Francesco Saverio de Mérode

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Monsignor de Mérode

Federico Francesco Saverio de Mérode (1820 – 1874), arcivescovo cattolico belga.

Citazioni su Francesco Saverio de Mérode[modifica]

  • D'aspetto poco piacevole ed orbato d'un occhio, il prelato belga [monsignor de Mérode] era rude e spesso anche sgarbato, ma d'indole schietta e di fondo buono e generoso; e non le sole elemosine del Sommo Pontefice[1], ma anche le grandi ricchezze proprie versò a soccorrere i poveri ed i bisognosi, la qual cosa gli aveva guadagnato in Roma riputazione dei filantropo ed anche una certa popolarità. (Pietro Vigo)
  • Egli era stretto da vincoli di parentela coll'augusta Casa di Savoja, dacché alla famiglia de Merode, nobilissima tra quelle del Belgio, apparteneva la principessa della Cisterna, madre della duchessa d'Aosta; e prima di prender gli ordini, egli venne a Roma e prestò poi servizio militare alla Francia in Algeri, dove sul campo di battaglia guadagnò la medaglia della Legion d'Onore. Ma quantunque avesse cominciato e proseguito così onorevolmente il suo servizio militare e gli fosse concesso sperare uno splendido avvenire, il de Merode s'era stancato presto di quella vita, e mutando interamente consiglio, deliberò frasi prete. Compiuti gli studii necessarii al ministero sacerdotale e ricevuti gli ordini, egli tornò a Roma e si presentò poi a Pio IX, profugo a Gaeta. Al Papa piacque in tal modo il giovanissimo sacerdote, che con atto emanato da Gaeta nello stesso anno 1849, lo nominò «cameriere partecipante e coppiere». (Pietro Vigo)
  • Il 17 gennaio segna una data memorabile nella storia della Roma moderna, perché la Giunta municipale in quel giorno decretò l'espropriazione dei terreni compresi fra la Porta S. Lorenzo e Porta Pia, che inaugurò l'èra della creazione di larghe vie soleggiate e ventilate. L'iniziativa però si deve al cardinale[2] De Merode, il quale aveva comprato già alcun tempo prima diverse vigne fra la Porta Pia e la Stazione, fra San Bernardo e le Quattro Fontane, ed era di sua proprietà anche la caserma del Macao. Infatti, appena il generale Lamarmora annunziò che da quella caserma si sarebbero tirate le cannonate per salutare l'arrivo del Principe [Umberto][3] e della Principessa di Piemonte[4], egli protestò, dicendo che aveva permesso che alla caserma venissero i soldati, perché non vi erano locali, ma non permetteva che da quella si sparassero salve di gioia per un fatto che lo addolorava. Però le cannonate furono sparate lo stesso il giorno 23 gennaio [1871]. (Emma Perodi)
  • In un album di fotografie raccolte da un mio bisnonno, su due pagine vicine, avevo sempre veduto due fotografie: l'una, dell'Alinari di Firenze, di un prelato dall'aria severa, un po' testarda e paesana: e dietro ad essa era scritto il nome di Liverani. L'altra, di un fotografo di Parigi, mostrava un prelato di tutt'altra tempra: un'aria mondana e un sorriso tra ironico e compiaciuto ne affinavano i tratti aguzzi e, sia detto con rispetto, volpini. Dietro a questa fotografia il bisnonno aveva scritto questa epigrafe: «De Merode. Non trovando credito per le tue scelleraggini nel secolo, cuopristi la tua vergogna con la tonaca del prete, che più infame ti fece». [...].
    Recentemente, Vittorio Gorresio aveva appunto ricordato il De Merode ministro della guerra di Pio IX, in una sua briosa rievocazione su «Papalini e liberali dopo il '70» sulle pagine di un settimanale liberale. Ma non so per quale strana combinazione, volendo pubblicare una fotografia del De Merode, gli era accaduto invece di darne una di Monsignor Liverani. E non è da dire, come abbiamo visto, che un monsignore ne valga un altro. Sarebbe come se uno oggi scambiasse una fotografia del ministro Scelba con una dell'on. Pajetta. (Ranuccio Bianchi Bandinelli)

Note[modifica]

  1. In qualità di elemosiniere segreto di Sua Santità.
  2. Il de Mérode era arcivescovo, non cardinale.
  3. Futuro Umberto I re d'Italia.
  4. Margherita di Savoia.

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