Leonardo Vittorio Arena

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Leonardo Vittorio Arena (1953 – vivente), filosofo, storico delle religioni, orientalista e saggista italiano.

Buddha[modifica]

  • Il Buddha era promotore di un insegnamento semplice e diretto, finalizzato alla liberazione e privo di fronzoli teorici: il suo intento era puramente pragmatico. È ben nota la sua diffidenza nei confronti delle varie posizioni speculative, riducibili a mere opinioni. (p. 26)
  • Se si volesse compendiare l'essenza del Buddhismo in una frase, non potrebbe essere che questa: tutto ciò che è transeunte è doloroso.
    In effetti, dopotutto la sofferenza (dukkha) non è altro che la transitorietà. (p. 27)
  • La Dottrina (Dhamma) consente di attingere una condizione in cui la sofferenza non possa più attecchire, poiché si abbraccia l'eternità. Il nibbàna, la liberazione, non è altro che questo stato imperituro, sottratto al divenire delle cose. (p. 27)
  • Dopotutto, il nibbàna non è un concetto: ecco perché il tentativo di illustrarlo attraverso il linguaggio e la logica si presta a vari equivoci. Alcuni buddhisti lo intendono alla lettera: come uno stato di «estinzione», paragonabile allo spegnimento di una fiamma. Eppure il Buddha criticò sovente i fautori dell'interpretazione nichilista: il nibbàna non va concepito come un puro nulla. [...] esso non designa l'abisso d'un vuoto, né una dimensione mondana assimilabile a quelle esistenti: si può dire, semplicemente, che il dolore vi è definitivamente eliminato. (pp. 72-73)
  • [Il Buddha] consigliò ai bhikkhu di essere un'isola (dìpa) o un rifugio per se stessi. Dopo la sua scomparsa, il loro unico sostegno o baluardo sarebbe stato il Dhamma. I suoi legittimi successori si sarebbero rivelati, in definitiva, soltanto coloro che fossero riusciti a prendere rifugio nel Dhamma, cioè in se stessi. (p. 75)
  • Il Maestro ha voluto provocare il nostro spirito critico, affinché, studiando la sua dottrina, potessimo scandagliare noi stessi. [...] Nel Grande Veicolo si colse l'esigenza di un siffatto orientamento. Per esempio, un importante passo di una raccolta del Ch'an, una scuola del Buddhismo cinese, indica la necessità di svincolarsi anche dall'attaccamento al Dhamma. Finché non si dimentica pure il Dhamma, si coltiva ancora il senso di sé, cioè l'illusione di costituire un'individualità separata nei confronti delle creature. Ci si attacca a una visione, a un'opinione, e si è incapaci di unirsi, in perfetta compassione, a tutti gli esseri. (p. 88)

Introduzione e commento a Yogasutra[modifica]

  • Patañjali, o chi per lui, sembra orientato su una pista «kantiana»: è necessario comprendere che la conoscenza è imputabile a un soggetto; ma questa attività non è creativa, e deve tener conto di un mondo oggettivamente esistente. (pp. 10-11)
  • Nello Yoga c'è una puntuale corrispondenza tra teoria e pratica. È tutt'altro che in quei filosofi europei ammiratori dell'India come Schopenhauer, il quale si limitava a indicazioni etiche, mentre lo Yoga entra nei dettagli di un metodo del corpo e della mente, della coscienza. (p. 17)
  • Lo Yoga implica un seggettivismo senza oggetto, chiamando in causa le componenti transpersonali dell'essere. Il sé, centro di un'identità non soltanto nostra, è nudo. (p. 44)
  • Tutta l'opera è un trattato sulla percezione, su modalità cognitive ottimali che sostituiscano quelle erronee. (p. 55)

Bibliografia[modifica]

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