Giampaolo Pansa

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Giampaolo Pansa, 2010

Giampaolo Pansa (1935 – vivente), giornalista, scrittore e storico italiano.

Citazioni di Giampaolo Pansa[modifica]

  • [Se aspettavi ancora un po' a scrivere, tutto sarebbe sparito, qualcuno dice che è meglio l'oblio...] Guai, guai. Che si vive a fare se si rinuncia alla verità? La storia di un Paese è fatta di coloro che hanno combattuto guerre sbagliate, cercato traguardi assurdi. Occorre accettare questo, e onorare chi ha sofferto, non per forza condividerne la memoria, ma accettarla, darle cittadinanza. [...] Da sinistra si tira fuori sempre questo antifascismo. Berlusconi come Mussolini, lo Stato autoritario imposto da Mediaset... Balle sovrane. Da destra, fate voi la riflessione. Bisognerebbe ricominciare da questo riconoscimento reciproco del diritto pubblico alla propria memoria. (dall'intervista a Libero del 7 ottobre 2005)
  • Quando sento Grillo urlare, italiani, mi viene il gelo nel sangue, perché mi ricorda qualcuno che strillava la stessa parola con la stessa enfasi da un balcone di Palazzo Venezia. (dall'intervista al Tg1 del 23 settembre 2007)
  • Le parole possono trasformarsi in pietre, le pietre in pallottole. È già accaduto, l'Italia è stata per quasi vent'anni prigioniera del terrorismo. È un pericolo che può ripresentarsi e non vorrei che Grillo, anche contro i suoi progetti ed i suoi programmi, diventi il veicolo per questo male terribile. (ibidem)
  • Giorgio Bocca può essere raccontato anche in poche parole. Il suo è stato un grande giornalismo, ma anche una grande faziosità e anche grandi errori. Abbiamo lavorato insieme negli stessi giornali, a cominciare dal Giorno per concludere, poi, tanti anni a Repubblica, L'Espresso, ma non siamo mai stati amici. Bocca era un tipo d'uomo complesso: non amava avere concorrenti e neppure contraddittori. Abbiamo combattuto molte guerre uno contro l'altro, inutile rievocarle. Oggi Giorgio è scomparso. Non so se mancherà all'Italia come dice qualcuno dei suoi colleghi di Repubblica, però certamente lascerà un vuoto... che io, però, non rimpiango. (in ricordo di Giorgio Bocca il giorno dopo la sua morte, TG2 del 26 dicembre 2011)

Il Bestiario[modifica]

  • [Fabio Fazio] Anche lui è rosso, un ciliegione che non ha eguali neppure nella vermiglia Rai Tre. Però ama interpretare il ruolo opposto. Quello dell'abatino innocente senza parrocchia, amico di tutti e nemico di nessuno. In realtà, nella Rai odierna frantumata in sultanati, non c'è nessuno più fazioso di lui. Ha la manina avvolta nel velluto grigio, ma dentro vi nasconde lo stiletto avvelenato. È con questa lama che Fazio pratica una censura inflessibile. [...] Fazio aveva invitato Pietro Ingrao [...]. In preda a vuoto di memoria, il vecchio capo comunista sostenne che il Pci aveva preso aspre distanze dall'invasione sovietica dell'Ungheria, nel 1956. Un falso totale, come ci insegna la storia. Ma Fazio, e il pubblico invitato, si guardarono bene dall'obiettare. Nemmeno un mormorio, un colpo di tosse, un'occhiata di sbieco. Come mai? Edmondo Berselli, un intellettuale libero scomparso da poco, lo spiegò così sull'Espresso: «Perché in quel momento si stava celebrando l'apoteosi senescente, ma non senile, di un comunismo impossibile, l'utopia, il grande sogno, l'assalto al cielo. E quindi tanto peggio per i fatti, se i fatti interrompono le emozioni». A Fazio la verità dei fatti non interessa. Soprattutto quando traccia un quadro della storia e della realtà italiana che fa a pugni con il suo ristretto orizzonte politico. (da Saviano non fidarti di Fazio, 30 ottobre 2010)
  • In Rai la satira è vietata, tranne nei casi che sia diretta contro il Caimano, odiato dai sultani rossi. Costoro sono i padroni dei tanti talk show in mano alla sinistra guerrigliera. Quelli che con i soldi pubblici, le tasse e il canone pagati dai noi contribuenti fessi, si sono dati una missione fanatica: spedire all'inferno Berlusconi e il centrodestra. [...] Sanno di avere alle spalle un pubblico militante e lo eccitano in molti modi. [...] Questi si muovono come i khmer rossi nella Cambogia di Pol Pot. Non tagliano la testa agli avversari, però attaccano con la stessa rapida sfrontatezza, provocano il nemico, assaltano a sorpresa. "Vieni via con me" è l'esempio più chiaro di questa tattica. [...] La vicenda è un esempio di quale paese sia diventato l'Italia. Una babele dove a comandare sono soltanto i distruttori. Mentre la Casta si riempie la bocca con la parola "legalità" e al tempo stesso ne fa scempio. Come il Fini doppiolavorista. Lui avrà il bacio di Fazio e di Saviano, pur essendo incollato a una poltrona che non merita più. (da La suocera (e i cognati) di Zapatero, 13 novembre 2010)
  • Mi ha indignato, e spaventato, l'assalto al Senato, che ha visto una squadra di incappucciati superare il primo ingresso. Il Senato, come la Camera, è di tutti gli italiani. E mi dà sgomento la domanda della Jena apparsa giovedì sulla Stampa. Diceva: «Bisogna rispettare il Senato. Anche se c'è Schifani?». Basta un dettaglio, ben poco ironico, per intuire che la sinistra non sta più scherzando con il fuoco, bensì con il morto. (da La sinistra scherza col morto, 27 novembre 2010)
  • L'odierno movimento di piazza non è per niente roba di studenti. È la sommossa di un'altra Casta: quella dei baroni e dei ricercatori universitari. Non vogliono perdere i loro privilegi, tanti per i primi e pochi per i secondi. È questo che gli importa, non lo stato comatoso dell'università italiana. (ivi)
  • Non esistono ragioni che tengano di fronte a un caos che ha un chiarissimo obiettivo politico: far cadere il governo Berlusconi. Forse non sarà un'impresa difficile, visto lo stato comatoso dell'esecutivo. Ma l'eventuale successo non cancellerà l'ipocrisia di troppi media. Giornali e tivù stanno per lo più dalla parte dei cortei. (ivi)
  • [Il quotidiano la Repubblica] Un foglio guerrigliero che ogni giorno scende in battaglia per distruggere Berlusconi. (ivi)
  • [Il telegiornale Skytg24] È malato di settarismo anti-Cav. Mi sembra diventato la Telekabul di Murdoch. Un gemello del Tg3, il telegiornale rosso della Rai. Strano? Mica tanto. Il proprietario di Sky, l'australiano Rupert Murdoch, lo Squalo, non ama per niente Berlusconi. E da che mondo è mondo, l'asino va sempre legato dove vuole il padrone. Soprattutto se è un asino televisivo. (ivi)
  • Gianfranco Fini, il camaleonte più sorprendente dello zoo partitico nazionale. Lui doveva tutto a Berlusconi, a cominciare dall'uscita dal ghetto post-fascista. Eppure ha cercato di ucciderlo. Con una guerriglia continua, iniziata subito dopo l'ingresso nel Popolo della libertà. È inutile che gli scudieri finiani ripetano di continuo che Gianfry è stato espulso dal Berlusca. Gli italiani non sono fessi. (da Il film noir di martedì 14 dicembre, 11 dicembre 2010)
  • Siamo abituati a dire che bisogna difendersi nei processi e non dai processi. Eppure vorrei vedere come si comporterebbero i tanti politici che predicano così. (ivi)
  • Siamo un popolo di formiche, pazienti e laboriose. Eppure è da saggi non dimenticare il vecchio adagio: talvolta anche le formiche, nel loro piccolo, s'incazzano. (ivi)
  • Ho imparato che i giudici non vanno criticati. Sono un potere molto forte e geloso della propria autonomia. (da La minestra non scende dal cielo, 18 dicembre 2010)

I Gendarmi della Memoria[modifica]

Incipit[modifica]

Non me l'aspettavo, il guaio che mi capitò a Reggio Emilia. Nel corso degli anni avevo presentato in pubblico decine e decine di libri, miei e di altri. E non mi era mai successo, proprio mai, di essere aggredito: per nessun motivo, tanto meno per ragioni di ostilità politica.

Citazioni[modifica]

  • Come si muove un gendarme? Quando s'imbatte in qualcuno che infrange la legge, lo acchiappa e lo schiaffa in guardina. Perché non osi più disobbedire alla norma. Si comportano così anche i Gendarmi della Memoria. Loro si sentono gli unici custodi del solo racconto autorizzato e legittimo del conflitto interno che insanguinò l'Italia fra l'autunno del 1943 e l'aprile 1945. Per poi sfociare in una dura resa dei conti sui fascisti sconfitti. E tutto ciò che contraddice il racconto da loro difeso deve essere smentito. O, meglio, ancora, taciuto, ignorato, cancellato. (pag. VII)
  • È indubbio che senza il PCI non ci sarebbe stata nessuna guerra partigiana. E la Resistenza si sarebbe rivelata un'impresa modesta. Ma con il PCI la guerra di liberazione è diventata anche una guerra rivoluzionaria, per la conquista del potere in Italia. E questo progetto eversivo ha autorizzato un succedersi di errori, di menzogne, di intrighi, di soprusi, di delitti e di misteri: tutta robaccia occultata da una storiografia succube degli interessi di quel partito. (pag. IX)
  • L'Italia di questi tempi non è più un Paese normale. Nei paesi normali, violenze come quelle commesse contro la libreria di Bassano [Le serrature dei tre ingressi erano state sabotate e bloccate] non accadono. E se capitano, di solito vengono sanzionate in modo severo. Come merita chi si arroga il diritto di fare di tutto, in nome di una perversione totalitaria che l'autorizza a essere prepotente con chi la pensa in modo diverso. Ma da noi la regola numero uno, quella che recita: chi offende va punito, non si applica quasi più. (pagg. 54-55)
  • In molte bande partigiane rosse emerse il proposito di sopprimere esponenti dei partiti del fronte resistenziale. Per un motivo che si presta a pochi dubbi: chi non era comunista, ma era attivo in partiti come la DC, per esempio, poteva diventare un nuovo avversario. E questo nuovo nemico si sarebbe di certo opposto alla strategia rivoluzionaria del PCI e al suo disegno di conquistare il potere nell'Italia appena liberata. Si trattava, dunque, di delitti politici mirati. Diretti a terrorizzare gli avversari interni all'alleanza antifascista e ad annientarne la capacità di resistere ai progetti dei comunisti. (pagg. 200-201)
  • [Secondo la sinistra] Il revisionismo è pericoloso quanto il cianuro. Ma se è la sinistra a praticarlo, diventa un'aspirina che bisogna ingoiare perché ci regalerà soltanto la buona salute. Questo è il revisionismo fasullo dei soliti noti. Di sicuro non ha vinto. E non credo che vincerà mai. (pag. 328)
  • Un amico mi ha domandato: "Hai dei rimpianti?" Ho risposto: "Assolutamente no. Anche perché ho scoperto un'umanità che non conoscevo [Si riferisce al fatto che il suo pubblico è cambiato: più lettori di centrodestra e sempre meno a sinistra]. In più ho capito qual è la malattia che mina la Quercia". Il male, per me non più oscuro, è la paura di dover riflettere su se stessi e di rileggere la propria storia politica. E, di conseguenza, il rifiuto di discutere con chi ti obbliga a scoprire le carte e a smettere un gioco reticente e pavido. (pag. 342)
  • Istria, Dalmazia, Fiume, Pola, Zara, l'esodo dei 300.000 che non volevano vivere sotto Tito, il loro arrivo in Italia tra gli insulti e gli sputi degli attivisti organizzati dal PCI... Di queste tragedie è inutile parlare ai Gendarmi della Memoria. Loro danno il via libera soltanto ai ricordi che gli fanno comodo. Invece, la memoria che li mette in difficoltà preferiscono tenerla sotto chiave nella guardina del silenzio, zittirla, fingere che non esista. (pag. 365)

Carte false[modifica]

Incipit[modifica]

Eravamo ingenui. Ingenui e prigionieri di un mito e di un sogno. Il mito dei freschi inchiostri all'alba. Il sogno di cominciare "il mestiere" dentro un grande giornale.

Citazioni[modifica]

  • Questo vale per i giornalisti giovani. Non per tutti, certo, ma per molti sì. Sono ignoranti. Magari intelligenti, ma ignoranti. Nel senso che la scuola di questi anni gli ha insegnato poco. E da soli hanno imparato anche di meno. (pag. 28)
  • Ah, il giornalismo obiettivo! Quante fregature abbiamo dato al lettore sventolando questa bandiera fantasma. (pag. 49)
  • Non tutti i giornalisti italiani mentono. Ma una parte di noi, in epoche diverse, ha sempre mentito. Abbiamo mentito per conto del padrone del giornale, soprattutto quando l'interesse numero uno del padrone non era quello di vender notizie. Abbiamo mentito per riguardo al potere politico dominante. Abbiamo mentito per favorire l'opposizione. (pag 51)

Incipit di alcune opere[modifica]

Carta straccia[modifica]

Una domenica del gennaio 2011 telefonai a Livia Bianchi. I miei lettori si ricorderanno certo di lei: la bibliotecaria di Firenze che mi aveva affiancato nella ricerca per i libri sulla guerra civile. A cominciare dal primo, Il sangue dei vinti, fino all'ultimo uscito nel 2010, I vinti non dimenticano. Livia conosceva tutto di me, tranne l'impresa che avevo appena concluso.
Le chiesi: «Cara Livia, prima di tutto come sta?».
«Molto bene» rispose, allegra. «Ma non credo che lei mi abbia telefonato per sapere come sto. Non lo vedo il Pansa che mi cerca senza un secondo fine. Ha in mente qualche altro libro da scrivere e vuole di nuovo il mio aiuto?»
«No, non ho in programma nessun libro. Per il semplice motivo che l'ho già scritto. E da solo.»

I bugiardi[modifica]

«Infame! Quello lì è davvero un infame. Se lo incontro, lo prendo a schiaffi!»
Era stravolto, Bettino Craxi. Era gonfio d'ira. La lettura di qualche giornale, fogliacci zeppi di cronacacce sul suo discorso d'apertura del 46° Congresso socialista a Bari, l'aveva fatto uscire dai gangheri. E adesso, la mattina di venerdì 28 giugno 1991, tornato sul palco, il padre-padrone del Psi si sfogava. A un inviato del Manifesto ringhiò: «Avete scritto che Craxi è nudo... Ricordatevi: chi semina vento, raccoglie tempesta». L'infame, invece, quello da prendere a schiaffi, ero io, il Pansa di Repubblica.

Il revisionista[modifica]

Mia nonna Caterina non era comunista. E canticchiava, beffarda: «Bandiera rossa la trionferà / sui cessi pubblici della città».
La nonna non era neppure democristiana. I preti non le piacevano, andava d'accordo soltanto con i frati francescani di un convento vicino. Li vedeva girare in sandali e senza calze, anche d'inverno. E questo li faceva sembrare poveri, com'era stata sempre lei.

Il sangue dei vinti[modifica]

Era una bella donna sui quarant'anni, alta, più cicciosa che asciutta, capelli neri sciolti sulle spalle. Vestiva un abito intero, di colore scuro, che le disegnava con malizia le forme. Il viso era dominato da un naso sottile, lungo nel modo giusto. E da due occhi che ti scrutavano con un'espressione cortese, quasi dolce.

Bibliografia[modifica]

  • Giampaolo Pansa, Carta straccia. Il potere inutile dei giornalisti italiani, Rizzoli, 2011. ISBN 9788817049276.
  • Giampaolo Pansa, Carte false, Rizzoli, Milano 1986.
  • Giampaolo Pansa, I bugiardi, l'Unità/Sperling & Kupfer, 1992.
  • Giampaolo Pansa, Il revisionista, Rizzoli, 2009. ISBN 9788817030403
  • Giampaolo Pansa, Il sangue dei vinti, Sperling & Kupfer, 2003. ISBN 8820035669

Altri progetti[modifica]

Opere[modifica]