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Pachinko

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Citazioni sul pachinko.

  • È difficile capire il fascino del pachinko. Non c'è dubbio che esso costituisca una fuga dalla realtà, una droga; ma solo un popolo fondamentalmente buddhista poteva accettare con gioia proprio questo specialissimo tipo di fuga. Quali sono le tecniche buddhiste per arrivare all'illuminazione? Ce ne sono varie, ma una delle principali consiste nel liberare del tutto la mente dai pensieri contingenti perché possa farvisi luce la verità. E come si ottiene questa liberazione? Ripetendo fino ad annichilire la coscienza una frase, un mantra, una breve giaculatoria. Ecco il terreno subconscio su cui il fenomeno pachinko è poi esploso. (Fosco Maraini)
  • I giapponesi son fieri di dire che il pachinko è un gioco puramente giapponese e che gli stranieri non possono capirlo. A ragione. Quel che per uno straniero è l'essenza dell'inferno, per i giapponesi pare sia la porta del paradiso. [...]
    C'è da chiedersi se il pachinko non abbia tanto successo perché il giapponese è più a suo agio con una macchina che in compagnia di un altro uomo. Lo scrittore americano Donald Richie, che vive a Tokyo da oltre quarant'anni, sostiene che «il giapponese vede nella macchina del pachinko il suo amico segreto» e che gomito a gomito con centinaia di altre persone, con le quali però non ha bisogno di parlare, si sente in una sorta di «solitudine comunitaria».
    Frastornati dalle biglie che precipitano, dall'ululare delle macchine «in preda alla febbre», dagli altoparlanti che incitano a giocare di più, dalle musichette militari, avvolti in una fibrillante luce al neon che fa dimenticare se fuori è giorno o notte, i giapponesi sembrano raggiungere uno stato di completo distacco dalla realtà. «Questa del pachinko è la forma più popolare di meditazione», dice Richie. Sempre più grandi e sempre più diffuse, le case del pachinko torreggiano sulle distese grigie delle città come seducenti cattedrali dove si venera la follia. (Tiziano Terzani)
  • Potremmo affermare che queste sale sono luoghi socialmente legittimi per dissolvere temporaneamente l'identità, senza che ciò costringa a disertare il legame sociale. Stando in mezzo agli altri, ma comunque solo, il giocatore si assenta per un periodo più o meno lungo nella lancinante ripetizione dei medesimi gesti. L'ipnosi del movimento delle biglie e del gesto continuo sul regolatore, le luci intermittenti della macchina e il ticchettio delle biglie gli danno un senso di vertigine. Non vede più nulla intorno a sé, ogni sua preoccupazione è cancellata. Lui stesso non è più nessuno, benché in una forma socialmente ammessa. Taluni rimangono fermi lì per ore e vi ritornano quotidianamente. [...]
    Per molti, la sala è un luogo di ritiro nel cuore stesso della città, un rifugio dove sottrarsi a ogni obbligo sociale, cancellati nell'anonimato, completamente risucchiati nel movimento meccanico del gioco. (David Le Breton)

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