Libero Mazza

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Libero Mazza (1910 – 2000), magistrato e politico italiano.

Citazioni di Libero Mazza[modifica]

  • [Sull'omicidio Calabresi] E pensare che è tutta colpa di quella carogna di Camilla Cederna che col suo libro su Pinelli e contro Calabresi, tra l'altro, ha guadagnato decine di milioni.[1]

Situazione dell'ordine pubblico – Formazioni estremiste extraparlamentari

Citato in Michele Brambilla, L'eskimo in redazione, Ares, Milano, 1991.

  • I disordini verificatisi sabato 12 dicembre u.s. in questa città con luttuose, se pure accidentali, conseguenze, sono da considerare i prodromi di altri eventi ben più gravi e deprecabili che possono ancora verificarsi in conseguenza del progressivo rafforzamento e proliferazione delle formazioni estremiste extra-parlamentari di ispirazione «maoista» (Movimento Studentesco, Lotta Continua, Avanguardia Operaia, ecc.) nonché dei movimenti anarchici e di quelli di estrema destra. Tutti questi movimenti, che hanno la loro «centrale» a Milano, nonostante differenziazioni sul piano ideologico e nella metodologia, sono prettamente rivoluzionari, propongono «la lotta al sistema» e si prefiggono di sovvertire le istituzioni democratiche, consacrate dalla Carta Costituzionale, attraverso la violenza organizzata. Gli appartenenti a tali formazioni, che sino a qualche anno fa erano poche migliaia, ammontano oggi a circa ventimila unità, svolgono fanatica ed intensa opera di propaganda e proselitismo sia nell'ambiente studentesco che in quello operaio, facendo leva sulle frange maggiormente portate all'oltranzismo. Si rileva quindi con frequenza sempre maggiore l'organizzazione di riunioni e cortei, i quali sono spesso l'occasione per turbare profondamente la vita della città, compiere atti vandalici con gravi danni a proprietà pubbliche e private, limitare la libertà dei cittadini, usare loro violenza, vilipendere e dileggiare i pubblici poteri centrali e locali con ingiurie volgari ed accuse cervellotiche.
  • I reparti di polizia (guardie di P.S. e carabinieri) sono oggetto di aggressioni condotte con estrema violenza, a testimoniare la irriducibile avversione verso le forze dell'ordine ed in genere verso ogni potere statale. Anche quando i reparti non vengono aggrediti direttamente, gli scontri diventano egualmente inevitabili essendo la polizia costretta ad intervenire per rimuovere barricate, impedire il ribaltamento di auto in sosta, il danneggiamento di negozi, ecc. Il fine dichiarato è quello di dimostrare che «la sola presenza» della polizia è lesiva della libertà di espressione e riunione, costituisce provocazione ed è causa di incidenti. Questi estremisti dispongono di organizzazione, equipaggiamento ed armamento che può qualificarsi paramilitare: servizio medico, collegamento radio fra i vari gruppi, servizio intercettazioni delle comunicazioni radio della polizia, elmetti, barre di ferro, fionde per lancio di sfere d'acciaio, tascapane con bottiglie «Molotov», selci, mattoni, bastoni, ecc.
  • La stragrande maggioranza della popolazione, anche se si astiene dal reagire o dal manifestare clamorosamente la propria riprovazione, è esasperata per le continue e scomposte manifestazioni, i disordini, i blocchi stradali, le intimidazioni, il dilagare della violenza nelle università, nelle scuole, uffici aziendali e fabbriche. Le categorie più responsabili e qualificate inoltre sono profondamente preoccupate per il rallentamento dell'attività produttiva, i guasti che ne derivano all'economia generale e il conseguente ritardo nell'attuazione delle riforme destinate al rinnovamento sociale e civile della nostra società. La gente assiste, sbigottita e sgomenta, alle esplosioni di odio forsennato contro ogni legittima autorità, nel nome di una malintesa libertà che degenerando in licenza, arbitrio e sopraffazione, porta fatalmente al caos ed all'anarchia, fattori che costituiscono il presupposto, puntualmente confermato dalla storia, di soluzioni autoritarie che farebbero tramontare ogni speranza di autentica democrazia.
  • Questi elementi facinorosi, vengono, d'altra parte, incoraggiati e resi più audaci dalla certezza dell'impunità. Anche un comportamento di cauta e prudente fermezza non è sopportato e viene qualificato dalla dilagante demagogia come «repressione», «provocazione e sopraffazione poliziesca», «attentato alle libertà costituzionali», «fascismo», mentre i fermati per reati commessi durante le manifestazioni sediziose vengono rapidamente scarcerati e le denunce rimangono accantonate in attesa della immancabile amnistia. È comprensibile pertanto come questi sabotatori della democrazia esercitino una grande forza di richiamo su schiere sempre più numerose di giovani immaturi o scriteriati.
  • Per arginare questa situazione drammatica, prima che diventi sempre più difficile, non c'è che il ritorno alla lettera e allo spirito della Costituzione repubblicana. Non è da dubitare che ci si trovi di fronte ad associazioni che perseguono finalità eversive elevando la violenza a sistema di lotta. Si tratta quindi di forme associative che contrastano con l'art. 49 della Costituzione in quanto perseguono le proprie finalità con metodi antidemocratici e, cioè, ispirandosi nei programmi e nella azione (anche propagandistica) alla violenza, e sono quindi in grado di compromettere il regolare funzionamento del sistema democratico.
  • In uno Stato di libertà, quale quello previsto dalla Costituzione, è consentita l'attività di associazioni che si propongono il mutamento degli ordinamenti politici esistenti, purché questi propositi siano perseguiti mediante il libero dibattito e senza il ricorso, diretto od indiretto, alla violenza (Corte Costituzionale Sent. n. 114 del 1967). Ma l'illiceità di questi movimenti risulta anche della loro particolare struttura organizzativa di carattere paramilitare, nonché dalla modalità di impiego e dell'equipaggiamento dei gruppi d'azione che contrastano col divieto dell'art. 18 della Costituzione (v. anche D.L. 14.2.1948, n. 43).
  • Se, per mancanza di una legge ordinaria che determini la procedura e gli organi competenti a reprimere l'attività, non è possibile procedere allo scioglimento di tali gruppi in via di amministrativa (come invece è ormai possibile in Francia), occorrerebbe quanto meno vietare che i reparti organizzati intervengano alle dimostrazioni in assetto da guerriglia cittadina, non esitando ad assicurare il rispetto del divieto con la coazione diretta. L'attuazione di siffatto indirizzo, per le implicazioni che ne possono derivare, attiene ovviamente ad una scelta di politica generale, per cui si ritiene di sottoporre la questione a codesto On.le Ministro per le conseguenti determinazioni da adottare in sede governativa, non senza far rilevare che il nostro ordinamento offre una base sufficiente per condurre sino in fondo con fermezza e decisione una azione di tal genere.
  • Invero, non solo il T.U. di P.S. (art. 19), ma la stessa Costituzione (art. 17 cit.), stabilisce il divieto di portare armi alle pubbliche riunioni, e nel concetto di arma possono ricomprendersi non solo quelle da sparo e tutte le altre la cui destinazione naturale è l'offesa della persona (art. 30 T.U.P.S. 18.6.1931, n. 773) ma anche gli esplosivi, le mazze, i bastoni, gli sfollagente, ecc. (art. 42 T.U.P.S. cit. art. 585 2º comma, n. 2 C.P.).
    Pertanto, nel rispetto e nei limiti fissati dalla legge, dovrebbe essere respinta con rigore ogni accentuazione dell'oltranzismo, che si risolve nel tentativo di gruppi o di categorie particolari di imporsi – al di fuori della regola democratica e del quadro istituzionale – all'intera società nazionale. Qualora non si utilizzassero tutti gli strumenti normativi ed operativi esistenti per circoscrivere, finché possibile, queste forme di estremismo frenetico e irresponsabile, si potrebbe correre il rischio di assistere passivamente alla fine delle libere istituzioni democratiche della nostra Patria.

Parla Mazza, il «profeta» non creduto del terrorismo che insanguina l'Italia

La Stampa, 18 maggio 1978, p. 2.

  • Dapprima il mio rapporto fu travisato [...] i comunisti sostennero che puntavo l'indice soltanto a sinistra; più tardi ammisero che avevo parlato sì di tre aree violente, estrema sinistra, estrema destra, anarchismo, ma che non aveva senso porre sullo stesso piano la violenza di destra, realmente sovvertitrice, e la violenza di sinistra, semplice malattia infantile.
  • La violenza è il male oscuro della democrazia, è come il germe latente di gravi malattie: va immediatamente identificato e neutralizzato. Simili germi comparvero nella società italiana a partire dal '68: bisognava evitare, fin da allora, che arrivassero a corrompere l'intero organismo sociale.
  • I comunisti che allora chiesero il mio allontanamento dall'amministrazione dell'Interno parlano oggi, in tema di ordine pubblico, un linguaggio simile al mio di allora.
  • Oggi è tutto molto più difficile [...] la malattia è avanzata, il Paese dovrà affrontare prove molto dure, adesso ci vuole una terapia di tipo chirurgico, perché si tratta di estirpare un tumore dal corpo sociale.
  • Il governo ignorò il rapporto, perché non si voleva alterare un quadro politico che si reggeva sull'apporto dei socialisti, ostili alle mie proposte.
  • Si potrebbe affrontare e dominare questa situazione senza sospendere le libertà costituzionali, occorrerebbe però un potere politico estremamente fermo e deciso che operi con la sola visione dell'interesse generale, che sappia superare gli interessi di parte e soprattutto l'identificazione di politica e sottogoverno.

L'ex prefetto Mazza si confessa

Corriere della Sera, 3 ottobre 1985, p. 7.

  • Ciò che misi nero su bianco nel 1970 [...] erano concetti elementari, osservazioni suggerite dal buon senso, e forse proprio per questo non furono ascoltate. Il documento, dato il conformismo imperante, era coraggioso; ma non conteneva niente di straordinario, era semplicemente la fotografia della situazione.
  • Il 12 dicembre 1970 c'era stato uno dei soliti scontri. Un agente aveva lanciato un lacrimogeno e aveva colpito al petto un giovane, si chiamava Saltarelli. [...] La pubblica sicurezza fu sottoposta alle accuse più spietate. Ebbi un colloquio telefonico col ministro e gli feci notare che gli uomini erano pochi, un migliaio, che si riducevano a trecento, sì e no, tenuto conto dei riposi, dei servizi speciali e delle malattie. Pochissimi per una città come Milano che letteralmente scoppiava. E mi permisi di dire, per sottolineare l'urgenza di ottenere rinforzi, che Roma disponeva di un organico dieci o quindici volte superiore al nostro. Ma il ministro non era sensibile al discorso. Sentenziò che la capitale era più importante. E non ci fu verso di fargli cambiare opinione, neanche quando gli ricordai che la vera capitale, nel bene come nel male, era questa; e che se fosse crollata, si sarebbe sfasciato il Paese.
  • Qualche giorno più tardi andai al Viminale e ribadii di persona quello che avevo detto per telefono. Ma il risultato fu identico, zero. Salutai e mi avviai alla porta. Quando afferrai la maniglia, udii la voce di Restivo: 'Mi mandi un promemoria'. Al momento trascurai l'invito, ma tornato a Milano ci ripensai e feci quel lavoro: il rapporto.
  • Da anni seguivo le vicende milanesi, sapevo tutto a memoria. Rammento che la prima occupazione fu alla Cattolica, nel 1967. Capanna era già in pista. Ma i docenti e i dirigenti furono decisi, bisogna ammetterlo. E riuscimmo con il loro consenso a riportare la normalità. Ma la contestazione, soffocata da una parte, sfiatò alla Statale dove Capanna e il suo seguito si erano subito trasferiti. Da qui in poi fu un disastro.
  • Gli studenti, specialmente i più sprovveduti, si accodarono al gruppetto dei capi e divennero padroni assoluti dell'università. Ho assistito a episodi vergognosi: professori che, per paura, si prostravano e, automaticamente, davano spazio alle ribellioni. A uno di quelli che davano il diciotto politico, un giorno dissi: presto avremo dei dottori somari. Mi rispose che era il modo più efficace per combattere il sistema. Ma queste sono sciocchezze, servono soltanto per dare un'idea del clima. Dal Sessantotto al Settanta gli estremisti crebbero a dismisura, sempre più sfrontati e più aggressivi. E la polizia impotente: se interveniva, quando poteva, rischiava di essere incriminata. Era l'epoca in cui molti magistrati erano pronti a procedere contro gli agenti, mentre sorvolavano sulle violenze dei dimostranti. In due anni 495 uomini delle forze dell'ordine rimasero feriti, alcuni gravemente.
  • [Alla domanda «Gli enti locali, il Comune e la Provincia non le davano una mano?»] Tutt'altro. Purtroppo anche l'albergo Commercio, che era di proprietà comunale, diventò un quartier generale di rivoltosi. Basti questo per comprendere le contraddizioni di quel periodo. Una volta tre o quattro carabinieri col loro capitano furono circondati da un'orda di incontenibili. Si stava mettendo male, e l'ufficiale sparò in aria tre o quattro colpi. Uno rimbalzò sul cornicione di una casa; poi schizzò sull'asfalto e si conficcò nella natica di un giornalista. Apriti cielo. Un ministro mi telefonò furibondo, gridando che erano cose da pazzi e non dovevano succedere più. Cercai di precisare, ma inutilmente. La polizia umiliata, dileggiata, demoralizzata, insufficiente non fu più in grado di dominare la situazione.
  • [Alla domanda «Quali sono state le conseguenze?»] Il terrorismo. La sua matrice è in quegli anni. All'inizio non solo non è stato contrastato ma addirittura favorito. E quando è stato valutato nei suoi reali pericoli era troppo tardi; per batterlo si è pagato un prezzo che si poteva benissimo risparmiare. Bastava un po' di coraggio.

Note[modifica]

  1. Citato in Sergio Zavoli, La notte della Repubblica, Nuova Eri, Roma, 1992.

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