Paolo Fabbri

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Paolo Fabbri

Paolo Fabbri (1939 – 2020), semiologo italiano.

Citazioni di Paolo Fabbri[modifica]

  • L'autorappresentazione che l'ISIS proponeva di sé si è diffusa come l'acqua nella terra, inesorabile e inafferrabile, sui social media e su internet, rovesciando lo stereotipo del primitivo e del sottosviluppato che l'occidente ha saputo proiettare sul medio oriente dal colonialismo all'esportazione militare della democrazia. Il combattente islamico ignorante e privo di cultura si è rivelato così essere un blogger, un hacker, un abile impaginatore di immagini e di notizie (il sedicente Stato Islamico ha d'altronde una sua rivista molto curata, impaginata in pdf e facilmente disponibile on line) e l'esercito dell'ISIS ha mostrato di saper giocare strategicamente tanto con la forza militare che con la comunicazione, con un potere di attrazione senza precedenti che ha attirato migliaia di giovani islamici, mediorientali magrebini e occidentali.[1]
  • Per Eco, il segno è vettore e attrattore di comunicazione – per Agostino di Ippona era "qualcosa che fa venire nella testa degli altri quello che c'era nella mia". Il tratto più rilevante però e il più produttivo nel pensiero dell'autore di Semiotica e filosofia del linguaggio (1984) e del Numero zero (2015) – è che il "segno è fatto per mentire". La semiotica echiana è una disciplina illuminista, che guarda al Vero dal punto di vista del Falso e del Segreto, della Menzogna e del Complotto. Il Segreto, tanto più potente quanto è più vuoto, e soprattutto il Falso – epistemico, politico, religioso ecc. – che sarebbe un motore della storia, teatro di illusioni. Per questo Eco sostiene che nella sua immensa biblioteca non c'erano autori come Freud e Darwin, ma tanti inventori di pseudo semiotiche, testi occultisti, e alchimisti in attesa di nuova lettura, di cui era un noto ed erudito collezionista. La sua semiotica è disciplina del sospetto continuo e dell'indagine poliziesca acutamente argomentata.[2]

Da «Noi schiacciati dai superlativi. Eco? Ci litigavo ma vedeva oltre»

Intervista di Paolo Di Stefano, Corriere.it, 12 aprile 2020

  • Esiste una scienza del linguaggio avviata nell'800 e culminata in Saussure. La forza attiva della semiotica, un po' come il '68, è dimostrata dallo spiegamento di resistenze che incontra. Forse è stata proprio come il '68 che solo apparentemente è fallito ma resta una presenza politica e culturale costante e utopica.
  • Nell'accademia la semiotica non conta nulla. Si fa come se morto Eco, morti tutti.
  • Noi italiani siamo diversi dai francesi, per i quali l'identità culturale coincide con la lingua. Per noi piuttosto contano l'abbigliamento, il design, la cucina, la musica. Noi non siamo così attaccati alla nostra lingua come i polacchi, gli ungheresi o i lituani, per i quali la lingua è un criterio identitario.

Note[modifica]

  1. Dall'intervista di Pierluigi Cervelli, La Comunicazione al Nero: terrorismi, spionaggi, strategie. , Leussein - rivista di studi umanistici, vol. VIII, n. 1/2, 2015. OCLC 954579695.
  2. Dalla prefazione al libro Cosi parlò Umberto Eco, Dar El Farabi. editore, 2018; riportata in Umberto Eco: "maître à penser, ami à presenter", Doppiozero.com, 19 febbraio 2018.

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