Paolo Cognetti

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Paolo Cognetti nel 2012

Paolo Cognetti (1978 – vivente), scrittore italiano.

Citazioni di Paolo Cognetti[modifica]

  • Da quel passo se ne vede un altro che sta proprio di fronte, e che è il luogo dove Primo Levi fu arrestato quello stesso inverno. Era il 13 dicembre del '43. Primo amava queste montagne: quassù assaggiò la "carne dell'orso" col suo amico Sandro, che è "il sapore di essere forti e liberi, liberi anche di sbagliare, e padroni del proprio destino", quassù fece per tre mesi il partigiano e fu catturato in un rastrellamento, quassù continuò a tornare anche dopo il lager.[1]
  • Il sergente maggiore Rigoni tornò a baita dalla guerra il 9 maggio 1945. Ci tornò a piedi, attraversando le montagne per raggiungere il suo Altipiano. Con sé non aveva più armi ma una divisa logora, una cintura di molti buchi più stretta di quando era partito e il cappello con la penna nera che portava dal primo dicembre 1938, data del suo arruolamento volontario come "aspirante specializzato sciatore rocciatore". In sei anni e mezzo da alpino aveva partecipato agli attacchi contro la Francia, la Grecia, la Russia, era sopravvissuto alla ritirata nella steppa in cui erano morti tanti suoi compagni, dopo l'armistizio aveva rifiutato di aderire alla Repubblica di Mussolini e per questo era stato internato nei campi di prigionia tedeschi, dove dall'autunno del '43 aveva combattuto la sua personale Resistenza.[2]
  • Sono cresciuto tra la Fiera e San Siro, mi mancava la dimensione del quartiere. Ho cercato a lungo prima di capire dove stare. L'anima popolare di questa periferia [la Bovisa] mi ha riconciliato con la metropoli.[3]
  • Sto comprando una stalla vicino alla mia baita [Val d'Ayas], vorrei farne un rifugio per l'arte e la cultura.[3]

Le otto montagne[modifica]

Incipit[modifica]

Mio padre aveva il suo modo di andare in montagna. Poco incline alla meditazione, tutto caparbietà e spavalderia. Saliva senza dosare le forze, sempre in gara con qualcuno o qualcosa, e dove il sentiero gli pareva lungo tagliava per la linea di massima pendenza. Con lui era vietato fermarsi, vietato lamentarsi per la fame o la fatica o il freddo, ma si poteva cantare una bella canzone, specie sotto il temporale o nella nebbia fitta. E lanciare ululati buttandosi giú per i nevai.

Frasi[modifica]

  • "È sulle cime che andiamo. Scendiamo solo quando arriviamo dove non si può più salire. Lo capisci?" (p. 10)
  • "Fuggire in alto dalle cose che ti tormentavano in basso" (p. 48)
  • "Mio padre detestava gli sciatori, non voleva saperne di mischiarsi a loro: trovava qualcosa di offensivo nel gioco di scendere per la montagna senza la fatica di salirci." (Pag. 48)
  • "Avevo già imparato un fatto a cui mio padre non si era mai rassegnato, e cioè che è impossibile trasmettere a chi è rimasto a casa quel che si prova lassù." (p. 61)
  • "Meglio per lui e per me che andassi per la mia strada, a inventarmi una vita diversa dalla sua da un'altra parte; così una volta lontani nessuno dei due fece più nulla per colmare la distanza." (p. 82)
  • "E cosa fa? - chiesi, anche se in realtà volevo chiedere: e come sta? Si ricorda di me? In tutti questi anni mi ha pensato quanto l'ho pensato io? Ma ormai avevo imparato a fare le domande degli adulti, in cui si chiede una cosa per saperne un'altra." (p. 85)
  • "Può anche apparirti del tutto diverso, da adulto, un posto che amavi da ragazzino, e rivelarsi una delusione; oppure può ricordarti quello che non sei più e metterti addosso una gran tristezza." (p. 85)
  • "Ma in città la primavera era inoltrata e io non ero più abituato a sapere che andando in alto si va indietro con le stagioni." (p. 86)
  • "Era un uomo che non conoscevo più, ma da qualche parte conteneva un ragazzino che conoscevo bene." (p. 89)
  • "- Senti, non importa quanto tempo ci vuole. Non devi pensare troppo in là in questo lavoro, se no diventi matto.- Allora a cosa devo pensare? - A oggi. Guarda che bella giornata." (p. 99)
  • "- Mah, disse Bruno. - È una pianta strana quella lì. Forte per crescere dove cresce e debole appena la metti da un'altra parte." (p. 101)
  • "C'ero anch'io in questa loro vita nuova: anzi, disse mia madre, ero la cosa più nuova di tutte, quella che dava ragione di esistere alle altre." (p. 119)
  • "Nel punto esclamativo c'era tutto il suo buon umore di quel giorno." (p. 125)
  • "- Si che mi piace. Ma ho sempre saputo che era una cosa temporanea. È una cosa che sono capace di fare, ma non è quella per cui sono nato." (p. 130)
  • - Noi diciamo che al centro del monto c'è un monte altissimo, il Sumeru. Intorno al Sumeru ci sono le otto montagne e otto mari. Questo è il mondo per noi. […] - E diciamo: avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru? (p. 138)
  • Quel che dovevo proteggre, in me, era la capacità di stare solo. C'èra voluto del tempo per abituarmi alla solitudine, farna un luogo in cui potevo accomodarmi e stare bene; eppure sentivo che tra noi il rapporto era sempre difficile. (p. 153)
  • Rallentai il passo come sussurravano i portatori nepalesi in alta quota. Bistare, bistare. Non volevo che finisse troppo in fretta. Ogni volta che tornavo lassù mi sembrava di tornare a me stesso, al luogo, in cui ero io e stavo bene. (p. 167)
  • - Lascia perdere. Non puoi aiutare uno che non vuole essere aiutato. Lascialo lì dove vuole stare. (p. 188)
  • Me ne andai mentre i primi sciatori arrivavano per pranzo, con i caschi e le tute e gli scarponi di plastica, come alieni. (p. 189)
  • E allora, mi chiesi, chi l'aveva conosciuto oltre a me sulla terra? E chi mi aveva conosciuto oltre a Bruno? Se era segreto a chiunque altro, quello che di noi avevamo condiviso, che cosa ne restava adesso che uno dei due non c'era più? (p. 198)
  • […] in certe vite esistono montagne a cui non è possibile tornare. Che nelle vite come la mia e la sua non si può tornare alla montagna che sta al centro di tutte le altre, e all'inizio della proprio storia. E che non resta che vagare per le otto montagne per chi, come noi, sulla prima e più alta ha perso un amico. (p. 199)
  • “E diceva: siete voi di città che la chiamate natura. È così astratta nella vostra testa che è astratto pure il nome. Noi qui diciamo bosco, pascolo, torrente, roccia, cose che uno può indicare con il dito. Cose che si possono usare. Se non si possono usare, un nome non glielo diamo perché non serve a niente.”


Sofia si veste sempre di nero[modifica]

Incipit[modifica]

Una notte l’infermiera si affacciò alla finestra del reparto e vide il furgone di lui fuori dall’ospedale. Gli abbaglianti ampeggiarono tre volte, poi si accesero di nuovo quando lei alzò il braccio per salutare. Chiese il cambio alla sua collega e scese per le scale di servizio fino al’ingresso fornitori, e lì, sotto una pioggia autunnale, l’uomo abbassò il finestrino e le disse di avere preso delle decisioni. L’infermiera lo squadrò, incerta se credergli o meno. Controllò che nessuno li vedesse e lo fece salire al primo piano, dove trovò una stanza vuota in cui potevano parlare in pace.

Note[modifica]

  1. Da La mia fuga sui monti di Primo Levi, Rep.repubblica.it, 16 febbraio 2019.
  2. Citato in L'amata Russia del sergente Rigoni Stern, Rep.repubblica.it, 6 giugno 2018.
  3. a b Citato in Marta Ghezzi, «Ho scelto la Bovisa per la sua anima pop», Corriere della Sera - Milano, 14 luglio 2017, p. 16.

Bibliografia[modifica]

  • Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi, 2016.

Altri progetti[modifica]