Pietro Sbarbaro

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Pietro Sbarbaro nell'Ilustrazione Italiana del 1893

Pietro Sbarbaro (1838 – 1893), giornalista, sociologo e politico italiano.

Sulle opinioni di Vincenzo Gioberti intorno all'economia politica e alla questione sociale[modifica]

Incipit[modifica]

Quantunque volte io mi faccio a considerare le varie difficoltà e gli impedimenti, che si oppongono ancora alla diffusione dei principî economici ed alla loro pratica applicazione, devo con inestimabile dolore riconoscere quanta parte abbia in cotali ostacoli il non diritto giudizio che della Scienza Economica hanno recato uomini di alto ingegno, scrittori preclari ed eloquentissimi, filosofi insigni e pubblicisti per l'indole delle loro dottrine, e per virtù di stile, sommamente, come oggi dicono, popolari.
Il numero di coloro, che in questi ultimi tempi hanno sinistramente sentenziato dell'Economia Politica è così grande, la qualità delle critiche e la natura de' rimproveri mossi a questa disciplina sono così diverse, e tanto vari anzi contrari, e pure tutti formidabili, i sistemi e gli interessi in nome de' quali noi la veggiamo tuttavia combattuta e scomunicata, da farci quasi meravigliare, anziché del lento cammino delle verità economiche attraverso questa selva selvaggia ed aspra e forte di tanti errori, passioni e preoccupazioni ostili, ma della longanime e indomata costanza onde, in mezzo a così fieri contrasti, proseguono i cultori delle Economiche Dottrine a mantenere acceso il sacro fuoco dell'intelletto e dello studio nel santuario di questa così calunniata e maledetta divinità.

Citazioni[modifica]

  • Accettiamo questa non ingloriosa necessità di provare, che l'Economia Politica non è una vana e fantastica allucinazione dello spirito moderno, ma riposa sovra un ordine di fatti, sovra un beninsieme di leggi naturali, che come possono venire indagate dall'umano intelletto con felice esito e somministrare materia di ordinata e sistematica cognizione scientifica, così conosciute che sieno, possono servire all'umana energia di strumento a produrre la massima felicità corporea delle nazioni. (Parte prima, Libro primo, p. 22)
  • Buono io giudico in lui [Eugène Lerminier] l'intuito storico, che gli fece comprendere l'importanza delle tradizioni, giudicare il passato della giurisprudenza universale con tanta equanimità, e pregiare con sì vivi lampi di ingegnose vedute i lavori di Vico, di Niebuhr, di Sigonio, di Gravina, di Micali, di O. Müller, del Duni, di Savigny, e di tutta la scuola istorica nel diritto. (Parte seconda, Libro quinto, p. 409)
  • [Eugène Lerminier] Una mente così aperta all'intuizione delle grandi manifestazioni organiche della vita umana nelle lingue, nelle leggi, nelle religioni, nelle memorie, ne' monumenti, nelle tradizioni, doveva naturalmente non appagarsi delle sterili e solitarie astrazioni dell'intelletto individuale: e mostrarsi compreso al più alto grado del sentimento della socievolezza. Niuno ha espresso con più eloquenza di lui il lato manchevole, e l'inettitudine a riorganizzare la società, del puro razionalismo, che inebbriava il secolo XVIII. (Parte seconda, Libro quinto, p. 409)
  • [...] il Vacherot, pur ammettendo la subordinazione del problema democratico al problema economico in un senso, la nega in un altro, e commette in proporzioni anche più colossali lo stesso errore che io ho combattuto fin dal 67 colla Filosofia della Ricchezza nelle idee di M. Chevalier[1]: l'errore cioè di attribuire alla Politica la missione di prescrivere il fine dell'ordinamento sociale e all'economia il compito secondario di studiare e proporre i mezzi per conseguirlo [...]. (Parte seconda, Libro quinto, p. 415)
  • Fino dalle prime pagine [della Democrazia] il Vacherot ci dà un saggio del più grande abuso, che possa farsi, del metodo schiettamente ideale e geometrico nella scienza dell'umanità, tracciando come una figura geometrica a priori l'indole della Società Democratica. È l'orgoglioso pensiero individuale, che si chiude in se stesso[2], chiude gli occhi alla realtà esterna od allo spettacolo della vita, e dalle proprie viscere tira fuori e architetta i materiali e le linee del mondo nuovo, che dovrà poi effettuarsi od oggettivarsi fuori della mente creatrice. L'A. si vanta della novità di questo metodo, come del principale pregio delle sue ricerche. (Parte seconda, Libro quinto, p. 415)
  • Come il Gioberti egli [Étienne Vacherot] vede l'Utopia suscettibile di buon significato e capace di porgere un buon istrumento di scientifica ricerca e un criterio di verità. (Parte seconda, Libro quinto, p. 416)
  • [...] [Étienne Vacherot], invece di consultare docilmente le leggi necessarie della vita sociale economica, per conformarvi la legislazione politica, o almeno per non offenderle e non urtarle imponendo alla politica costituzionale l'assurdo ufficio di modellare a priori e secondo un concetto teorico non basato sull'esperienza e sulla realtà costante delle cose gli ordini della produzione e del lavoro, si propone apertamente di fare guerra ai fatti universali e alle tendenze naturali del lavoro libero e di piegarle al gioco del suo sistema politico: come se questo fosse privilegiato di un valore assoluto, e il sistema economico vigente, all'opposto, non avesse che un carattere transitorio, accidentale, modificabile e trasformabile a talento dei popoli e delle assemblee: come era disposto a crederlo anche il Gioberti. (Parte seconda, Libro quinto, pp. 419-420)

Incipit di alcune opere[modifica]

Della libertà[modifica]

Nello investigare le ragioni ultime e nel definire i sommi principii dell'umana libertà, sotto il triplice aspetto morale, giuridico ed economico considerata, io mi proposi due fini, bene distinti e non pertanto inseparati e inseparabili fra loro: uno speculativo, o vogliamo dire teorico, operativo e pratico l'altro. Col primo io intesi a delineare, non dirò certo un modello, ma un semplice disegno, e come un abozzo, di quel metodo, di quell'indirizzo o forma di scienza sociale, che meglio, secondo la opinione mia, corrisponde alla suprema vocazione ed alle necessità organiche dell'intelletto e più sicuramente segna a questo la via delle grandi e non caduche conquiste, dei veri e non chimerici incrementi dell'umano sapere. Col secondo io ebbi l'animo intento alla vocazione ed alle necessità fondamentali di questo nostro umano convitto, vale a dire al soddisfacimento immediato del più profondo, universale e irresistibile bisogno delle civili adunanze: il trionfo compiuto e la consecrazione dell'umana libertà.

Delle società di mutuo soccorso[modifica]

Io non credo che tra le molteplici forme della libera associazione alcuna se ne trovi tanto efficace a migliorare le sorti degli operai quanto le società intitolate dal mutuo soccorso. Le quali in Inghilterra, in Francia, in Piemonte, nella Lombardia e altrove conseguirono oggimai tale importanza da meritarsi le cure de' filantropi, le sollecitudini de' governi, la considerazione e le laudi de' filosofi e degli economisti. Di vero, se si contempla il fine a cui sono rivolte, la ragione de' mezzi che mettono in opra, gli abiti morali onde procedono, le virtù che fanno germogliare nel popolo e la sequenza de' beni che ne derivano a tutto l'umano consorzio, egli è impossibile di non sentirne viva e affettuosa ammirazione, di non formare i più fervidi voti per la loro prosperità e la loro propagazione, di non raccomandarle istantemente alle nostre povere plebi.

Re travicello o re costituzionale?[modifica]

Re Umberto si divertiva un giorno ad interrogare un Pappagallo, non regale, veramente, ma plebeo, che il capriccio della sorte sbalestrò nella Reggia, e, come la mia ribellione contro il Decreto di espulsione da tutte le R. Università del Regno di due studenti sardi era il soggetto delle chiacchiere di Roma e d'Italia, Re Umberto domanda al Pappagallo latino e plebeo:
E quello Sbarbaro?
Ah, Maesta! Non si sa come prenderlo!
Dunque, un vero Istrice?
Peggio, Maestà!
Peggio?!
Sì Maestà, peggio. Perché non è buono né meno da mangiarsi, come si mangiano i cignali[3], che la Maestà Vostra uccide nelle macchie di S. Rossore.
Il Pappagallo non errava del tutto. Per la sua gola dilicata e usa a pascersi di carne fresca, certamente io sarei un boccone difficile. Sono figlio del mare e pesce di scoglio, e senza dubbio potevo lasciargli attraverso la laringe, polluta e colpevole, qualche spina, capace di farlo rimanere colla bocca aperta per tutta la vita peggio di Don Bartolo, peggio di Loth e della sua degna consorte, quando si volsero a contemplare Sodoma e Gomorra, le città nefande punite a tempo da Dio!

Sulla filosofia della ricchezza[modifica]

Nessuno, per quanto io mi sappia, fra gli scrittori di cose economiche, si è peranco avvisato di dare alla scienza del benessere sociale il titolo di Filosofia della Ricchezza, definizione dell'Economia Politica, ch'io fin dal 1864, in una prolusione letta nell'Università di Pisa e pubblicata a Firenze nel medesimo anno, mi presi licenza di sostituire, o dirò meglio, di aggiungere alle tante altre definizioni e qualificazioni pôrte da Aristotile a G. D. Romagnosi, da Mercier de La Rivière a Chevalier. Esistono in fatti opere e scritti economici col titolo di Filosofia dell'Economia Politica, e sotto questo titolo uno sta per uscirne alla luce del Baudrillart, di Filosofia del Commercio, come il libro di Stirling, Filosofia delle Manifatture, come l'opera dell'Ure: ma Filosofia della Ricchezza non ho trovato scritto in alcun libro del mondo.

Citazioni su Pietro Sbarbaro[modifica]

  • Sul finire dell'anno [il primo dicembre 1893] morì Sbarbaro, che aveva avuto un momento di grande celebrità, e morì poverissimo e compianto perché aveva sempre sbraitato contro la corruzione. (Emma Perodi)

Note[modifica]

  1. Michel Chevalier (1806 – 1879), economista francese.
  2. Nel testo "in se stessa".
  3. Variante popolare toscana di cinghiali.

Bibliografia[modifica]

Altri progetti[modifica]