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Pietro Vigo

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Pietro Vigo (1856 – 1918), scrittore e storico italiano.

Annali d'Italia. Storia degli ultimi trent'anni del secolo XIX

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  • Né possiamo dire che [dopo la presa di Roma del 1870] mancasse del tutto un certo disprezzo per questi italiani venuti d'ogni parte, ma, come dai più credevasi principalmente, dal Piemonte; e la parola buzzurri, usata poi principalmente dai clericali, fu l'espressione di questo disprezzo, durato parecchi anni verso coloro che ragioni d'ufficio, in modo speciale, o anche speranza di lucro o di miglior condizione di vita, avevano condotto in Roma. Né chi affettava questo disprezzo, più forse di parola che di fatto, era sempre tra i fautori del papale dominio, sebbene più tardi sia stato più comunemente usato da questi. Nei primi tempi di Roma italiana quando convennero colà d'ogni paese della penisola non solo addetti ad uffici, ma persone di vario ceto, udimmo la parola buzzurri risuonare collo stesso significato dispregiativo anche sulla bocca di coloro che erano meno propensi all'ecclesiastica potestà! (Primo volume, cap. 1871, pp. 30-31)
  • Essa [la legge delle guarentigie] parve al Governo italiano ed agli uomini politici di allora il mezzo più opportuno a dissipare i timori dei clericali ed a frenare l'indignazione del Vaticano: ma la cosa procedette ben diversamente. Papa Pio IX non l'accettò; anzi parve a lui ed ai fautori della sovranità temporale pontificia non altro che un simulacro di limitata e non duratura libertà. (Primo volume, cap. 1871, p. 56)
  • È fuor di dubbio però che le coscienze dei sinceramente credenti, anche lontani da ogni parteggiare politico, erano offese assai spesso in questi anni con giornali e con opuscoli esposti nelle vetrine delle botteghe e sulle piazze, colle caricature a stampa o in fotografia, messi lì sotto gli occhi di tutti a gettar il ridicolo, il dileggio e qualche volta anche l'oltraggio sulla persona del Pontefice, sui cardinali ed anche sui dogmi della Religione, e specialmente su quello della Penitenza. I prefetti, i procuratori generali, i questori mostravano non accorgersene; eppure per tali reati, erano sancite gravi pene dal codice penale. Ed alla stampa faceva eco qualche volta anche la parola, come nella quaresima di quest'anno [1874] in cui Alessandro Gavazzi, già barnabita e maestro nelle rinomate scuole di San Sebastiano a Livorno, in un discorso ai Valdesi, alla cui confessione s'era ascritto, non dubitò chiamare papa Pio IX «un rettile incoronato» e non ebbe alcun castigo. Più che contro il Papa, predicò apertamente contro la divinità di Gesù Cristo e contro il cattolicesimo il professor Quirico Filopanti, il quale pronunziò il suo discorso prima a Bologna sul balcone del palazzo municipale, poi a Roma, a Napoli, a Palermo; e neppure a lui né ai giornali che riportando le sue parole plaudirono ad esse o ne fecero commento offensivo al Papa ed alla Religione dello Stato, i magistrati fecero alcun biasimo, nonché comminare alcuna pena: eppure la legge delle Guarentigie, così osservavano i cattolici, aveva dichiarato inviolabile la persona e la dignità del Papa, al pari di quella del Re. (Primo volume, cap. 1874, p. 353)
  • Egli [monsignor de Mérode] era stretto da vincoli di parentela coll'augusta Casa di Savoja, dacché alla famiglia de Merode, nobilissima tra quelle del Belgio, apparteneva la principessa della Cisterna, madre della duchessa d'Aosta; e prima di prender gli ordini, egli venne a Roma e prestò poi servizio militare alla Francia in Algeri, dove sul campo di battaglia guadagnò la medaglia della Legion d'Onore. Ma quantunque avesse cominciato e proseguito così onorevolmente il suo servizio militare e gli fosse concesso sperare uno splendido avvenire, il de Merode s'era stancato presto di quella vita, e mutando interamente consiglio, deliberò frasi prete. Compiuti gli studii necessarii al ministero sacerdotale e ricevuti gli ordini, egli tornò a Roma e si presentò poi a Pio IX, profugo a Gaeta. Al Papa piacque in tal modo il giovanissimo sacerdote, che con atto emanato da Gaeta nello stesso anno 1849, lo nominò «cameriere partecipante e coppiere». (Primo volume, cap. 1874, p. 368)
  • D'aspetto poco piacevole ed orbato d'un occhio, il prelato belga [monsignor de Mérode] era rude e spesso anche sgarbato, ma d'indole schietta e di fondo buono e generoso; e non le sole elemosine del Sommo Pontefice[1], ma anche le grandi ricchezze proprie versò a soccorrere i poveri ed i bisognosi, la qual cosa gli aveva guadagnato in Roma riputazione dei filantropo ed anche una certa popolarità. (Primo volume, cap. 1874, pp. 368-369)

Livorno

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  • [...] una delle più belle costruzioni medioevali che si conservano nella loro integrità è il Fanale Maggiore, sul quale si posa l'occhio da molti punti della città e da quasi tutti i dintorni. Lo costruirono i Pisani sul cominciare del secolo XIV, fra il 1303 e il 1305.
    Il Fanale liburneo fu ammirato da molti, sì antichi che moderni. Fra gli antichi che ne parlarono ricorderemo prima di tutti Francesco Petrarca, il quale accennando a Livorno nel suo Itinerario Siriaco, non tralascia di menzionare la validissima torre dal cui vertice tutte le notti la fiamma indicava ai naviganti il più sicuro littorale [...]. (p. 35)
  • Architettonicamente parlando la chiesa di S. Ferdinando è un monumento di stile barocco, ma sì per la icnografia, sì per la decorazione deve dirsi fra le opere più notevoli di quello stile, che pur rappresenta l'evoluzione storica dell'arte e non è degno di esser negletto e del tutto disprezzato. Ma il pregio principale artistico della Chiesa Trinitaria livornese le viene dall'esser essa molto ricca di lavori di quell'egregio scultore carrarese che fu il conte Giovanni Baratta, cosi stimato, che gli furono allogate opere importanti in molte città d'Italia: ond'egli è ingiustamente dimenticato nelle storie dell'arte. (pp. 59-60)
  • Procedendo all'enumerazione e ad una breve descrizione dei lavori che sono del Baratta e degli altri che gli vengono attribuiti nella chiesa di S. Ferdinando, ricorderò innanzi tutto il bellissimo altare maggiore, col gruppo degli Schiavi – lo schiavo nero e quello bianco – e dell'angelo che addita il cielo, come annunziando la liberazione che la carità di Gesù Cristo recherà agli schiavi stessi. Lodevole per l'espressione di pietà e di affetto e per vivezza di sentimento mi par che sia questo gruppo, che rappresenta la celebre visione di S. Giovanni di Matha, uno dei fondatori dell' Ordine Trinitario per la redenzione degli schiavi. Molto opportunamente il Baratta fece di questa visione di carità il soggetto del bel gruppo di questo altare, dove l'armonia delle parti, la grandiosità della costruzione, l'eleganza non ricercata ma seria ci danno diritto d'affermare che esso costituisce un'opera d'arte veramente egregia. (pp. 60-61)
  • Guardata entrando nel complesso del suo interno, la chiesa di S. Ferdinando è devota e veramente artistica: un vero monumento [...]. (p. 65)
  • Livorno è povera, in confronto di altre città della Toscana, di cose d'arte, ma non sì che non meriti menzione onorata in una collezione come la presente[2]. La città bella e ridente, soggiorno gradito per l'amenità dei colli e del mare che la inghirlandano, pel clima salubre, può dare anch'essa qualche pascolo agli intelligenti, agli spiriti non volgari che chiedono all'arte quel conforto che rasserena la vita e ne mitiga la tristezza. (p. 106)

Note

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  1. In qualità di elemosiniere segreto di Sua Santità.
  2. Collezione di monografie illustrate, Serie Italia artistica, diretta da Corrado Ricci.

Bibliografia

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Altri progetti

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