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Lucia Drudi Demby

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Lucia Drudi Demby (1924 – 1995), scrittrice, traduttrice e sceneggiatrice italiana.

Dalla prefazione a Samuel Butler, Erewhon

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  • [Su Erewhon] Ma il risveglio dell'io butleriano si pone immediatamente in termini diversi: le creature che gli appaiono, superato il confine dell'irrazionale, non sono né più alte né più basse, né più storte né più diritte di tutti i comuni mortali. Somigliano agli individui di una qualunque razza mediterranea: agli Italiani più belli, per esser precisi. Ed è proprio questa la sostanza della prima meraviglia. Nessuna deformazione, né nelle persone né nelle cose. Il clima è temperato, il paesaggio tranquillo. Il primo villaggio appare più o meno come doveva apparire un qualsiasi villaggio europeo di qualche secolo fa. (p. IX)
  • Perché, in Erewhon, la virtù è la salute, la malattia il crimine. La ricchezza premiata. La miseria punita. Si pratica una selezione cosciente, imperturbabile, ragionata. Il risultato, indubbiamente positivo, è che i poveri e i malati sono pochi, e anche quei pochi non si fanno vedere in giro e non guastano il sacrosanto piacere della vita. Nelle scuole, invece delle idee chiare e distinte, si insegnano la nebulosità e l'ipotetica [...]. (p. X)
  • L'io, dunque, è approdato in un rovesciamento assoluto, in un paradossale capovolgimento. Sempre, per muovere al riso, sia sul piano dell'eleganza scettica e dello humour, sia su quello del comico automatico o buffonesco, nel giuoco astratto della marionetta, come nell'assalto della satira e dell'insulto a oltranza, si è ricorsi al paradosso e al rovesciamento. Ma il paradosso, questa suprema forma di snobismo, questo salto che porta a vedere le cose da un punto di vista eccezionale ed eccessivo, questa sfida all'oggetto guardato, è suscitato dall'occasione, e, in genere, valido entro l'occasione. Non ha finalità se non in se stesso e nel contraccolpo che intende dare. Non presuppone né continuità né consequenzialità. (p. XI)
  • Figlio e nipote di ecclesiastici, destinato lui stesso alla carriera ecclesiastica e, da principio, mansuetamente disposto ad essa, Butler non si presenta con le stigmate folgoranti del genio, ma con la dura, pratica testardaggine dell'impiegato di banca. Quando si ribella e decide di cambiare radicalmente la propria vita, non lo fa per un richiamo invincibile, né per uno slancio ispirato, ma, per così dire, coi documenti alla mano, perché ha scoperto un piccolo particolare che certamente non funziona: cioè che, fra i suoi allievi, quelli che non hanno ricevuto il battesimo non sono né migliori né peggiori di coloro che lo hanno ricevuto. È una scoperta da nulla, di cui in seguito sorriderà egli stesso: ma è la chiave che gli svela la possibilità di mistificazione totale dell'ingranaggio in cui stava per essere inghiottito. (p. XIII)
  • Siamo lontani, con Butler, dai deliri erotici di Swinburne, dalla sensualità estetizzante di Pater, dall'eroico decadentismo di Oscar Wilde. Per Wilde, l'arte crea la vita; cioè l'atto scaturisce e acquista realtà solo dall'emozione creativa. Per Butler l'arte è deduttiva, e continuamente passata al vaglio della ragione. Si respira, nelle sue pagine, la lucida ironia di Voltaire; ma anche la riduzione antiromantica, la «fine del mondo» dataci, dopo più di mezzo secolo, da quel grande impiegato della poesia che fu T. S. Eliot. Con un processo analogo alla democratizzazione dell'immagine operata da Eliot, Butler svaluta, stinge, o addirittura dissolve in acido cloridrico le banconote di una civiltà che ancora, a molti, appariva gloriosamente in fieri, o, comunque, drammaticamente vitale, e che a lui invece svela il suo aspetto spettrale. Sembra di veder venire avanti, dalle sue pagine, Franz Kafka, le camere a gas, i cervelli elettronici, la morte nei frigoriferi, le antenne televisive, la moda dello zen, il problema del tempo libero. (p. XIV)
  • Analogamente, partendo, in Erewhon, dal sogno della conversione in massa dei pretesi discendenti delle dieci tribù smarrite d'Israele (quelle cioè sfuggite, in tutto e per tutto, alla contaminazione cristiana), si arriva, in Ritorno in Erewhon, al pratico, disadorno e divertito contratto, al ragionare in termini di pepite e sterline, lasciti e donazioni, conguagli valutari, «scambi con l'estero». L'utopia, cioè la proposta di un mondo possibile, si arrende alla nuda pianura della realtà. Si riapre, per l'ennesima e non ultima volta, la tabula rasa del realismo e del positivismo inglese, con la sua caustica ma statica consapevolezza. (p. XV)
  • Erewhon, abbiamo detto, è l'immagine capovolta del nostro mondo; Ritorno in Erewhon è il capovolgimento del capovolgimento. Gli Erewhoniani, sperimentatori «contaminati» riprovano tutto da capo; e il risultato è squallido, perché il sapore del gradevole egoismo originario è quasi svanito. Dopo il miracolo, il paese inesistente appare un mondo prostituito, come certe civiltà africane dopo che si è sovrapposto, al loro errore, il nostro. Un falso Dio si è imposto là dove l'assenza di Dio era la componente prima di un robusto amore del presente. E quel falso Dio è proprio il viaggiatore, l'esploratore, il turista, che, al suo ritorno, si ritrova davanti la propria figura, già mistificatrice, mistificata in una pala d'altare, le proprie parole già false, falsificate in una raccolta di Detti sacri. (p. XXI)
  • Se l'opera creativa è soprattutto un modo di rappresentare e onorare il proprio Dio, ecco, dunque, il Dio di Samuel Butler, così vicino che basta, di nuovo, guardarsi allo specchio: è l'uomo individuale, meschino, pervertito, egocentrico, vile; senza anime da convertire né verità da fondare; pronto, nel regno furtivo della propria mente, ma anche in quello, non meno furtivo, della vita quotidiana, ad ogni blasfemia, ad ogni crimine, ad ogni ritrattazione, purché sia utile: ma che da quel crimine, da quella blasfemia, da quella ritrattazione rifugge non appena li riconosce inutili, vuoti e fragili quanto l'ipocrisia, il falso pietismo, e la giacca a doppio petto del conformismo. (p. XXII)

Dalla prefazione a Katherine Mansfield, Tutti i racconti

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  • La Dickinson limava l'occasione fino a chiuderla per sempre nell'incastonatura del silenzio: silenzio e immobilità diventavano le parole del paradiso. (p. 12)
  • Chiuso nella sua stanza di sughero, Proust si avvolgeva nella memoria come in un'unica, iridescente, sontuosa foglia d'alveo, nodo d'autoimpiccagione e bergsoniano fluire d'infinità. Dosando il respiro fra incantati, aperti paesaggi di impossibili guarigioni, K.M., con una sperimentazione di tipo più joyciano, espelle la memoria da sé, la proietta in campi lunghi, campi medi e controcampi, la devolve a schegge d'altruità, la oggettiva in figure cui le sue cesoie d'esilio imprimono il taglio rapido dell'esilio, dove a nessuna è concesso spazio o tempo più che all'altra.
    La distanza agisce così come calmiere. Lo spazio si immerge nel tempo, il tempo tridimensionale si autocancella. Tempo e spazio si allineano e si uguagliano su una sola superficie, il nitore di un'intangibile visività. (pp. 13-14)
  • Rescisse spiegazioni e confessioni, rescisse cause, concause, resipiscenze e condoglianze, nettati spietatamente tutti i contorni col mercurio liquido della pura visività, respinti rinvii, condanne e condoni, K.M. pone un aut-aut assoluto e straziato, tolemaico: la centralità dell'io. Improvvisamente si pensa, più che a Cecov, a Verlaine. Si pensa a Saffo, filtrata attraverso Keats e Shelley. Si pensa alla poesia. (p. 19)
  • Sceglie di essere solo quello che è. Di dire solo quello che conosce (che vede) e quello che ama. Ama il bello, il gentile, il buono. Ama il semplice, il chiaro, l'arreso, il tenero, lo scherzoso, il minuto. Li ama così convulsamente da sapere che non esistono. Per questo, attraverso una tecnica di spossessamento di tipo in apparenza impressionista e in realtà simbolista, li priva di spazio, li sparecchia di fiato, li recide nel momento stesso in cui, con incantevole grazia, li porta sulla soglia dell'apparire. Onestà-verità diventa scopo, norma, canone.
    Canone d'essenzialità. (pp. 19-20)

Bibliografia

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Filmografia

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Altri progetti

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