Louis Vivien de Saint-Martin

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Louis Vivien de Saint-Martin

Louis Vivien de Saint-Martin (1802 – 1896), cartografo, geografo e storico francese.

Storia generale della rivoluzione francese[modifica]

  • Così terminò la carriera politica d'un uomo [Charles François Dumouriez], i cui incontrastabili talenti furono malavventurosamente sprovvisti di quella fermezza di principii, senza di che quelli ancor più sublimi altro non sono che un dono sterile per la gloria. Non si può negare che il Dumouriez non avesse alcuna di quelle qualità che costituiscono i grand'uomini; imperocché egli aveva quel ratto e sicuro vedere necessario al generale; aveva il coraggio del campo di battaglia che incute al soldato, e quell'altro ancor più raro che affronta all'uopo e gli errori dell'opinione, e i colpi della calunnia, e il mormorio della mediocrità; insomma egli univa alla capacità dell'uom di guerra, l'abilità del diplomatico e quella dell'amministratore, insieme a quel nobile amore della gloria, e quell'ardente desiderio di farsi distinguere e di venir famoso, che sono le più potenti virtù per operare gran gesti: ma tutte queste qualità erano per così dire più superficiali che profonde. Ciò che in lui si vedeva, poteva percuotere gli animi, ma non comandare il rispetto; mentre mancava in lui quel moral vigore che domina la mobilità delle masse con tutta la potenza di ben decise risoluzioni. (tomo II, pp. 236-237)
  • [Dumouriez] Non indietreggiante, per arrivare ai suoi fini, in faccia a nessun mezzo, nemmeno innanzi all'intrigo, cui sdegnano le nature sublimi; operoso, impetuoso, ma versatile e pieno d'inconseguenze, senza principii fissi e senza convinzioni profonde, sì che più d'una volta fu veduto insultar l'idolo già da lui incensato, e prostituire l'incenso a quello che aveva insultato; non mostrando giammai né la morale potenza che procede dalla virtù, né l'irresistibile ascendente che esercitano sugli uomini quelle facoltà dominatrici il cui insieme costituisce il genio; amato dal soldato perché bravo, popolare un momento, perché aveva respinta l'invasione straniera, egli dette un eccedente valore alla importanza e alla sua popolarità: talché credendosi tanto forte da poter dar le mani sulle redini della rivoluzione, non poté nemmeno elevarsi al punto di farsi capo di parte. (tomo II, p. 237)
  • Senza la sublimità dei suoi militari talenti, Dumouriez sarebbe oggi confuso fra la folla di quelli oscuri, o ambiziosi, il cui nome non si sottrae all'oblio se non se pel vituperio. Ma la gloria d'aver salvata una volta la Francia dallo straniero, gli cancella il delitto d'aver in seguito chiamato lo straniero in mezzo alle sue civili discordie, e la rimembranza dell'Argonna gli è scudo contro quella della sua defezione. (tomo II, p. 237)
  • I numerosi sbagli militari del Custine, durante il suo comando sul Reno, gli avevano certamente meritato gravi rimproveri; ma i più pericolosi nemici se gli era egli creati per la freddezza del suo repubblicanismo, pel disprezzo ben poco dissimulato contro la turba degli sbracati, e per qualche mal sonante parola contro il Marat e il Robespierre. (tomo II, p. 428)
  • Chiamato [Custine] a Parigi qualche giorno dopo la capitolazione di Condé, egli vi si ritrovava allora, quando v'arrivò la duplice novella della dedizione[1] di Magonza e di Valenciennes. Accusato tostamente dal Comitato di Pubblica Salute, fu gittato nella Badia; e indi a un momento appresentato innanzi al tribunale rivoluzionario, fu spacciatamente mandato al patibolo, come convinto di avere avuto colpevoli intelligenze co' nemici della Repubblica.
    Ma il Custine moriva da forte, protestando sino alla fine esser egli innocente. Però, innocente o reo che si fosse, la sua morte era per tutti i generali una terribile ammonizione, dovendo d'ora in poi la loro testa rispondere de' successi, e soprattutto, della lor cieca sommissione al governo rivoluzionario. (tomo II, p. 428)
  • Ed era pur quivi [nel dipartimento della Nièvre], che il Fouché, quest'uomo destinato a servire ed a tradire di mano in mano tante potestà, aveva cominciato la sua lunga carriera di apostasie. Prete egli stesso erasi mostrato il più ardente persecutore de' nobili e de' preti. (tomo II, p. 520)
  • Uomo nuovo al potere, ma eminentemente acconcio a conciliarsi le varie opinioni della Camera per la vaghezza delle sue forme, per la moderazione del suo carattere, per la saviezza dei suoi principii, e per la eloquenza dolcemente persuasiva del suo linguaggio, Martignac divenne ben presto l'anima di quel ministero transitorio cui meritò di lasciare il suo nome. (tomo III, p. 641)
  • Carlo X ricondur vuol la Francia mezzo secolo addietro, profondamente ignaro del suo tempo e de' suoi contemporanei, crede egli bastarli di poter assumere l'imperiosa parola di Luigi XIV per trovare intorno a lui servile obbedienza de' parlamenti e la sommissione del terzo stato. (tomo III, p. 657)
  • Re debole, con una cieca fiducia [Carlo X] si getta in una lotta che avrebbe nientemeno richiesto insieme congiunti il genio e la spada di un altro Napoleone. In questa ostinata lotta contro la nazionale opinione, in questa più che avventurosa impresa, ove non vedi la forza nemmeno sostener la violenza, il nuovo Giacomo II[2] non si accampa che col suo zelo senza lumi per la restaurazione delle grandezze della chiesa e pel suo feroce istinto contro le rivoluzionarie innovazioni.
    Imprudentemente impegnato come Giacomo II in una insensata guerra contro il secolo, Carlo X come l'ultimo Stuardo[2] doveva lasciarvi la sua Corona. (tomo III, pp. 657-658)

Note[modifica]

  1. resa.
  2. a b Giacomo II Stuart (1633 – 1701), re d'Inghilterra, Scozia, Irlanda e re titolare di Francia.

Bibliografia[modifica]

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