Jean-Jacques Servan-Schreiber

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Jean-Jacques Servan-Schreiber nel 1968

Jean-Jacques Servan-Schreiber (1924 – 2006), politico, giornalista e scrittore francese

La sfida americana[modifica]

Incipit[modifica]

La terza potenza industriale del mondo, dopo Stati Uniti e Unione Sovietica, potrebbe essere, tra quindici anni, non già l'Europa, ma l'Industria americana in Europa. Oggi, al decimo anno del Mercato Comune, l'organizzazione di questo mercato è essenzialmente americana.

Citazioni[modifica]

  • Con l'arrivo in Europa della tecnica e dell'organizzazione americana, ci troviamo coinvolti in un generale moto di progresso. La lentezza delle nostre reazioni di fronte a questo prorompere di potenza e la strana anchilosi delle nostre facoltà creative ci condannano, all'interno di questo sistema in movimento, a una posizione di second'ordine rispetto alla potenza dominante. (Parte prima Lo sbarco in Europa, Capitolo III La società post-industriale, p. 35)
  • Non ci troviamo di fronte a un imperialismo politico classico, a una volontà di conquista, ma a un fatto di natura più meccanica, cioè un traboccare di potenza dovuto alla differenza di «pressione» tra l'America del Nord e il resto del mondo, Europa compresa. (Parte seconda La madrepatria americana, Capitolo V Le dimensioni degli Stati Uniti, p. 50)
  • Uno dei successi dei tecnici dell'Euratom[1] è stata la messa a punto, in laboratorio, di un sistema originale di produzione dell'elettricità, il sistema «Orgel». Ma i ritardi davanti alla necessità di raggiungere l'unanimità dei Sei[2] sui mezzi da mettere a disposizione delle ricerche sono stati tali che gli americani, partiti con qualche anno di ritardo, realizzeranno il sistema prima degli europei.
    Ciò che ha condannato l'impresa dell'Euratom è la teoria cosiddetta del «giusto ritorno». [...]
    Con la teoria del «giusto ritorno», ciascuno stato membro ritrova nelle sue casse, grazie alle commesse e alle sovvenzioni dell'ente internazionale, e in particolare dell'Euratom, somme corrispondenti all'ammontare della sua partecipazione. Di conseguenza, nei suoi rapporti con gli altri membri, dà per scontato che in ogni comune iniziativa deve recuperare la sua quota. (Parte terza L'Europa senza strategia, Capitolo XI, A che punto è l'Unione Europea, p. 96)
  • La necessità di una buona organizzazione giustificherebbe da sola la creazione di un potere europeo: l'ingranaggio necessario al rilancio dell'Europa non può infatti funzionare senza un organo federale. Ma c'è di più. Al di là delle difficoltà tecniche che inceppano questo riassetto, va osservato che una specie d'inibizione paralizza i paesi europei e i gruppi dirigenti.
    Il senso d'impotenza davanti a quanto c'è da fare si manifesta ora nella rassegnazione di chi è già sottomesso al predominio americano, ora nella rivolta di chi la rifiuta ma non si dà da fare per ottenere ciò che vuole.
    L'ingegnosità degli esperti serve a poco quando una simile sclerosi minaccia una vecchia civiltà: la salvezza deve venire da un risveglio politico. (Parte quarta Le vie della controffensiva, Capitolo XX Le radici del problema, p. 153)
  • La generazione del dopoguerra dovette scegliere tra l'integrazione dell'Europa nel mondo comunista e la conservazione dell'indipendenza. La generazione politica di oggi si trova davanti un'alternativa meno drammatica ma altrettanto chiara: fare dell'Europa il focolaio di una civiltà autonoma o lasciarla diventare un'appendice degli Stati Uniti. (Parte quinta La questione politica, Capitolo XXI La responsabilità di una generazione, p. 160)
  • I capitali americani, la gestione americana non si fermeranno davanti a frontiere culturali. Nessun brivido sacro tratterrà i managers dal forzare la soglia dei nostri santuari. Prenderanno la maggioranza e il potere nelle società che domineranno il mercato della stampa, del libro, del cinema, del disco e che domani controlleranno la produzione di programmi televisivi. (Parte quinta La questione politica, Capitolo XXI La responsabilità di una generazione, p. 162)
  • Per le società, come per gli uomini, non c'è sviluppo senza sfida. Il progresso è una battaglia, come la vita è un combattimento. Sono cose evidenti, mai perse di vista, poiché la storia delle società umane si è poco differenziata fino a oggi, dalla storia militare. (Parte sesta Le nuove fonti di potenza, Conclusione, p. 220)

Explicit[modifica]

In una società libera come la nostra non c'è in politica un'unica strada. Ognuno deve fare le sue proposte: noi abbiamo fatto le nostre. Poi il dibattito farà luce e creerà le forze, alla sola condizione però che l'oggetto stesso del dibattito sia chiaramente definito e ammesso da tutti. Questa volta è molto semplice, non dobbiamo sceglierlo, ci viene imposto: è la sfida americana. Dobbiamo soltanto capirla, delimitarla, studiarla.
Questo libro non aveva altra pretesa che di portarvi un contributo. E non comporta, per la verità, una «conclusione»: giacché, se è vero, che la tragedia incombe su di noi, il suo epilogo non è ancora scritto. Così questo non è un libro di storia ma, piuttosto, un libro d'azione.

Note[modifica]

  1. Cfr. voce su Wikipedia.
  2. I sei Stati che facevano parte della Comunità economica europea.

Bibliografia[modifica]

  • Jean-Jacques Servan-Schreiber, La sfida americana (Le défi américain), prefazione di Ugo La Malfa, edizione a cura di Vittorio Diamanti, Milano, Longanesi, 1969.

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