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Michele Amari

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Michele Amari

Michele Benedetto Gaetano Amari (1806 – 1889), storico, politico e orientalista italiano.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi: Catechismo politico siciliano.

Il vespro siciliano[modifica]

Incipit[modifica]

Il giogo che la Sicilia spezzò nel 1282 era stato imbastito alla corte di Roma; cosí io la chiamerò anziché «Chiesa», la quale significa precisamente la universalità dei fedeli; e non dirò sempre il «papa» poiché l'uomo che tiene quel seggio ubbidisce piú spesso che non comandi. La corte di Roma, dunque, si era attribuito, nella confusione giuridica del Medio Evo, l'alto dominio delle regioni meridionali della Penisola, ivi compresa la Sicilia, che dette nome al regno.

Explicit[modifica]

Gli storici successivi si copiarono l'un l'altro, molti riferirono, senza impegnarsi, le opinioni sulla congiura e sulla sommossa spontanea e popolare. Tacendo degli altri, noterò come lo storico Gibbon dubitasse e soltanto perché ingannato da un anacronismo. Voltaire sorrise della congiura. Non è superbia dunque se, documentato da tutte queste fonti autorevoli, ho creduto opportuno sostenere la mia opinione.

La guerra del Vespro Siciliano[modifica]

Incipit[modifica]

La riputazione della forza, per la quale si tengon gli stati, mutabilissima è; donde avvien talvolta, che la cosa pubblica, quando più irreparabilmente sembra perduta, d'un tratto ristorasi, per virtù di principe, o impeto di popolo. Splendono allora egregi fatti in città e in oste, cresce a tanti doppi la potenza della nazione, e spezzansi ingiuriosi legami stranieri, si abbatte al di dentro una viziosa macchina, e in riforme salutari si assoda lo stato.

Citazioni[modifica]

  • Delle coscienze non saprei dire: forse molti come me amavano la repubblica in fondo del cuore, vagheggiavano un modo qualunque di unione tra gli Stali italiani; forse alcuni ci aveano più fede di me; ma niuno dissentiva dal partito di cominciare la rivoluzione nel modo che parea più pratico. (in prefazione. p. VII, a La guerra del Vespro Siciliano, Felice Le Monnier, Firenze 1851)
  • Intanto per ogni luogo infuriava la strage; né posò per la notte soppraggiunta; e rincrudì la dimane; e l'ultrice rabbia non pure si spense, ma il sangue nemico fu che mancolle. (p. 119)
  • Questa carnificina di tutti gli uomini d'una favella, questi esecrabili atti di crudeltà, fean registrare il vespro siciliano tra i più strepitosi misfatti di popolo. (pp. 120 sg.)

Explicit[modifica]

Degli scrittori recenti che han toccato questo punto d'istoria io non parlo. Certo diversità di giudizio non è offesa a begl'ingegni. Non parmi necessario confutar di parola in parola i loro scritti, perch'io credo che la dimostrazione abbastanza si contenga nel fin qui detto.

Storia dei musulmani di Sicilia[modifica]

Incipit[modifica]

Dai primi tempi della storia infino a noi molte genti straniere vennero a calpestare il suolo della Sicilia: Cartaginesi, Vandali, Goti, Bizantini, Alemanni, Francesi, Spagnuoli, a vicenda fecervi guerra, guastarono, messer su novelle dominazioni e poi dileguaronsi lasciando poche vestigia di sé. Tra tanti rivolgimenti superficiali quattro conquisti mutarono radicalmente il paese: che furono il greco, il romano, il musulmano e il normanno, o meglio direbbesi italiano.

Citazioni[modifica]

  • [Sul falsario Giuseppe Vella] Tra tanta penuria [di studi orientalistici], piombò in Palermo il maltese Giuseppe Vella, frate cappellano dell'Ordine Gerosolimitano, il quale con quel suo dialetto mescolato d'arabico corrotto e di pessimo italiano, potea comprender tanto dell'idioma degli Arabi, quanto un contadino di Roma intenderebbe Cicerone o Tito Livio senza avere mai studiato il latino; e, per giunta, il Vella ignorava i caratteri, né li apprese che a capo di parecchi anni, da uno schiavo musulmano che vivea in Palermo. Digiuno d'ogni erudizione, ma furbo, baldanzoso, sfacciato, ciarlatano che testè facea mestier di dare i numeri del lotto, il Vella aprì nuova bottega: fabbricò due codici diplomatici in arabico, dicea, ma ne mostrava la sola versione italiana; dei quali il primo intitolò "Consiglio di Sicilia", e vi finse il carteggio degli emiri dell'isola coi principi aghlabiti e fatimiti d'Affrica; il secondo, "Consiglio d'Egitto", e lo disse raccolta delle lettere dei principi normanni di Sicilia, i quali, per passatempo, raccontassero tutte le faccende di casa loro ai moribondi califi fatimiti d'Egitto. (pp. 8-9)

Explicit[modifica]

Pratiche s'erano cominciate al certo tra gli uni e gli altri fin quando si videro sventolare da Messina su l'altra sponda dello Stretto le gloriose bandiere normanne. Il signor musulmano si cacciò, traditore a sua schiatta e religione, tra le sante trame di chi volea scuotere il giogo: corse a Mileto offerendo la Sicilia al conte Ruggiero, con la solita speranza ch'ei la conquistasse per fargliene dono.

Bibliografia[modifica]

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