Ligg Iasù

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Ligg Iasù

Ligg Iasù (1895 – 1935), imperatore d'Etiopia.

Citazioni di Ligg Iasù[modifica]

  • Io vivo un po' come un prigioniero. [...] Non mi è permesso neppure di ridere.[1]
  • Come è buono l'Imperatore! [Menelik II] Come avrei desiderato che ella lo avesse conosciuto! In questi ultimi tempi, prima di cadere ammalato, mi voleva con sè ogni momento, ma non mi parlava molto. Mi faceva soltanto promettere che sarei stato mite e giusto.[2]

Citazioni su Ligg Iasù[modifica]

  • Si sapeva già che l'accusa a Yasu di essere un pazzo e un «traditore» del popolo Amhara (cristiano ed egemone in Etiopia fino ad oggi) era falsa. Essa era servita a giustificare la deposizione del sovrano e quindi ad impedire che il Paese, alleandosi con turchi e tedeschi, prendesse alle spalle gli inglesi installati in Egitto e attaccasse gli italiani in Somalia (già alle prese con la rivolta guidata dal Mahdi somalo Mohammed Abdallah Hassan, un eroe popolare che naturalmente Yasu appoggiava e riforniva di danaro e di armi). Si sapeva anche che la deposizione di Yasu aprì la strada alla lenta presa del potere da parte di ras Tafari Makonnen, incoronato poi col nome di Haile Selassie I. (Arminio Savioli)

Arnaldo Cipolla[modifica]

  • Mi ero immaginato Yasu di una ingenuità assai diversa di come le sue prime parole me lo facevano apparire. In tutto il mondo etiopico non esiste una figura che contrasti maggiormente con l'ambiente. Simpatia, squisitezza di sentimenti e di modi, leggiadria dell'aspetto esteriore, tutte le qualità insomma che formano la seduzione dell'adolescenza, Yasu le possiede e le ispira.
  • Sembra felicissimo di potere dire quello che pensa. Ha una voce squillante ed armoniosa, delle mosse rapide, nervose, degli occhi grandi, straordinariamente grandi ed espressivi che sorridono sempre.
  • Yasu, il figlio di Micael, l'erede del trono, mi ha lasciato una indimenticabile impressione di dolcezza, di bontà e di mitezza.

Angelo Del Boca[modifica]

  • Da quel poco che Ligg Jasu è riuscito a realizzare nel suo breve e contestato regno si ricava invece l'impressione che egli abbia cercato di eliminare le ingiustizie più evidenti ponendo sullo stesso piano tutti i popoli dell'impero.
  • [Sul rapporto tra ligg Iasù e Haile Selassie] Fra i due giovani, pur cresciuti insieme alla Corte di Menelik, non c'era mai stata una grande simpatia. Erano troppo diversi, fisicamente e intellettualmente, per intendersi: Ligg Jasu era alto, forte, con lineamenti belli e regolari, mentre Tafari era piccolo, gracile, con un naso rilevante che, con gli anni, si sarebbe fatto sempre più adunco. Il primo era un perfetto cavaliere, un eccellente atleta e aveva un debole per le donne e l'idromele. Il secondo amava le buone letture e avrebbe avuto una sola donna nella vita, l'imperatrice Menen. Ligg Jasu era indeciso fra il cristianesimo e l'islam, tanto che sarebbe stato accusato di essersi convertito alla religione del Profeta. Tafari, al contrario, era uno scrupoloso osservante della fede dei suoi padri. Infine, Ligg Jasu amava il potere, ma non sopportava di esercitarlo all'interno del Ghebì, che sentiva stretto come una gabbia. Tafari era invece affascinato dal Ghebì, dal suo complicato cerimoniale, dai simboli del potere, dalla stessa corte dei miracoli che lo popolava.
  • Secondo il documento segreto compilato in occasione della sua deposizione, l'imperatore si era convertito all'islam e le prove, a riguardo, erano schiaccianti: si era unito in matrimonio con quattro donne, precisando che il Corano glielo consentiva; aveva costruito una moschea a Giggiga con i fondi dello Stato; era stato visto pregare in una moschea indossando abiti e turbante musulmani; sul copricapo delle sue guardie del corpo aveva fatto ricamare la scritta «non c'è altro Dio all'infuori di Allah»; aveva infine convocato ad Harar i più importanti sceicchi della regione per convincerli, tavole genealogiche alla mano, che egli discendeva direttamente dal profeta Maometto.

Note[modifica]

  1. Citato in Arnaldo Cipolla, Nell'impero di Menelik, Milano, Società Editrice la Grande Attualità, 1911, p. 110
  2. Citato in Arnaldo Cipolla, Nell'impero di Menelik, Milano, Società Editrice la Grande Attualità, 1911, p. 114

Voci correlate[modifica]

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