Matta El Meskin

Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà.
(Reindirizzamento da Matta el Meskin)
Matta El Meskin

Matta El Meskin, nato Yūsuf Iskandar (1919 – 2006), monaco egiziano, igumeno del monastero di San Macario il Grande (dal 1969 al 2006), Deserto di Scete.

Il cristiano: nuova creatura[modifica]

  • Dio ha deposto in noi, con la fede e il battesimo, questo nuovo corpo dotato di capacità spirituali nuove e superiori, per neutralizzare l'influenza e l'arroganza dell'uomo vecchio in noi, non tanto dal punto di vista di ciò che percepiamo o sentiamo, quanto dal punto di vista di Dio, della sua immensa giustizia e della sua grande misericordia.
  • Questa liberazione dalla legge del peccato non si è prodotta grazie alle opere umane, ma per un dono gratuito di Dio che ci ha rivestiti dell'uomo nuovo guidato dalla legge dello Spirito della vita.
  • Un amico mi ha chiesto: "Ti prego in nome della nostra amicizia di dirmi in una parola che cos'è l'uomo nuovo". Gli ho risposto: "La risurrezione".
  • L'orientamento della sua preghiera e della sua ardente supplica, ripetuta per ben tre volte con insistenza e prosternazione, si è rivelato essere che il Padre allontanasse da lui "questo calice" [...] La verità è che "questo calice" rappresentava agli occhi di Cristo il "come" avrebbe dovuto bere i peccati e l'infamia dell'umanità, "come" avrebbe dovuto apparire sulla croce facendosi carico delle colpe più scandalose degli uomini: adultèri, omicidi, bestemmie. Sulla soglia della crocifissione doveva decidere: avrebbe accettato di essere l'autore di tutte queste colpe, affinché la sua crocifissione e la sua morte fossero possibili? (pp. 30-31)
  • La creazione dell'uomo nuovo mediante lo Spirito si compie tutta in una volta ed è intrinsecamente perfetta. All'uomo non resta che scoprire la perfezione di questa grande opera di Dio portata a compimento in lui. I doni di Dio sono completi e l'uomo nuovo è creato a immagine del suo Creatore nella giustizia e nella santità della verità. Spetta all'uomo credere questo e assumere la verità di quello che Dio ha compiuto in lui. Se è difficile per il pensiero umano cogliere quest'opera nella sua vastità, è perché essa non rientra nei canoni del pensiero o del ragionamento; essa non si può spiegare sul piano del merito personale, perché all'origine della creazione dell'uomo nuovo vi è una pura iniziativa divina allo scopo di trasferire l'uomo dalla terra al cielo affinché egli viva nel regno di Dio. Essa dipende dunque unilateralmente dalla volontà perfetta di Dio. "Di sua volontà egli ci ha generati con una parola di verità, perché noi fossimo come una primizia delle sue creature" (Gc 1,18) (p. 51)
  • Questo cambiamento [il retrocedere dell'uomo vecchio e l'inizio dell'attività dell'uomo nuovo] può prodursi progressivamente, per mezzo di molti sforzi, di fatiche e di tentativi, sostenuti con pazienza e tenacia, grazie anche a molte preghiere con lacrime, grida, violenza, dolore e tristezza. Infatti si tratta di una dolorosa duplice operazione di morte e di parto, espressa da una stessa parola nella Bibbia [1]: sono da un lato i dolori della morte dell'uomo vecchio recalcritrante che vi si oppone con tutto il suo essere e dall'altro i dolori del parto dell'uomo nuovo: essi implicano un'immensa trasformazione dell'essere che l'uomo subisce faticosamente, perché rinasce a immagine del suo Creatore nella giustizia e nella santità della verità. Le forze repulsive richieste per espellere il vecchio e el eforze di attrazione necessarie per mettere in opera il nuovo superano le capacità umane. È come se l'essere uomo dovesse ingaggiare la lotta contro se stesso e mettersi a morte. Se non fosse stato per le qualità eccezionali dell'uomo nuovo, la nuova nascita sarebbe stata impossibile. Ma Dio l'ha creato perché viva, perché domini e nulla possa impedirgli di vivere. Le forze vitali dell'uomo nuovo hanno la meglio sugli atteggiamenti recalcitranti dell'uomo vecchio, con una potenza invincibile che il soggetto percepisce con ammirazione, chiedendosi da dove gli venga questo aiuto, e perché prima fosse nascosto. Egli ha l'impressione di essere liberato da ciò che l'ostacolava e comincia a discernere come l'eco di una voce che lo chiama dall'intimo del suo essere e che lo invita alla traversata. Tuttavia questo stesso cambiamento può anche prodursi all'improvviso – come testimonia l'esperienza di molti – senza sforzo né dolore, come un risveglio dopo un profondo sonno. Sul punto di nascere, l'essere nuovo attende solo più un impulso della grazia, in un movimento di fede ardente nel cuore. Allora si sveglia, si manifesta e suscita lo stupore e l'ammirazione. Si dice allore che il tale si è "rinnovato", si è trasformato. Egli stesso percepisce bene che qualcosa è cambiato nel suo essere, nel suo fisico, nel suo stesso corpo. La sua voce, la sua intonazione, l'espressione del suo viso hanno qualcosa di nuovo. Una gioia serena inonda il suo cuore e sprizza dal suo viso e da tutto il suo essere. La calma interiore colma tutta la sua vita: altrettanti segni che una nuova nascita nello Spirito è effettivamente avvenuta. L'uomo si sente riempito di nuove energie spirituali che gli sembrano venire dall'alto ma che, in realtà, hanno la loro origine all'interno, nell'essenza stessa della sua creazione e della sua eredità celeste. [1] Il travaglio del parto (cf. Rm 8,22) e l'agonia della morte (cf. At 2,24) sono espressi in greco dallo stesso termine: odinas.

[Matta el Meskin, Il cristiano: nuova creatura, traduzione di L. Marino, Qiqajon, 1999]

L'esperienza di Dio nella preghiera[modifica]

  • Ciò che veramente costerna l'anima non sono le sue perdi­te e i suoi fallimenti, l'arresto della preghiera e dello sforzo, la paura dell'abbandono di Dio, ma il sentimento che Dio stesso sia diventato per lei un avversario che si compiace del suo dolo­re, della sua tristezza e delle sue lacerazioni!
  • L'anima ambiziosa che si preoccupa del proprio progresso si sforza di accelerare il ritmo oltre la propria capacità di resistenza e più di quanto converrebbe alla sua situazione.
  • L'aridità spirituale attiene soltanto all'interruzione della consolazione, del piacere e degli incoraggiamenti affettivi che accompagnavano la preghiera e da essa derivavano.
  • L'uomo che ha smarrito lo scopo autentico e persegue uno scopo ingannatore può non aver fatto attenzione all'imbroglio del quale è vittima. La sua preghiera priva di forza e di perseve­ranza può tuttavia insinuargli il dubbio.
  • Più pesante è la prova, più grande è la trasparenza dell'ani­ma che gli permette di penetrare con lo sguardo la trascenden­za dell'Eterno, l'immensità del suo amore e della sua fedeltà all'anima umana.
  • Quando l'anima si dedica alla lotta spirituale, all'assiduità nelle preghiere e alla minuziosa osservanza delle altre pratiche spirituali, può giungere ad avere la sensazione che simili attivi­tà e assiduità condizionino il suo rapporto con Dio. Ha allora l'impressione che, a motivo della perseveranza e della fedeltà al­le preghiere, essa meriti di essere amata da Dio e di diventare sua figlia. Ma Dio non vuole che l'anima devii su questo falso cammino che, in realtà, l'allontanerebbe definitivamente dall'a­more gratuito di Dio e dalla vita con lui. E la priva così anche di quell'energia e quell'assiduità che rischierebbero di provocare la sua perdita.
  • La fede in Gesù Cristo non è una teoria, ma una forza che agisce capace di cambiare la vita. Ogni uomo che vive in Cristo Gesù deve essere portatore di tale forza, deve essere cioè capace di cambiare la propria vita, di rinnovarla per la potenza di Cristo (p. 9)

[Matta el Meskin, L'esperienza di Dio nella preghiera, traduzione di Enrico Cosentino, Qiqajon, 1999]

Comunione nell'amore[modifica]

Il pentimento[modifica]

  • L'umanità si è rallegrata per i primordi della fede ed è stata ravvivata dal martirio come sigillo della fede: adesso attende ancora un'epoca di pentimento che sarà una delle età spirituali più fiorenti e per nulla meno gioiosa e rigogliosa delle epoche precedenti, a condizione che il pentimento sia vissuto autenticamente.
  • Il pentimento non è altro che una seconda vittoria della fede e una nuova testimonianza. Il ritorno alla fede accolta un tempo è una gioia quasi più grande della prima adesione. Pensate alla gioia della vedova dopo che ha trovato la dracma perduta (Lc 15,8-10); pensate al pastore che si rallegrava più per aver ritrovato la sua pecora smarrita che non per la certezza di avere le altre novantanove nell'ovile (Lc 15,4-7). Il Signore ci insegna che il ritorno in seno a Cristo di un uomo che si pente ha una forza e un onore pari alla gioia di avere un intero ovile, cioè un'intera chiesa.
  • Dio ha voluto accordare al pentimento il doppio di onore, di felicità, di gaudio e di gioia, in modo che un peccatore non fosse scoraggiato o timoroso di tornare in braccio a Cristo, che la gloria della croce potesse prevalere sull'infamia del peccato e che la mitezza di Dio, sempre pronta a giustificare l'empio, fosse glorificata. Anche se un peccatore che si pente potrà difficilmente essere notato dal mondo, la Bibbia afferma che il cielo intero accoglie con gioia il pentimento di un peccatore e si rallegra quando un uomo viene giustificato. Il pentimento è la più grande delle opere di cui l'umanità può essere fiera, perché chi si pente risponde al potere che Dio ha di perdonare e di giustificare e ottiene, mediante la contrizione, il frutto della croce e la santificazione da parte di Dio. Pensate: un uomo che si pente può, con la sua contrizione, rallegrare i cieli e il cuore di Dio!
  • Quando i santi percepirono l'onore riservato al pentimento e alla contrizione – onore originariamente spettante ai peccatori, agli adulteri e agli indolenti –, lo carpirono per se stessi e si sottoposero con serietà e avvedutezza alla severa disciplina del pentimento, come se fossero loro gli indolenti. così la gente ha finito col pensare che il pentimento fosse l'opera dei santi e la contrizione quella dei giusti!
  • Quanto a noi miserabili, pensiamo che sia la nostra giustizia a introdurci presso Dio e che la nostra virtù, l'erudizione, il culto, lo zelo ci garantiscano la comunione con le cose celesti. Non ci capacitiamo che "tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi e a lui dobbiamo rendere conto" (Eb 4,13), che non abbiamo nulla di buono per avvicinarci a Dio: "Nessuno è giusto, nemmeno uno" (Rm 3,10), e che "come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia" (Is 64,5).
  • Se solo avessimo conosciuto che Cristo è venuto per "giustificare l'empio" Rm 4,5) e per chiamare "mia diletta quella che non era la diletta" (Rm 9,25); se solo fossimo sicuri di questo, rinunceremmo immediatamente a tutta la nostra giustizia, a tutta la nostra falsa pietà, a ogni ostentazione forzata, e le deporremmo all'istante come cose empie e non giudicheremmo i nostri peccati come troppo gravi per essere lavati dal sangue di Cristo e la nostra impurità come un carico troppo pesante per il suo amore.
  • Non è nostro compito giustificare gli empi, non possiamo farlo: questa è un'azione divina, una capacità soprannaturale che resta incomprensibile per noi. È la ricchezza del cielo che è stata versata con il sangue di Cristo nei nostri cuori; è la ricchezza del dono e della generosità totale; è la benevolenza di Dio unita a una compassione e a un amore sovrabbondanti, al punto che è stata sopraffatta dal suo stesso sentimento e non ha avuto pietà di se stessa, ma ha immolato se stessa sulla croce a favore della miseria dei peccatori.
  • Giustificare l'empio è un mistero divino, uno dei più profondi misteri della salvezza. Ci sarebbe sufficiente credere soltanto che Dio è capace di giustificare l'empio: questa nostra fede sarebbe considerata giustizia di per sé, senza tener conto se ci siamo avvicinati a Dio come persone empie convinte di dover essere giustificate in virtù della potenza di Dio di giustificare e santificare; se questo avvenisse, ci sprofonderebbe immediatamente nell'incomprensibile mistero di salvezza.
  • Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori! Sì, il peccatore! Il peccatore non è altro che un ammasso di immondezza unita a lussuria, malvagità, vanità e alla penosa esperienza della dissolutezza. Proprio il peccatore, ripugnante a se stesso e a gli altri, è la causa della venuta di Cristo nel mondo.
  • Il peccatore che avverte dentro di sé l'assoluta mancanza, a causa del peccato, di ciò che è santo, puro e grande, il peccatore che appare ai propri occhi nel buio più totale, separato dalla speranza della salvezza, dalla luce della vita e dalla comunione dei santi, proprio lui è l'amico che Gesù ha invitato a tavola e che è andato a cercare lungo le siepi, è lui l'amico al quale è stato chiesto di essere l'invitato alle nozze di Cristo e l'erede di Dio. Dio ha promesso di non ricordare nessuno dei suoi peccati ma di lasciarli cadere nell'oblio, come una nube d'estate è assorbita dallo splendere del sole. Non è forse per lui che Cristo ha crocifisso se stesso e ha sopportato la miseria e l'abbandono?
  • Il meraviglioso potere di Cristo, quale Dio che redime e ama fino alla morte, non può essere assolutamente percepito o sperimentato se non nella persona del peccatore gettato a terra e ripudiato da tutti. Senza il peccatore non siamo in grado di capire l'amore di Cristo, né di misurarne la profondità, né questo amore divino può manifestarsi in un'azione ne riveli la qualità straordinaria. L'amore divino raggiunge la massima considerazione ai nostri occhi quando perveniamo a conoscerlo nella sua condiscendenza verso di noi proprio mentre noi siamo caduti in una condizione miserevole.
  • Per amore del peccatore sono stati svelati i misteri dell'amore di Dio ed è stata aperta a noi la ricchezza di Cristo, quella ricchezza che è offerta gratuitamente e che né oro né argento possono acquistare. Quanto è grande la povertà del peccatore! Solo l'estrema miseria del peccatore, infatti, fa sgorgare la ricchezza di Cristo, con una fiducia simile a quella di un bambino affannato che succhia il latte al seno della madre.
  • Cristo non arricchisce mai chi è ricco, né sfama chi è sazio, né giustifica chi è giusto, né redime chi confida in se stesso, né insegna a un erudito! La sua ricchezza è solo per il povero e il bisognoso, per chi è scartato, per chi è disprezzabile e sciagurato anche ai propri occhi; il cibo abbondante di Cristo è per l'affamato, la sua giustizia per i peccatori, il suo braccio forte per chi è caduto, la sua sapienza per i bambini e per quanti si considerano piccoli. Chiunque è povero, affamato, peccatore, caduto o ignorante è l'ospite di Cristo.
  • Cristo è disceso dalla gloria del suo regno alla ricerca di coloro che sono nell'abisso profondo, di coloro che hanno raggiunto il massimo grado di miseria, di perdizione e di oscurità abominevole, di coloro che non hanno più speranza in se stessi. In loro si manifesta il suo potere d'azione e la potenza del suo essere Dio, quando il suo amore immolato si precipita a tirar fuori il peccatore dal pantano e dal letamaio e si affretta ad aspergere e lavare con il santo sangue ogni membro contaminato.
  • In persone di questo tipo è glorificata la giustizia di Dio; in esse egli trova un terreno per la compassione, la misericordia e la tenerezza, e nelle anime di coloro che sono disprezzati e scartati la sua umiltà trovo conforto, poiché nell'essere condiscendente verso di loro egli trova un'opera degna della sua mitezza.
  • Oh, se soltanto i peccatori sapessero di essere l'opera di Dio e la gioia del suo cuore! "Siamo opera delle sue mani" (Ef 2,10). Se il peccatore fosse sicuro che la sua condizione agli occhi di Dio è sempre stata tra le preoccupazioni dell'Onnipotente ed è stata presa in considerazione fin dall'eternità, e che la mente di Dio di è data pensiero nel corso dei secoli del uso ritorno, e che i cieli e quanto contengono restano in attesa della sua conversione, allora non si vergognerebbe mai di se stesso, non disprezzerebbe la propria possibilità di conversione, non rimanderebbe il suo ritorno.
  • Se solo il peccatore sapesse che tutte le sue trasgressioni, le sue colpe e le sue infermità non sono altro che il motivo della compassione, della remissione e del perdono di Dio, e che per quanto grandi e atroci possano essere, non potranno mai disgustare il cuore di Dio, né estinguerne la misericordia, né ostacolare – neanche per un solo istante – il suo amore! Se solo il peccatore sapesse questo, allora non si aggrapperebbe mai al suo peccato né cercherebbe nell'isolamento da Dio un velo per impedire alla sua vergogna di vedere il volto di Cristo, quel volto che sta cercando di dimostrargli l'amore che nutre per lui e che lo sta chiamando!
  • Il peccato non ha più il potere di separare l'uomo da Dio

Su, venite e discutiamo – dice il Signore –. Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeranno bianchi come neve. se fossero rossi come porpora, diventeranno come lana (Is 1,18)

  • Dio è così, sempre condiscendente verso di noi; egli sa come il peccato indebolisce il cuore del peccatore e lo trascina in uno stato di vergogna mortale che lo costringe, anziché ad andare verso Dio, a nascondersi e così a privarsi della vita; per questo, Dio stesso prende l'iniziativa di chiamare insistentemente il peccatore e lo invita a presentarsi per discutere insieme.
  • Il peccatore pensa che il peccato gli impedisca di cercare Dio, ma è proprio per questo che Cristo è sceso alla ricerca dell'uomo! Dio non ha forse assunto la carne dell'uomo proprio per curarne la malattia, per redimerlo dal peccato che regnava su di lui e per farlo risorgere dalla maledizione della morte? Il peccato non ha più il potere di separare il peccatore da Dio dopo che questi ha mandato suo Figlio e ha pagato il prezzo – l'intero prezzo del riscatto – sulla croce. Sono lo sgomento del peccatore, la sua vergogna e il suo inganno che nascondono il costato trafitto di Cristo nel quale il mondo intero può trovare purificazione numerose volte!
  • Il peccato non ha più il diritto di esistere o di rimanere nella nostra nuova natura: è come una macchia su un vestito, tolta immediatamente, in meno d'un batter d'occhi, quando il peccatore si pente e cerca il volto di Dio.
  • Il peccatore non si guardi intorno alla ricerca di qualche potenza autonoma o qualche mediatore altro dal sangue di Cristo per accedere a Dio e trovare redenzione e perdono, altrimenti rischierebbe di insultare l'amore di Dio e la sua suprema misericordia, o di disonorare la sua onnipotenza, la sua benevolenza o la sua compassione. In ogni caso, il peccatore può trovare aiuto in tutti i santi e i penitenti della chiesa. Abbiamo infatti visto e udito e avuto testimonianza che la profondità del perdono di Dio, la sua immensa remissione, il suo potere di santificare il peccatore raggiungono la loro massima potenza e grandezza quando chi si pente tocca il fondo della propria debolezza.
  • Esiste anche un peccatore falso che dipinge se stesso come un grande peccatore e racconta in giro i suoi innumerevoli peccati, ma dentro di sé non li percepisce come reali ed essi non provocano in lui nessun tormento né rimorso di coscienza. Per una persona simile non c'è pentimento, neanche se compisse migliaia di opere e recitasse migliaia di preghiere ogni giorno: Cristo infatti è un medico accorto che sa discernere il vero paziente da uno che pretende di esserlo.
  • Cristo non è venuto solo con acqua per lavare le sozzure del corpo, ma con acqua e sangue per lavare innanzitutto le ferite sanguinanti del peccato che avevano lacerato il cuore e la coscienza dell'umanità intera, e poi per rinvigorire il corpo con dosi pure del suo sangue vivificante, così che potesse riaversi dal suo mortale svenimento, rialzarsi e vivere.
  • Quando il profeta Isaia definisce i nostri peccati "rossi come porpora", in realtà si riferisce al sanguinare del peccato che tinge la vita dell'uomo con il colore della morte. Sanguinare sempre getta l'uomo in uno stato di disperazione e terrore, come uno pugnalato al cuore o come un assassino con le mani grondanti di sangue; sono proprio i responsabili di simili peccati, persone dalla coscienza sanguinante, appesantita, afflitta e disperata, che Isaia invita a conoscere le profondità del perdono e della misericordia di Dio. Per costoro Cristo è disceso da presso il Padre, per chiamarli sulla collina del Calvario. Guardatelo mentre apre le braccia sulla croce per rivelare la magnanimità del suo cuore che va in cerca di coloro che sono perduti e scaccia lo sconforto dal cuore disperato.
  • Cristo è venuto a cercare i veri peccatori, sprofondati nella compunzione del rimorso e della disperazione, e non presta ascolto ai mentitori che si proclamano pentiti e si autocondannano di fronte agli altri per procurarsi maggior prestigio grazie alla loro umiltà: costoro verranno lodati come penitenti, ma in realtà non lo sono. Cristo è venuto per offrire la libertà ai prigionieri, andandoli a cercare nelle tenebre degli antri nascosti; ma se non ti sei ancora accorto della schiavitù del peccato, se non ti sei reso conto della tua tenebra, se non hai ancora aperto gli occhi sul suo orrore terrificante, come puoi gridare dal profondo? E se non invochi aiuto, come può il Salvatore udire la tua voce e come fa a sapere dove sei?
  • Cristo è venuto per dare la vista ai ciechi. MA se non hai scoperto la cecità del tuo cuore e non ti senti privato della luce divina, se hai cercato di aprire gli occhi degli altri mentre tu stesso sei cieco, come può Cristo farti il dono della vista e come può comparire per portarti la luce?
  • L'essenza del pentimento è la consapevolezza del peccato, il grido di dolore per il crimine e la certezza dell'assenza di luce.
  • Il pentimento consiste nel cadere nelle braccia di Dio

C'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo (Rm 7,18)

  • C'è un terribile ostacolo che ha trattenuto molti dal compiere il passo verso il pentimento. Alle soglie del pentimento si ferma il peccatore che fa appello alla sua volontà ma non trova materiale neanche per iniziare una sola opera buona: allora egli paragona se stesso a quelli che hanno ottenuto misericordia e perdono, perde coraggio e sprofonda in un grande sconforto e rammarico, considerando il pentimento come un dovere troppo faticoso. Questo è un inganno dell'Avversario! Chi ha detto che il pentimento consiste nel far appello alla volontà, in un atto di coraggio o di forza, nella realizzazione di qualche impresa? Al contrario, il pentimento non è forse cadere nelle braccia di Dio, gettarsi ai suoi piedi senza più volontà propria, con il cuore ferito che sanguina di dispiacere e le membra distrutte dal peccato che non hanno più la forza di rialzarsi se non per la misericordia di Dio? Cristo ha paragonato colui che si pente a un forestiero che è caduto nelle mani dei briganti in un paese straniero. Questi lo spogliano dei suoi abiti, lo derubano, lo umiliano, lo feriscono lasciandolo più morto che vivo.
  • Chi si pente è come un uomo spogliato dell'abito dell'onore dal demonio: la sua volontà è stata messa a nudo e le sue membra contaminate. Il diavolo lo deruba del suo tesoro, che consiste della sanità di mente, nella luce interiore e nella voce della coscienza: così la sua persona è umiliata, la sua caduta svelata, la sua volontà frantumata. Da ultimo il diavolo lo ferisce in profondità con la bramosia di morire al più presto possibile: ed è così che alla fine gli lascia solo un corpo morto, incapace di vivere. Per questo il buon samaritano non ha possibilità di far domande né il tempo di muovere rimproveri: lo prende immediatamente fra le braccia.
  • Il buon samaritano della parabola (Lc 10,30-37) è Cristo, e la nostra interpretazione coglie esattamente nel segno: Cristo non rimprovera chi si pente, né gli chiede di compiere qualche azione, ma gli va incontro di persona proprio dov'è caduto, si curva su di lui con affetto, lava e fascia la ferita di quello con la propria ferita, arresta lo spargimento di sangue con lo spargimento del proprio sangue, versa su di lui l'olio della sua compassione e della sua vita, lo porta sulle braccia della sua misericordia, gli offre una cavalcatura fino alla locanda della sua chiesa, chiedendo ai suoi angeli di servirlo e spendendo la sua grazia per lui fino alla guarigione.
  • Questi è colui che si pente: un miserabile che è caduto lungo la strada dopo essere stato attaccato dall'oppressione dell'uomo e dalla malvagità del demonio, e non è più in grado di fare nulla. Dopo che le forze lo hanno abbandonato, egli trova rifugio nella casa del Compassionevole, trova rifugio nel suo cuore, fra le sue braccia, sulla sua cavalcatura e nel suo regno.
  • Cristo ha strappato il peccato dalle viscere dell'uomo

I figli sono arrivati sul punto di nascere, ma manca la forza di partorire (Is 37,3)

  • Quella qui descritta da Isaia è anche la condizione del peccatore quando sta sulla soglia del pentimento, in una lotta disperata nella speranza della salvezza e di una vita nuova. Quando infatti si volge a guardare il passato che ha rovinato piange, e quando aspira al futuro che lo attende si perde d'animo, perché si rende conto che la mancanza di forza ha invaso tutto il suo essere e che non è più capaci di tirarsi fuori dal fango, vincolato com'è dalla sua debolezza. Il peccato è come la malattia che fa appassire le piante: una vola che ne aggredisce una, non la lascia più finché le tenebre della morte non la circondano da ogni parte. Questa è proprio la natura del peccato, che si diffonde in tutto l'essere dell'uomo per scacciarne lo spirito vitale.
  • Il peccato non solo ci indebolisce, ma ci uccide. Quando Cristo è venuto sapeva che eravamo "morti per le colpe e i peccati" (Ef 2,1). La persona morta a causa del peccato era già stata concepita nell'iniquità e dopo un certo tempo il travaglio di morte si è abbattuto su di lei. La nascita nel peccato è una condanna e una vera e propria morte che il peccatore avverte dentro di sé. Ma Cristo ha strappato il peccato dalla viscere del peccatore e così ci ha riscattati da una morte inevitabile. Egli è entrato al posto del peccato nelle profondità del nostro essere e ha preso corpo nella nostra più recondita intimità. La creatura che noi siamo è stata rinnovata: dopo che la morte ha dominato su di noi, ora regna in noi la vita, e il travaglio di morte è stato mutato nella gioia della vita e della liberazione. Cristo si è sottoposto alla morte per salvarci da una simile morte e sta ancora continuando la sua opera di salvezza.
  • È davvero incredibile che un uomo giusto possa morire al posto di un peccatore, ma Dio non è come l'uomo. Tutto quanto è incredibile e impossibile Dio lo compie quando "dimostra il suo amore verso di noi, morendo per noi mentre eravamo ancora peccatori" (Rm 5,8).
  • Perciò il peccato del peccatore, la sua estrema ignominia dovuta a quel peccato latente nel suo intimo, l'odore di morte che pervade il suo essere a causa dell'iniquità della sua vita precedente, tutto questo è stato misurato da Dio nel suo profondo amore e ha trovato uno sbocco nella venuta del Figlio di Dio nella carne della Vergine; venuta che ha fatto nascere dal seno di Maria un frutto di vita al posto del frutto di peccato concepito dall'uomo.
  • Invece della mancanza di forze propria del travaglio di morte, di cui Isaia parla come di qualcosa di inevitabile per l'uomo, Dio ha adombrato il grembo della Vergine con la sua potenza infinita, in modo che venisse alla luce un uomo. Ma che nascita, poiché quest'uomo è nato da Dio!
  • Al peccatore è chiesto di avere fiducia nell'opera compiuta da Cristo attraverso la nascita e la croce, affrontate a motivo del peccato, dell'assoluta mancanza di forze e della morte di una persona. Al peccatore non è chiesto altro che allungare la mano come l'emorroissa (cf. Lc 8,43) e di toccare il mantello del Salvatore. Allora si renderà conto di come la potenza del Signore gli viene incontro per dimorare in lui. Il flusso di sangue si arresta, la debolezza è mutata in forza e la morte fugge via di fronte alla vita!
  • Non stenderai anche tu la mano per ricevere una parte di quella forza e cessare di essere debole o morto? Ricordati di questo quando, durante la Settimana santa, esclami con il coro dei fedeli: "Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato" (Es 15,2; Sal 118,14).
  • Se vuoi sapere come la potenza di Dio può scorrere in te, ricordati di Gerico: le sue mura non crollarono sotto i colpi delle spade o della guerra, ma al grido di vittoria nel nome del Signore. Ricordati anche di come il Giordano si aprì sotto i piedi dei sacerdoti. Questa stessa potenza del Signore è sempre pronta per il debole e l'afflitto, per chi è turbato e oppresso.

Non lo sai forse? Non lo hai udito? Dio eterno è il Signore, creatore di tutta la terra. Egli non si affatica né si stanca, la sua intelligenza è inscrutabile. Egli dà forza allo stanco e moltiplica il vigore dello spossato. Anche i giovani faticano e si stancano, gli adulti inciampano e cadono; ma quanti sperano nel Signore riacquistano forza, mettono ali come aquile, corrono senza affannarsi, camminano senza stancarsi (Is 40,28-31)

  • Non c'è alternativa all'aiuto che scende dall'alto

Mi hai gettato nell'abisso, nel cuore del mare e le correnti mi hanno circondato; tutti i tuoi flutti e le tue onde sono passati sopra di me. Io dicevo: Sono scacciato lontano dai tuoi occhi… Le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l'abisso mi ha avvolto, l'alga si è avvinta al mio capo. Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre… Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te… (Gn 2,4-8)

  • Questa è la condizione di quanti sono lacerati da pensieri di rimorso per i loro peccati, ma restano diffidenti nei confronti della misericordia di Dio: sono abbattuti come un corpo che affoga trascinato via da un fiume di idee e di fantasie disperate; ogni volta che cerano di riemergere per respirare il soffio di vita, violente ondate di buio mentale li sommergono e li scagliano lontano dalla loro speranza. Così la loro anima è trascinata sempre più in preoccupazioni senza fine: è come se la disperazione cominciasse a premere su di loro come un caos sovrastante in cui cupi pensieri pessimistici piombano da ogni parte. Dubbio, angoscia e afflizione avvolgono le loro menti come l'alga marina avvince il collo dell'annegato, ostacolandone i movimenti, così che non ci può essere salvezza.
  • È una guerra amara per il peccatore, che affoga negli affanni per i suoi molti peccati. Quando pensa alla salvezza, i demoni delle tenebre insorgono per vendicarsi. Nessuna lucidità, nessun ragionamento, nessuna lettura, nessun consiglio di uomini sapienti può giovare al peccatore, perché si tratta di una guerra mentale e la mente si trova nella disgrazia della prigionia. Non c'è alcuna alternativa all'aiuto che scende dall'alto, da oltre la ragione, da lassù, da Dio che abita nel più alto dei cieli: "Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore" (Gn 2,8).
  • Per costoro che si pentono pur nelle tribolazioni annunciamo quella parola di liberazione che sarà per loro un'àncora di cui fidarsi perché trae fuori l'anima dagli abissi della perdizione e la guida nel mondo della luce, della speranza e della pace, nel confortevole grembo del pentimento: "Qualunque peccato e bestemmia sarà perdonata agli uomini" (Mt 12,31). Benedetto è il Dio vivente che ha conosciuto e misurato in anticipo ogni tribolazione che dobbiamo affrontare e ogni guerra escogitata contro di noi. Egli resta con l'orecchio sempre teso a cogliere il primo cenno d'invocazione e di aiuto: "La mia preghiera è giunta fino a te, fino alla tua santa dimora" (Gn 2,9). Quale Dio è simile al nostro Dio così vicino alla nostra preghiera, così attento alla nostra supplica? "Dio è per noi rifugio e forza, aiuto sempre vicino nelle angosce" (Sal 46,1).
  • La fiducia in Cristo deve essere perfetta come Cristo

Nella mia angoscia ho invocato il Signore ed egli mi ha esaudito; dal profondo degli inferi ho gridato e tu hai ascoltato la mia voce… Io dicevo: Sono scacciato lontano dai tuoi occhi; eppure tornerò a guardare il tuo santo tempio?… Ma tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore mio Dio… Ma io con voce di lode offrirò a te un sacrificio e adempirò il voto che ho fatto; la salvezza viene dal Signore (Gn 2,2-10)

  • Quando il nemico ci perseguita trattandoci come già perduti a causa delle nostre iniquità, richiamiamo alla nostra memoria la parola del Signore che ha detto di essere venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. Quando l'avversario ci ripete che abbiamo perso la speranza nella salvezza perché il peccato abita le nostre menti e i nostri corpi, ricordiamoci che Cristo è morto per i peccatori: "Il sangue di Gesù, suo Figlio, ci purifica da ogni peccato" (1Gv 1,7). Quando l'accusatore ci rimprovera dicendoci che ci siamo macchiati gravemente e siamo diventati peccatori incalliti, empi, famigliari del male, allora aggrappiamoci alla promessa: "Mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo stabilito" (Rm 5,6).
  • La logica di Satana è sempre una logica perversa! Se la razionalità disperante usata da Satana conclude che a causa del nostro essere empi peccatori noi siamo perduti, il ragionamento di Cristo è che, siccome siamo perduti a causa del peccato e dell'empietà, siamo salvati dal sangue di Cristo!
  • Perciò la fiducia in Cristo del peccatore pentito sgorga con una razionalità che non può essere né vinta né scossa. Ma questa fiducia nella capacità di Cristo di salvarci dalla condizione del più spaventoso sconforto deve essere una fiducia pura e totale nella sua persona, che non lasci spazio a ragionamenti o discussioni con il demonio, che non presti attenzione alla debolezza della volontà e della carne e che non calcoli il danno o il prezzo da pagare. La fiducia in Cristo dev'essere perfetta come Cristo, salda come Cristo, fiduciosa come Cristo.
  • Se Cristo è venuto per salvarci, allora deve salvarci! È impossibile che non sia in grado di salvarci, perché la nostra salvezza è l'opera di Cristo ed è impossibile che Cristo dimore in noi e non operi in noi. Il credo della nostra fede ha origine ed è costituito dal confessare che siamo salvati e che siamo diventati coloro che si pentono in Cristo, perché noi affermiamo che Cristo è venuto per salvare i peccatori. E dal momento che noi confessiamo di essere i primi peccatori, è inevitabile che dobbiamo essere le primizie dei redenti che si pentono. Quando perciò ci pentiamo davanti a lui ogni giorno, lo facciamo non come i forti e i giusti, ma come i deboli e gli empi.
  • Cristo è venuto per cercare ciò che era già perduto: ed eccoci qua, noi, i perduto che lo invocano, i morti che si aggrappano alla sua vita.
  • È venuto per mettersi al servizio dei deboli

Sono venuto come un vaso da gettare. … Il terrore mi circonda (Sal 31,13-14)

La mia vita mi disgusta, non voglio vivere a lungo (Gb 7,16)

  • Il peccato disgrega la volontà, deturpa la personalità e scioglie la consistenza dell'anima: non siamo più in grado di resistere alla tirannia del vizio e alla lusinga del peccato.
  • Infatti, come il topolino cade sotto gli artigli del gatto non appena viene sorpreso, così la forza del peccatore si dissolve al minimo cedimento al vizio; e come il cuore dell'antilope si arresta alla vista del leone ed essa cade morta tra le sue zampe, così il peccatore si consegna ai pensieri cattivi.
  • Ogni volta che decide di resistere cade, ogni volta che promette di non ripetere l'errore lo ripete, non avendo più fiducia in se stesso. La sua capacità di fare il bene diventa tale che lui stesso la guarda con disprezzo, come si guarda un vaso rotto, da gettare. La sua speranza in Dio svanisce e ogni sua risorsa in questo senso si dissolve e diventa come pula dispersa dal vento, come uno che non ha speranza al mondo.
  • È così che a volte il nemico si attacca all'anima e la lega con la paura – paura del peccato stesso – e la trascina come vuole da un peccato all'altro. L'anima, incapace di sollevare qualsiasi obiezione, lo segue con una volontà ormai orfana, con un onore decaduto. con sentimenti feriti e con una coscienza turbata, senza più la forza di rialzarsi né il piacere di cadere.
  • Ah, povera anima! Non ricordi la gloria della tua prima creazione e quella del tuo Creatore? Ti ha formato a sua immagine in coraggio, verità, santità e giustizia.
  • Ma Dio conosce veramente quel che accade al peccatore in preda a una simile pena e angoscia? Per avere una risposta a questo interrogativo sentiamo Cristo che dice: "Lo spirito è pronto, ma la carne è debole" (Mt 26,41). "Donna … nessuno ti ha condannata? … Neanch'io ti condanno, va' e d'ora in poi non peccare più" (Gv 8,10-11). "Vuoi essere guarito?" (Gv 5,6).
  • La nostra debolezza e la nostra miseria erano note a Cristo dall'eternità, ed egli è venuto di persona a mettersi al servizio dei peccatori deboli e sconfitti. Ha posto il suo Spirito santo a guardia della loro anima, lavorando giorno e notte per scacciare il terrore e la paura dai cuori dei peccatori e trasformare i lori cuori nel tempio della sua dimora.
  • La personalità che è stata disgregata dal peccato è ricomposta dallo Spirito; l'anima che è stata umiliata dal demonio – il quale ne ha deriso l'autorità e annullato la volontà – è allora toccata dalla grazia di Cristo e di conseguenza viene fatta risorgere, è rinnovata e rinvigorita.
  • Un solo sguardo a Cristo fece superare a Pietro la propria debolezza e la sconfitta subìta davanti a servi e domestiche, gli fece riprendere coraggio e riacquistare la volontà, che si era frantumata come un vaso d'argilla al punto che la sua anima si era dissolta di fronte alla minaccia. Nello sguardo di Cristo, Pietro trovò la forza del pentimento, grazie al quale recuperò la propria integrità.
  • Cristo si sta ancora aggirando in mezzo ai peccatori, guarendo ogni debolezza e ogni infermità dell'anima. Lo Spirito santo è sempre pronto a inondare con la forza che viene dall'alto chi vacilla. La grazia è presente ogni giorno per dare saldezza alle mani tremanti e alle ginocchia fiacche. E l'amore di Cristo, quando arde in un petto contrito, trasforma il cuore di un codardo in quello di un martire. Quante volte il pentimento ha trasformato la debolezza, la sconfitta e la resa in testimonianza che afferma e proclama la verità dell'evangelo! Il ricordo dei precedenti orrori dell'anima, della sua disperazione e fallimento sono trasformati in testimonianza della misericordia di Cristo. Lo sgomento quale forza motrice del peccato e del vizio si dissolve in fumo, e la servile sottomissione al richiamo della compagnia del male diventa avvertimento e proclamazione.
  • In questo modo il peccatore si scrolla di dosso l'immagine di corruzione e viene rivestito della nuova immagine dalla mano di Cristo. Così il debole, il codardo, il timido, lo sconfitto e colui che non ha nessuna padronanza di sé ascoltano la promessa dalla bocca dell'Onnipotente: "Ed ecco io faccio di te come una fortezza, come un muro di bronzo … Nessuno potrà resistere a te per tutti i giorni della tua vita … Non ti lascerò né ti abbandonerò. Sii coraggioso e forte" (Ger 1,18; Gs 1,5-6).
  • La forza del pentimento consiste nella lotta incessante per ottenere lo Spirito di vita in Gesù Cristo
  • Ma nelle mie membra vedo un'altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. 24 Sono uno sventurato! (Rm 7,23-24).

Il cane è tornato al suo vomito e la scrofa lavata è tornata ad avvoltolarsi nel brago (2Pt 2,22).

Quando mi sveglierò? Chiederò dell'altro vino (Pr 23,35)

  • Una grande ansietà e una vita preoccupazione assale l'anima quando questa scopre l'ostinazione, la caparbietà, l'arroganza e la sfrontatezza del peccato, un rigurgito di dispiacere mescolato a un'opprimente disperazione scorre nell'anima quando questa scopre, dopo ripetute prove, l'inutilità di giuramenti, promesse, opere di penitenza, rimorso e lacrime: tutte cose che non recano alcun giovamento. Vige infatti la legge di santità scolpita dalla mano di Dio nel cuore di ognuno, la quale chiama incessantemente il profondo dell'anima: non c'è consolazione né riposo se non nella castità. e non c'è gioia né pace se non nella rinuncia al peccato! Ogni deviazione da questa legge provoca immediatamente un grave conflitto con la coscienza, un'opposizione alla vita stessa, un disaccordo con lo Spirito, un estraniamento dallo scopo della creazione, uno smarrimento nelle tenebre del pensiero, una mancanza di equilibrio nel giudicare la natura delle cose, una ribellione nei confronti della verità e di conseguenza un contrasto con l'Autore della legge.
  • Tuttavia accade che l'uomo – preso da folle entusiasmo – inizi avventatamente a scontrarsi direttamente con il peccato. Ma che dolore quando scopre quanto lui stesso è mutilato e quanto è tirannico il peccato! Spinto all'esasperazione dall'entusiasmo, ripete il tentativo e rimane profondamente scosso dalla scoperta che lo spetto di Satana è lì, incarnato dietro il peccato e nascosto in quegli organi di cui si è impossessato, e domina sulle facoltà dell'anima e sui movimenti della carne in modo profondo e organizzato; il tutto è stato calcolato da lungo tempo, così da aver messo radici e da esser diventato legge. Alla fine – sì, proprio alla fine – dopo aver esaurito tutti i suoi sforzi e aver utilizzato tutte le astuzie e le sue idee, l'uomo si convince che gli è più facile contenere l'acqua in un fazzoletto, raccogliere il vento nel palmo della mano o salire a piedi fino al cielo che controllare la legge del peccato con la propria volontà o esercitare il dominio sulle potenze del male che si agitano nelle profondità delle sue membra.
  • È a questo punto che interviene l'azione di Cristo; solo lui ha condannato il peccato nella carne! "Poiché la legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge dl peccato e della morte" (Rm 8,2).
  • La forza del pentimento consiste nella lotta incessante per ottenere lo Spirito di vita in Gesù Cristo, là dove la carne deve essere riscattata dalla legge del peccato per mezzo della grazia. Dal momento che possediamo la grazia possiamo lottare fino al sangue contro il peccato, sicuri che in forza della grazia noi saremo più che vincitori: "So infatti a chi ho creduto" (2Tm 1,12).
  • Scopo del pentimento non è che noi siamo giustificati davanti a Dio per mezzo del rimorso e la repressione esterna del peccato mediante atti di penitenza e di mortificazione della carne; scopo del pentimento è invece che noi siamo santificati interiormente dallo Spirito di Cristo – "perché sia distrutto il corpo del peccato" (Rm 6,6) – e liberati dal peccato stesso nel profondo della coscienza, che il potere e la paura del peccato svaniscano e che la grazia possa essere di guida agli impulsi della coscienza, possa tenere a freno le azioni della carne, controllare l'insorgere dei pensieri, disciplinare l'ascesi, mescolarsi all'austerità e addolcire il dolore.
  • Non è semplicemente il perdono del peccato che costituisce l'intera azione della grazia dell'uomo, né questo è lo scopo ultimo della fede in Cristo; lo scopo del pentimento e della fede è invece lo sradicamento del peccato dalle nostre membra, la fine dell'esistenza del suo potere, la scomparsa della sua legge dalla nostra natura; e tutto questo appartiene al potere sovrano della grazia. "Voi sapete che [Cristo] è apparso per togliere i peccati" (1Gv 3,5).
  • Sulla croce Cristo fu ferito al costato per versare acqua e sangue su tutti quelli che credono e vengono a lui: acqua per lavare l'impurità del peccato, e sangue per eliminarne il potere.
  • Davvero benedetto il giorno in cui il costato di Gesù è stato trafitto sulla croce affinché il peccatore vi trovasse la propria giustizia, la propria santità e la propria redenzione.

[Matta el Meskin, Comunione nell'amore, traduzione di Guido Dotti, Qiqajon, 1986]

Altri progetti[modifica]