Menelik II

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Menelik II

Menelik II (1844 – 1913), imperatore d'Etiopia.

Citazioni di Menelik II[modifica]

  • [Durante la grande fame del 1888-1892] Oh! Come il mio paese è caduto in rovina! Il mio popolo è finito![1]
  • [Dopo la battaglia di Adua] Portatemi Galliano, lo Scium di Macallè. [...] Portatemi qua la sua testa.[2]
  • [Bando per la successione] Del mio paese, dell'Etiopia miei uomini, miei figli, miei fratelli, sino ad ora per grazia di Dio senza nessuna onta il mio paese ho governato. So che mi avete voluto bene e siccome avete sempre avuto un unico pensiero, la patria nostra, l'Etiopia sinora dal nemico non è stata soggiogata. Come già prima vi avevo fatto conoscere la volontà di Dio si avveri. Ho pensato di lasciare il trono al figlio di Uizerò Scioaregasch che ha avuto da Ras Micael. È Lig Yasu (Giosuè). Gli ho dato per tutore Ras Bituadet Tesamma. Chi guarderà il trono è lui, altro figlio maschio non ho. In questa determinazione sono venuto acciocché venendo a mancare un giorno da casa mia non vi abbiate a spaventare. Finché ci sono io, di qua e di là andiamo facciamo questo di male, qualora ci fosse qualcuno che dicesse, lo maledirò. Lo raggiunga la maledizione di Giuda, lo soggioghi la bestemmia di Jaros. Colui che andrà contro la mia parola lo tradisca la terra, vi soggiorni dove esso abita il cane nero. I Capi che ho fatto crescere militari grandi e piccoli che andranno contro la mia volontà li maledirò. Dopo di me colui che non seguirà il mio figlio lo maledirò e se lui andrà contro la volontò dei Padri vostri e dei suoi amici, e qualora facesse male maledirò il tutore di Lig Yasu che io gli ho dato, Ras Bituadet Tesamma.[3]

Citazioni su Menelik II[modifica]

  • Abissino anch'esso, con pochi bisogni nel metodo di vita, ed estraneo a tutte le puerili invenzioni e ricercatezze delle mode europee, pensava e parlava come gli altri indigeni. (Guglielmo Massaia)
  • Barambaras Menelik... chi ha visto i ritratti di Nerone giovane se lo figuri: un po' più pingue soltanto. (Ferdinando Martini)
  • Come è buono l'Imperatore! Come avrei desiderato che ella lo avesse conosciuto! In questi ultimi tempi, prima di cadere ammalato, mi voleva con sè ogni momento, ma non mi parlava molto. Mi faceva soltanto promettere che sarei stato mite e giusto. (Ligg Iasù)
  • Menelik ha la tunica di velluto nero, simile a quella del padre: e lo sciamma, che è della stessa forma del marghef, ma di tessuto men sottile, e senza ricami: invece è rigato, a larghi intervalli, da larghe strisce scarlatte. In capo un corno dogle di raso verde, intorno al cui lembo inferiore s'avvolge una coda di leone, segno e ricompensa dell'aver ucciso il re delle foreste. (Ferdinando Martini)
  • Menelik riuscì a ritagliarsi un suo impero nella carta dell'Africa, così come la regina Vittoria, l'imperatore Guglielmo, re Leopoldo del Belgio, la Francia repubblicana e l'Italietta di Umberto I si ritagliavano i loro. (Arminio Savioli)

Arnaldo Cipolla[modifica]

  • Constatavo da per tutto che la venerazione per Menelik era il solo sentimento generale che non si discuteva. Il prestigio del suo nome era immenso, esso formava la sola molla che regolasse quel disordinato organismo, ma lo era in quanto Menelik personificava il vittorioso che aveva compiuto la più grande impresa guerresca contemporanea. Quando la mente dell'imperatore si modernizzò sino a comprendere la convenienza di sfruttare i benefici della vittoria per fare dell'Abissinia uno stato relativamente ordinato, dove l'avvento al potere supremo più non rappresentasse il risultato di convulsioni interne, il suo popolo non lo comprese e non lo seguì, perché non comprende e non comprenderà mai come si possa aspirare al trono, vale a dire ad essere universalmente ubbidito e temuto, senza avere conquistato quella suprema potenza colla spada in pugno. Esso si spiega che si possa ubbidire all'imperatore, ma non alla sua volontà postuma. Ritenere ciò equivale attribuire all'Abissinia una mentalità ed un sentimento che essa ancora non possiede.
  • Menelik aveva compreso che la condizione essenziale per la salvezza del suo stato stava nella assimilazione delle forme civili e fece quanto di meglio poté per imporle ai suoi popoli.
  • Menelik checché se ne dica lascerà l'Abissinia ben poco differente dal punto di vista dell'unità nazionale da quello che era agli inizi del suo regno. L'amalgama dei cento popoli compresi entro i confini dell'impero è apparente, incerta, come lo era venticinque anni or sono. Il prestigio personale dell'Imperatore ha sopito le cause di conflagrazione interna, ma non le ha certo neutralizzate, e dato che nessuna nazione europea ha per ora nelle sue vedute, l'idea di attentare alla integrità dell'impero, rimane senz'altro scartata la possibilità di una provocazione che riesca a suscitare un movimento simile a quello verificatosi nel novantasei contro di noi. Al giorno d'oggi scioani, galla, tigrini ed amhara si odiano non meno profondamente di come si odiavano per il passato.
  • Tutti sanno che Menelik ha aderito alla conferenza di Bruxelles per l'abolizione della schiavitù e chi è stato in Abissinia sa pure come sia assolutamente proibito e mostrare di sapere che la schiavitù è in fiore.

Note[modifica]

  1. Citato in Angelo Del Boca, Il Negus, Editori Laterza, 2007, p. 20, ISBN 978-88-420-8310.8
  2. Citato in Arnaldo Cipolla, Nell'impero di Menelik, Milano, Società Editrice la Grande Attualità, 1911, p. 58
  3. Citato in Arnaldo Cipolla, Nell'impero di Menelik, Milano, Società Editrice la Grande Attualità, 1911, p. 118

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