, Scheiwiller, Milano 1938.
  • Salvatore Quasimodo, Poesie (1936-1942), Edizioni Primi Piani, Milano 1938.
  • Salvatore Quasimodo, Discorso sulla poesia appendice a Il falso e il vero verde, Mondadori 1966.
  • Salvatore Quasimodo, Giorno dopo giorno, Mondadori, Milano 1947.
  • Salvatore Quasimodo, La vita non è sogno, Mondadori, Milano 1949.
  • Salvatore Quasimodo, Il falso e vero verde, Schwarz, Milano 1954.
  • Salvatore Quasimodo, La terra impareggiabile, Mondadori, Milano 1958.
  • Salvatore Quasimodo, Tutte le poesie, introduzione e bibliografia di Gilberto Finzi, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1968.

Voci correlate[modifica]

Note[modifica]

  1. Da Discorso sulla poesia, appendice a Il falso e il verde verde.
  2. Da Il fiore delle Georgiche, prefazione.
  3. Citato in Sergej Aleksandroic Esenin, Russia e altre poesie, traduzione di Curzia Ferrari, Baldini Castoldi Dalai editore, 2007, p. 32.
  4. Da Il Tempo; citato in La Fiera Letteraria, 19 ottobre 1967.

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