Jim Bishop

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James Alonzo "Jim" Bishop (1907 – 1987), scrittore e giornalista statunitense.

Il giorno in cui Cristo morì[modifica]

Incipit[modifica]

6 APRILE DELL'ANNO 30 D. C.
6 pomeridiane
Attraversavano la valle lentamente, quasi non avessero voglia di finire il viaggio. Erano undici, vestiti di bianco, coi sandali impolverati dal terreno calcareo della strada, gli orli delle vesti neri di terra, i volti assorti: ultimo rivolo della fiumana che si era riversata nella cinta di mura di Gerusalemme per celebrare la Pasqua.
Erano le sei pomeridiane del 14 del mese nisan dell'anno 3790. Nella città, il sole era tramontato pochi minuti prima, ma dall'alto del passo tra il Monte degli Ulivi e il Monte dello Scandalo, il suo disco rosseggiante si vedeva ancora, sospeso tra le guglie d'oro del grande tempio.
Al termine della valle, colui che guidava il piccolo gruppo si arrestò. Era più alto degli altri, e i suoi uomini si raccolsero intorno a lui, pensando che volesse dire qualcosa d'importante. Ma egli non parlò. Guardava giù, nella stretta vallata, e i suoi occhi scuri contemplarono la bellezza di Gerusalemme, con sguardo solenne. La città si stendeva come una splendida gemma bianca, lucente nella morsa delle sue mura brune; si ergeva alta e maestosa sulle verdi valli e colline punteggiate dalle tende di trecentomila pellegrini.
Gesù la contemplava con amore. E con nostalgia. L'aveva vagheggiata con un amore misto di compassione, e Gerusalemme si era beffata di lui e aveva messo in dubbio l'onestà di quel suo fervore. Ed ora – almeno quella piccola parte che più importava – lo temeva e congiurava contro la sua vita.

Citazioni[modifica]

  • Grande era la notorietà di Gesù. Molti dicevano che guariva i malati, ridestava i morti, ridava la vista ai ciechi e predicava un regno d'amore. In Palestina c'erano tre milioni di ebrei. La maggior parte di essi non lo videro mai. (p. 16)
  • Avevano sentito Gesù parlare della sua morte imminente con manifesta tristezza. E ciascuno aveva paura di pronunziare la domanda che urgeva alle labbra di tutti: «Non puoi chiamare gli angeli del Padre tuo e distruggere la città e il mondo e quindi farci sedere oggi accanto a te a giudicare le anime degli uomini?» Nessuno aprì bocca. (p. 25)
  • Ovunque andasse, l'ebreo era pulito, coscienzioso e chiuso. Concludeva affari col pagano, ma non fraternizzava con lui. In un paese straniero, l'ebreo considerava la sua separazione da Gerusalemme come temporanea, per quanto a lungo potesse durare. (p. 53)
  • Un uomo senza fede, come Giuda, ha pur bisogno di qualcosa per sostenersi, per nutrire la sua vita emotiva, e la maggior parte degli uomini in questa condizione si vantano delle loro capacità pratiche. (p. 102)
  • I siriani non sopportavano gli ebrei per varie ragioni. Anzitutto i siriani venivano arruolati nell'esercito romano e gli ebrei no, perché la legge ebraica proibiva di combattere in sabato. Inoltre, i siriani erano tenuti ad adorare Cesare come adoravano i loro dèi, mentre gli ebrei non avevano tale obbligo, erano gli unici sudditi di Roma esenti da quel decreto imperiale. Gli ebrei, infine, disprezzavano i soldati, prestavano loro denaro con interessi esosi e li prendevano in giro in una lingua che i legionari non capivano. (p. 113)
  • Anche gli ebrei, dal canto loro, non sopportavano i siriani per varie ragioni. Gli ebrei residenti in Siria facevano sapere a casa che la popolazione locale li trattava crudelmente, li truffava sulle mercanzie, li scherniva, prendeva a sassate le loro botteghe, violava le loro donne. In tutte le regioni conosciute del mondo, solo i siriani consideravano un divertimento andare a caccia di ebrei. I siriani erano feroci e incivili, in confronto ai romani e ai greci e agli egiziani. In Palestina, per gli ebrei era già abbastanza umiliante essere sotto il tallone di Roma, ma soffrire per mano dei mercanti siriani era assolutamente intollerabile. (p. 113)
  • La città di Roma, come un pernio attorno a cui girava la ruota dell'impero, era una meraviglia di civiltà e di dissolutezza, di efficienza affaristica e di bassa politica, di enorme potenza e di artifici meschini. Anche nel campo del diritto, i romani riuscivano a creare una mescolanza di idee progressive con cose ridicole. (p. 277)
  • A Roma, il popolo era convinto di agire con clemenza nel permettere ai condannati e agli schiavi riottosi di aver salva la vita combattendo. «Sarebbero destinati a morire, ma diamo loro un'occasione di salvarsi.» Ecco la loro mentalità. (p. 283)

Bibliografia[modifica]

  • Jim Bishop, Il giorno in cui Cristo morì (The Day Christ Died), traduzione di Maria Satta, Garzanti, 1958.

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