Kenzaburō Ōe

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Medaglia del Premio Nobel
Per la letteratura (1994)
Kenzaburō Ōe

Kenzaburō Ōe (1935 – vivente), scrittore giapponese.

Citazioni di Kenzaburō Ōe[modifica]

  • La mia famiglia è vissuta in quel villaggio per cinquecento anni. Mia madre e mio fratello maggiore vivono ancora lì. Io sono stato il primo ad esserne uscito. A diciotto anni sono andato a Tokyo per studiare latino: volevo diventare botanico e impiantare nei terreni di proprietà della mia famiglia una foresta di tipo europeo. Come vede avevo grandi progetti. Poi però mi sono imbattuto nella letteratura francese, ho scambiato gli alberi con i libri e ho pensato di poter fare a meno degli alberi. Mi sono detto: ora sono l'uomo di Tokyo, la foresta appartiene al passato. [raccontando di aver poi letto i versi di William Blake: «You must return to the dark forest, deep river, deep valley, to begin your tourmented life again and death»] Rimasi folgorato, era la voce del mio villaggio che mi raggiungeva nella grande città. Attraverso la società e la cultura del villaggio ho ritrovato le radici della tradizione e della letteratura giapponese. Nello stesso tempo grazie al fatto di esserne uscito a diciotto anni e di aver conosciuto altre culture posso saldare questa piccola realtà a una realtà universale.[1]
  • Per me l'emblema della nostalgia è rappresentato dalla spiaggia del Purgatorio, dove Dante e Virgilio sostano a chiacchierare in un'atmosfera familiare, e Virgilio dice a Dante di lavarsi le mani e il viso per rinfrescarsi dalla dura esperienza dell'Inferno. L'eroe del mio libro [Gli anni della nostalgia] vuole combattere il potere malvagio nel Giappone moderno e cerca la parola che possa sconfiggere il male. Nel Paradiso di Dante questa parola è amore, ma per me e per la mia famiglia e per il Giappone il Paradiso è irraggiungibile, solo l'uno per cento dei giapponesi è cattolico, così mi piacerebbe andare in Purgatorio, e riposarmi sulla sua spiaggia della dura fatica dell'Inferno. [1]

Incipit di Insegnaci a superare la nostra pazzia[modifica]

Nel bel mezzo di una notte, mentre lui trafficava con una macchinetta rotante Rotex intorno al suo naso – che non sarebbe più uscito nelle strade polverose sopra gambe vive – e si depilava accuratamente le narici quasi volesse renderle lisce come quelle di una scimmia, all'improvviso un individuo dalla faccia rotonda e ispida di peli come un Dharma barbuto e con un corpo insolitamente minuto e magro, forse scappato dal padiglione psichiatrico dello stesso ospedale o forse un pazzo passato di lì per caso, si sedette sulla sponda del suo letto e urlò, sbavando: «Perdio, tu cosa sei? Cosa sei? Cosa sei?»[2]

Note[modifica]

  1. a b Citato in Daniela Pasti, Demenza e Crudeltà, la Repubblica, 15 ottobre 1993.
  2. Citato in Giacomo Papi, Federica Presutto, Riccardo Renzi, Antonio Stella, Incipit, Skira, 2018. ISBN 9788857238937

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